E’ partita la pulizia etnica turca contro il popolo kurdo

di Marco Marano

Sono iniziati gli attacchi ai villaggi attorno Afrin, nella Siria del Nord. Gli abitanti, minacciati dall’esercito turco, sono costretti a lasciare le loro case: l’annuncio di una vicina escalation contro il Rojava è stato fatto. Il Kurdistan National Congress ha emesso un appello per la protezione di Afrin dagli attacchi esterni.

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Bologna – Lo stato turco ha gettato le basi per una nuova guerra regionale nel nord della Siria. L’esercito, già presente dall’estate scorsa sulla linea di confine tra Turchia e Siria, sta cercando di isolare Afrin, il terzo cantone del Rojava. Si tratta della confederazione democratica nata nel 2012, durante le fasi iniziali del conflitto siriano, la cui principale componente è rappresentata dal popolo kurdo alevita. In essa però sono presenti anche altri ceppi: kurdi yazidi, arabi, assiri, keldani, armeni, turkmeni. Gli attacchi sono praticamente iniziati con un massiccio impiego di carri armati, mortai, armi pesanti nell’area in questione. Fino ad adesso ci sono 4 vittime tra i civili  e alcuni feriti.

A ciò si aggiunga il fatto che l’esercito turco sta cercando di svuotare i villaggi, espellendo i kurdi con la forza. Stessa sorte anche per gli arabi le cui terre sembrano essere destinate alle milizie armate, che appoggiano lo sforzo bellico turco. Questo pezzettino di Medio Oriente, sta vivendo una vera e propria pulizia etnica: un crimine contro l’umanità, nel silenzio della comunità internazionale, poiché viene manipolata la demografia della regione.

La rivoluzione kurda del Rojava

A Kurdish YPG fighter patrols near a Turkish tank in Esme village in Syria_s Aleppo province in 2015_Mursel Coban_Depo Photos _AP

Fino al 2013 la popolazione del cantone di Afrin, che conta sette quartieri e 365 villaggi, si aggirava intorno alle 400mila unità. Un’area abbastanza stabile, garantita, da una assemblea legislativa, un consiglio presidenziale dell’assemblea e un consiglio esecutivo dell’amministrazione cantonale, istituzioni insediatesi nel 2014. E’ da questa fase che il cantone diveniva approdo dei profughi provenienti dalle città siriane dove si combatteva: Raqqa, Manbij, al-Bab e Jarablus. Nel giro di pochi anni la sua popolazione è raddoppiata.

Da quando Afrin si è liberata dal regime baatista di Assad, la Turchia l’ha sempre presa di mira. Fin dall’inizio della rivoluzione kurda in Rojava, il presidente-sultano  Erdogan, ha cercato di infierire uccidendo e ferendo civili e bruciando interi appezzamenti terrieri appartenenti al popolo. Come spiega l’agenzia di stampa kurda ANF, l’obiettivo principale del dispiegamento militare nella zona di Azaz-Jarablus è circondare Afrin prendendo quello che è visto come il corridoio kurdo tra la base aerea di Menagh e Tell Rifaat.

Tra Aleppo e Afrin ci sono circa 10mila soldati delle YPG, “Unità di protezione popolare” il principale pezzo del sistema militare kurdo, che insieme alle donne delle YPJ, “Unità di protezione delle donne”, sono riusciti a liberare prima il cantone di Kobane dall’Isis e poi, confluite nelle SDF, insieme a soldati arabi, sono stati quelli che sul territorio hanno combattuto e sconfitto il sedicente stato islamico in molte aree del centro-nord siriano, ultima delle quali è stata la città di Raqqa.

La strategia di occupazione turca

Siruia-Turchia

Secondo ANF uno degli interessi a far saltare il laboratorio di democrazia dal basso del Rojava, oltre all’odio e alla paura verso le rivendicazioni dei kurdi in Turchia, come nel resto del Medio Oriente, ci sarebbe l’intreccio che da sempre ha legato l’Isis al regime del sultano Erdogan. Indebolire il Rojava adesso, significherebbe dare respiro all’Isis, non ancora definitivamente sconfitta. Per questo la Russia, che secondo gli accordi di Astana avrebbe la responsabilità dello spazio aereo di Afrin, dovrebbe tenere un ruolo che non assume. Se da un lato ufficialmente la Turchia ha smesso di collaborare con l’Isis, dall’altro l’agenzia di stampa kurda sottolinea: “molti documenti e rapporti dicono che la Turchia sta supportando l’ISIS, fornendo loro delle armi”. Ma al di là delle prove certe è fisiologico che attaccando il principale nemico sul campo dell’Isis, questo ne avrà comunque un beneficio.

C’è una dichiarazione che lascia interdetti, di un comandante di una delle milizie sotto il controllo dell’esercito turco,  che rivelano le reali intenzioni della Turchia nel contesto della guerra in Siria, emerse dopo la presa della città di al-bab: “Lo stato turco vuole usarci per occupare le nostre terre. Fin dall’inizio ricevevamo i nostri ordini dall’esercito turco. Tutti i nostri bisogni logistici sono stati forniti dall’esercito turco. Dopo la cattura di al-Bab è diventato chiaro che l’intenzione dell’esercito turco non era quella di combattere l’ISIS, ma piuttosto di rinvigorire il periodo ottomano. Ci sono stati incontri tra l’esercito turco e l’ISIS e poi decine di villaggi sono stati consegnati all’esercito dall’ISIS. L’esempio più chiaro di questo è stato l’occupazione di Jarablus.”

Le ambiguità del governo statunitense

image (4)Come ormai da anni il dilemma degli Stati Uniti sul popolo kurdo si riduce alla sintesi che il sultano Erdogan produce a livello mediatico: le YPG sono parenti del PKK di Ocalan, quindi sono terroristi. L’amministrazione Obama, alla fine del suo mandato, aveva quasi con determinatezza appoggiato la causa kurda. The Donald invece continua a barcamenarsi… Se prima le ha supportate per chiudere il conto con l’Isis, adesso si dichiara ufficialmente slegato dal popolo kurdo. Cosa avvenuta il 16 gennaio. lI portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway: “Noi non li consideriamo come parte delle nostre operazioni per sconfiggere l’Isis’, che è quello che stiamo facendo lì, noi non li supportiamo. Non siamo coinvolti con loro”.

Un annuncio che sembra sia stato fatto per esorcizzare la voce circolante sul progetto americano sul nord della Siria. Secondo i media, Washington starebbe lavorando per istituire la forza di sicurezza della frontiera nord della Siria di 30mila uomini, con il coinvolgimento delle organizzazioni militari kurde. In tal senso Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu a parlato di “relazioni irreversibilmente danneggiate”, tra Usa e Turchia nel caso in cui ciò avvenisse.

La resistenza

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Ma il popolo kurdo vede la resistenza contro gli attacchi del sultano sunnita Erdogan come un dovere nazionale. Quel dovere che da un secolo li porta a combattere per aver riconosciuto il diritto di essere un popolo. Quel dovere che ha permesso di vincere o quasi la guerra contro l’Isis perchè con le armi in pugno c’era il popolo.

Soprattutto le donne con le loro YPJ, al comando nella liberazione di Raqqa, come di altre zone della Siria. In tal senso i richiami alla Comunità internazionale non bastano per fermare il dittatore turco, quindi tutto il popolo kurdo e del Rojava combatterà fino alla fine. Però al di là delle ipocrisie il comandante del YPG Sipan Hemo ha voluto sottolinere: “Lo stato turco non ha avuto successo nelle sue politiche riguardanti la Siria, il Medio Oriente e il Rojava Kurdistan. Se la Turchia attaccasse Afrin questo significherebbe che Russia, Iran e Siria approvano questo. Questo non è possibile in nessun altro modo. Il nostro popolo deve sapere che un attacco dello stato turco di questo tipo può essere condotto solo con l’approvazione di questi stati.”

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