Kombatt Kurdish: da Kobane ad Afrin

Tracce di Cronaca dalla resistenza comunitaria

di Marco Marano

PIANO DI LAVORO

La guerra per procura

Attraverso la guerra per procura gli Stati come le milizie jihadiste hanno aperto una lunghissima e drammatica stagione di caccia in Siria

VITTIME E CARNEFICI

  • L’inizio della fine 26 aprile 2011 

Mentre il mondo cristiano festeggia la pasqua, nelle città siriane diventa difficile contare i morti. E’ un vero e proprio bollettino di guerra. Dal venerdi della collera le forze d’assalto siriane ormai conducono una guerra spietata contro la popolazione inerme

E’ guerra civile

Una opposizione di lunga durata

I social e la rivoluzione

Secondo l’ONU la guerra civile in Siria rappresenta la peggiore crisi del ventunesimo secolo, e i numeri parlano chiaro: centomila morti, tra eserciti in campo e popolazione inerme, tra cui ovviamente donne e bambini

Le prime proteste di piazza

L’ipocrisia della linea rossa

Alla ricerca delle prove

Un mistero smarrito nel labirinto dei segni

La vendita di armi dietro la linea rossa?

Per contenere gli estremismi

  • Morire per essere un giorno liberi21 settembre 2015 

L’insieme di più conflitti s’incontrano in Siria, dove Stati e milizie hanno aperto la caccia, mietendo duecentomila vittime, che neanche si possono contare…

Tra Damasco e Aleppo

Genesi di Dalla guerra agli esodi

Una guerra civile

  • Le alleanze asimmetriche15 novembre 2015

Non esiste una guerra di religione tra mondo musulmano e occidente. L’Isis si insinua in uno scontro di potere tra sunniti, vicini all’occidente, e paesi sciiti, di cui leader indiscusso è l’Iran.

Gli attori in campo

La campagna del terrore per rinsaldare le fila

Una guerra tra sunniti e sciiti

  • Il caos della guerra siriana per procura sui negoziati di Astana24 gennaio 2017

Lo stallo nei colloqui di pace è rivelatore degli interessi in gioco, mentre si continua a combattere, con le forze kurde isolate

Sul campo di battaglia

Muri contro muri

Le ambiguità di Erdogan

La guerra dei due popoli kurdi

  • Sei anni di conflitto in Siria ma la fine sembra lontana16 marzo 2017

I fronti di guerra aperti hanno come sfondo i negoziati di Astana e Ginevra dove sembra impossibile trovare una sintesi che porti alla pace

Il drammatico bilancio

Il modello multietnico kurdo

Dalla resistenza ad un nuovo modello mediorientale

La presa di Kobane, nelle mani dell’Isis, da parte del popolo kurdo, coincide con il lancio del modello Rojava di democrazia dal basso

STORIE DI POPOLO

  • Kombatt Kurdish24 settembre 2015

La storia mediorientale di un popolo a cui è stata tolto il proprio Stato e che combatte per la salvaguardia della propria identità

Il popolo più antico della Mesopotamia

Alle origini col profeta Zarathustra

Una repressione avviata all’indomani della grande guerra

Lo stigma sul “popolo terrorista”

Kobane punto di svolta

Ultima immagine

LA DECODIFICA ABERRANTE SUI COMBATTENTI IN CAMPO

  • Terrorismi mediorientali15 novembre 2015

In Medio Oriente, il Sedicente Stato islamico (IS) o Stato islamico della Siria e del Levante (Isis) o ancora Daesch, negli ultimi due anni ha messo su un esercito, tra le 25 mila e le 30 mila unità

  • Narrazioni scoscese15 novembre 2015

La resistenza kurda è quella che, proprio sui campi di battaglia, ha messo un argine all’avanzata militare dell’Isis. Kobane è stata l’area nevralgica su cui si è combattuto

L’assemblea delle donne

  • Labirinti dei segni15 novembre 2015

Ci imbattiamo in un assai contorto labirinto dei segni: il popolo kurdo, che riesce a sconfiggere i tagliagole dell’Isis, viene combattuto dal “Sultano” Erdogan, in quanto popolo terrorista

Come alterare i fatti

  • La guerra di resistenza democratica all’Isis del popolo kurdo24 novembre 2015

Mentre in Europa si mistifica lo stragismo jihadista, in quanto guerra dei musulmani contro l’occidente, l’Isis viene combattuta sul campo proprio da un popolo a maggioranza sunnita

I campi di battaglia

L’offensiva della resistenza kurda

I massacri dei kurdi nei villaggi della Turchia del sud

Erdogan alleato dell’Isis per la presa di Kobane

UN MODELLO COMUNITARIO CHE FA PAURA

  • La democrazia comunitaria kurda come nuovo modello di convivenza mediorientale18 marzo 2016

Boicottati nei negoziati di Ginevra, il popolo kurdo si riunisce con le altre etnie per dare vita alla Federazione del Nor della Siria

La Convenzione per una Federazione del Nord della Siria

L’autogoverno delle comunità

Fonti: ANF, ANHA

  • Il popolo kurdo sotto feroce attacco, tra la Siria e la Turchia, per impedire l’autonomia regionale 14 aprile 2016

Mentre in Siria si svolgono le elezioni legislative pilotate dal dittatore Assad, le popolazioni civili kurde vengono massacrate nel timore che il modello di democrazia diretta del Rojava prevalga sull’area

Elezioni guidate e negoziati di facciata

Gli attacchi al quartiere kurdo di Aleppo

Il modello Rojava che fa paura

Gli assedi al popolo kurdo in Turchia

Fonti: Ekurd Daily, Kurdish Question, ANF, ANHA

Mentre si prepara il censimento demografico per indire le elezioni democratiche in Rojava, la Turchia, con la scusa di combattere l’Isis, distrugge le postazioni militari kurde, che servono agli USA, alleato di entrambi, per conquistare Raqqa

La crescita della forma confederale

Un censimento per definire l’elettorato

I paradossi delle alleanze asimmetriche

Alleanze alternate per prendere Raqqa

Credits e Fonte ARA News

  • Accerchiata l’indipendenza del popolo kurdo  – 26 settembre 2016 

Il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno si è chiuso sotto la minaccia interna ed esterna

Nessun riconoscimento

Le questioni interne

Saltate le tradizionali partnership

La questione kurda

Lo status quo che conviene a tutti

L’esempio del Rojava

  • Centinaia di ribelli siriani aderiscono all’alleanza filo kurda14 ottobre 2016

Nella guerra trasversale e asimmetrica siriana, un gruppo di ribelli, cooperanti con l’esercito turco, il quale attacca le postazioni kurde, hanno aderito all’alleanza politica e militare della confederazione democratica del Rojava

La deriva islamista dell’Esercito Siriano Libero

Il contrabbando di greggio alla base degli interessi turchi

Fonte e Creidts ARA News

  • Un processo elettorale partecipatoNovembre 2016

Nel caos e in mezzo alla violenza della guerra civile si preparano le elezioni dei Comuni nella nuova Federazione del Nord della Siria, principali luoghi decisionali di democrazia dal basso

La democrazia dal basso che fa paura

La de-escalatoion e le sue trappole

Attacchi e incursioni

  • La guerra dei kurdi in Siria per una democrazia dal basso18 settembre 2017 

Sostenuti militarmente dagli USA e osteggiati da Turchia, Russia, Iran e governo siriano, il popolo kurdo continua a combattere sul campo, per la propria indipendenza e a costruire il proprio sistema istituzionale

Fonti: Al-Jazeera, ANF News, ANHA News – Credits: Reuters, AP, ANF News

SULLA STRADA PER RAQQA

Aleppo e Raqqa rappresentano le due città siriane dove si combattono guerre diverse ma con effetti simili a causa delle stragi di civili: la prima per mano russa e la seconda per mano turca

I due volti delle guerre parallele

L’idea di una Siria senza Assad

Come liberare Raqqa

La Turchia combatte chi lotta contro l’Isis

Fonte ARA NewsCredits ARA News, AFP

I Peshmerga kurdo-iracheni premono i tagliagole dell’Isis su Mosul che fuggono da una strada non mappata verso Raqqa, in Siria. Così, sulla linea di confine tra i due paesi, i kurdo-siriani dell’SDF cercano di catturarli

L’offensiva su Mosul

La fuga dei soldati del califfato

Fonte e Credits ARA News

Mentre si combatte per liberare definitivamente Mosul dal giogo dell’Isis, la Turchia continua le incursioni del suo esercito in Rojava, per annientare le forze militari kurde, le stesse che si stanno mobilitando per la nuova operazione anti Isis su Raqqa, capitale siriana del califfato

Gli invasori turchi e il nuovo muro

La nuova offensiva su Raqqa

I combattenti kurdi all’attacco pur attaccati

Fonti e Credits: ANF News, ARA News

  • È iniziata la terza fase della liberazione di Raqqa 7 febbraio 2017

Le forze militari kurde hanno fatto partire l’assalto alla zona orientale della città siriana, capitale de facto dell’Isis

Seguendo il fiume Eufrate

Il sostegno della gente alla liberazione

Verso il confine con l‘Iraq

  • Il caos siriano tra le fazioni in guerra11 febbraio 2017

La situazione confusa tra le forze in campo che si fanno la guerra a vicenda rischia di far prevalere i jihadisti

Gli interessi dietro la campagna militare turca

Tutti contro tutti e la Russia in mezzo

Strage di civili per le mine anti-uomo

  • La riconquista di Raqqa e il gioco delle parti1 marzo 2017

Sul fronte orientale della guerra in Siria si continua a combattere con il supporto Usa, dribblando la Turchia

Come aggirare le aspettative turche

La tensione tra Turchia e Rojava

  • L’avanzata dei marines su Raqqa ferma la campagna militare turca10 marzo 2017

Nel nord della Siria si prepara il supporto americano alle forze kurde per chiudere lo scontro con l’Isis e riaprire le sorti del dopoguerra

Concentrarsi su un unico obiettivo

La necessità di velocizzare l’esito del conflitto

La gestione del dopoguerra

  • Nuova strategia di attacco su Raqqa23 marzo 2017

Aereotrasportati i miliziani arabo-kurdi nei pressi della città siriana roccaforte dell’Isis

Una posizione nevralgica

Le YPG kurde alleate degli Usa e attaccate dalla Turchia

La denuncia di un attacco aereo contro i civili

  • La rivoluzione kurda riparte da Raqqa19 ottobre 2017 

Con la liberazione di Raqqa, condotta dalle forze militari kurde e arabe, capeggiate dalle donne dell’YPJ, riparte la rivoluzione del modello sociale dal basso del Rojava

La liberazione metro per metro

Il sorriso della Comandante

L’incubo del sultano

Credits  Reuters, France Press

LE DONNE KURDE IN PRIMA LINEA

Le donne della minoranza kurda si trovano in prima linea a combattere tra l’Iraq e la Siria al fine di liberare le loro “sorelle” ridotte in schiavitù nei due anni di occupazione jihadista

Il massacro del 2014

Le Unità delle Donne di Sinjar

La deportazione delle “schiave” yazide

Movimento delle donne libere yazide

Fonti e credits: ANF News, ARA News, independent.co.uk

  • Combattimenti in Siria tra esercito turco e unità militari delle donne kurde15 febbraio 2017

Si susseguono i combattimenti al confine con la Siria, mentre in Turchia vengono arrestati centinaia di kurdi

La difesa delle donne kurde

Gli arresti alle porte del referendum

  • Il genocidio e la schiavitù yazida in IraqNovembre 2017

Nei campi profughi dell’Iraq settentrionale si ritrovano i sopravvissuti del popolo yazida che hanno subito un vero e proprio genocidio da parte dell’Isis durante i tre anni di occupazione delle loro terre sulle pendici del Sinjar

La tragedia di un popolo soggiogato

Quelle macerie che non sono solo materiali

Credits Reuters

Da Presidente a Sultano

Strategia del terrore e patto fiduciario con l’Isis rappresentano le politiche della Turchia di Erdogan nei primi quattro anni di guerra

L’INIZIO DELLA FINE

  • Il modello turco e la libertà di espressione18 settembre 2013 

Le proteste di massa dell’estate 2013, che hanno visto il popolo turco sfidare il governo del primo ministro Erdogan, sembravano cadute nell’oblio dopo gli sgomberi di piazza Taksim, divenuta nuovo simbolo delle proteste popolari

L’illusione di un modello possibile

Alla ricerca della libertà d’espressione

  • La disfatta di Istanbul22 giugno 2016 

Istanbul, città globale e sintesi della storia tra occidente e oriente, modello di convivenza tra laicismo e islamismo, è ormai caduta…

Un venerdì di preghiera per le strade di isambul

Sultanahmet e le sue moschee

Quando i laici e i musulmani si rispettavano

L’autoritarismo del nuovo Sultano

Lo sviluppo malato di Istanbul

Guerre, islamizzazione e contrabbando

Il controllo dei poteri e la fina del cosmopolitismo

L’anima nera e l’anima bianca

GLI ACCORDI AL VERTICE SULLA PELLE DEGLI ULTIMI

  • Alla vendita dei rifugiati un tanto al kilo 16 ottobre 2015

Mentre l’Unione Europea stringe un accordo con la Turchia per trattenere i rifugiati, al confine con la Bulgaria un uomo afghano viene ucciso una volta entrato nel paese

Due milioni di rifugiati già presenti sul territorio

Una uccisione di confine

IL PATTO FIDUCIARIO CON L’ISIS

  • La chiave di volta nella campagna del terrore: foreign fighters?

La chiave di volta della strage parigina è possibile trovarla proprio nel passaporto di uno degli attentatori che si è fatto esplodere: un francese, cresciuto in una Banlieu

La logistica Isis ad Istambul

Le azioni di ritorno

La traslazione dei conflitti mediorientali

  • L’Isis attacca Istanbul, dopo anni di partnership con la Turchia12 gennaio 2016

Erano circa le 10 di questa mattina quando un affiliato siriano dell’Isis si è fatto esplodere nei pressi dell’obelisco di Teodosio, nella piazza centrale di Sulthanamet, il quartiere che rappresenta il cuore di Istanbul

I turisti come primo obiettivo

La rottura del patto fiduciario

  • «Gli assassini con cui vi siete intrattenuti e che avete tollerato adesso commettono i massacri»29 giugno 2016 

«Les assassins que vous avez entraînés (Syrie) et tolérés commettent des massacres». Questa frase è stata ripresa dal quotidiano francese Liberation all’interno di un articolo sulla cronaca del nuovo attentato di ieri sera presso l’aereoporto internazionale Atatürk di Istanbul, costato la vita, allo stato attuale, a 36 persone, con 147 feriti

La rete jihadista di Istambul

Il cambio di scenario nei rapporti di forza

Fonte: Liberation

  • Storia di un attentato annunciato1 luglio 2016 

A poche ore dall’attentato all’aereoporto di Istanbul, l’Emirato del Caucaso sembra essere l’organizzazione di provenienza degli attentatori. Il dato inquietante è che  alcuni dei suoi esponenti sono stati a lungo protetti come esuli dal governo turco, poiché ricercati dall’intelligence russa

Lo jihadismo ceceno che ripara ad Istambul

Storie di spie

IL GIORNALISMO CHE SFIDA IL POTERE

  • “Lunedì 2 novembre: l’inizio della guerra civile turca”4 novembre 2015

Una copertina che è costata l’arresto del direttore Cevheri Guven e del caporedattore centrale Murat Capan della rivista Nokta di Istanbul

Arrestateli tutti!

Il programma di governo: silenziare la libertà

I posizionamenti degli Stati

Credit La Presse/EFE, EPA, ANSA, AP

  • Ankara: quando il giornalismo sfida il potere7 maggio 2016 

La vicenda dei giornalisti Can Dündar e Erdem Gül, in Turchia segnala il tentativo di mettere a tacere quel giornalismo che denuncia la corruzione dei fini all’interno del quale il sistema politico turco ha perduto il suo significato laicista: la difesa del bene pubblico

La verità sui traffici con l’Isis

UN DITTATORE DENTRO LA NATO

  • Il presidente vince in Turchia le elezioni del terrore2 novembre 2015 

Il partito di Erdogan guadagna la maggioranza assoluta in parlamento, tra la strategia del terrore, la repressione della libertà di stampa, la censura dell’opposizione, i gas lacrimogeni e i misteri sullo svolgimento elettorale

Una elezione che impedisce di cambiare la Costituzione

Strategia del terrore e piccoli misteri

II tema del terrore: tra jihad e questione kurda

II tema del terrore: i media di opposizione sono terroristi

Il patto con l’Unione Europea

  • Il dittatore, le spie e i terroristi tra le porte del Medio Oriente 22 luglio 2016

Il potere e la potenza distruttrice acquisiti dal dittatore islamico Erdogan, è la vera rappresentazione della morte del modello politico europeo, tra asserzioni in difesa dei suoi defunti valori fino all’alleanza con un criminale autocrate

Le narrazioni asimmetriche

Da membro della Nato a dittatore mediorientale

Credits AP,Reuters

  • Due popoli turchi dopo il golpe pilotato19 luglio 2016

Le modalità con cui è stato condotto il fallito golpe in Turchia del 15 luglio rappresentano la prova stessa che è stata una operazione pilotata, attraverso cui gli ufficiali golpisti in comando sono caduti in una trappola ben congeniata, in perfetto stile M?T, l’intelligence turca

Tra indizi e fatti incontrovertibili

La componente musulmana che annienta quella laica

L’accentramento del potere

Il punto di svolta con l’apparato militare

Gli indizi di un falso colpo di stato

Una ghiotta occasione repulista

Con gli alleati di Assad chiede mano libera sul Rojava, con l’Isis si accorda sul petrolio da far passare a Tel Abyad

Le guerre di Erdogan

Le battaglie del popolo kurdo

Fonte e credits ARA News

  • Da Presidente a sultano: approvata la nuova costituzione turca21 gennaio 2017

In un contesto drammatico per il popolo turco, i poteri che Erdogan può assumere fanno temere che a pieno titolo si entri in un’epoca di autoritarismo

L’ideale laico della Turchia

Verso la completa islamizzazione

Un parlamento svuotato di funzioni

  • Diritti umani e libertà di espressione assenti nella Turchia di Erdogan22 febbraio 2017

Nell’arco di pochi giorni in varie sedi internazionali sono stati denunciati i metodi autoritari del ‘presidente-sultano’

Il rapporto di Amnesty International

La questione kurda

Un giornalista simbolo

  • La Turchia annuncia il suo ritiro dalla guerra in Siria30 marzo 2017

Il primo ministro Binali Yildirim dopo aver dato la notizia ha aggiunto che non si escludono interventi di altro tipo in terra siriana

Una campagna militare mai chiarita

Insieme ai ribelli anti-Assad

La storica avversione contro il popolo kurdo

Quale la reale volontà della Turchia?

  • Le elezioni truccate in Turchia: inizia la dittatura costituzionale

La vittoria del Sultano Erdoğan alle elezioni presidenziali in Turchia è stata ottenuta con arresti arbitrari, attacchi violenti alle opposizioni, bombardamenti dei villaggi kurdi, silenzio mediatico delle opposizioni, due milioni di schede elettorali in più, che girovagavano qua e là per i seggi. Tutto per arrivare appena al 52 per cento dei consensi…

I risultati elettorali

Assalti, brogli e arresti nella giornata delle votazioni

FONTI: ANF, ANHA, il manifesto – CREDITS: Al Jazeera, Hurriyet News, ANF,ANHA,AFP

Quella bandiera bianca sulla cantina

La repressione delle istanze secolari del popolo kurdo in Turchia, proprio sulla linea di confine con la Siria, rappresentano l’altra faccia della medaglia

COME UCCIDERE UN “POPOLO TERRORISTA”

  • Le protestare contro il potere autoritario di Erdogan11 ottobre 2015

Diecimila persone sono scese in piazzza irei sera per manifestare la propria rabbia contro il Presidente Erdogan e l’uso del potere autoritario dell’autocrate islamico. I manifestanti si sono diretti verso piazza Taksim al grido di “Erdogan dimettiti”

Le strade s’infiammano

Una strage non rivendicata

  • Una strage per la tensione12 ottobre 2015

Secondo il governo turco i responsabili della strage di Ankara si aggirano in un range di tre possibilità: l’Isis, le organizzazioni di estrema sinistra ed il PKK

La strategia della tensione inarrestabile

La rabbia di Erdogan

Pugno duro a tutti i livelli

Credit BULENT KILIC_AFP_Getty Images

  • Il relitto dell’Unione Europea accoglie il vero califfo del terrore mediorientale30 novembre 2015

Un avvocato difensore della causa kurda viene assassinato in diretta televisiva, due giornalisti vengono arrestati per aver pubblicato le notizie sul traffico d’armi al confine con la Siria, da parte del governo turco…

Perseguitata la libertà di stampa

I servizi segreti che controllano il confine

Un omicidio in diretta

Un accordo controfirmato

  • Accusata dall’Onu per le stragi di civili e pagata dall’Europa per fermare i rifugiati 2 febbraio 2016

Mentre le Nazioni Unite denunciano la Turchia per i crimini contro l’umanità commessi ai danni della popolazione curda, sono già in pagamento le quote dei singoli paesi europei per fermare i rifugiati siriani nel nord del paese

Come uccidere un popolo che chiede autonomia

L’assedio di Cizre

Il cinismo e l’ipocrisia dell’Europa

Credits: Jinha, Anf

STATO D’ASSEDIO

  • I prigionieri del seminterrato9 febbraio 2016

La storia dei massacri del governo Turco ai danni di Cizre, città kurda del sud-est, ha assolutamente disinteressato i mezzi d’informazione mainstream

Le città assediate

Seppelliti tra le macerie di casa loro

Credits: ANF

  • Una bandiera bianca per difendere la cantina della ferocia11 febbraio 2016

E’ ancora in corso la tragica vicenda di una delle tre cantine dove sono rimasti intrappolati uomini, donne e bambini nella città di Cizre, bombardate dai carri armati turchi

Una radiocronaca di morte

Fonti: Jinha, ANF

  • Continua la repressione turca contro i kurdi arrestati tredici parlamentari 4 novembre 2016

Il presidente turco  Erdogan continua la sua opera di repressione nei confronti delle organizzaioni kurde sia in patria che sul campo di battaglia siriano

Nel mirino la classe politica kurda

Le denuncie dei politici kurdi

Gli attacchi in Rojava

Fonti e Credits: ANF News, ARHA News

Lo scenario bellico tra Siria e Iraq

Il contesto della guerra mediorientale contro l’Isis fa da scenario alle conquiste che hanno portato la nascita del Rojava, all’indomani dello scoppio del conflitto in Siria

LE GUERRE PARALLELE

  • Assad e Putin avanzano verso Aleppo14 ottobre 2015

Alle forze fedeli ad Assad si sono unite le frange libanesi di Hezbollah, intorno alle 20000 unità, dopo le milizie sciite mandate dall’Iran

  • Ai confini del conflitto14 novembre 2015

L’ingarbugliato conflitto siriano si sposta a Beirut, dove l’Isis colpisce un quartiere sciita controllato da Hezbollah, che combatte a fianco del dittatore Assad, mentre nel Kurdistan iracheno il Fronte unito di resistenza, sostenuto dagli Stati Uniti, riconquista territori strategici in mano allo stato islamico

Colpire la popolazione civile

Il salto di qualità con il coinvolgimento del Libano

Operation Free Sinjar

Fonte ANFCredit AFP, Reuters, ANSA, AP

L’ORRORE

  • Medici Senza Frontiere: gli ospedali di Aleppo come obiettivi strategici 10 ottobre 2016

Con i bombardamenti che prendono di mira le strutture sanitarie, trasformate in obiettivo strategico dell’alleanza russo-sciita attorno al dittatore Assad, la guerra sprofonda negli abissi

La guerra agli ospedali

Il blocco della città

Non c’è tempo da perdere

Fonte e Credits MSF

  • Gli orrori della prigione siriana di Saydnaya8 febbraio 2017 

Amnesty International pubblica un rapporto sulle torture e le impiccagioni dentro il carcere nei pressi di Damasco

Le politiche di assassinio

Come uccidere nel modo più mostruoso

Strategia di annientamento

  • Continua la mattanza dei civili in Siria8 febbraio 2017

Decine di morti per i raid aerei a Idlib, dove sono stati colpiti diversi edifici

Una città contesa

Le notizie che si rincorrono

La Russia nega il suo coinvolgimento

  • L’Onu denuncia i crimini di guerra di Aleppo2 marzo 2017

I due opposti schieramenti si sono resi responsabili di atrocità pianificate nei confronti della popolazione civile

La linea rossa

I civili come scudi umani

  • Attacco chimico in Siria: sotto accusa il regime di Assad4 aprile 2017

Il raid aereo con l’uso di armi tossiche è stato effettuato sulla provincia di Idlib, controllata dagli islamisti che combattono il dittatore siriano

Alla ricerca di un ospedale

Il gas tossico utilizzato

L’area controllata dai ribelli islamisti

  • Gli orrori di Assad contro il suo stesso popolo5 aprile 2017

L’uso di armi non convenzionali rientrano nelle prassi belliche del dittatore siriano accuratamente documentate dagli organismi internazionali

La linea rossa ambiguamente oltrepassata

Le prove degli orrori di Assad

SUL FRONTE DI AL-BAB

  • Il fronte di guerra siriano si sposta su al-Bab: colpiti soldati turchi10 febbraio 2017

Sul governatorato di Aleppo continuano i combattimenti tra una variegata costellazione anti-Isis e i jihadisti

I buchi neri di una guerra per procura

La guerra di Erdogan

La vita che riprende

  • Autobomba ad al-Bab: strage di civili24 febbraio 2017

L’esplosione si è verificata in un villaggio poco distante dalla città siriana strappata all’Isis dalle milizie filo-turche

Colpiti i civili pronti a rientrare in città

Tutti contro l’Isis, ma non tutti contro Assad

I cattivi presagi del negoziato di Ginevra

L’OFFENSIVA SU MOSUL

  • Il capo assoluto dell’Isis al Baghdadi in fuga da Mosul verso Raqqa12 febbraio 2017

La primula rossa del sedicente Stato islamico sembra che abbia lasciato l’Iraq per entrare in Siria

Il califfo come un fantasma nei teatri di guerra

Su Raqqa la resa dei conti finale

  • L’ultima offensiva su Mosul19 febbraio 2017

L’iniziativa annunciata dal primo ministro iracheno, riguarda l’attacco all’Isis nella parte occidentale della città

Le deboli linee di difesa jihadiste

Le forze in campo

FONTI: al-Jazeera, France24

  • I civili intrappolati a Mosul Ovest invocano aiuto21 febbraio 2017

Mentre è iniziata l’offensiva per riprendere la parte occidentale della città, migliaia di famiglie sono rimaste bloccate nelle loro case

Le incertezze di un assedio

Il dramma dei civili nella città vecchia

Il Generale del Golfo

  • I cittadini di Mosul tra la fuga e la morte28 marzo 2017

Metà della zona ovest è ancora nelle mani dell’Isis, mentre la popolazione è in trappola tra bombardamenti e supplizi dei jihadisti

Il massacro del 17 marzo

Ma i conti non tornano

L’unica possibilità è il combattimento di terra

UNA GUERRA SENZA PACE

  • Raid aereo israeliano in Siria17 marzo 2017

Anche Israele entra nel conflitto siriano per colpire Hezbollah, a poche ore dal massacro della moschea

La più grave azione di guerra israeliana in Siria

Le diverse interpretazioni dell’accaduto

Il nuovo orrore

  • I ribelli islamici all’assalto di Damasco21 marzo 2017

La coalizione Tahrir al-Sham sta portando il secondo attacco alla periferia della capitale siriana

Respinto il primo assalto

Tra attacchi e contrattacchi

Una guerra interna tra sunniti e sciiti

  • Siria: una guerra senza pace 5 ottobre 2017

La guerra siriana contro l’Isis, condotta da vari Stati per procura, e da diverse milizie, da una parte e dall’altra, inizia la sua fase finale e preannuncia risvolti che allontanano la pace

La città contesa

Una divisione mal digerita

Il contrattacco delle truppe kurde

Pulizia etnica e manipolazione demografica

L’obiettivo ultimo di Erdogan: cancellare il popolo kurdo dal Rojava e sostituirlo con gli ex affiliati all’Isis, grazie ad un nuovo patto fiduciario

ALL’INIZIO E’ RESISTENZA

  • Si accende la guerra turca al popolo kurdo in Siria 26 ottobre 2017

L’esercito turco intensifica gli attacchi alle postazioni militari del Rojava, mentre penetra sempre di più in Siria formando alleanze clandestine con le milizie qaediste

All’assalto del Rojava

Gli attacchi su Afrin e Kobane

L’occupazione del villaggio di Sheikh

L’assassinio di un giovane al confine

Che fine ha fatto Abdullah Öcalan

  • Il popolo kurdo resiste alla pulizia etnica turca17 gennaio 2018  

I massicci bombardamenti  sulla popolazione nel cantone nord-siriano di Afrin non sono riusciti a scalfire la resistenza delle unità di combattimento, che impediscono ai mercenari jihadisti di avanzare sul terreno

I numeri della pulizia etnica

Minacce tra partner

  • La risposta del Rojava all’occupazione turca: ‘resisteremo e vinceremo!’ 22 gennaio 2018 

L’invasione dell’esercito turco nel cantone kurdo di Afrin, nel nord della Siria, sta mietendo vittime tra i civili. Mentre i media legati ad Ankara stanno costruendo false informazioni sul campo, monta la resistenza popolare

La resistenza è giusta”

Un’operazione annunciata

Gli attori in campo

La guerra mediatica

Il depistaggio

IL NUOVO POSIZIONAMENTO DELL’ISIS

  • L’Isis rientra nel conflitto siriano per attaccare i kurdi di Afrin23 febbraio 2018

L’invasione della Turchia nel cantone siriano di Afrin è in atto grazie all’alleanza con i jihadisti di AlQaeda e dell’Isis

La strategia turca nel nord della Siria

I jihadisti al comando delle operazioni turche

Fonti: Al_Jazeera, ANF Credits: Al-Jazeera, Reuters

  • La Turchia offre un nuovo posizionamento all’Isis6 marzo 2018

L’invasione di Afrin è condotta in terra da milizie dell’Isis letteralmente in incognito per confondersi agli occhi dei vari contendenti nello scenario bellico

L’ago della bilancia

Soffia il vento sulle vele dell’Isis

Sotto mentite spoglie

C’è un retroscena

Il popolo resistente

Fonte  ANFCredits ANF, Reutres

L’ORDA BARBARICA

  • Il saccheggio di Afrin13 marzo 2018 

A pochi chilometri dalla completa occupazione di Afrin dell’esercito turco con le sue bande jihadiste, cerchiamo di capire in quali condizioni sta vivendo questo brutale genocidio il popolo residente

Fughe, macerie, distruzione e solidarietà tra i cittadini

Il silenzio dei colpevoli

I saccheggi di stampo Isis

Tra pulizia etnica e trasformazione demografica

Fonti e credits ANF, ANHA

  • I barbari turchi ad Afrin in nome della jihad23 marzo 2018   

Saccheggi, violenze, vessazioni sono questi gli ingredienti usati dalle bande jihadiste, partners della Turchia, nel cantone di Afrin. Ma il popolo curdo non si arrende è passa alla resistenza

L’apocalisse jihadista di Afrin

Una nuova strategia militare: la guerra di guerriglia

La Gomorra del confine turco-siriano

Fonti: ANF, ANHA, Human Rigth Watch – Credits: LaPresse, Reuters, Ansa, ANF, ANHA

  • Cala l’oblio sui crimini della Turchia ad Afrin 3 maggio 2018

Il Consiglio Democratico Siriano ha pubblicato un rapporto dettagliato sui crimini di guerra commessi dall’esercito turco e dai loro associati jihadisti, da quando è iniziata l’aggressione di Afrin che ha portato all’occupazione della città

Un nuovo modello per il Medio Oriente che fa paura

La lista degli orrori

La sostituzione demografica di un popolo

Un genocidio tra barbarie e sadismo

Fonte ANF – Credits La Presse

  • Quella guerriglia kurda che in Siria tiene testa all’esercito turco 24 maggio 2018

L’Unione delle Comunità del Kurdistan ha pubblicato un rapporto che descrive le difficoltà dei soldati di Erdoğan contro la resistenza, mentre il Tribunale Permanente dei Popoli smonta la narrazione sul “popolo terrorista”.

Le potenze fasciste contro la democrazia

Ad est dell’Eufrate

Il Tribunale Permanente dei Popoli

Fonti e credits: ANF, ANHA 

  • I cittadini kurdi di Afrin rapiti dalle bande jihadiste 3 luglio 2018

La sostituzione etnica del cantone kurdo prosegue tra caos e violenze. Gli scontri armati tra i gruppi di mercenari ex Isis, alleati della Turchia, si susseguono per contendersi i beni e le abitazioni degli sfollati. Intanto tra i mercenari è nata la prassi dei rapimenti per ottenere un riscatto.

Una sparatoria per dividersi i bottini dei saccheggi

I jihadisti a caccia di case abbandonate

Un riscatto per liberare i civili

Il popolo decide come liberare Afrin

FONTI e CREDITS: ANHA, ANF  

La guerra per procura

Gli Stati come le milizie jihadiste hanno aperto la caccia in Siria

VITTIME E CARNEFICI

Mentre il mondo cristiano festeggia la pasqua, nelle città siriane diventa difficile contare i morti. Dal venerdi della collera le forze d’assalto siriane ormai conducono una guerra spietata contro la popolazione inerme

L’inizio della fine

 26 aprile 2011  Le uniche armi utilizzate dai “ribelli” sono le parole e la rabbia di chi non ce la fa più a vivere senza diritti né libertà. “Non abbiamo più paura” grida la gente per le strade, mentre i mortai gli sparano addosso. Così, i corpi lasciati per le strade, poiché nessuno ha la possibilità di raccoglierli e seppellirli, danno il senso di una immane tragedia, che fino a questo momento è soltanto stigmatizzata dalla comunità internazionale. Intanto basta camminare per la strada per essere preso di mira dai militari.

E’ guerra civile

Nemmeno le autoambulanze non possono circolare poiché anch’esse diventano facili bersagli. Ma la cosa ancora più raccapricciante è che ormai si spara anche dentro le case, questo a significare che non c’è modo di scampare alla mostruosa dittatura siriana di Assad, che adesso accusa la Giordania di essere il promotore degli eventi, motivo per cui è stato chiuso il valico di frontiera, mentre le stragi di Daraa sono state giustificate per impedire la creazione di un emirato islamico salafista.

E’ drammaticamente patetica questa storia dei dittatori nord africani e mediorientali di imputare ai paesi vicini o alle forze internazionali la responsabilità di ordire complotti contro di loro, cercando di restare legati ad un potere che sono destinati a perdere, e questo la prezzo della vita di centinaia di persone, che nel caso della Siria non hanno imbracciato nemmeno le armi per combattere il regime.

Una opposizione di lunga durata

In Siria il movimento di opposizione al regime è assolutamente precedente all’effetto domino che ha colpito negli ultimi tre mesi i paesi mediorientali. Già dal 2006 era stato creato un giornale on line dal titolo “Syria News”, finalizzato a denunciare la corruzione del paese, e dove alcuni blogger avevano costruito uno stutturato sistema di relazione con alcuni dissidenti espatriati.

Attraverso il web, questo gruppo di “attivisti informatici” aveva persino avviato una campagna mediante il semplicissimo strumento delle e-mail, per insegnare, a chi si proponeva di diffondere informazioni  contro il regime, come evitare la censura usando i proxy. 

Non sembra possibile ma è proprio così. L’effetto moltiplicatore del web ha creato un sistema di circuitazione delle informazioni che sta mettendo in ginocchio il regime al punto da perpetrare massacri indiscriminati. Il simbolo di questo movimento si chiama Rami Nakhle, pseudonimo Malath Aumran, ventottenne laureato in Scienze Politiche ed esperto informatico, costretto in dicembre a rifugiarsi in Libano perchè ricercato dai servizi segreti siriani, i quali continuano a dargli la caccia come se fosse un pericoloso agente segreto del controspionaggio.

I social e la rivoluzione

Le sue armi non sono però quelle delle spie che solitamente possiamo vedere nei film di genere, ma semplicemente facebook e twitter. E’ nascosto in un quartiere cristiano di Beirut, dove una cerchia di amici proteggono la sua clandestinità. E’ quotidianamente minacciato di morte, sia lui che la sua famiglia, per questo non esce mai dal suo rifugio. Lavora venti ore al giorno al computer tessendo le fila di una guerra telematica di cui è uno dei principali protagonisti.

Il suo lavoro è fondamentalmente quello di far circolare le informazioni tra l’esterno e l’interno della Siria, fondamentali per comprendere ciò che succede nelle strade della città, dal numero dei morti alla tipologia delle violenze del regime. Ma egli riesce ad aggirare la censura, mettendo in collegamento gli attivisti sul campo, organizzati attraverso i cosiddetti “comitati”. La cosa straordinaria che a questi comitati partecipano insieme, uniti nella lotta, sia cristiani che musulmani, i quali trovano nella pagina di facebook “Syrian Revolution 2011”, con 120 mila fan, il luogo di incontro, ma anche di elaborazione politica, della protesta.

Secondo l’ONU la guerra civile in Siria rappresenta la peggiore crisi del ventunesimo secolo, e i numeri parlano chiaro: centomila morti, tra eserciti in campo e popolazione inerme, tra cui ovviamente donne e bambini

La dottrina della linea rossa nel labirinto dei segni

10 settembre 2013  Due milioni di profughi in paesi esteri limitrofi: prevalentemente Libano, Giordania, Turchia e Iraq, tra questi ovviamente ci sono coloro che arrivano con i barconi sulle spiagge siciliane e calabresi. Quattro milioni di profughi ancora interni alla Siria, che poi rappresentano un quarto della popolazione, che conta ventuno milioni di abitanti.

Ma queste cifre non raccontano fino in fondo l’atrocità di questa guerra civile, documentata dalle immagini che una fitta rete di video maker improvvisati, grazie ai cellulari, è riuscita a registrare e a mandare alle “teste di ponte” di questo movimento di liberazione, che ha le sue postazioni in Libano e Turchia. Qui un’altra rete di dissidenti, “Freedom 4566”, finanziati da cittadini siriani che vivono all’estero, ha costruito un sistema di raccolta di questi materiali video, che mette su You Tube, ma non solo. Fa anche da fonte ai media di massa, come una vera e potente agenzia di stampa, proponendosi come  raccordo per l’organizzazione di interviste ai ribelli sul campo.

Le prime proteste di piazza

Nella prima fase, quella delle proteste di piazza, diventavano emittenti attraverso i social network,  riuscendo ad organizzare le manifestazioni di massa e di protesta. E questo è stato reso possibile grazie al fatto che il movimento di liberazione in Siria non è nato durante la primavera araba ma almeno un anno prima, grazie a questa rete di dissidenti che hanno lavorato per la circolazione delle informazioni e delle immagini. Torture, violenze inaudite contro la popolazione, massacri pianificati, diritti umani calpestati, bambini vittime di pulizia etnica, c’è di tutto su You Tube per far finta di non sapere…

In tal senso, attraverso la rete, questi giovani professionisti della comunicazione, hanno cercato di compensare i limiti del sistema mediatico tradizionale, nel far luce sulle atrocità di un dittatore contro il suo popolo. Ed è forse l’esempio più alto di citizen journalism che attraverso il web sta cambiando i processi produttivi dell’informazione.

Se all’inizio le armi della ribellione erano appunto concentrate sulla circolazione delle informazioni e le manifestazione di protesta erano libere e non violente, quando il regime di Assad ha cominciato a massacrare le persone che protestavano pacificamente, la ribellione si è organizzata militarmente, soprattutto grazie alle armi provenienti dagli Stati Uniti e dai paesi arabi come l’Arabia Saudita, e agli addestramenti finalizzati a trasformare i ribelli in guerrieri.

L’ipocrisia della linea rossa

Poi successe qualcosa… Verso la metà del 2012, quando la campagna elettorale americana aveva già i suoi candidati ufficiali, cioè Obama contro Romney, il presidente in carica fece un annuncio: “Se il governo siriano utilizzerà le armi chimiche durante la guerra civile, questo significa superare la linea rossa”. Quindi superando la linea rossa l’intervento statunitense non poteva essere impedito.

Nel maggio del 2013 avviene un fatto strano, e cioè che il rifornimento di armi e di addestratori viene interrotto dagli Stati Uniti, secondo almeno fonti di intelligence giordana. La domanda da porsi, lecitamente, è perché…? Il 21 agosto scoppiava il fattaccio! Quasi cinquecento persone, secondo Medici Senza Frontiere, che abitavano in alcuni centri a sud e a est di Damasco, morivano intossicati dal gas sarin, lanciato dall’esercito del regime siriano.

Ecco che inizia il balletto di conferme e smentite, con i documenti filmati che hanno registrato la realtà e la testimonianza dei medici che hanno dato i soccorsi a uomini, donne e bambini con la bava alla bocca. I paesi partner della Siria, come la Russia, vogliono le prove, e alla fine propongono un piano concreto per mettere l’arsenale chimico sotto controllo internazionale.

Alla ricerca delle prove

Mentre gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna dicono che le prove ci sono e consultano i loro parlamenti per avere il benestare all’attacco finale, il quale, si badi bene, non è finalizzato alla defenestrazione del dittatore ma a smantellare le armi chimiche. Intanto dei rappresentati delle Nazioni Unite sono stati mandati in loco per raccogliere le informazioni e verificare se esistono le prove. I parlamenti nel frattempo si schierano contro i loro presidenti, poiché viene chiesta a gran voce che sia l’Onu a pronunciarsi sull’attacco, ma questo non potrà mai succedere, poiché la Russia pone il suo veto.

Un mistero smarrito nel labirinto dei segni

 L’ennesimo  mistero smarrito nel labirinto dei segni della civiltà alfabeta, che ha ribaltato i suoi significati, ripropone una civiltà in perpetua entropia, dove diventa impossibile la comprensione. Innanzitutto l’affermazione secondo la quale non si può stare a guardare quando donne e bambini muoiono tra spasimi muscolari è un po’ incomprensibile, poiché questo presupporrebbe che se donne e bambini venissero massacrati con armi convenzionali allora si potrebbe restare a guardare… Quindi il mancato rispetto dei diritti umani, i massacri indiscriminati, le torture e tutto il corredo infernale di una guerra come questa diventa lecito poiché la linea rossa non è stata varcata…  Da viaggiatori perduti nel labirinto dei segni, ci sembra di comprendere questo dalle parole dei capi di stato e di governo…

Se le parole hanno un peso, queste sono pesanti come macigni, ma visto che le parole sono segni, proviamo a reinterpretarle. Cioè a dire, partendo dal presupposto che la dottrina della linea rossa così come è stata elaborata da Obama non ha senso rispetto ai valori della civiltà alfabeta, di cui egli stesso è un indefesso difensore, quali sono le vere ragioni che impongono l’intervento americano?

La vendita di armi dietro la linea rossa?

Ovviamente, a questa domanda non è possibile rispondere in modo plausibile, però delle proiezioni si possono fare. Ad esempio: e se fosse vera l’idea di Papa Francesco secondo il quale dietro l’intervento americano si nascondono motivi commerciali, legati al business della vendita di armi? Del resto, in questo senso, la politica estera americana non si può differenziare, per statuto, a prescindere da chi ci possa essere alla presidenza, se un democratico o un repubblicano.

Le guerre agli Stati Uniti hanno sempre fatto comodo, e questa è storia contemporanea. In tal modo si spiegherebbe perché l’amministrazione di Obama ha interrotto il flusso di armi e addestratori ai ribelli siriani. Anche perché la motivazione elaborata da alcuni osservatori è un po’ debole se ci si addentra nei fatti: “il fronte dei ribelli è assolutamente variegato e frastagliato, e all’interno di questi gruppi ci sono diverse frange jiadiste, legate al al-Qaeda, come il fantomatico esercito dello stato islamico dell’Iraq e del levante”.  

Per contenere gli estremismi

In una interessante inchiesta del Wall Streat Journal, giornale statunitense di tradizioni repubblicane, Elizabeth O’Bagy, un analista dell’Institute for the study of war di Washington, sovverte questa analisi. Trascorrendo parecchio tempo tra le fila dei ribelli dell’ESL, Esercito Siriano Libero, ha potuto registrare come in realtà la situazione tra le fila dei ribelli sia abbastanza chiara, poiché l’ESL è un movimento moderato, che ha isolato i gruppi jiadisti, i quali operano in zone distinte, dal punto di vista territoriale. Anche perché gli obiettivi dei jiadisti non sono quelli di abbattere Assad ma, a quanto dice la giornalista americana, quello di costituire una sorta di emirato islamico nel nord del paese.

L’intelligence americana non sarebbe, dunque, in grado di gestire i ribelli e isolare gli estremisti in un contesto come questo? Dato che le altre rivoluzioni arabe hanno visto il prevalere di partiti islamici, i quali hanno voluto imporre la sharia nelle costituzioni, non sarebbe auspicabile, per le cosiddette democrazie occidentali, organizzare le file delle organizzazioni ribelli, per gestire meglio il dopo?

L’insieme di più conflitti s’incontrano in Siria, dove Stati e milizie hanno aperto la caccia, mietendo duecentomila vittime, che neanche si possono contare…

Morire per essere un giorno liberi

21 settembre 2015 – Dal 2011 ad oggi sembra siano 200.000 le vittime della guerra civile in Siria. Ma questa è una cifra fantasma poiché ormai nessuno è più in condizione di fare un conteggio. Allo stato attuale il conflitto nel paese è l’insieme di più conflitti in uno, poiché il territorio nazionale è suddiviso in aree frammentate, controllate da eserciti diversi. L’Isis è nel nord est, e combatte principalmente con la resistenza kurda, dove Kobane diventa il territorio da espugnare vicendevolmente.

Tra Damasco e Aleppo

L’esercito governativo di Bashar Assad ha la sua roccaforte a Damasco e in alcune zone dell’est, mentre l’Esercito Libero Siriano, combatte permanentemente contro i governativi su Aleppo, e su altre zone a macchia di leopardo nel paese. Quest’ultimo è suddiviso in più brigate che sembrano essere scollegate le une dalle altre. E in questo caos di città deserte e distrutte, dove non c’è più niente e dove devi camminare con l’elmetto, si aggiungono bande spontanee: alcune sembra qaediste altre senza matrice.

E’ praticamente una nazione dove chi non decide di scappare deve convivere permanentemente con la morte. Se un amico non si riesce a trovare per due giorni vuol dire che è stato colpito da qualche bomba o da qualche pallottola. Aleppo in questo è davvero rappresentativa delle dinamiche di una vita quotidiana che è solo funzionale ad uccidere o a resistere alla morte.

Genesi di una guerra civile

Eppure era nato tutto da una protesta nel 2011, sulla scia delle primavere arabe, contro il potere feudale della famiglia Assad. Anzi a dire il vero anche prima, già dal 2006 era stato creato un giornale online dal titolo “Syria News”, finalizzato a denunciare la corruzione nel paese, e dove alcuni blogger avevano costruito uno stutturato sistema di relazione con alcuni dissidenti espatriati. Attraverso il web, questo gruppo di “attivisti informatici” aveva persino avviato una campagna mediante il semplicissimo strumento delle e-mail, per insegnare, a chi si proponeva di diffondere informazioni contro il regime, come evitare la censura usando i proxy.

Poi dal 2010 si andò a sviluppare in rete un vero e proprio movimento che coinvolse cristiani e musulmani insieme, i quali si ritrovarono nella pagina di facebook “Syrian Revolution 2011”, luogo di incontro, ma anche di elaborazione politica, della protesta: in quell’anno si contarono 120 mila fan.

Dopo, con il passaggio di gruppi di militari regolari alle forze di resistenza, prese avvio la guerra civile, che attirò l’attenzione dell’occidente fino al periodo della linea rossa oltrepassata, quella cioè dell’utilizzo delle armi chimiche.

Dalla guerra agli esodi

Poi l’oblio. L’interesse sulla Siria del Nord del mondo, mediatico e politico, si attenuò, spostandosi sull’arrivo dei migranti approdati in Sicilia. Ma ancora non era esploso il fenomeno con le caratteristiche dell’esodo di massa che ha adesso.

Man mano che il problema inizia a coinvolgere l’area balcanica, e la diaspora siriana diventa sempre più ineluttabile, trasformandosi in sintesi o forse in chiave di lettura di situazioni simili in Irak o in Afganistan, le immagini delle città siriane distrutte, da quel momento, circolano solo sul web. Nel frattempo la Siria è diventata terreno di caccia politico della Russia, che sostiene il carnefice Assad, mentre il dittatore bianco ungherese Orban individua il male, con le conseguenti azioni e leggi violente, proprio nei rifugiati siriani, e alcuni paesi europei decidono che forse per evitare le fughe di massa da quel paese si potrebbe bombardare l’Isis.

Intanto chi è rimasto o decide di combattere nella resistenza o spera di non morire o di rivedere i propri cari il giorno dopo. In ambedue vi è l’esigenza di urlare al mondo che restando sono disposti a morire per essere un giorno liberi…

Non esiste una guerra di religione tra mondo musulmano e occidente. L’Isis si insinua in uno scontro di potere tra sunniti, vicini all’occidente, e paesi sciiti, di cui leader indiscusso è l’Iran

Le alleanze asimmetriche

15 novembre 2015 – Ancora un altro labirinto dei segni esce fuori ad ingarbugliare la comprensione dei fatti, relativamente alla situazione in Siria, dove vari eserciti irregolari combattono contro l’Isis ma non solo.

Gli attori in campo

Diciamo che la lotta è fra tribù di varie estrazioni, il popolo kurdo e la resistenza al regime del dittatore Assad, e questo solo per schematizzare. Fatto sta che quando si è formata la strana alleanza asiatico-sciita pro-Assad, tra Russia, Iran e i libanesi Hezbollah, il tema era chi costoro avrebbero dovuto combattere sul campo…

Se la Francia decideva di intervenire chiaramente contro l’Isis, i bombardamneti aerei della Russia, si sono concentrati su tutte le forze in campo anti-Assad, anche quelle facenti parte del Fronte Democratico Siriano, una rete di organizzazioni sotto l’egida statunitense, dove sono presenti anche alcune sigle kurde.

In tal contesto il termine “asimmetrico” è quello più utilizzato: guerra asimmetrica, alleanze asimmetriche… Perché da un lato ci sono quelli che vogliono il dittatore Assad ancora al potere, cioè l’alleanza asiatico-sciita, e dall’altro quelli che lo vogliono defenestrare, cioè gli Stati Uniti e la Francia in testa.

Poi c’è l’Isis che combatte contro tutti per fare il suo califfato tra la Siria e l’Iraq, ma questa possibilità sembra ormai sfuggirgli di mano dopo le perdite di Kobane, Sinjae e dell’autostrada 47, e tra breve anche di Mosul.

La campagna del terrore per rinsaldare le fila

Così, in questa fase discendente, iniziata da qualche mese, Daesch ha la necessità di rinsaldare le fila tra i suoi adepti e di farne dei nuovi, poiché sembra, da quello che raccontano gli analisti, che sia in perdita di cira 8000 unità. Ecco che allora decide di avviare le campagne del terrore proprio finalizzate a rinsaldare le fila. Questo lo fa nei due territori per l’Isis più agevoli: prima Beirut, poi Parigi.

Giovedi pomeriggio alle ore 17, poche ore prima dalla carneficina di Parigi, presso Bourj al-Barajneh, sobborgo meridionale di Beirut, sciita, controllato da Hezbollah, due kamikaze, si sono messi in azione. Il primo a bordo di una moto-bomba si è fatto esplodere vicino un centro commerciale, a poca distanza da una moschea. Il secondo ha aspettato che la gente accorresse insieme ai primi soccorritori, facendosi esplodere in mezzo alla folla. Bilancio di 43 persone morte e il ferimento di circa altre 200.

Una guerra tra sunniti e sciiti

Abbiamo scoperto quindi che non esiste una guerra di religione tra mondo musulmano e occidente, perché l’Isis si insinua in uno scontro di potere aperto tra i paesi sunniti come l’Arabia Saudita, vicini all’occidente e soprattutto agli Stati Uniti, e i paesi sciiti di cui leader indiscusso è l’Iran.

Ovviamente in questo contesto rientrano la situazione della Libia e il conflitto dimenticato dello Yemen. Sono queste le guerre asimmetriche in atto. E la strage di Parigi, come gli altri attentati che ci sono stati in Europa, e presumibilmente quelli che ci saranno, s’inseriscono nella logica di campagne mediatiche del terrore, attraverso cui fare proseliti.

Lo stallo nei colloqui di pace è rivelatore degli interessi in gioco, mentre si continua a combattere, con le forze kurde isolate

ll caos della guerra siriana per procura sui negoziati di Astana

24 gennaio 2017 Il dissenso è totale tra le diverse componenti sedute attorno al tavolo negoziale di Astana. Del resto questa situazione caotica esprime gli interessi dei paesi coinvolti e delle forze di opposizione al regime. Se dopo sei anni di guerra il nodo centrale rimane lo scontro sul destino di Bashar al-Assad, le dichiarazioni rilasciate dai rappresentanti delle differenti parti in causa sembrano arenarsi in reciproche accuse che nulla aggiungono alla riconciliazione.

Sul campo di battaglia

Intanto sul campo, nel nord della Siria, da dove si prepara l’offensiva su Raqqa, roccaforte dell’Isis, i peshmerga kurdi cercano di rassicurare le forze militari kurdo-siriane, non invitate ad Astana, che non entreranno in #Rojava senza il loro consenso, per evitare una lotta fratricida. Nel frattempo, negli ultimi due giorni, le truppe governative, nei pressi di #Damasco, si sono scontrate con gruppi ribelli, e nell’est del paese con gli affiliati all’Isis.

Tutto questo mentre a Nord di Aleppo c’è stato il primo raid congiunto russo-americano, attivato sulla base delle coordinate fornite dall’intelligence statunitense. Una informazione questa fornita dal ministero della Difesa russo che il Pentagono, attraverso il suo portavoce, ha smentito. Di contro l’addetto stampa della Casa Bianca, ha dichiarato che il presidente Trump è intenzionato a lavorare con chiunque condivida l’interesse americano a sconfiggere l’Isis: una smentita che non smentisce…

Muri contro muri

«L’opposizione mira a stabilizzare il cessate il fuoco in maniera completa e a portare avanti la transizione politica, cominciando dall’uscita di scena di Bashar Assad e del suo regime». Lo ha dichiarato ad al Jazira Muhammad Allush, capo della delegazione delle opposizioni ad Astana. Così, la risposta di Bashar Jaafari, capo della delegazione di Damasco, non si è fatta attendere, come riportato dall’agenzia Interfax: «Noi pensavamo che fossero rappresentanti legittimi finché non siamo entrati nella stanza delle trattative e abbiamo sentito le loro posizioni».Jaafari ha incontrato le delegazioni di Russia e Iran, due dei promotori dei negoziati di Astana, mentre si è rifiutato di incontrare la Turchia, cioè il terzo organizzatore della conferenza di pace: «La Turchia è uno Stato che ha violato la sovranità siriana, fornendo assistenza ai gruppi terroristici e impedendo una soluzione pacifica della crisi siriana».

Le ambiguità di Erdogan

Questa frase in realtà nasconde le ambiguità della strategia di Erdogan, che in una prima fase della guerra intratteneva rapporti con l’Isis: dal passaggio, attraverso i suoi confini, del petrolio di contrabbando alle armi e ai foreign fighters. Denuncia che a suo tempo fu fatta dal giornale “Cumhuriyet”, costata la galera al suo direttore Can Dündar. Con il riavvicinamento poi alla Russia la Turchia è entrata militarmente in Rojava nel tentativo di smantellare il nuovo sistema confederale del nord della Siria.

La guerra dei due popoli kurdi

Si perché la situazione legata alle forze militari kurde, in quel pezzo di paese, è una sorta di pagina parallela del conflitto siriano, rispetto al negoziato di Astana, poiché le YPG, Unità di protezione popolare, sono quelle che hanno prodotto maggiori sconfitte sul campo all’Isis, considerati terroristi da Erdogan e appoggiati dagli Stati Uniti di Obama. Mentre i peshmerga, che afferiscono al Kurdistan iracheno, guidato dal presidente Barzani, anch’esso legato agli Stati Uniti, con i cugini siriani hanno avuto da sempre una diversa visione delle vicende kurde. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia…

I fronti di guerra aperti hanno come sfondo i negoziati di Astana e Ginevra dove sembra impossibile trovare una sintesi che porti alla pace

Sei anni di conflitto in Siria ma la fine sembra lontana

16 marzo 2017 Un anniversario quello del conflitto siriano che sottolinea la tragedia di una popolazione martoriata da sei anni di guerra e che rappresenta la principale vittima del paese. I dati di questa tragedia la dicono lunga sul livello di violenza perpetrato: 500 mila vittime, 12 milioni di sfollati tra interni ed esterni, su una popolazione di 22 milioni di abitanti.

Un milione di persone è attualmente sotto assedio, mentre un terzo della popolazione vive in luoghi dove non esiste nessun supporto sanitario. Attualmente il paese è frazionato in sette aree sotto diverso controllo: dal governo di Assad, protetto da Russia, Iran e Hezbollah, all’Isis, dalla costellazione di gruppi islamici, dove prevale Jabhat Fateh al-Sham, all’esercito turco coadiuvato dai miliziani dell’esercito Siriano Libero, tutti contro Assad. E ancora: dalle forze kurde, in coalizione con arabi e altre etnie, fino agli USA.

Il drammatico bilancio

Sullo sfondo a questa drammatica guerra vi sono i due tavoli negoziali: Ginevra e Astana. Il primo gestito dall’Onu, con il suo emissario Steffan de Mistura, l’altro dalla Russia, che formalmente è riuscito a portare dalla sua parte la Turchia, nell’accettazione di Assad per il dopo guerra. La Turchia fa gioco a sé poiché interessato a combattere principalmente i kurdi del Rojava, nel nord della Siria, al confine con la Turchia. 

In ambedue i casi la situazione sembra irrisolvibile poiché la costellazione di sigle anti-Assad esigono la defenestrazione del dittatore siriano, cosa improponibile per la Russia che nel 2015 è scesa in campo per dare manforte al governo di Damasco. In questo contesto c’è una tregua dichiarata nel dicembre dello scorso anno che non è mai stata rispettata. E che dire delle armi non convenzionate ancora in uso da parte soprattutto del regime di Assad, come denunciato dal rapporto delle Nazioni Unite. Per non parlare dei civili martoriati e usati come scudi umani dall ‘Isis, mentre persino gli ospedali sono stati tra i principali obiettivi da varie parti.

Il modello multietnico kurdo

Alcuni analisti parlano di una futura “somalizzazione” della Siria, cioè un paese che, come la Somalia, avrà un governo ufficiale senza il pieno controllo dell’intero territorio: tradotto significa una sorta di guerra di guerriglia perpetua. In tal senso c’è un pezzo di questo territorio che sembra raccontare un’altra storia rispetto alle dinamiche complessive, parliamo dell’area gestita dalle forze kurde, all’interno della confederazione militare multietnica chiamata SDF, che ultimamente ha avuto il pieno appoggio militare da parte degli Stati Uniti. 

Le SDF sono state le uniche a non macchiarsi di crimini di guerra, come sottolinea l’ONU, riuscendo a sconfiggere l’Isis in modo molto efficace, liberando le popolazioni assediate dai jihadisti.

E queste sono state buone ragioni per indurre l’amministrazione americana a suggerire l’idea di poter considerare “zone sicure” i territori sotto il loro controllo. A riprova di ciò a Manbij sono stati accolti 15 mila sfollati interni, provenienti da Deir Hafer e al-Khafsah. E’ proprio Manbij la città che la Turchia aveva annunciato di voler togliere alle SDF, per questo supportata dai marines a stelle e strisce. Qui, come negli altri territori del Rojava, si stanno costituendo i comitati civici nel rispetto delle diverse comunità etniche e linguistiche, per una ricostruzione democratica dal basso della comunità.

Rojava: dalla resistenza ad un nuovo modello mediorientale

La presa di Kobane, nelle mani dell’Isis, da parte del popolo kurdo, coincide con il lancio del modello Rojava di democrazia dal basso

STORIE DI POPOLO

La storia mediorientale di un popolo a cui è stata tolto il proprio Stato e che combatte per la salvaguardia della propria identità

Kombatt Kurdish

24 settembre 2015 E’ una storia tutta da capire quella del popolo Kurdo, perchè in Europa questa storia non ha mai destato particolare interesse, se non quando alla fine degli anni novanta il capo del partito kurdo PKK Abdullah Öcalan attraversava mezzo mondo per sfuggire ad un mandato di cattura emesso dalla Turchia.

Il popolo più antico della Mesopotamia

E’ la storia mediorentale di un popolo senza Stato, che ha un nome, il Kurdistan appunto, una lingua, che poi è l’insieme di tanti dialetti di origine mesopotamica, e che paradossalmente avrebbe anche un territorio. Il problema è che abbraccia quattro nazioni mediorientali: Iran, Iraq, Siria, Turchia e anche l’Armenia, con l’aggiunta di piccole comunità che sono sparse in molte parti del Medio Oriente.

Una regione di 550 mila metri quadrati, il cui popolo è uno dei più antichi della Mesopotamia, ad oggi numericamente il quarto di tutto il medioriente, dopo Arabi, persiani e turchi. Una stima, che sembra mettere d’accordo in molti, li conteggia fra i trenta e i quaranta milioni di persone.

Alle origini col profeta Zarathustra

Ma anche dal punto di vista religioso quella kurda è una storia incredibile. Essendo uno dei popoli più antichi, la sua origine religiosa risale al VI secolo avanti cristo con lo Zoroastrismo, promossa dal profeta Zarathustra, forse la più antica delle religioni monoteiste e forse quella che ha contaminato le altre a venire. Infatti, nei secoli si sono sviluppate nel popolo curdo, rispetto ai diversi insediamenti, ceppi ebraici, ceppi cristiani e ceppi islamici, in minima parte sciiti, con la denominazione di Alevi, ma in massima parte sunniti, che rappresenta oggi il ceppo maggiore.

Per le sue caratteristiche storiche il popolo kurdo per definizione rigetta qualsivoglia rigurgito di estremismo religioso, essendo appunto la sua storia crogiolo di religioni. E questo è un’aspetto da non sottovalutare se si vuole comprendere la rappresentazione del popolo curdo oggi…

Una repressione avviata all’indomani della grande guerra

La repressione dei cittadini Kurdi iniziava dopo la prima guerra mondiale. Se prima la Turchia si era servita dei curdi per combattere la Grecia, nel 1924, furono emesse le prime leggi che annientavano la loro identità, impedendo l’insegnamento della lingua, la possibilità di promuovee le proprie tradizioni.

Poi nel 1930 un’altra legge avviava la stagione delle deportazioni degli intellettuali. In seguito veniva proclamato lo smantellamento territoriale del Kurdistan, e dalla Turchia in poi l’annientamento dei curdi diventava un fattore nazionale identitario per quei paesi che si impossessavano dei territori in questione. Da quel momento il popolo iniziò a combattere per avere quello che gli era stato tolto…

Lo stigma sul “popolo terrorista”

Da allora la Turchia ha tacciato i kurdi di essere un popolo di terroristi poichè le azioni di resistenza e di rivendicazione più o meno violenta non potevano essere ascritte alla lotta per la propria patria… In tal senso la vicenda della carcerazione del leader del PKK è significativa. Poi nel 2013 la Comunità internazionale riuscì ad avviare una sorta di cessate il fuoco, per la ricerca di un dialogo tra le due parti… Ma solitamente questo non avviene, non può avvenire con dei terroristi…

Kobane punto di svolta

Nell’estate di quest’anno succede però un fatto strano… Al confine con la Turchia, l’unica resistenza armata all’Isis, con l’assedio di Kobane, viene condotta proprio dal popolo curdo, dove soprattutto le donne combattono e respingono i tagliagole dello Stato islamico. Kobane infatti viene contesa prima dagli uni e poi dagli altri. In un momento di grande difficoltà della resistenza curda, pezzi del suo popolo in Turchia, decidono di andare ad aiutare gli assediati curdi contro l’Isis, che, ricordiamo, in questo momento per l’occidente è il male assoluto. Il popolo combattente curdo si appresta a varcare il confine per sostenere i propri fratelli in difficoltà. E la Turchia cosa fa? Glielo impedisce! Impedisce ai cittadini curdi, pronti a combattere contro l’Isis, di andare in soccorso dei propri concittadini che stanno morendo…

Mentre gli Stati Uniti si affrettano a differnziare la questione curda dal vero terrorismo dell’Isis, i giovani a cui gli viene impedito di combattere contro i tagliagole, scendono per le strade e mettono a ferro e fuoco le città turche. Ancora una volta l’autocrate Erdogan li apostrofa come terroristi…

Ultima immagine

Putin va in soccorso del dittatore siriano sciita Assad, poi innaugura la moschea più grande d’Europa a Mosca insieme ad Erdogan sunnita, presidente della Turchia, il quale qualche mese prima impedisce ai sunniti curdi, per lui terroristi, di salvare Kobane dall’Isis, il male asssoluto dell’occidente…

LA DECODIFICA ABERRANTE

SUI COMBATTENTI IN CAMPO

In Medio Oriente, il Sedicente Stato islamico (IS) o Stato islamico della Siria e del Levante (Isis) o ancora Daesch, negli ultimi due anni ha messo su un esercito, tra le 25 mila e le 30 mila unità

Terrorismi mediorientali

15 novembre 2015 – Il suo scopo, potremmo dire delirante, d’impossessarsi dei due Stati in questione e farne un califfato. Ora, l’elemento che salta agli occhi è la differenza delle sue metodologie d’azione con l’organizzazione che l’ha preceduta, cioè Al-Qaeda, quella che ha scosso il mondo con la strage delle torri gemelle. Perché a differenza di quest’ultima l’Isis, si caratterizza per due elementi…

Il primo riguarda l’uso dei kamikaze come strumento residuale della sua azione, poiché, a differenza di Al-Qaeda, possiede un esercito irregolare che agisce direttamente sul campo di battaglia. Il secondo concerne il suo principale bersaglio, proprio perché sta sul campo di battaglia, non è l’occidente ma gli stessi musulmani, e neanche soltanto sciiti, ma anche sunniti, vedi il cruento scontro bellico che continuano ad avere con i curdi, che sono a maggioranza sunnita, anche se le sfaccettature religiose di questo popolo sono storicamente variegate.

La resistenza kurda è quella che, proprio sui campi di battaglia, ha messo un argine all’avanzata militare dell’Isis. Kobane è stata l’area nevralgica su cui si è combattuto

Narrazioni scoscese

15 novembre 2015 – Una resistenza militare, quella kurda, quasi tutta portata avanti dalle donne, attraverso aspri e cruenti combattimenti che hanno determinato la distruzione dell’80 per cento della città. In tal modo questa resistenza è riuscita a spodestare Daesch, ristabilendo un ordine costituito all’interno del quale si sta creando un vero e proprio laboratorio politico-territoriale.

L’assemblea delle donne

In pratica, l’Assemblea delle donne di Kobane ha elaborato delle disposizioni di legge per il Cantone. Vengono vietati i matrimoni precoci delle bambine, organizzati dalle famiglie, e viene vietata anche la poligamia. Queste disposizioni vengono condivise sul territorio sia attraverso forme di educazione sociale che diffuse nelle assemblee di quartiere. L’intento è proprio quello di costruire una società democratica basata sulle leggi delle donne.

Dal sito internet sulla rete internazionale del Kurdistan, riportiamo una dichiarazione di Ruken Ehmet, dell’amministrazione cantonale: “Abbiamo bisogno di fornire informazioni sulle leggi nel modo più comprensibile. È solo attraverso l’educazione che possiamo cambiare una società creata attraverso 5000 anni di dominazione maschile e di mentalità patriarcale. La migrazione a causa della guerra ha colpito il nostro lavoro, ma questo non significa che sia stato interrotto. Secondo le decisioni che abbiamo assunto continueremo l’educazione in tutti gli ambiti della società. Attraverso le assemblee di quartiere stiamo raggiungendo ogni persona. Le assemblee di quartiere devono risolvere la questione delle donne. Le donne, gli eletti, e tutte le amministrazioni quindi devono prendere forza e partecipare attivamente a questo lavoro”.

Ci imbattiamo in un assai contorto labirinto dei segni: il popolo kurdo, che riesce a sconfiggere i tagliagole dell’Isis, viene combattuto dal “Sultano” Erdogan, in quanto popolo terrorista

Labirinti dei segni…

15 novembre 2015 – Le medesime rivendicazioni di autonomia e libertà che il popolo kurdo avanza nei vari campi di battaglia mediorientali contro l’Isis, li rivendica anche in Turchia, paese alleato degli Stati Uniti e dell’Europa, con cui sta contrattando la sua entrate nell’Unione, per tenere fuori dal continente quei rifugiati che scappano soprattutto a causa della guerra dell’Isis in Siria.

E’ proprio di oggi la riunione del G20 in Turchia, dove gli Stati Uniti richiedono la sua presenza al proprio fianco contro il jihadismo. Dopo la vittoria elettorale di pochi giorni fa, Erdogan ha ripreso una repressione spietata contro il popolo kurdo, e l’esempio della resistenza nella città di Silvan è esplicativa in termini assoluti.

Come alterare i fatti

Ma il labirinto dei segni a tal punto si fa sempre più fitto, poiché le sigle della resistenza curda, presenti tra Silvan e Kobane, sono state protagoniste della peggiore sconfitta inflitta all’Isis proprio due giorni prima dell’assalto a Parigi: HPG (Forze di Difesa del Popolo), YJA (Truppe delle donne libere), YBS (Resistenza Unita di Shengal) e YPJ (Unità di difesa delle donne). E’ la storia della liberazione di Sinjar, Shengal in lingua curda, città posizionata nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, quella dei peshmerga.

Rispetto alle ricostruzioni giornalistiche fatte dai media occidentali, sono stati proprio i peshmerga a liberare la città, supportati dall’aviazione statunitense che ha aperto i varchi. In realtà, andando a ricostruire i fatti attraverso l’agenzia di stampa curda ANF News, abbiamo scoperto che insieme ai peshmerga il grosso dei contingenti militari sul campo appartenevano proprio a quelle sigle, ignorate dai media occidentali, che già da mesi cercavano di sfiancare l’Isis con attacchi sporadici.

L’Operation Free Sinjar, sostenuta dall’aviazione americana, ha avuto lo scopo, di riprendere il controllo dell’autostrada 47, cioè la via di comunicazione strategica per i rifornimenti dell’Isis, tra la città irachena di Mosul e quella siriana di Raqqa. Questa arteria era fondamentale per i rifornimenti logistici dell’Isis in Siria, che adesso avrà molte difficoltà a portare avanti la sua offensiva. Nel frattempo la liberazione di Sinjar ha permesso ai curdi di liberare moltissime donne yazidi ridotte in schiavitù, 80 delle quali trovate morte in una fossa comune, dopo il massacro perpetrato nel 2014.

Mentre in Europa si mistifica lo stragismo jihadista, in quanto guerra dei musulmani contro l’occidente, l’Isis viene combattuta sul campo proprio da un popolo a maggioranza sunnita

La guerra di resistenza democratica all’Isis

del popolo kurdo

24 novembre 2015 Se la Turchia, alleato dell’occidente, continua a favorire gli stragisti dello Stato islamico sui varchi di confine con la Siria, alllo stesso tempo guerreggia in casa contro l’unica vera resistenza ai massacratori di Parigi.

I campi di battaglia

All’apertura dei varchi si è dichiaratamente opposto Putin, non per appoggiare la resistenza kurda, ma per intrappolare le milizie jihadiste, considerato che le sue bombe colpiscono indifferentemente chi si schiera contro Assad, ma anche anche i kurdi. Per tutta risposta proprio oggi Erdogan, il sultano, ha fatto fuori un aereo da combattimento russo…

L’area in cui si continua a combattere è quella di Kobane, nel cosiddetto Kurdistan occidentale o siriano, ribattezzato Rojava. I dispacci di guerra dell’Ufficio stampa dell’YPG parlano di quattro assalti in rispettivi villaggi, che fanno riferimento alla cittadina di Ayn Isa, tutto nell’arco di una trentina di ore. Il primo villaggio sotto tiro, con armi pesanti, dei jihadisti è stato Ayn Mixêra, durato un paio d’ore, tra le 14 e le 16 del 21 novembre, per poi ripetersi intorno alle 10 del giorno seguente.

Nel frattempo un altro gruppo dello Stato islamico prendeva di mira il villaggio di Al-Hayshê a est della città di Ayn Isa. Qui l’attacco è durato a lungo, dalle 11 a mezzanotte e mezza. Nella prima mattina del 22, tra le 8 e le 10, veniva invece colpito il villaggio di Shikeyf, della città Sirin, mentre nel tardo pomeriggio, a sud ovest di Kobane, il villaggio di Qereqozax, veniva assaltato con armi pesanti e fuoco di artiglieria.

L’offensiva della resistenza kurda

La risposta a questi attacchi concentrici, da parte della resistenza kurda, si è fatta attendere alcune ore. Il comunicato di guerra sottolinea che due delle organizzazioni della resistenza, YPG e YPJ (Unità di difesa delle donne) si sono coordinate conducendo un’offensiva da ovest della città di Ayn Isa, iniziata alle 16 del 22 novembre.

Ayn Mixêra è stata raggiunte dalle forze kurde intorno alle 20,30, e a sera inoltrata, la controffensiva si sviluppava tra il monte Kezwan e la città al centro degli attacchi. Il resoconto dell’YPG parla di 20 jihadisti uccisi, due veicoli militari distrutti. A ciò si aggiunga una tonnellata di esplosivo sequestrata, come anche un Kalashnikov e vari binocoli termici.

L’agenzia ANF News, in un notiziario di ieri ha comunicato, infine, che i combattenti delle Forze democratiche Siriane (SDF) hanno liberato, nella parte ovest del Rojava, il villaggio di Melebiye, 10 km a sud della città di Hesekê, un’importante arteria strategica, dove vi è una fabbrica di cotone, la cui immagine simboleggia il risultato militare.

I massacri dei kurdi nei villaggi della Turchia del sud

La guerra vera dunque non si combatte in Europa ma in Medio Oriente, e sono proprio i musulmani a difendere quei

I valori di libertà e democrazia incarnati nelle istanze delle donne e degli uomini kurdi sono violentemente represse sulla striscia di terra che confina con il Rojava, nella parte turca. Lì attualmente vige il coprifuoco voluto dal sultano Erdogan, precisamente nella città di Nusaybin.

Polizia e soldati, ormai da giorni, uccidono civili, tra cui una donna incinta, e un giovane diciottenne: in tutto 7 morti e 15 feriti. I rappresentanti del partito HDP (Partito Democratico Popolare) Gülser Y?ld?r?m e Ali Atalan sono entrati in sciopero della fame per indurre le autorità turche a rimuovere il coprifuoco e interrompere gli attacchi contro la popolazione civile.

Inoltre le truppe turche hanno attaccato e demolito un cimitero dove sono seppelliti uomini della resistenza kurda, in un villaggio nel distretto di Lice, in segno di disprezzo nei confronti della causa curda. Nella sera di domenica, Selahattin Demirtas, co-presidente del HDP, mentre viaggiava nella sua auto ufficiale, è stato vittima di un attentato intimidatorio. Qualcuno ha infatti sparato sul lunotto posteriore, considerato che la macchina è antiproiettile.

Erdogan alleato dell’Isis per la presa di Kobane

Ferhad Derik, è invece un membro dell’esecutivo del “Movimento per una Società Democratica” (TEV-DEM) del Rojava. Sempre domenica ha rilasciato una intervista all’agenzia di stampa ANHA, nella quale dichiarava di essere in possesso dei documenti che comprovano le responsabilità del governo di Ankara, nell’aver appoggiato l’Isis contro la resistenza kurda. Questa accusa era maturata quest’estate, da quando cioè Erdogan impediva alle forze curde di andare in soccorso delle donne di Kobane che combattevano contro lo Stato islamico.

Derik ha detto che questi documenti rivelano come la Turchia abbia aperto tutti i valichi di frontiera ai membri dello Stato islamico, fornendo armi, munizioni e supporto logistico. Una verità che tutto il mondo occidentale conosce, ma su cui a nessuno è convenuto soffermarsi, tranne che alla Russia, poiché, per un suo calcolo, lavora affinché il regime di Assad rimanga in vita…

La storia dei valichi aperti spiega il perché degli atteggiamenti ambigui sulla gestione delle frontiere con la Siria, a partire dai foreign fighters per finire al caso misterioso della giornalista, che indagava sull’Isis, trovata morta all’aereoporto di Istanbul, che fino alla fine le autorità turche hanno cercato di insabbiare miseramente.

UN MODELLO COMUNITARIO CHE FA PAURA

Boicottati nei negoziati di Ginevra, il popolo kurdo si riunisce con le altre etnie per dare vita alla Federazione del Nor della Siria

La democrazia comunitaria kurda come

nuovo modello di convivenza mediorientale

18 marzo 2016 Mentre proseguono a Ginevra i negoziati di pace tra la variegata costellazione di organizzazioni che combattono sul territorio e le autorità siriane, con la presenza ombra della Turchia e della Russia, gli unici a non essere stati invitati, cioè le forze di resistenza kurde, quelle che maggiormente hanno inflitto danni militari all’Isis, si sono riuniti nel nord est del paese per creare una regione autonoma: la “Federazione del nord della Siria”

La Convenzione per una Federazione del Nord della Siria

Il Partito dell’Unione Democratica (PYD), la principale formazione kurdo-siriana ha riunito, nella città di Rmêlan, 150 rappresentanti delle organizzazioni presenti in una vasta area che parte dalla striscia di 400 chilometri al confine tra la Siria e la Turchia: dal Rojava, alla regione di Shehba, fino all’area di Aleppo. Le “etnie” presenti sono tra le più varie: arabi, kurdi, armeni, turcomanni, ceceni, siriani.

Una vera è propria Convenzione quella che è ancora riunita nella seconda sessione di lavori, attraverso la quale è stata fondata una regione autonoma, che non vuole l’indipendenza dalla Siria, anzi vuole restare ancorata ad essa, però nelle forme tipiche che il laboratorio politico-amministrativo del Rojava ha lanciato durante l’ultimo anno.

Il sistema dal basso è quello dei cantoni e tre sono stati individuati nell’area dove sono presenti le svariate “etnie” che partecipano alla convenzione: Afrin, Kobane et Jaziré . Molti di questi territori sono proprio il frutto dell’azione militare dei kurdi contro l’Isis, ottenuto da Ypg/Ypj (Unità di protezione popolare/delle donne), ma anche dalle Forze Democratiche Siriane.

L’autogoverno delle comunità

Ma il dato più significativo è quello relativo al modello istituzionale che è stato elaborato, cioè una sorta di democrazia comunitaria, dove al centro del sistema c’è l’autogoverno delle comunità. Tutto questo ovviamente si pone contro le ipotesi del tavolo di negoziato a Ginevra, che vuole imporre un sistema a separazione etnica o religiosa, che ovviamente manterrebbe nel futuro inalterati i settarismi e quindi i conflitti interni.

Neanche a dirlo, naturalmente, nessuno dei paesi presenti al tavolo ha gradito questa iniziativa: dagli Stati Uniti, alleati delle forze di resistenza kurde contro l’Isis, alla Turchia, alleata degli Stati Uniti ma che considera i kurdi dei terroristi, viste le simili istanze di autonomia manifestate nella zona kurda del sud turco…

Vogliamo solo ricordare un esempio di quello che significa democrazia comunitaria kurda, segnalando ciò che è successo in ottobre del 2015, quando l’Assemblea delle donne di Kobane, che ricordiamo sono le principali protagoniste della resistenza militare sul territorio contro l’Isis, ha elaborato delle disposizioni di legge per il Cantone. Sono stati vietati i matrimoni precoci delle bambine, organizzati dalle famiglie, come anche la poligamia. Queste disposizioni sono state condivise sul territorio sia attraverso forme di educazione sociale che diffuse nelle assemblee di quartiere. L’intento è proprio quello di costruire una società democratica basata sulle leggi delle donne…

Fonti: ANF, ANHA

Mentre in Siria si svolgono le elezioni legislative pilotate dal dittatore Assad, le popolazioni civili kurde vengono massacrate nel timore che il modello di democrazia diretta del Rojava prevalga sull’area

Il popolo kurdo sotto feroce attacco, tra la Siria e la Turchia, per impedire l’autonomia regionale

14 aprile 2016 Si sono aperti ieri i seggi in Siria per votare il nuovo parlamento. Sono circa 3500 i candidati approvati dal dittatore Assad. Dopo cinque anni di guerra civile asimmetrica, il governo in carica sottolinea l’importanza di queste elezioni guidate, per non lasciare un vuoto di potere che è nei fatti, almeno sui campi di battaglia.

Elezioni guidate e negoziati di facciata

Ma queste elezioni legislative coincidono con la seconda sessione dei cosiddetti negoziati di pace a Ginevra, dove a fine febbraio è stata proclamata una tregua, anche questa un pò farsesca. Dato che la Siria parteciperà ai negoziati all’indomani dei risultati elettorali e che i partecipanti dichiarano di considerare queste elezioni una buffonata, gli unici che direttamente hanno espresso il loro dissenso esplicito sul campo stanno dentro la “Federazione del nord della Siria”. Si tratta dei cantoni del Rojava: Kobanê, Afrin e Jazira…

La direzione generale dei tre cantoni ha infatti invitato a disertare le urne, poiché queste elezioni sono palesemente illegittime. Si ricordi che all’interno dei negoziati di pace non è stata invitata la delegazione kurda, che sul campo è quella che ha rappresentato la più estrema resistenza all’Isis.

Gli attacchi al quartiere kurdo di Aleppo

Forse è per questo che gli attacchi al quartiere Kurdo di Aleppo, non vengono considerati, da parte dei partner occidentali, una minaccia alla tregua, tra l’altro rispettata dall’esercito di liberazione kurdo. Così, il quartiere Al Sheikh Maqsoud è sotto aggressione indiscriminata di razzi e mortai, dalle varie forze militari in campo, presenti proprio al tavolo di negoziato a Ginevra. Ad essere colpiti sono, neanche a dirlo, i civili: donne, bambini, anziani. Decine di morti e centinaia di feriti.

Il modello Rojava che fa paura

C’è poco da dire, il modello di democrazia diretta del Rojava, a cui si ispira l’intera Federazione del nord della Siria, fa paura a dittatori e presidenti… Fa paura ad Obama, che formalmente non può fare altro che appoggiare l’esercito kurdo argine all’Isis, perché il suo è un modello anticapitalistico, fondato sull’eguaglianza di credo e sulla supremazia del mondo femminile, che costituisce la parte preponderante dell’esercito. Quel mondo femminile che ha imposto leggi interne le quali vietano i matrimoni forzati, che ha obbligato alla scolarizzazione tutti coloro che non sapevano né leggere e né scrivere, che ha garantito un sistema sanitario generalizzato…

Fa paura alla Siria, e alla Turchia, tra di loro nemici, poiché il popolo kurdo non chiede l’indipendenza ma l’autonomia regionale, attraverso cui potersi autorganizzare e garantirsi dalle ingiustizie preponderanti in tutto il Medi Oriente. Fa paura persino al Kurdistan iracheno, stato indipendente a tutti gli effetti, il cui presidente conservatore e anche corrotto Massoud Barzani ha saldamente stretto accordi commerciali con la Turchia, appunto…

Gli assedi al popolo kurdo in Turchia

Così, il popolo curdo sta subendo un altro assedio, quello sulla striscia sud-orientale della Turchia, messa a ferro e fuoco dal sultano Erdogan, nel silenzio dei paesi occidentali, che neanche commentano, poiché il PKK, cioè il partito kurdo che si batte per l’autonomia regionale, attraverso la resistenza armata, è sempre considerato una organizzazione terroristica. Il problema è che l’altro assedio in Turchia colpisce indistintamente i civili: donne, bambini, anziani.

Il copione non cambia. Le ultime significative notizie riguardano il distretto di Nusaybin. Qui l’AKP, cioè il partito di maggioranza, ha defenestrato il governatore, in disaccordo sui metodi repressivi contro la cittadinanza, per dare il pieno controllo del territorio all’esercito.

La strategia è quella di abbattere 200 edifici attraverso i raid aerei. Questa città ha una popolazione di 90000 persone, di cui 60000 sfollate e le restanti 30000 ancora dentro quegli edifici che devono essere demoliti. Ma non è tutto, perché per evitare che qualche altro governatore potesse avere delle crisi di coscienza è stato stabilito, da un decreto governativo, di rimuovere tutti i governatori e affidare le funzioni operative dei territori ai servizi di intelligence e all’esercito…

Fonti: Ekurd Daily, Kurdish Question, ANF, ANHA

Mentre si prepara il censimento demografico per indire le elezioni democratiche in Rojava, la Turchia, con la scusa di combattere l’Isis, distrugge le postazioni militari kurde, che servono agli USA, alleato di entrambi, per conquistare Raqqa

Verso le elezioni nel caos congestionato dagli “alleati asimmetrici”

23 settembre 2016 – In Rojava è in via di definizione il progetto di censimento dei tre territori cantonali, al fine di poter svolgere al più presto le elezioni amministrative. Ormai dal 2012, da quando cioè è stata avviata  la guerra di liberazione del nord della Siria contro l’Isis, dalle YPG, le unità di protezione del popolo kurdo, proprio in quest’area è stata stabilita una semi autonomia territoriale, che gradatamente si è strutturata in una particolare forma di confederazione democratica, con comitati territoriali assembleari.

La crescita della forma confederale

Il processo di liberazione della Siria del nord ha raggiunto risultati straordinari nel 2015 con la liberazione di Kobane, città simbolo, e Minbej nella provincia di Aleppo, di Tall Abyad nella provincia di Raqqa e di località della provincia di Hassaké. In realtà la crescita della forma confederale, andata di pari passo con le vittorie militari sul campo contro l’Isis, rappresenta un vero e proprio laboratorio di democrazia dal basso, l’unico nello scenario della guerra in Siria, dove organizzazioni militari e nazioni si combattono per interessi particolari. Un laboratorio di democrazia che vuole miscelare socialismo libertario, protagonismo delle donne, ecologia sociale, comunitarismo.

Un censimento per definire l’elettorato

Il censimento, rappresenta un passo storico, necessario per portare a termine il progetto confederale. L’autorità di regolamentazione per il progetto federale in Rojava opererà in collaborazione con il Consiglio democratico siriano. In ciascuna area del territorio verranno raccolte informazioni sulle dinamiche della popolazione: età, etnia, status economico e sociale, e le ragioni della migrazione. Le operazioni verranno svolte sotto coprifuoco e si prevede che le elezioni potranno essere effettuate pochi mesi dopo la fine del censimento.

Un portavoce dell’Alleanza Democratica Siriana (SDA), l’organizzazione fondata nel 2014, che raccoglie varie componenti etniche, non soltanto quella kurda, presente nell’Assemblea democratica della Federazione del Nord della Siria, ha dichiarato che «la distribuzione geografica delle forze militari in campo indica che il sistema federale è la soluzione migliore per il futuro della Siria, al fine di garantire i diritti di tutte le sue componenti sociali». Infatti l’idea della confederazione elimina la preoccupante divisione dell’area per etnie. In tal senso tutte le parti saranno invitate a partecipare, e tutte le zone nel nord della Siria saranno incluse nel nuovo sistema.

I paradossi delle alleanze asimmetriche

Ma questo però si scontra con uno dei paradossi più forti presenti nella guerra siriana e cioè l’aggressione in Rojava da parte della Turchia, scatenata il 24 agosto scorso, sulla zona di confine tra Azaz e Jarabulus. Perché il sultano Erdogan vorrebbe annettere a se il Rojava, annientando il popolo kurdo, così come sta cercando di fare nel sud della Turchia, massacrando quella popolazione che aveva dichiarato l’autonomia regionale. Il paradosso sta nel fatto che la Turchia in Rojava c’è andata ufficialmente per combattere l’Isis, ma in realtà il suo primo obiettivo è quello di eliminare il popolo kurdo.

Questo è soltanto un aspetto del paradosso. L’altro riguarda il ruolo giocato dagli Stati Uniti, i quali sostengono, con l’invio di marines lo sforzo bellico turco e contemporaneamente appoggiano in termini i kurdi che combattono l’Isis, che vengono a loro volta aggrediti dall’alleato USA.

Alleanze alternate per prendere Raqqa

Anche perché i kurdi sono funzionali alla strategia statunitense per prendere Raqqa, ancora nelle mani dell’Isis. Infatti, nonostante l’opposizione di Erdogan, gli Stati Uniti stanno pensando di rifornire direttamente le Forze Democratiche Siriane, sigla che raccoglie il grosso delle truppe kurde, attraverso gli armamenti necessari per tagliare le linee di rifornimento dell’Isis tra la Siria e la Turchia.

C’è da dire che i combattenti kurdi hanno bisogno di una dimostrazione palese di buona fede da parte degli Stati Uniti, proprio perché appoggiando la Turchia nel territorio del Rojava, con la presa di Jarabulus, questo ha determinato che le amministrazioni cantonali di Afrin e Kobane  rimanessero scollegate, cosa che determina un problema in vista del censimento.

Khaled Issa, il rappresentante Rojava in Francia: «Per essere realistici, prima di andare a Raqqa dobbiamo preparare le condizioni per la vittoria, stabilendo lì consigli locali e istituzioni popolari, e preparare le condizioni militari per questa battaglia … Tuttavia sarebbe necessario per le forze YPG e SDF di prendere prima Aleppo nord…» Questo al fine di unire le amministrazioni cantonali…

Intanto l’esercito turco continua a bombardare con artiglieria pesante le postazioni militari kurde del YPG. E’ successo ieri a mezzanotte nei pressi della città di confine siriano di Tel Abyad, nella zona settentrionale del governatorato di Raqqa. Tel Abyad era stata conquistata dal YPG e dalle Forze Siriane Democratiche (SDF), sostenuti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti, nel giugno del 2015, sottraendola allo Stato Islamico. Un ufficiale dell’YPG ha dichiarato, senza mezzi termini: «Se la coalizione internazionale non intraprende alcuna azione per fermare le violazioni della Turchia al confine, noi risponderemo con la forza».

Credits e Fonte ARA News

Il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno si è chiuso sotto la minaccia interna ed esterna

Accerchiata l’indipendenza del popolo kurdo 

26 settembre 2016 Si è svolta ieri la consultazione referendaria sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, attualmente regione autonoma nel nord del paese, sotto l’egida di Bagdad. Si sono recati al voto, nei 12.072 seggi, circa 5,2 milioni di aventi diritto, cioè il 72 per cento.  I risultati si dovrebbero conoscere in giornata, ma dalle prime indiscrezioni sembra che i “SI”, i favorevoli alla secessione dall’Iraq, si aggirino intorno al 93 per cento. La consultazione referendaria, lanciata nel giugno di quest’anno da Massoud Barzani, ufficialmente consigliere del Presidente iracheno per la regione autonoma e leader del PDK, il partito democratico del Kurdistan, si è svolta nel contesto di una guerra regionale, quella siriana, ma anche a ridosso delle nuove elezioni politiche irachene. Ciò si è tradotto in una sorta di accerchiamento dei paesi limitrofi: Turchia e Iran hanno inviato truppe ai confini, ma la stessa Iraq ritiene il referendum illegale.

Nessun riconoscimento

Barzani lo aveva dichiarato subito che il referendum non poteva che essere consultivo, quindi non avrebbe portato meccanicamente alla secessione dell’autonomia kurda dall’ Iraq. Nella sua strategia questo è semplicemente il primo passo per avviare un negoziato con Bagdad, che nel giro di un paio d’anni porterebbe i kurdi a staccarsi dall’Iraq. Ma il primo ministro iracheno Haydar al-‘Abadi ha subito messo i puntini sulle i:“Non discuteremo né avremo dialoghi sui risultati del referendum, perché esso è incostituzionale”. Intanto ieri quel pezzo di territorio ha visto vari eserciti girargli intorno, non soltanto le truppe irakene all’interno verso Kirkuk, la città contesa poiché zona molto ricca di risorse naturali come il petrolio, ma anche nei confini limitrofi. Turchia e Iran, nemici per la pelle da sempre, sulla questione kurda hanno trovato una nuova amicizia.

Le questioni interne

Il governo di Bagdad ha accusato Barzani di voler sviare l’attenzione sulle criticità legate al quel territorio: “La maggior parte dei problemi della regione sono interni e non con Baghdad, e la separazione non farà che aumentarli… I problemi economici e finanziari della regione sono il risultato di corruzione e cattiva amministrazione”. In tal senso molti osservatori hanno inteso nella mossa di Barzani un tentativo di restare ancora al centro della scena, nella fase discendente della sua carriera.

Saltate le tradizionali partnership

Barzani ha oggi contro tutti quelli con cui in questi anni ha fatto affari e creato partnership, vedi ad esempio la Turchia. Questo perché l’autonomia regionale kurda in Iraq in passato ha garantito un po’ tutti sulla possibilità di contenere le mire indipendentistiche nella regione. Ricordiamo che il Kurdistan in origine è un immenso territorio mesopotamico di un popolo che non ha mai avuto uno Stato, e che si spinge proprio dentro i paesi limitrofi: sud-est della Turchia, nord-ovest di Iran, nord di Iraq, nord-est della Siria, sud dell’Armenia. Le etnie che la abitano sono a maggioranza kurda, con la presenza di varie minoranze: arabi, armeni, assiri, azeri, yazidi, ebrei, osseti, persiani, turchi e turcomanni.

La questione kurda

La questione kurda nasce alla fine della prima guerra mondiale con la morte dell’impero ottomano e le persecuzioni del padre della patria turco Ataturk, il quale con il trattato di Losanna del 1923 impose il dissolvimento territoriale kurdo. Un secolo di lotte e rivendicazioni, che nel 2005, in seguito alla nuova costituzione federale irachena, sfociarono verso un’autonomia regionale tanto agognata. Poi con la guerra, il territorio kurdo nel nord della Siria a confine della Turchia, dove le milizie kurde scacciarono l’Isis, in quella fase finanziata dalla Turchia, nacque la nuova regione autonoma cantonale del Rojava, su cui si sta preparando la nuova Federazione del nord della Siria.

Lo status quo che conviene a tutti

Dopo quasi un secolo, dunque, si ripropongono gli stessi temi di sempre che riguardano il popolo kurdo nel contesto della logica impazzita di alleanze trasversali o asimmetriche, importate dal conflitto siriano. Si, perchél’alleanza tra la sunnita Turchia e la sciita Iran, fotografa le dinamiche regionali. Erdogan andrà a Teheran il 4 ottobre ad incontrare il Presidente Rouhani. Il loro obiettivo è il ristabilimento dello status quo, sia per impedire che prendano corpo istanze indipendentistiche nei rispettivi paesi, visto anche il focolaio del Rojava, ma soprattutto per lasciare le cose come sono state in questi anni. L’Iran vuole garantire la sopravvivenza dei clan sciiti, mentre la Turchia vive il sogno neo-ottomano di un’area dominata dal sunnismo: due mire contrapposte per un unico obiettivo, cioè impedire la nascita di una nazione kurda.

L’esempio del Rojava

Così come nel Kurdistan iracheno anche in Rojava i tratti caratteriali dei territori kurdi che combattono per l’indipendenza si caratterizzano per il rispetto delle minoranze, sia dal punto di vista culturale che linguistico. In più in Rojava il modello di democrazia dal basso, con il protagonismo delle istanze femminili, rappresenta un laboratorio unico nel panorama mediorientale. E passo dopo passo il sistema pubblico aggiunge pezzi al suo mosaico. Nell’ultimo mese sono state organizzate le elezioni per i co-presidenti provinciali e la nascita di un sistema di difesa strutturato con l’attivazione dei corsi dell’accademia militare, funzionale alla costruzione di un esercito regolare per quella che sarà la Federazione del Nord della Siria.

Nella guerra trasversale e asimmetrica siriana, un gruppo di ribelli, cooperanti con l’esercito turco, il quale attacca le postazioni kurde, hanno aderito all’alleanza politica e militare della confederazione democratica del Rojava.

Centinaia di ribelli siriani aderiscono

all’alleanza filo kurda

14 ottobre 2016 La notizia di questa settimana è davvero eclatante, nel quadro complessivo del conflitto siriano. “Free Syrian Army” (FSA), cioè l’Esercito Siriano Libero, è una di quelle sigle islamiche che combattono a fianco della Turchia, sia nel nord che nel sud del paese.

La deriva islamista dell’Esercito Siriano Libero

Ieri, alcuni ufficiali, hanno tenuto una conferenza stampa nella città di Hasakah, in cui hanno annunciato di volersi staccare da questa organizzazione militare, insieme ai loro uomini, per entrare nelle file del “Syrian Democratic Forces”(SDF), cioè l’alleanza militare di kurdi, arabi, assiri e armeni, che hanno costituito l’Alleanza Democratica Siriana, dando vita all’Assemblea Democratica della Federazione del Nord della Siria, che sta riorganizzando autonomamente quel pezzo di territorio in confederazione cantonale di democrazia dal basso.

La straordinarietà di questo evento sta nel fatto che questi uomini hanno denunciato la deriva islamista della presenza militare turca in Siria. Hussam al-Awak, ufficile in comando dell’FSA, ha dichiarato: «Stiamo assistendo al progressivo crollo dei gruppi collegati ai Fratelli Musulmani in seguito alla loro cooperazione con la Turchia… Questi anziché combattere per la libertà del popolo siriano hanno assecondato l’agenda e gli interessi della Turchia. D’ora in poi continueremo la nostra rivoluzione contro il terrore e la tirannia».

L’FSA raccoglie centinaia di combattenti schierati nei governatorati di Aleppo e Dara’a, e ovviamente al-Awak non si è spinto oltre a fornire informazioni sugli spostamenti delle forze in campo per non scoprire le future operazioni militari.

Il contrabbando di greggio alla base degli interessi turchi

Il portavoce ufficiale delle forze democratiche siriane, Talal Silo si è detto molto soddisfatto che delle forze prima ostili adesso hanno sposato la causa del popolo siriano in Rojava: «Questo è il più grande gruppo di combattenti che si uniscono a noi. Con la loro presenza altamente qualificata e professionale, dal punto di vista militare, le Forze Democratiche Siriane, potranno continuare a liberare tutte le aree ancora nelle mani dei terroristi dell’Isis».

Si, perché uno dei tre temi strategici della guerra in Siria, oltre lo scempio di Aleppo e la presa di Mousul, è la presa di Raqqa, la delle roccaforte dello Stato Islamico.

Una ennesima immagine fotografa i caratteri di questa guerra, dove ognuno combatte per un proprio tornaconto e gli stati occidentali, in questa specifica situazione stanno sia con la Turchia che con i kurdi. Infatti una delle battaglie di cui i media mainsteream non parlano si sta svolgendo proprio tra l’alleanza kurdo-arabo–assiro-armena delleSyrian Democratic Forces contro l’esercito turco, il quale sta cercando di conquistare la città di Tel Abyad. Il punto è che questo territorio è strategico per togliere Raqqa dalle mani dei jiadisti. Ma non solo, c’è una spiegazione davvero inquietante portata dal YPG sugli attacchi turchi a Tel Abyad.

A parlare è Habun Osman, un ufficiale dell’esercito kurdo: «Gli obiettivi del governo turco sono quelli di appoggiare l’Isis, affinché il gruppo terroristico possa esportare il suo petrolio di contrabbando sul mercato nero turco. Cosa che faceva fino ai primi mesi del 2015, quando cioè le forze YPG-SDF conquistarono la città di Tel Abyad…».

Fonte e Creidts ARA News

Nel caos e in mezzo alla violenza della guerra civile si preparano le elezioni dei Comuni nella nuova Federazione del Nord della Siria, principali luoghi decisionali di democrazia dal basso

Un processo elettorale partecipato

novembre 2016 “Tutti vogliono partecipare al successo del federalismo democratico nel nord della Siria, a partire dalla formazione dei comuni, che sono il nucleo fondamentale del modello e dell’organizzazione della democrazia diretta”. 

Ruken Mullah Ibrahim è la co-presidente della commissione elettorale, del Cantone Cizire. In un’intervista all’agenzia di stampa Hawar News Agency, spiega come la partecipazione del popolo kurdo al nuovo processo elettorale sia stato massiccio, soprattutto da parte delle donne. Sono 3.372 le donne candidate per 2.467 comuni. “Anche se siamo ai primi esperimenti per formare un sistema di federalismo democratico, – sottolinea Ruken Mullah Ibrahim – non abbiamo affrontato grandi difficoltà che ostacolano la condotta del processo elettorale”. Il controllo sull’andamento della tornata elettorale sarà affidato all’Ufficio dei diritti dell’uomo del cantone.

La democrazia dal basso che fa paura

Il modello confederale nord siriano in maggioranza abitato da kurdi, vede la presenza di altre etnie arabe che ormai si sono omogeneizzate nel rispetto delle minoranze, dei diritti delle donne e dei valori democratici. Se il Rojava, cioè la prima autonomia kurda nel nord della Siria, fu laboratorio di questa nuova democrazia dal basso, c’è da dire che nel contesto del Medio Oriente, governato da dittatori e autocrati, questo modello ha tutti contro.

Innanzitutto la Turchia di Erdogan, acerrimo nemico dell’indipendenza kurda, sia per le sue questioni interne, che per il fatto che la zona settentrionale della Siria è per lui strategica, in termini geografici e di risorse. Dal confine turco-siriano per anni sono passati armi, petrolio di contrabbando e  Foreign Fighters: si trattava dei traffici tra l’Isis e i servizi turchi. Così, mentre gli Stati Uniti, supportano l’azione militare delle SDF a Raqqa eDeir ez-Zor, la Turchia gli muove guerra nella striscia di confine tra est e ovest, in piena Siria del nord. Tra veri e propri assalti e “scaramucce” il controllo militare dell’area è affidato alle HPG kurde che proprio l’altro ieri hanno ucciso tre soldati turchi e fatto diversi feriti a Sirnak. Per risposta l’esercito turco ha bombardato diverse aree della montagna di Cudi nelle cui pendici sorge la città.

La de-escalatoion e le sue trappole

Ma questa si sa è la guerra dei paradossi. Si, perché secondo l’accordo di Astana sulla “de-escalation” è prevista la cessazione delle ostilità tra gruppi anti-governativi e forze che combattono per conto di Bashar al-Assad. Quattro sono le zone di de-escalation in aree prevalentemente contenute dalle opposizioni al regime siriano: Eastern Ghouta e le province di Idlib, Homs, Latakia, Aleppo e Hama. Russia, Turchia e Iran fanno garanti. Ottima opportunità questa per il sultano Erdogan, cioè di intensificare la presenza militare nel nord della Siria, al fine di distruggere le mire autonomiste e democratiche del popolo kurdo.

Domenica, ben 80 veicoli militari, compresi i carri armati, hanno varcato il confine, secondo quanto trasmesso dall’agenzia Anadolu. Gli automezzi sono stati inviati nella provincia sud-est di Hatay, mentre un convoglio di veicoli corazzati si è diretto alla frontiera con la Turchia di Cilvegozu, nella zona di Bab al-Hawa e a Rihaniyah. Convogli, che a sentire le testimonianze sul campo, sarebbero rimasti in quelle zone mentre avrebbero dovuto raggiungere le aree di de-escalation.

Attacchi e incursioni

Intanto a Raqqa l’offensiva delle SDF contro l’Isis procede inesorabile. Durante gli scontri di sabato sono stati uccisi 32 membri dello Stato islamico. I quartieri della città interessati ai combattimenti sono stati Al-Amin, Al-Hena, Al-Nehda e Al-Rawda. E’ stato preso l’ospedale strategico di Muwasa, mentre ieri sempre le SDF, nel quartiere di Al-Nahda, sono riuscite a salvare dall’Isis 45 persone destinate a fare da scudi umani.

Infine proprio a Deir ez-Zor, nel nord-est, sabato, sei soldati delle SDF sono rimasti feriti in seguito ad un raid aereo, presumibilmente effettuato dall’aviazione russa, che ha negato ogni responsabilità. Il maggiore generale Igor Konashenkov, ha voluto sottolineare che il piano d’attacco era statopreventivamente presentato al comando statunitense.

Sostenuti militarmente dagli USA e osteggiati da Turchia, Russia, Iran e governo siriano, il popolo kurdo continua a combattere sul campo, per la propria indipendenza e a costruire il proprio sistema istituzionale

La guerra dei kurdi in Siria

per una democrazia dal basso

18 settembre 2017  Il 22 settembre 2017 nei tre cantoni della Federazione Democratica della Sira settentrionale, si terranno le consultazioni per l’elezione dei Co-Presidenti comunali, secondo quanto dichiarato dall’Assemblea Costituente della stessa federazione. Il modello di democrazia dal basso del Rojava si è dall’inizio caratterizzato per il protagonismo delle istanze femminili, al centro dell’assetto istituzionale. Ecco perché saranno migliaia le donne che si candideranno a questa tornata elettorale.

Nel frattempo la guerra per procura in Siria, ufficialmente contro l’Isis, non si ferma. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), una fortissima milizia prevalentemente strutturata dal popolo kurdo, ma che vede al suo interno anche varie etnie arabe, continuano ad avanzare  e togliere terreno all’Isis, sia a Raqqa che a Deir ez-Zor, i due fronti di guerra più accessi. Ma sulle SDA piovono gli attacchi militari, soprattutto dalla Turchia.

Fonti: Al-Jazeera, ANF News, ANHA News – Credits: Reuters, AP, ANF News

SULLA STRADA PER RAQQA

Aleppo e Raqqa rappresentano le due città siriane dove si combattono guerre diverse ma con effetti simili a causa delle stragi di civili: la prima per mano russa e la seconda per mano turca

Le guerre siriane fra stragi di innocenti e affermazione di libertà

30 settembre 2016 Ci sono due modi per raccontare il conflitto bellico in Siria. Anzi potremmo dire che ci sono due città siriane che raccontano in modo diverso quello che sta avvenendo in questo paese.

I due volti delle guerre parallele

Aleppo e Raqqa sono i due volti di guerre parallele che hanno presupposi assai diversi nel quadro degli eventi mediorientali, dove cinque anni di guerra hanno provocato quasi mezzo milioni di morti e 11 milioni di rifugiati… Ambedue sembrano scivolare nell’oblio informativo delle opinioni pubbliche occidentali.

Aleppo è la rappresentazione della città martoriata. Solo nell’ultima settimana ci sono stati 96 bambini morti e 223 feriti, mentre nelle ultime due settimane 500 sono state le vittime civili. Manca il pane, l’acqua, i bambini bevono tra la melma e si ammalano, ma non possono essere curati perché mancano medici e medicinali.

Gli ospedali sono stati distrutti. La città è divisa in due: la parte orientale è controllata dai cosiddetti “ribelli”, tra cui confluiscono gruppi di varia natura anche afferenti al jihadismo. Tutti comunque sono considerati terroristi dall’esercito di Assad e dalla Russia, che controllano la parte occidentale, i quali bombardano indistintamente, massacrando la popolazione.

Sono considerati terroristi anche quelli armati dagli Stati Uniti, e dai paesi sauditi per combattere il regime. Perché il dittatore Assad, tranne l’Iran e gli Hezbollà,  non lo vuole più nessuno, anche se prima della guerra erano amici…

L’idea di una Siria senza Assad

Quindi la domanda ricorrente è: ma cosa sarà la Siria dopo Assad? Anzi, cosa sarà la Siria se Assad dovesse essere sconfitto? Nessuna delle Nazioni mediorientali e occidentali hanno un’idea in proposito. Gli unici che lo sanno, e lo hanno sempre saputo, da quando hanno preso le armi in pugno per abbattere l’Isis, e sembra che ci stiano riuscendo, sono le organizzazioni del popolo kurdo, che ha già creato la Federazione del Nord della Siria, quel Rojava che, dalla liberazione di Kobane in poi, mentre combatteva, pensava ad una graduale ricostruzione del sistema politico in regioni confederate, organizzate in cantoni e non in circoscrizioni etniche differenziate. E così ha fatto. Tanto che si è arrivati al punto di avviare il censimento demografico per poter realizzare le prime elezioni libere, al di là del fatto che il dittatore siriano sia ancora al potere o meno…

Come liberare Raqqa

E qui entra di scena l’altra città che racconta una storia diversa rispetto ad Aleppo: Raqqa. Essa è ancora nelle mani dell’Isis; rispetto alla presenza militare dell’organizzazione jihadista in Siria è sempre stata considerata la sua roccaforte. Ma le organizzazioni militari kurde YPG e SDF sono pronte a sferrare l’attacco finale, supportati dagli Stati Uniti che sono intenzionati a fornirgli le armi per garantire il successo.

Ma questa volta i kurdi pongono una condizione. Mercoledì un dirigente del movimento di liberazione, Hanifa Hussein, ha chiesto ufficialmente che venga accettato e legittimato il progetto confederale portato avanti, consentendo alle YPG di partecipare ai colloqui di pace di Ginevra… 

La Turchia combatte chi lotta contro l’Isis

Si perché le uniche forze sul campo, che stanno sconfiggendo l’Isis, non sono state ammesse a Ginevra, questo perché la Turchia del sultano Erdogan si è opposto. Per lui i kurdi sono terroristi e li sta aggredendo sia dentro casa che in Siria, spaventato dalle mire di libertà e autonomia regionale che il popolo kurdo invoca da un secolo.

Così, il suo esercito, questa estate, è entrato in Siria e anziché sparare contro l’Isis indirizza le sue armi proprio contro le organizzazioni militari kurde. Sempre mercoledì nove civili, sei bambini e tre donne,  sono stati uccisi e molti altri feriti in un attacco di artiglieria turca a Kahila cittadina nei pressi della città di confine siriano di Tel Abyad, liberata dal YPG, causando enormi danni alle abitazioni.

In un comunicato l’organizzazione militare ha accusato la Turchia di minare i progressi dell’azione militare kurda contro l’Isis: «Le forze turche stanno prendendo di mira civili innocenti con il pretesto della lotta al terrorismo. Tuttavia, non permetteremo alla Turchia di continuare con tali violazioni della frontiera. Siamo pronti a rispondere e faremo tutto il possibile per fermare questa offensiva contro il nostro popolo».

Ma c’è di più. Tel Abyad è praticamente a 90 chilometri da Raqqa e la sua riconquista ha rappresentato un pesantissimo danno per l’ISIS. Ma da quel momento l’YPG è stata attaccata sia dallo Stato Islamico che dalla Turchia. Habun Osman è un ufficiale della struttura militare, intervistato da ANHA News ha affermato: «Prima che le forze YPG-SDF riconquistassero Tel Abyad, all’inizio del 2015, l’Isis utilizzava questa città come un incrocio per esportare il suo petrolio nel mercato nero turco. Infatti quando aveva il controllo della città la Turchia non l’ha mai attaccata. Ora che Tel Abyad ce l’abbiamo noi, l’esercito turco continua a spararci addosso…»

Fonte ARA NewsCredits ARA News, AFP

I Peshmerga kurdo-iracheni premono i tagliagole dell’Isis su Mosul che fuggono da una strada non mappata verso Raqqa, in Siria. Così, sulla linea di confine tra i due paesi, i kurdo-siriani dell’SDF cercano di catturarli

L’Isis in fuga da Mosul a Raqqa, braccato dal popolo kurdo

21 ottobre 2016 La presenza kurda all’interno del conflitto siriano è quella che più sta dando una impronta ai combattimenti fuori da Aleppo, le cui vicende sembrano contestualizzarsi in una guerra dentro la guerra. Questo poiché nei piani del dittatore Assad e dei suoi alleati russo-iraniani Aleppo sembra essere la città nevralgica per riconquistare l’intero paese, anche perché lì l’alleanza di regime non combatte principalmente contro l’Isis, ma contro una costellazione di gruppi ribelli, anche moderati.

Allo stato attuale però le due città al centro delle vicende belliche contro l’Isis, che caratterizzano la guerra in termini inter-regionali, sono Mosul, in Iraq e Raqqa, capitale economica del califfato, in Siria, poiché da lì vi è lo snodo per la commercializzazione del greggio di contrabbando. Ed infatti sono due dei pezzi del popolo kurdo che sul campo stanno mettendo in difficoltà il califfato.

L’offensiva su Mosul

Lunedì è iniziata l’offensiva su Mosul, roccaforte dell’Isis, attaccata dai kurdo-iracheni Peshmerga, e sostenuta dalla copertura aerea USA, che in una settimana hanno liberato 24 villaggi. Un ufficiale ha così commentato ad ARA News la campagna militare: «Con le forze kurde che avanzano da nord-est e l’esercito iracheno da sud, il processo liberazione di Mosul non può richiedere troppo tempo, in particolare Daesh è focalizzato sul mantenimento della città. Ma la campagna militare continuerà fino a quando non libereremo tutta Mosul dal gruppo terroristico».

Nel frattempo l’esercito kurdo-siriano SDF ha comunicato, attraverso il suo portavoce Talal Silo che indipendentemente dai combattimenti di Mosul e pur essendo impiegati in vari fronti di guerra in Siria, i kurdo-siriani intendono sorvegliare il confine iracheno per catturare i jihadisti in fuga: «La battaglia in corso per Mosul in Iraq non ha alcun impatto diretto sulla situazione delle nostre forze in Siria… Ci sono scontri in corso tra le forze democratiche siriane e i terroristi in più fronti nel nord della Siria. Siamo pronti anche per contrastare eventuali tentativi di infiltrazione da parte dei terroristi ISIS in fuga da Mosul in Iraq».

La fuga dei soldati del califfato

Si perché quello della fuga dei soldati del califfato sta diventando un tema importante nel quadro dello scenario di guerra, soprattutto perché coinvolge la sua capitale in Siria: Raqqa. Infatti i movimenti sulla città sono consistenti. L’Isis ha inasprito le misure di sicurezza in città, imponendo il coprifuoco in centro, istallando nuovi punti di controllo e blocchi stradali. Tutto questo perché già dalla notte di martedì più di venti veicoli sono arrivati in fuga da Mosul. Questi non sono stati intercettati, poiché per arrivare dalla città irachena stanno percorrendo la cosiddetta“Ba’aj road”, una strada che collega le due città, la quale non compare nelle mappe poiché costruita ultimamente proprio dall’Isis. Attraverso questa via di fuga da Mosul sono stati trasportati oltre che uomini, anche civili e armi per rafforzare la difesa di Raqqa.

Fonte e Credits ARA News

Mentre si combatte per liberare definitivamente Mosul dal giogo dell’Isis, la Turchia continua le incursioni del suo esercito in Rojava, per annientare le forze militari kurde, le stesse che si stanno mobilitando per la nuova operazione anti Isis su Raqqa, capitale siriana del califfato

La guerra turca in Siria contro il popolo kurdo

28 ottobre 2016 – L’invasione dell’esercito turco in Rojava, cioè la confederazione cantonale del nord della Siria, composta prevalentemente da cittadini kurdi oltre che assiri, armeni e arabi, diventa sempre più violenta, proprio quando gli occhi sono tutti puntati sulla liberazione di Mosul.

Gli invasori turchi e il nuovo muro

I soldati dell’esercito turco si sono trasformati in invasori di questo pezzo di terra nord siriana, aprendo il fuoco nel villaggio di confine di Sorka, nella periferia di Afrîn, cantone “west Kurdistan” del Rojava, contro i civili che protestavano per la presenza delle truppe turche, le quali dopo essere entrati in Rojava hanno iniziato a costruire un muro di confine. I soldati turchi hanno attaccato i manifestanti usando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Fortunatamente fino a questo momento si parla solo di feriti, una ventina, ma la situazione sta di ora in ora degenerando.

La nuova offensiva su Raqqa

Intanto si stanno definendo le strategie per sferrare il nuovo attacco su Raqqa, la capitale siriana dell’Isis, che vedono le organizzazioni militari kurde, SDF (Forze Democratiche Siriane) e YPG (Unità di difesa del popolo kurdo), in prima linea sul territorio, le stesse che sono riuscite a sconfiggere lo Stato Islamico su più fronti.

Le due organizzazioni sono state chiamate in causa direttamente dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter, che ha incontrato martedì a Parigi i ministri di dodici paesi: «I nostri partner sono pronti ad iniziare l’isolamento di Raqqa». L’operazione dovrebbe essere avviata entro un paio di settimane, anche se Mosul non verrà completamente liberata. Dalle stime americane sembra che il contingente del califfato si sia ridotto a 20.000 unità, anche se fonti non ufficiali parlano di numeri più alti. «Oggi abbiamo deciso di seguire lo stesso senso di urgenza come a Mosul e concentrarci su una operazione avvolgente per far crollare l’ISIS a Raqqa».

I combattenti kurdi all’attacco pur attaccati

Questa presa di posizione da parte degli Stati Uniti non tiene conto dell’ingerenza bellica della Turchia in Rojava, il cui esercito cerca  da un lato di colpire il nuovo sistema territoriale cantonale kurdo, dall’altro si prepara a partecipare alla presa di Raqqa, combattendo le organizzazioni kurde chiamate però dagli Stati Uniti per la liberazione della città. E’ l’ennesimo paradosso della guerra in Siria.

Aldar Xelil, membro del comitato esecutivo della organizzazione TEV-DEM del Rojava, ha dichiarato che YPG e SDF sono pronti ad avviare l’operazione per la presa di Raqqa. Ovviamente ha poi sottolineato che i kurdi non parteciperanno se all’operazione si unirà l’esercito turco, cioè lo stesso che gli muove guerra in altre parti della Siria: «Se la Turchia non si unisce allora siamo pronti a partecipare. Siamo pronti a salvare il popolo della Siria, come anche ogni angolo del territorio siriano, che è sotto occupazione dell’ ISIS».

Così, il presidente sultano turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che l’esercito turco attaccherà presto la città di Manbij, una delle roccaforti del califfato, strappatagli dalle mani, in agosto, proprio dai soldati kurdi del YPG e SDF. Città quasi al confine turco, rientrante adesso nella sfera d’influenza del Rojava, fondamentale per le linee di rifornimento di Raqqa proprio con la Turchia, quando l’Isis faceva passare petrolio di contrabbando, armi e foreign fighters. Queste le parole del sultano: «Siamo determinati a cancellare YPG e l’altra fazione SDF da Manbij il più presto possibile!»

Fonti e Credits: ANF News, ARA News

Le forze militari kurde hanno fatto partire l’assalto alla zona orientale della città siriana, capitale de facto dell’Isis

È iniziata la terza fase della liberazione di Raqqa

7 febbraio 2017 Si chiama “Euphrates Wrath Operation” la campagna partita a novembre per la riconquista di Raqqa, la città siriana nelle mani dell’Isis dal 2013, che ne ha fatto la sua capitale. Il 5 febbraio è partita la terza fase che ha come obiettivo l’attacco militare nella parte orientale limitrofa, dove già sono stati liberati alcuni villaggi. Da lì s’intende chiudere la città ad est.

La strategia è pianificata dalle “Forze Democratiche Siriane” (#SDF), una confederazione di unità militari kurde, arabe e assire, a cui fin dall’inizio gli Stati Uniti hanno dato il loro appoggio. La terza fase della campagna viene avviata a pochi giorni dall’anniversario della liberazione di Kobane, il 27 gennaio 2015, quando le milizie kurde si ripresero la loro città, facendola diventare il simbolo della nuova regione autonoma confederale di democrazia dal basso nel nord della #Siria chiamata Rojava.

Seguendo il fiume Eufrate

La campagna per la presa di Raqqa era cominciata con la prima fase, il 6 novembre 2016, finalizzata a raggiungere la città da nord e assicurarsi il posizionamento sulle rive del fiume Balikh, che confluisce nell’Eufrate. In tal modo le forze militari SDF hanno liberato circa 560 chilometri quadrati. La seconda fase è stata avviata circa un mese dopo, il 10 dicembre, attaccando la città a 50 chilometri, dalla parte ovest, prendendo come riferimento strategico la diga di Tabqa Dam. In tutto fino a questo momento sono stati messi in sicurezza più di 3000 chilometri quadrati con 236 villaggi liberati.

Il sostegno della gente alla liberazione

Cihan Shekh Ehmed, portavoce ufficiale delle SDF, in una conferenza stampa, come riporta AraNews, ha spiegato l’organizzazione della campagna orientale: “La terza fase ha lo scopo di liberare la parte orientale del Governatorato di #raqqa dall’ISIS, e salvare la nostra gente… La brutalità di questo gruppo terroristico aumenta man mano che accerchiamo la sua capitale de facto…

La gente, le componenti sociali, i leader tribali di Raqqa stanno pienamente sostenendo le SDF da quando l’operazione è partita… Il supporto degli Stati Uniti ha giocato un ruolo chiave, fornendo la copertura aerea alle nostre truppe di terra, oltre che al sostegno logistico e alla formazione”. Il portavoce delle SDF ha confermato le cifre sulle perdite da parte dell’Isis in tutta la campagna: 620 jihasìdisti uccisi, 18 catturati, 40 autobombe distrutte, e una grande quantità di armi, munizioni e veicoli sequestrati.

Verso il confine con l‘Iraq

La campagna orientale, in poche ore, grazie alla copertura aerea statunitense, ha già ottenuto il risultato di aver liberato le città di Hadi e Natali, costringendo l’Isis alla ritirata e, se il buongiorno si vede dal mattino, tutto lascerebbe supporre che questi due avamposti potrebbero facilitare le operazioni di questa terza fase.

Anche perché alla campagna di liberazione di Raqqa si sono aggregati vari gruppi militari arabi come la “Syrian Elite Forces” tremila uomini che provengono da Deir ez-Zor, città dell’area centro-orientale della Siria, verso il confine con l’Iraq, che dovrebbe essere il prossimo obiettivo militare delle SDF dopo Raqqa. Il comandante Muhedi Jayila ad Ara News: “Oggi stiamo combattendo qui a Raqqa e non vediamo l’ora di affrontare presto l‘ISIS nella nostra città natale Deir ez-Zor… I terroristi dell‘ISIS hanno deportato migliaia di nostre persone e ucciso molte altre”. 

La situazione confusa tra le forze in campo che si fanno la guerra a vicenda rischia di far prevalere i jihadisti

Il caos siriano tra le fazioni in guerra

11 febbraio 2017 – Il nord della Siria è diventata l’area in cui si stanno concentrando gli sforzi degli “eserciti in gara” che, pur essendo formalmente nello schieramento anti-Isis, si combattono tra di loro. Al centro di queste vicende c’è la Turchia, con il suo esercito regolare che dispiega truppe di terra e aviazione, facendosi forte anche dei gruppi di miliziani che oltre a scontrarsi contro lo Stato islamico avversano il regime di Assad, protetto dalla Russia e dall’Iran. 

Le due aree dove la Turchia sta giocando un ruolo ambiguo, portatore di interessi strategici di non poco conto, sono diventate terreno di scontro, in una sorta di “Turchia contro tutti”: Manbij, nel nord della Siria, e quella del governatorato di Aleppo intorno ad al-Bab, a nord-est.

Gli interessi dietro la campagna militare turca

A ovest della città di Manbij, precisamente a Arima e Kawkali, l’esercito turco continua a bombardare con artiglieria pesante gli avamposti dei gruppi militari kurdi, SDF e YPG, impegnati anche nella riconquista di Raqqa.

La campagna turca in Siria chiamata “Scudo dell’Eufrate”, è impegnata a limitare l’azione delle forze kurde per creare una zona cuscinetto sotto il proprio controllo. Il nord della Siria trasformato in regione autonoma dal popolo kurdo sotto il nome di Rojava, rappresenta una minaccia per il regime turco sia di carattere politico che economico dato che i suoi tre più importanti cantoni sono ricchi di materie prime: petrolio e gas naturale a Jazira, produzione di cereali e cotone a Kobane, olio d’oliva ad Afrin. Quest’ultima presa di mira il 6 febbraio, con le medesime dinamiche militari: vi è poi il tentativo da parte delle autorità turche di issare una sorta di muro di confine tra due dei cantoni.

Tutti contro tutti e la Russia in mezzo

Su al-Bab quello che sta succedendo in queste ore ha del paradossale. La città nelle mani dell’Isis è stata accerchiata a sud dalle forze russe e governative del regime siriano e a nord dall’esercito turco e dalle milizie filo-turche contrarie ad Assad. Durante l’attacco l’aviazione russa ha ucciso tre soldati turchi, ufficialmente per errore, ma al di là delle scuse formali di Putin al suo omologo Erdogan, non è ancora chiaro se questo accadimento sia stato un avvertimento: non allargarsi troppo.

A ciò si aggiunga che le milizie filo turche sono entrate in contatto con l’esercito fedele al dittatore siriano, costringendo l’esercito russo ad intervenire per fermare gli scontri. Se al-Bab è un nodo strategico sia per la Turchia che per la Siria, lo è anche per l’Isis, poiché rappresenta l’unica via di fuga verso sud-est dove ancoro vi sono avamposti jihadisti. Tocca dunque alla Russia mantenere l’ordine, viceversa i contendenti rischiano di far prevalere in questa faida interna proprio l’Isis.

Strage di civili per le mine anti-uomo

Intanto su Raqqa continua l’assedio delle forze kurde SDF. I jihadisti in fuga stanno seminando sotto terra o coperte da pietre decine di mine, che mettono a repentaglio la vita dei civili prima che dei gruppi armati. Infatti tutte le persone, compresi i bambini, che rimangono colpiti dagli ordigni muoiono prima di poter accedere a qualsiasi cura. L’area coperta dal pericolo mine è enorme e bonificarla diventa quasi impossibile dal gruppo di artificieri kurdi, poiché mancano strumenti appropriati e tempo per poter attivare un intervento efficace. 

Sul fronte orientale della guerra in Siria si continua a combattere con il supporto Usa, dribblando la Turchia

La riconquista di Raqqa e il gioco delle parti

1 marzo 2017 Non ci sono soltanto Mosul e al-Bab come teatri di guerra in Siria poiché, sul fronte dei governatorati orientali, cioè Raqqa e Deir ez-Zor, le Forze Democratiche Siriane continuano la loro avanzata, mettendo in sicurezza aree che erano nelle mani dei jihadisti dell’Isis. Almeno 60 villaggi sono stati liberati negli ultimi giorni. Dai dati riportati sull’ultima settimana di guerra, si parla di 172 terroristi uccisi e 8 prigionieri. Inoltre sono state sequestrate armi e munizioni in grande quantità durante l’avanzata verso Raqqa.

Come aggirare le aspettative turche

A supportare il fronte di guerra orientale vi sono l’esercito e l’aviazione americana. L’alto comando statunitense si è recato direttamente sulle prime linee della battaglia per capire come sono organizzate le SDF. Nel frattempo stanno anche intervenendo con rifornimenti di armi ed equipaggiamenti militari per rafforzare il peso militare dei soldati sul campo.

Vi è però un aspetto paradossale della vicenda: le SDF sono un esercito formato prevalentemente da kurdi, presente con la sua più importante sigla militare, YPG. Per non incappare in incidenti diplomatici con la #turchia, che combatte i kurdi sulla linea del proprio confine, l’esercito statunitense ha deciso di consegnare le armi alla componente araba delle SDF. In questo particolare gioco delle parti, gli americani sono consapevoli che l’organizzazione militare delle SDF è l’unica che può realmente attaccare in modo proficuo i jihadisti dell’Isis. Dato ancora più importante è che, su quel fronte, si concentreranno i maggiori sforzi dei terroristi, visto che il loro capo, Al-Baghdadi, dovrebbe trovarsi proprio in quella zona.

La tensione tra Turchia e Rojava

La situazione di continua tensione tra Erdogan e il popolo kurdo soprattutto in Rojava, l’area a nord della Siria che si estende da est a ovest e che confina con la Turchia, ha dei risvolti che molto probabilmente influenzeranno le sorti del conflitto. La notizia delle ultime ore sulle proteste dei cittadini kurdi di Kobane in merito alla coscrizione obbligatoria di leva per gli uomini dai 18 ai 30 anni, sottolinea una sorta di sfinimento alla guerra da parte di questa città kurda, dapprima invasa e poi liberata dall’Isis.

Le rimostranze sono state avanzate soprattutto da parte di chi, durante il conflitto, ha visto morire i propri cari, e non vuole continuare a perderne altri. Del resto, le autorità del cantone hanno assicurato che la leva obbligatoria non vuol dire necessariamente andare a combattere al fronte.

C’è comunque una condizione di incertezza sulle istanze di autonomia dei cantoni del Rojava, che induce all’obbligo del servizio militare, anche quando viene fatto notare da molti cittadini che andare a combattere per liberare Raqqa non significa difendere il proprio territorio. Ma anche qui, secondo le autorità cantonali, contribuire alla liberazione della Siria dall’Isis significa assumere una posizione di rilievo in tutto il contesto della regione.

Nel nord della Siria si prepara il supporto americano alle forze kurde per chiudere lo scontro con l’Isis e riaprire le sorti del dopoguerra

L’avanzata dei marines su Raqqa

ferma la campagna militare turca

10 marzo 2017 Sembra dirimersi il caos della guerra per procura nel nord della Siria, con l’annuncio ufficiale relativo al sostegno degli Stati Uniti alle Forze Democratiche Siriane, la federazione militare composte da diverse etnie guidata dalle YPG kurde, dove sono presenti arabi, turkomeni e circassi.

Se ufficialmente il supporto annunciato dal Pentagono riguarda quello di fornire assistenza e supervisione all’avanzata dei kurdi verso Raqqa, in pratica gli Stati Uniti escono allo scoperto nel “contenzioso” tra la Turchia, che considera come terroristi le YPG, e il popolo kurdo. Sono cinquecento i marines già all’opera con l’artiglieria pesante direzionata su #raqqa, mentre un altro migliaio si accinge a raggiungere il Kuwait in attesa di intervenire.

Concentrarsi su un unico obiettivo

In realtà già con il dispiegamento delle truppe d’élite americane alle porte della città di Manbij era abbastanza chiaro il nuovo orizzonte dell’amministrazione Trump. La città liberata l’estate scorsa dalle SDF era in procinto di essere attaccata dall’esercito turco, questo perché secondo i piani militari di Ankara la guerra nel nord della Siria è funzionale prima di tutto a fermare il radicamento dei kurdi in quell’area.

La Turchia, sia durante l’amministrazione Obama che adesso con Trump, ha voluto stimolare l’alleato Nato a non supportare i kurdi nella guerra contro l’Isis. Ecco il perché della proposta di sostenere l’Esercito Siriano Libero, gruppo anti-Assad e pro Turchia, verso Raqqa. Ma l’esperienza dell’accerchiamento di al-Bab, a nord di Aleppo, che a visto la coalizione anti Isis contrapporsi da un lato con la Turchia e ESL e dall’altro con la Russia e i fedeli ad Assad, ha convinto l’amministrazione americana ad uscire dalla situazione di stand-by.

La necessità di velocizzare l’esito del conflitto

La motivazione data dalla Casa Bianca a questa nuova strategia è legata alla volontà di chiudere in fretta la partita contro l’Isis, punto forte del programma elettorale di Trump, che annunciò la sconfitta dei jihadisti in trenta giorni. Adesso occorre concentrarsi su questo unico obiettivo, migliorando il coordinamento tra gli alleati. In tal senso le vittorie militari sul campo da parte delle SDF sono una garanzia per velocizzare l’andamento del conflitto. Anche perché c’è da dire che le forze dell’Isis si sono ridotte notevolmente: da diecimila uomini a poco più di duemila.

Se a ciò si aggiunge che secondo fonti della Cia il califfo al-Bagdadi, dopo essere fuggito da Mosul, non sembra che sia riuscito a raggiungere Raqqa, ma stazioni in un’area desertica tra Iraq e Siria, questo certifica il modo in cui il sedicente Stato islamico sia in via di dissolvimento. Tra l’altro, rispetto alle ipotesi iniziali, anche la presa definitiva di Mosul, dove gli Stati Uniti hanno creato strutture di supporto per l’esercito iracheno, sembra velocizzarsi notevolmente, dopo la creazione dei corridoi umanitari per i civili verso i campi profughi.

La gestione del dopoguerra

Ma c’è ancora un altro elemento di novità che riguarda il futuro della Siria. A segnalarlo è stato il generale Joseph Votel, capo del comando centrale degli Stati Uniti, il quale ha presentando in una commissione senatoriale la nuova strategia parlando dell’importanza di una presenza americana determinante in Siria per garantire una transizione pacifica. Nel dopo guerra sarà infatti fondamentale la gestione degli aiuti umanitari e gli investimenti per rimettere in piedi la città di Raqqa…

Aereotrasportati i miliziani arabo-kurdi nei pressi della città siriana roccaforte dell’Isis

Nuova strategia di attacco su Raqqa

23 marzo 2017 L’apporto dell’apparato bellico americano alle milizie delle SDF, le Forze Democratiche Siriane, coalizione arabo-kurda, per la presa di #raqqa, si sta sviluppando con l’uso di una nuova strategia militare. Per la prima volta un ponte aereo ha permesso ai miliziani alleati di essere aereotrasportati a 40 chilometri a ovest da Raqqa, per la conquista della diga di Tabqa, sul fiume Eufrate.

Il Pentagono non ha chiarito quanti aerei sono stati utilizzati per l’azione che è scattata nelle prime ore del mattino di mercoledì 22 marzo, prima dell’alba, prendendo di sorpresa i jihadisti dell’Isis che controllavano la zona. Elicotteri Apache statunitensi hanno fatto da supporto al ponte aereo, mentre violenti scontri si stanno susseguendo.

Una posizione nevralgica

La diga di Tabqa è un punto nevralgico relativamente a tutta la missione su Raqqa, poiché fornisce energia elettrica all’intera regione e nel caso in cui l’Isis decidesse di sabotarla questo rappresenterebbe una gravissima emergenza umanitaria. La diga è infatti un elemento chiave per gran parte del sistema agricolo nord siriano.

A ciò si aggiungono altri importanti fattori legati al posizionamento geografico. Innanzitutto perché insieme ai quattro villaggi vicini già liberati le SDF saranno in condizione di isolare Raqqa da tre lati, chiudendo l’accesso ad una importante strada che collega Deir al-Zor e Aleppo. L’area inoltre è l’ultimo baluardo del sedicente Stato islamico a ovest dell’Eufrate, da cui provengono i combattenti jihadisti stranieri, il cui flusso si è già ridotto di parecchio rispetto al passato. Infine nelle vicinanze della diga vi è un aeroporto militare ed una prigione dove sono rinchiuse molte persone che potrebbero essere usate come scudi umani.

Le YPG kurde alleate degli Usa e attaccate dalla Turchia

Il ponte aereo sulla diga segna una nuova fase dell’alleanza militare tra Stati Uniti ed SDF e sottolinea la fiducia nei confronti delle capacità di combattimento della coalizione di miliziani dove prevale il temperamento del gruppo kurdo YPG. Quest’ultimo, impegnato in altri fronti, prevalentemente nel nord della Siria, ha garantito la nascita della confederazione democratica cantonale kurda chiamata Rojava.

Nello stesso giorno dell’operazione condotta su Raqqa con gli Stati Uniti, si è trovato a dover difendere la città kurda di Afrin dai bombardamenti dell’esercito turco, che contro il popolo kurdo sta conducendo una guerra personale. Un attacco che ha causato decine di vittime, tra cui donne e bambini, e parecchi feriti in condizioni critiche. Un massacro stigmatizzato dal comando YPG, il quale ha annunciato che la loro risposta non si farà attendere.

La denuncia di un attacco aereo contro i civili

Nel frattempo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, cioè la controversa organizzazione che monitora la guerra da Londra, ha denunciato gli Stati Uniti di aver bombardato, proprio attraverso un attacco aereo di lunedì scorso, una scuola di al-Mansoura ad ovest di Raqqa, uccidendo 33 sfollati che li riparavano. Il Pentagono non ha né smentito né confermato, dichiarando che vi sono accertamenti in corso. Non è la prima volta che l’aviazione americana è accusata di bombardare obiettivi civili. L’ultimo caso è della settimana scorsa alla moschea di Jeenah, nella provincia di Idlib a ovest di Aleppo, dove hanno visto la morte 40 civili. Se inizialmente l’azione veniva assegnata alla Russia, in quella occasione il Pentagono smentiva categoricamente ogni responsabilità.

Con la liberazione di Raqqa, condotta dalle forze militari kurde e arabe, capeggiate dalle donne dell’YPJ, riparte la rivoluzione del modello sociale dal basso del Rojava

La rivoluzione kurda riparte da Raqqa

19 ottobre 2017  Gli ultimi bastioni della resistenza jiadista a Raqqa sono stati l’ospedale e lo stadio, dove 300 civili erano tenuti prigionieri per essere utilizzati come scudi umani. La zona completamente bonificata ieri è la l’ultima fotografia di un attacco iniziato, nella la sua  fase finale, nel marzo di quest’anno. Non ci sono ancora notizie certe su che fine abbiano fatto gli ultimi affiliati all’Isis rimasti ad immolarsi per il califfato. Certo è che la liberazione di Raqqa, rappresenta la più grande rivincita delle donne kurde, le vere protagoniste di questa guerra nel nord della Siria. Sono state loro al comando dell’offensiva con quella organizzazione perfettamente addestrata che si chiama YPJ, Unità di Difesa delle Donne, punta di diamante delle Forze Democratiche Siriane, la coalizione militare kurdo-araba, nata nell’ultima fase dello scontro bellico.

La liberazione metro per metro

Metro per metro hanno combattuto in questi mesi e in questi giorni, certamente favoriti dall’appoggio logistico e aereo dell’esercito americano, garantito dall’estate di quest’anno. Le difficoltà non erano tanto costituite dalla difesa militare dell’Isis, poiché mai i jihadisti sono riusciti a tenere testa alle soldatesse e ai soldati kurdi, anche prima del sostegno Usa, che ha sicuramente velocizzato il processo. Le vere difficoltà sono state rappresentate dai fossati, dalle aree minate, dai civili usati come scudi umani. Ma metro per metro hanno liberato case, quartieri, villaggi. Man mano che i territori circostanti venivano liberati gli abitanti sono stati evacuati in zone sicure e fatti rientrare dopo le dovute bonifiche. Così si è arrivati fino al centro della città, allo stadio e all’ospedale.

Il sorriso della Comandante

Negli ultimi giorni le foto della comandante Rojda Felathanno invaso i mezzi d’informazione. Il suo sorriso è diventato il simbolo di questa liberazione perché è stata proprio lei a guidare le YPJ nell’offensiva finale. Lei l’aveva giurato, nel gennaio di quest’anno, quando diventava una tra le maggiori responsabili dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, che il loro impegno sarebbe stato massimo per liberare dalla schiavitù dell’Isis le donne yazide. In una intervista all’agenzia di stampa  ANHA aveva così dichiarato: “Abbiamo già promesso erinnoviamo la nostra promessa che noi come YPJ ci batteremo per liberare le donne yezide. La nostra partecipazione come YPJ nelle file dell’operazione Ira dell’Eufrate è la prova che stiamo continuando la nostra lotta fino a quando tutte le donne oppresse dall’ISIS saranno liberate”.

Vendute come schiave al mercato di Mosul, rapite, stuprate, schiavizzate, hanno visto massacrare i propri uomini, sono state seppellite nelle fosse comuni. Catturate e trasferite a Raqqa come schiave sessuali dei jihadisti. Quello delle donne yazide è un capitolo atroce di questa guerra, che nelle montagne del Sijar in Iraq, nel 2014, hanno subito un vero e proprio genocidio.

L’incubo del sultano

Ma quello delle YPJ, con il loro sforzo militare di questi anni, è una esperienza davvero unica. Può essere definita come l’azione militare di un percorso politico avviato proprio dopo la la liberazione di Kobane, dove sono state protagoniste. E’ in quel momento che prende formail modello confederale cantonale dal basso del Rojava, la regione autonoma della Siria del Nord, fondata sui comitati di base, con un sistema normativo costruito proprio sulle istanze femminili. Un incubo per il sultano della Turchia Erdogan, la cui presenza “doppiogiochista” sui campi di battaglia siriani è finalizzata proprio a reprimere le istanze del Rojava.

Ancora Rojda Felat “Il nostro approccio a questa campagna non è limitata semplicemente alla liberazione delle donne; stiamo lavorando anche per organizzare, informare e portare un ruolo molto attivo per le donne. I tempi della schiavitù delle donne sono finiti; mentre tradizionalmente veniva dato loro il ruolo di cucinare e avere bambini, oggi sono più forti che mai, portano armi e combattono il peggior gruppo terrorista che il mondo abbia conosciuto per difendere il loro popolo e la loro terra”.

Credits  Reuters, France Press

LE DONNE KURDE IN PRIMA LINEA

Le donne della minoranza kurda si trovano in prima linea a combattere tra l’Iraq e la Siria al fine di liberare le loro “sorelle” ridotte in schiavitù nei due anni di occupazione jihadista

La vendetta delle donne yazide contro l’Isis

17 novembre 2016 Sono state rapite, stuprate, schiavizzate, vendute nel mercato pubblico di Mosul, bruciate vive, massacrate e seppellite nelle fosse comuni. Hanno urlato il proprio dolore per essere state allontanate dai figli, usati come scudi umani. Hanno pianto i loro mariti e familiari trucidati.

Il massacro del 2014

Adesso, nel quadro della guerra siriana, urlano la loro rabbia e invocano la vendetta, che da un anno preparano nascoste tra le montagne del Sinjar, nel nord-ovest dell’Irak, a 160 chilometri da Mosul, la cui principale città, Shengal, fu scenario, nell’estate del 2014, di un vero e proprio massacro collettivo da parte dell’Isis nei loro confronti. La città fu liberata nel novembre 2015 dai peshmerga insieme ai combattenti del PKK di AbdullahÖcalan, ma molti villaggi della catena montuosa del Sinjar  rimasero sotto occupazione del califfato. Difficile calcolare allo stato attuale il numero delle vittime: tra le 15.000 e le 20.000 unità.

Le Unità delle Donne di Sinjar

La notizia arriva dal KJK, “Komalên Jinên Kurdistan” (Comunità delle donne del Kurdistan), che fa riferimento al Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan e di lotta universale delle donne, che in un comunicato emesso ieri annuncia l’inizio delle operazioni militari su tutti i villaggi adiacenti alla catena montuosa.

L’organizzazione militare che si sta posizionando nei luoghi strategici si chiama YJS, Unità delle Donne di Sinjar, organizzate ed addestrate proprio dal PKK subito dopo il massacro di Shengal, per rafforzare la resistenza yazida degli epigoni uomini YBS (Unità di resistenza del Sinjar), proprio quando si trattò di riprendere la città.

La deportazione delle “schiave” yazide

Ma questo non è tutto, perché uno dei più importanti luoghi strategici delle combattenti YJS è la Tal Afar che si trova tra Mosul e Raqqa in Siria. Questo perché nella fuga dell’Isis tra le due città sono state deportate tantissime donne yazide ridotte in schiavitù. In tal senso, risuona la dichiarazione di una ufficiale delle YJS: «Non abbiamo dimenticato quelle donne yazide vendute nei mercati di schiavi a Mosul  o bruciate vive. Sappiamo che molte sono ancora prigioniere dell’Isis, e ci aspettano per essere salvate. Noi non ci fermeremo fino a quando tutte saranno libere, fino a quando non ci vendicheremo…».

Movimento delle donne libere yazide

Ma la guerra che le donne yazide stanno combattendo, prima che da esigenze militari, parte da una visione ideologica del ruolo delle donne, che ha preso forma il 25 settembre scorso con la nascita del Movimento delle donne libere yazide, in seguito alla seconda Assemblea delle donne di Shengal. Nella dichiarazione d’intenti, la prima motivazione che si legge è la seguente:  Per allargare la lotta sulla libertà delle donne, contro le strutture di potere patriarcali e sviluppare una organizzazione sociale democratica e libertaria basata sulla forza di se stesse e la volontà…

Fonti e credits: ANF News, ARA News, independent.co.uk

Si susseguono i combattimenti al confine con la Siria, mentre in Turchia vengono arrestati centinaia di kurdi

Combattimenti in Siria tra esercito turco

e unità militari delle donne kurde

15 febbraio 2017 La guerra che il governo di Ankara sta conducendo contro il popolo kurdo continua a svolgersi sia fuori che dentro i confini. All’altezza dei cantoni di Kobane ed Afrin, nel nord della Siria, è in via di costruzione un muro che separa la linea di confine tra i due paesi. Gli sconfinamenti nella zona kurda, in quella striscia autoproclamatasi regione autonoma del #Rojava, provocano continui combattimenti, come quello di lunedì 13 febbraio.

Lo stesso giorno, questa volta dentro i confini del paese, la polizia ha condotto in diverse provincie “raid simultanei”, come li descrive l’agenzia nazionale Anadolu, arrestando centinaia di persone affiliate al PKK e non solo.

La difesa delle donne kurde

E’ l’agenzia Ara News a riportare la notizia dei nuovi scontri militari innescati dallo sconfinamento dell’esercito turco verso la città di Amuda, governatorato di al-Hasaka, nel nord-est della Siria, città a maggioranza kurda e assira, dentro quella striscia di terra che rappresenta il Kurdistan siriano chiamato Rojava.

Più precisamente l’esercito turco è penetrato nelle vicinanze del villaggio di Kharza a 10 chilometri a ovest da Amuda. Ad attenderli vi era una unità YPJ, “Unità di Difesa delle Donne” il gruppo militare kurdo formato da sole donne che ha contribuito a liberare il nord della Siria dall’invasione dell’Isis. Solo due soldatesse ferite nel conflitto. Dopo tre ore di scontri le truppe turche si sono ritirate oltrepassando il confine. Questo ultimo scontro avviene dopo il bombardamento di una settimana fa nel quartiere kurdo di Afrin.

Gli arresti alle porte del referendum

Dentro i confini del paese il governo di Ankara continua invece la sua azione repressiva contro il PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan, il cui leader è Abdullah Öcalan, prigioniero da anni delle galere turche. Sono state attivate azioni di polizia in 37 provincie con 837 arresti. Secondo quanto riportato da al-Jazeera la polizia avrebbe dichiarato di aver sequestrato kalashnikov, pistole, fucili e munizioni.

Una operazione in grande stile figlia dello stato di emergenza che vige nel paese dopo il tentato golpe dell’estate scorsa, e in attesa dello svolgimento del referendum costituzionale che si terra il 16 aprile per trasformare la #turchia in repubblica presidenziale. In realtà tra le fila degli arrestati ci sono esponenti del Partito democratico popolare pro-kurdo, HDP, presente all’interno del parlamento turco, come denunciano i loro dirigenti. Negli ultimi due giorni sarebbero circa 300 gli arrestati, tra membri e dirigenti, per un totale di 1200 da quando è in vigore lo stato di emergenza. In una nota del comitato esecutivo dell’organizzazione politica si legge che l’obiettivo di questa operazione di polizia è quella di tenere il referendum senza la presenza dell’HDP.

Nei campi profughi dell’Iraq settentrionale si ritrovano i sopravvissuti del popolo yazida che hanno subito un vero e proprio genocidio da parte dell’Isis durante i tre anni di occupazione delle loro terre sulle pendici del Sinjar

Il genocidio e la schiavitù yazida in Iraq

Novembre 2017 La minoranza kurda yazida abita le pendici del monte Sinjar. L’occupazione da parte del sedicente Stato islamico o Daesh, la denominazione araba, avvenne nell’agosto del 2014. Pochi riuscirono a fuggire prima che i sanguinari jiadisti perpetrassero uno tra i peggiori scempi umani compiuti negli anni di guerra.

 Quando l’Isis occupò le terre yazide, nel disinteresse dei peshmerga kurdi iracheni, che nulla fecero per difenderli, avviò una vera e propria pulizia etnica. Secondo stime dell’Onu, tremila persone vennero trucidate e seppellite per lo più in fosse comuni. Seimila invece vennero rapiti, in prevalenza donne, soggiogate come schiave sessuali. Molte di loro furono vendute al mercato di Mosul e portate a Raqqa. 

La capitale Shengal venne liberata l’anno dopo, nel 2015, da quei peshmerga che li avevano abbandonati, ma c’era anche il PKK, il partito dei lavoratori kurdi di Abdullah Öcalan, che in quella zona aveva le sue migliori colonne. E furono proprio i soldati del PKK ad addestrare molte donne yazide che decisero di imbracciare le armi per liberare le loro sorelle ancora sotto il giogo dell’Isis: era nato il  “Komalên Jinên Kurdistan”, Comunità delle donne del Kurdistan.

La tragedia di un popolo soggiogato

Un gruppo etnico, quello yazida, che prima dell’invasione dell’Isis contava circa 400 mila unità. Oggi c’è qualcuno di loro che accusa gli arabi sunniti, vicini di casa, che li vendettero ai jihadisti. Chi aveva cercato di fuggire, donne, anziani, bambini erano stati trucidati. Poi le prigioni, dove le donne erano state rinchiuse e stuprate a turno. I militanti di Daesh usavano fare assistere alle altre donne mentre le loro sorelle venivano violentate. Picchiate regolarmente e costrette a convertirsi all’Islam. Chi riusciva a scappare sul monte Sijar, doveva percorrere strade dove capitava di calpestare i cadaveri.

Questa vicenda ha richiamato l’attenzione internazionale al punto che alcuni paesi come  Francia, Germania, Canada e Australia si sono offerti di concedere loro asilo, mentre alcune ONG, come sottolinea Al-Jazeera, hanno cercato di sostenere migliaia di sfollati. E qui vi è un’altra accusa che esce fuori dai campi profughi: “Quando abbiamo raccontato le nostre storie non ci hanno creduto. Non abbiamo ricevuto nessun supporto psicologico per quello che abbiamo dovuto subire”.

Quelle macerie che non sono solo materiali

Adesso che il terrore è passato le macerie più profonde sono quelle identitarie, dal punto di vista sociale, morale e religioso. Il governo iracheno è tornato a disinteressarsi del popolo yazida. Gli sfollati sono lasciati in balia di se stessi, in pochi ancora riescono a rientrare nelle proprie case, e le macerie materiali fanno da sfondo a tutto il Sinjar, senza nessun intento verso una riconciliazione nazionale. L’unica risposta è quella del popolo stesso attraverso uno spirito di solidarietà e di auto-aiuto l’uno con l’altro.

Considerato che ogni famiglia ha uno o più lutti che pesano nella ricostruzione identitaria prima che fisica, c’è da dire che chi non si trova nei campi profughi o è morto o è ancora alla macchia. Poi ci sono i tantissimi cadaveri che non hanno ricevuto sepoltura, per cui i loro cari non hanno neanche un luogo dove poterli piangere. Infine,  ci sono ancora parecchie donne di cui non si sa niente, praticamente disperse. Ecco perché molte di quelle combattenti che si sono armate per difendersi dall’Isis, formando le YJS, Unità delle Donne di Sinjar, epigoni delle YBS cioè le Unità di Resistenza del Sinjar, non hanno deposto le armi ma continuano la loro lotta fin quando tutte le loro sorelle verranno liberate.

Credits Reuters

Da Presidente a Sultano

Strategia del terrore e patto fiduciario con l’Isis rappresentano le politiche della Turchia di Erdogan nei primi quattro anni di guerra

L’INIZIO DELLA FINE

Le proteste di massa dell’estate 2013, che hanno visto il popolo turco sfidare il governo del primo ministro Erdogan, sembravano cadute nell’oblio dopo gli sgomberi di piazza Taksim, divenuta nuovo simbolo delle proteste popolari

Il modello turco e la libertà di espressione

18 Settembre 2013  Se all’inizio i motivi delle contestazioni erano legati ad un parco da demolire per farvi un supermercato, le nuove mobilitazioni hanno preso vita in seguito alla morte di un giovane di 22 anni, colpito alla testa da un candelotto, durante una manifestazione.

Sia la prima che la seconda volta il capo del governo ha voluto usare la mano pesante sui manifestanti, stigmatizzati come terroristi, utilizzando strumenti e metodologie antisommossa estremamente violenti, tanto da dover subire i richiami dei paesi europei, sulla libertà di manifestazione.

L’illusione di un modello possibile

C’è da riflettere sul fatto che la Turchia sia una democrazia presidenziale, dove il popolo ha eletto un governo legato alla dimensione islamica. Erdogan è a capo di un partito epigono dei Fratelli musulmani egiziani, quindi un partito sunnita, che ha fatto pensare all’opinione pubblica europea che potesse essere possibile coniugare democrazia con islamismo. In effetti quello turco è l’unico stato democratico, istituzionalmente stabile, che coniuga democrazia e sharia, tanto da farne una sorta di modello, per i vicini paesi mediorientali.

Il punto è che questo modello di fronte a delle proteste popolari di piazza reagisce in spregio delle regole democratiche, anche perché è estremamente evidente che una parte del popolo, quello laico, in piazza ci scende per determinare la propria libertà di espressione, come metodo di convivenza civile, prima di tutto.

Nell’estate del 2015 sono fissate le elezioni presidenziali, a cui Erdogan dovrebbe candidarsi, per cui l’elemento di discrimine diventa quello che pressappoco contraddistingue l’Egitto: se la maggioranza del popolo è musulmana è legittimo che un governo islamico bypassi le regole della democrazia?

Alla ricerca della libertà d’espressione

Perché la libertà di espressione, insieme alla separazione dei poteri, è l’essenza stessa di una democrazia, quando un governo di natura islamica non tollera la libertà di espressione, che sia essa religiosa o politica, e la reprime in piazza o cerca il controllo su internet, dove i social network diventano dei veri e propri luoghi di liberazione, allora è chiaro che il modello continua a non funzionare.

Continua cioè quella ambiguità di fondo che impone alla parte laica del paese di sospendere le proprie prerogative per assoggettarsi alla maggioranza islamica e alle regole proprie al sistema religioso.

Intanto è stato riaperto il processo per l’omicidio del giornalista turco-armeno Hrant Dink, ucciso nel 2007 da un giovanissimo, allora minorenne, nazionalista turco, reo confesso. Tra gli ispiratori dell’omicidio venne condannato su 19 accusati, Yasin Hayal, con una sentenza che fece scalpore poichè venne scongiurata la tesi di un complotto nato da funzionari pubblici, quindi dentro il cuore dello Stato.

Istanbul, città globale e sintesi della storia tra occidente e oriente, modello di convivenza tra laicismo e islamismo, è ormai caduta…

La disfatta di Istanbul

22 giugno 2016  Con l’inasprirsi del processo di islamizzazione che ha coinvolto l’intero paese, insieme alla nuova intesa del potere autocratico con le forze nazionaliste, e non da ultimo con la repressione delle libertà di stampa e manifestazione del pensiero, il modello turco di Stato laico voluto dal fondatore della patria Atatürk, è ormai finito.

Un venerdì di preghiera per le strade di isambul

Era il primo venerdì del novembre 2013, quando per la prima volta calpestavamo le strade di Istanbul. Le proteste al Gezy Park erano avvenute a fine maggio e la città sembrava resistere a quello strano vento di autoritarismo, miscelato di vari elementi: islamismo, neoliberismo, nazionalismo, corruzione, repressione nei confronti della questione kurda… Tutto condensato nelle mani del capo supremo della nazione: Recep Tayyip Erdogan, che da primo ministro diventerà negli anni a venire presidente e infine Sultano…

Il nostro collegamento con la città era una giovane guida, che aveva studiato in Italia: Senih. Un ragazzo dalla faccia pulita, laico, culturalmente anarchico, molto preparato, parlava italiano e inglese perfettamente. Uno di quei giovani cosmopoliti che rappresentano la parte non dogmatica della città, appunto laica. Perché il laicismo, fino a quel momento, ha rappresentato l’elemento caratterizzante della Turchia, dividendo a metà la società: dall’altra parte i seguaci dell’islamismo. Ma lo stato era assolutamente laico. Così aveva voluto il padre della patria Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Turchia e primo presidente, dopo la disfatta dell’impero ottomano: era il 20 ottobre del 1923…

Sultanahmet e le sue moschee

In quel venerdì, dopo il risveglio della prima preghiera del mattino, da parte degli imam, la cui voce veniva diffusa dagli altoparlanti, un piccolissimo e forse banale evento contribuì a darci la chiave di lettura di questa città che, insieme ad Atene e a Roma, può essere considerata la culla della civiltà.

Il venerdì vi è una sola moschea a Istanbul dove i turisti possono mischiarsi ai fedeli, quella principale di Sultanahmet, il quartiere storico, in cui sono concentrate le moschee più antiche: dalla moschea Blu a Santa Sofia, luogo assolutamente unico al mondo. Un quartiere storico insomma, dove dedali di strade s’intersecano creando tante casbah senza soluzione di continuità. La sua  morfologia urbana si sposa perfettamente con le atmosfere mediorientali che si respirano nelle stradine. 

Dentro i mercati all’aperto, che spuntano improvvisamente, c’è tutto il senso di quel pezzo di cittadinanza che di commerci, anche piccoli, vive, in linea con la storia levantina di quel porto che oggi ospita l’imbarcadero, per il tour tra la costa asiatica e quella europea. Eppure fino agli inizi degli anni ottanta  Sultanahmet era un quartiere degradato, poi in seguito ad un piano di sviluppo urbano divenne il quartiere simbolo della città, che accoglie carovane di turisti da tutto il mondo…

Infatti è proprio lì che il 12 gennaio di quest’anno un affiliato siriano all’Isis si è fatto esplodere, proprio nei pressi dell’obelisco di Teodosio, nella piazza centrale del quartiere. Lì sono concentrati una miriade di pulman organizzati dai tour operator, poiché a pochi metri l’una dall’altra vi stanno le due moschee antiche: 10 morti e 15 feriti, quasi tutti turisti tedeschi, fu il bilancio di quell’attentato.

Quel venerdì, insomma, nella moschea principale di Sultanahmet, accadde un piccolo grande evento. Come è noto, prima di entrare nella moschea occorre togliersi le scarpe e le donne devono indossare un copricapo. Senih, la nostra guida, si arrabbiò con un paio di turiste entrate senza questo accorgimento, urlandogli dietro: “Io non sono musulmano, ma è una questione di rispetto nei confronti di ciò che rappresenta questo tempio per la gente che viene a pregare…” 

Quando i laici e i musulmani si rispettavano

Se da un lato circa metà della popolazione è musulmana, dall’altro, fino a quel momento c’era un rispetto profondo per le ritualità religiose da parte di chi non era credente. Sembrava una dimensione di grande solidarietà comunitaria, forse anche legata alla fortissima identità di popolo, che poteva mettere insieme un credo millenario come l’islamismo con il laicismo della società digitale. In quegli anni scrivevamo che questa forma di rispetto tra chi è credente e chi non lo è poteva essere un interessante modello sociale, malgrado i venti autoritari che stavano cominciando a soffiare.

Camminando per le strade di Istanbul era proprio questa l’aria che si respirava: la donna col burka accanto alla ragazza con il tacco 12 che aspettavano insieme il bus… Dopo tutto Istanbul, come dicevamo, è una delle culle della storia umana, e le sue vicende millenarie erano fino a poco tempo fa la chiave di lettura dei temi del nostro oggi: Islam/occidente, democrazie/autocrazie religiose, Europa dei popoli/economie neoliberali…

L’autoritarismo del nuovo Sultano

La tendenza all’autoritarismo del “sultano” sunnita Erdogan è stata un crescendo straordinario nel giro di questi ultimi tre anni… La sua impresa di islamizzare la Turchia a livello simbolico la si può far risalire proprio ai fatti di Gezy Park, nel maggio del 2013, quando migliaia di giovani laici occuparono il piccolo parco poiché il “sultano” lì voleva costruire un centro commerciale ed una moschea. A quel tempo fu la magistratura ad impedirlo, poiché ancora non era stata inghiottita dall’autocrate islamico. C’è da dire che il Grezy Park è una fetta dell’immensa piazza Taksim, luogo della rivolta giovanile, ma rappresenta anche la modernità.

In piazza Taksim la forbice tra abbienti e meno abbienti la si può guardare direttamente: lo shopping delle grandi arterie adiacenti stridono con i “bambini da strada” ed una quantità incredibile di persone praticamente “svenute” nei prati del parco. Infatti le proteste erano in realtà un grido di allarme, contro un governo che aveva  alimentato la corruzione sistemica nel paese, aumentando le sacche di povertà, devianza e ingiustizie.

Lo sviluppo malato di Istanbul

L’autorità costituita, attraverso una sorta di sviluppo economico urbano, implementava una corruzione sistemica attraverso la gestione degli appalti, nelle cui maglie la famiglia del sultano è stata trovata con le mani in pasta, facendo parlare gli economisti di “crescita gonfiata”. Si tratta di una sorta di “neoliberismo islamico” , dove attraverso la nuova frontiera delle opere pubbliche, che siano moschee da costruire o ristrutturare o centri commerciali o grattacieli, l’impetuosa circolazione di denaro viene gestita arricchendo le consorterie familistiche, attraverso le speculazioni edilizie. Che sia islamico o occidentale, il punto è che il liberismo per definizione produce fisiologicamente espulsione dai meccanismi economici della società, con le conseguenti patologie sociali che tutti conosciamo…

L’economia drogata da corruzione e sommerso è possibile toccarla con mano tra le strade della città. L’assenza di regole sembra un fatto sociale conclamato a cominciare da quelle stradali che non esistono… Ma quando si cammina per quei dedali di strade, tra bancarelle e personaggi che sbarcano il lunario come possono, diventa difficile non pensare che questa semplicissima realtà quotidiana, fa da contraltare al boom economico che la Turchia sembrava aver avuto negli ultimi anni, semplicemente perché il livello di economia sommersa è così diffuso sul territorio che ha più peso di quello reale…

Guerre, islamizzazione e contrabbando

Il consolidamento dell’islamizzazione del potere voluto dal “sultano” va di pari passo con la guerra in Siria, la cui Turchia è confinante in quella striscia a sud del paese dove sono insediate le comunità kurde, le quali da un secolo rivendicano, anche in Turchia, l’autonomia culturale, repressa nel sangue. Ma la guerriglia del  PKK, il partito kurdo legato al leaderAbdullah Öcalan, attualmente agli arresti, nasconde un’altra realtà emersa da poco agli occhi dell’occidente, anche se i paesi democratici non sono interessati a prenderne atto.

Perché tra il 2012 e il 2015 la Turchia è stata lo snodo delle autostrade della jihad, percorse dai cittadini europei che volevano affiliarsi all’Isis, per andare a combattere sul territorio siriano: i cosiddetti “foreign fighters”. Adana, a 200 chilometri dal confine con la Siria, è proprio il luogo in cui si concentravano quei cittadini europei che decidevano di andare a combattere per la jihad. Istanbul diventava il punto di snodo logistico e organizzativo: gli affiliati turchi gestivano appartamenti, per il periodo di attesa, monitorando i collegamenti con la Siria occupata. Non solo. Si è poi scoperto che gli affari con l’Isis riguardavano il traffico di armi e il petrolio di contrabando…

Formalmente la guerra all’Isis viene usata da Erdogan per assimilare nel mucchio del terrorismo anche le istanze di libertà e indipendenza del popolo kurdo, sia in Siria, la cui resistenza, principalmente delle organizzazioni femminili, combatte direttamente contro lo Stato islamico, che in Turchia, contro il PKK, con cui dall’estate scorsa ha ripreso un vero e proprio scontro armato. Sempre di più il potere diventa violento e i primi a farne le spese sono i giornali di opposizione che vengono chiusi senza colpo ferire, mentre i giornalisti vengono arrestati con l’accusa di attentato contro lo stato.

Proprio nel periodo delle ultime elezioni politiche nel novembre 2015, i nodi sono venuti al pettine e l’autoritarismo del regime ha preso le sembianze di un ibrido storico, in linea forse con le tendenze del nuovo fascismo che dall’Europa dell’est si stanno allungando ai paesi del centro e nord Europa, coinvolgendo ultimamente persino l’Inghilterra con l’omicidio di Jo Cox, in piena campagna antibrexit.

Il controllo dei poteri e la fina del cosmopolitismo

Quello di Erdogan è ormai diventato un regime totalitario a tutti gli effetti dato il controllo sui tre poteri dello Stato, l’annientamento della libertà di stampa, con l’arresto dei giornalisti di opposizione, l’arresto di chiunque esprima un pensiero pubblicamente contro il regime. Un nuovo fascismo di tipo islamico ma neoliberista poiché anziché statalizzare privatizza alle cerchie e ai clan legati al sistema di potere.

Così arriviamo alla disfatta di Istanbul, con i fatti degli ultimi giorni, che chiudono il cerchio e mettono la parola fine alla città cosmopolita a cavallo tra l’oriente e l’occidente. Sono tre gli eventi che la fanno sprofondare nel buio dell’oscurantismo autoritario. Innanzitutto c’è l’annuncio del “Sultano” che il progetto chiamato di “riqualificazione” di piazza Taksim verrà ripreso e attuato:

Si tratta di un imponente progetto immobiliare nel cuore della parte europea della città, formato da un complesso di edifici residenziali e commerciali che prevede la realizzazione della copia di una caserma ottomana e di una grande moschea, oltre a un centro commerciale.”

L’anima nera e l’anima bianca

Un venerdì sera, quartiere della movida di Tophane, nel negozio di dischi Velvet Indie Ground, è in corso una festa di presentazione del nuovo disco dei Radiohead. Sono tutti giovani che bevono birra e alcolici vari. Arrivano una ventina di uomini armati di spranghe e bastoni. Fanno irruzione nel locale, lo devastano, picchiano i presenti, insultandoli di blasfemia poiché il party non è rispettoso dei precetti dell’islam, in periodo di Ramadam…

Ecco,  per la prima le due anime della città, quella laica e quella islamica, diventano nemiche e la violenza religiosa cerca di annientare i fondamenti dello Stato creato da Atatürk. In un video su Youtube uno degli assalitori minaccia uccisioni apostrofando i ragazzi che partecipavano alla festa come “bastardi”. Come se non bastasse, il commando non è stato perseguito e durante la manifestazione, nel centrale quartiere Cihangir, per difendere la laicità del paese, centinaia  di persone sono state caricate dalla polizia che ha usato proiettili di gomma, lacrimogeni e idranti…

Qualche giorno dopo, cominciano ad uscire fuori dichiarazioni minacciose, da parte sia di organizzazioni ultra-nazionaliste che anche islamiche, contro il Gay Pride. C’è questa “Alperen Ocaklari”, un’organizzazione d’ispirazione fascista che ha intimato alle autorità di fermare il corteo poiché viceversa ci avrebbero pensato loro, richiamando il Ramadam come momento sacro. La manifestazione viene vietata, ma gli organizzatori cercano di sfilare ugualmente. Neanche a dirlo, “giù mazzate” dalla polizia: i soliti idranti e le solite pallottole di gomma…

Con la caduta di Istanbul, si chiude un secolo di storia in nome del rispetto tra islamismo e laicità…

GLI ACCORDI AL VERTICE

SULLA PELLE DEGLI ULTIMI

Mentre l’Unione Europea stringe un accordo con la Turchia per trattenere i rifugiati, al confine con la Bulgaria un uomo afghano viene ucciso una volta entrato nel paese

Alla vendita dei rifugiati un tanto al kilo

16 ottobre 2015 – L’accordo stretto ieri al summit europeo di Bruxelles con la Turchia sottoscrive la possibilità di trattenere lì i rifugiati che cercano di raggiungere i paesi europei. La motivazione che la Cancelliera tedesca Merkel ha espresso possiede i contorni di un’ambiguità tipica della Fortezza Europa. Si dice infatti che “i migranti dovrebbero essere ospitati più vicino ai loro Paesi di provenienza piuttosto che mantenerli nei nostri Paesi”.

Due milioni di rifugiati già presenti sul territorio


Sullo sfondo vi è una situazione complessiva che colpisce… In Turchia infatti, dalla recrudescenza della guerra in Siria, sono arrivati circa 2.000.000 di rifugiati, molti dei quali si sono insediati in città e villaggi nel sud del paese, presso la zona di confine con la Siria. In alcune di queste città il numero dei rifugiati ha superato quello dei residenti, ma questo non ha causato ne scontri, ne conflitti sociali. Anzi, come racconta l’inviato dell’Osservatorio Balcani Caucaso Dimitri Bettoni, molte famiglie turche che lavorano nei campi, hanno ospitato altre famiglie siriane proponendogli di lavorare insieme a loro.


Il paradosso che l’attuale governo turco, che non è certo un esempio di democrazia, pur non rispettando la convenzione di Ginevra, che impone ai governi sottoscrittori di accogliere chi scappa da guerre e persecuzioni, è disponibile ad ospitarne milioni, mentre gli stati europei, litigano per la divisione della quota di 160.000.

Una uccisione di confine


Nel frattempo al posto di confine tra la Turchia e la Bulgaria, che ha anch’essa eretto muri di filo spinato, nei pressi della città di Sredets, è stato ucciso un rifugiato afghano, che insieme ad un gruppo di 50 connazionali, una volta riusciti ad entrare nel paese, sono stati intercettati dalle guardie di frontiera, le quali hanno sparato colpendo l’uomo. Le autorità bulgare si sono premurate a spiegare che trattandosi di “migranti illegali” essi cercano di entrare da vie più perigliose non coperte dalla recinzione.

Oggi Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Unhcr, ha sottolineato che secondo le leggi internazionali, a cui la Bulgaria è soggetta, non è possibile che la polizia impedisca il passaggio a chi deve chiedere l’asilo politico.

IL PATTO FIDUCIARIO CON L’ISIS

La chiave di volta della strage parigina è possibile trovarla proprio nel passaporto di uno degli attentatori che si è fatto esplodere: un francese, cresciuto in una Banlieu

La chiave di volta nella campagna del terrore: foreign fighters

? – Al di là del discorso sul fallimento delle politiche territoriali di integrazione delle seconde generazioni magrebine in Francia, che ha pure un suo perché, qui il punto è che nella capitale francese esiste la rete europea dell’Isis più strutturata. Li hanno chiamati “foreign fighters”, cioè cittadini europei, tanto uomini quanto donne, che decidono di arruolarsi nello stato islamico per andare a combattere in Siria.

La logistica Isis ad Istambul

Dalla Francia, e soprattutto da Parigi, vengono organizzate le partenze per la Turchia. Le persone vengono fatte arrivare ad Istanbul e da lì trasportate ad Adana, a 200 chilometri dal confine con la Siria. E’ proprio quello lo snodo delle autostrade della jihad, percorse dai cittadini europei che vogliono affiliarsi all’Isis. Lì c’è il supporto logistico gestito da residenti turchi, dove hanno i loro appartamenti per il periodo di messa in collegamento con il comando Isis oltre confine.

Le azioni di ritorno

Poi, dopo il periodo di reclutamento, addestramento e combattimento ritornano in Francia, allo scopo di farsi saltare in aria. L’esplosivo, a quanto spiegano gli analisti, è facile averlo poiché vengono comprati in loco, attraverso internet, gli elementi separati, per poi dopo assemblare la bomba. L’aspetto più difficile da spiegare è come, nel caso parigino, siano riusciti a procurarsi le armi da guerra; domanda che dovrebbe porsi l’intelligence francese, che sembra non essere stata molto efficiente negli ultimi tempi…

La traslazione dei conflitti mediorientali

Se quindi le vere guerre in atto sono combattute in Medio Oriente, caso mai sarebbe più indicato parlare di una “traslazione” dei conflitti mediorientali in Europa. Per cui è lì che occorrerebbe intervenire per impedire le carneficine nelle città europee. Ma forse gli interessi mediorientali in gioco sono così complessi e articolati per gli Stati occidentali, e i loro capofila, che ricorrere ai labirinti dei segni, per far credere ad una guerra di civiltà, è di più facile risoluzione…

Erano circa le 10 di questa mattina quando un affiliato siriano dell’Isis si è fatto esplodere nei pressi dell’obelisco di Teodosio, nella piazza centrale di Sulthanamet, il quartiere che rappresenta il cuore di Istanbul

L’Isis attacca Istanbul, dopo anni

di partnership con la Turchia

12 gennaio 2016 – E’ lì che sono posizionate le principali moschee della città, da Santa Sofia alla moschea blu. E’ l’area più trafficata di Istanbul, dal punto di vista della concentrazione turistica. Una miriade di pulman organizzati dai tour operator contornano il perimetro dell’enorme piazza rettangolare da cui si scorgono le due principali moschee. Il passeggio in quell’area è in qualche modo obbligatorio per chi voglia visitare il cuore e la tradizione della meravigliosa megalopoli turca.

I turisti come primo obiettivo

Le informazioni che si susseguono da stamattina, tra dispacci del governo turco ed emittenti televisive, danno allo stato attuale 10 morti e 15 feriti, quasi tutti turisti. Infatti l’uomo si è fatto esplodere proprio in mezzo ad una comitiva tedesca, lì dove si sa che è possibile colpire più turisti che cittadini turchi, gli unici dei quali sono venditori di oggetti tipici ai bordi della piazza. I morti infatti sono in maggioranza tedeschi, come anche qualche ferito, oltre ad un norvegese ed un peruviano, e sembra due cittadini turchi. Due dei feriti sono molto gravi.

A quanto dicono le fonti in loco, la situazione nel cuore della città sembra essere stata estremamente caotica. L’area è stata chiusa al flusso turistico, dai cordoni della polizia, come anche l’accesso delle auto alle strade attigue, anche se quasi subito il traffico ha ripreso normalmente. La sensazione ricevuta dall’esplosione, dichiara un corrispondente dell’Ansa, assomigliava ad un terremoto.

La rottura del patto fiduciario

E’ chiaro l’intento dell’attentato, cioè colpire i cittadini stranieri presenti ad Istanbul, quasi come se il messaggio dell’Isis fosse diretto più al mondo che non alla Turchia, la quale per la prima volta si ritrova teatro di un attacco terroristico. Dopo anni di “non belligeranza” tra il sedicente Stato islamico e la Turchia, in ragione di interessi reciproci da gestire ai confini con la Siria, dai flussi dei Foreign fighter, al traffico di armi, alla vendita del petrolio di contrabbando, adesso, con questo attentato, gli equilibri nella zona potrebbero essere cambiati. Sembra che il patto fiduciario tra Stato turco e sedicente Stato islamico si sia rotto.

«Les assassins que vous avez entraînés (Syrie) et tolérés commettent des massacres». Questa frase è stata ripresa dal quotidiano francese Liberation all’interno di un articolo sulla cronaca del nuovo attentato di ieri sera presso l’aereoporto internazionale Atatürk di Istanbul, costato la vita, allo stato attuale, a 36 persone, con 147 feriti

«Gli assassini con cui vi siete intrattenuti e che avete tollerato adesso commettono i massacri»

29 giugno 2016 – E’ una frase significativa quella che il giornale parigino ha riportato da Twitter. Una frase importante di un cittadino il cui senso sintetizza la situazione che sta vivendo Istanbul e che nessuno degli organi d’informazione italiani mainstream si sognerebbe di connotare. Una frase che racconta la stretta vicinanza del governo autoritario del presidente turco Erdogan con l’Isis, autore delle stragi, per il periodo tra il 2012 ed il 2015, e che ha visto Istanbul come snodo logistico verso il confine con la Siria…

La rete jihadista di Istambul

E’ questo infatti il contesto per comprendere la serie di attentati che da inizio 2016 hanno investito la megalopoli turca… Il 12 gennaio, presso la centrale piazza Teodosio, nel quartiere storico di Sultanahmet, dove sono concentrate le moschee e quindi le maggiori presenze turistiche, un uomo si fece esplodere uccidendo 13 cittadini tedeschi. Poi c’è quella del 19 marzo, a ridosso della piazza di Galatasaray, a pochi metri da un centro commerciale: cinque morti, di cui due cittadini americani, due israeliani e un siriano, a questi si aggiungano i 36 feriti, un terzo dei quali stranieri.

A Istanbul la rete di affiliati all’Isis è estremamente strutturata, anche perché a differenza di Bruxelles o Parigi, ha potuto ramificarsi negli anni grazie al sostegno dell’intelligence turca: il famigerato MIT. Gli intrecci segreti tra il governo e il sedicente Stato islamico si sono concentrati tradizionalmente su tre ambiti legati alla Siria.

Da un lato la logistica per i foreign fighters, che da varie parti d’Europa atterravano all’aereoporto Atatürk. Da Istanbul venivano poi portati ad Adana in attesa di varcare il confine con la Siria. Poi i traffici: armi e petrolio di contrabbando. Su quest’ultimo aspetto ci fu la denuncia di Can Dündar e Erdem Gül, direttore e caporedattore del giornale “Cumhuriyet”. Le rivelazioni di questi traffici, attraverso un’inchiesta giornalistica, ai due reporter è costata un’accusa di diffusione di segreti di stato e una consequenziale condanna a cinque anni…

Il cambio di scenario nei rapporti di forza

La domanda da porsi è cosa possa essere cambiato nel 2016, rispetto al passato, tra i due tradizionali partners. Qualcuno parla di questa nuova sintonia con Mosca, ma in gennaio e poi in marzo con Putin sembravano volersi dichiarare guerra a vicenda…

Potrebbe essere una ipotesi che le autostrade turche della jihad verso la Siria sono state chiusa grazie all’accordo economico di sei miliardi di euro tra la Turchia e l’Unione Europea, per impedire ai rifugiati di arrivare in Europa? E potrebbe essere questo tema, cioè interrompere la partnership con l’Isis, uno dei punti, segreti, per sottoscrivere il patto economico con l’Europa?

Fonte: Liberation

A poche ore dall’attentato all’aereoporto di Istanbul, l’Emirato del Caucaso sembra essere l’organizzazione di provenienza degli attentatori. Il dato inquietante è che  alcuni dei suoi esponenti sono stati a lungo protetti come esuli dal governo turco, poiché ricercati dall’intelligence russa

Storia di un attentato annunciato

1 luglio 2016  – Sembra ormai chiara la matrice dell’attentato costato la vita a 42 persone e il ferimento di altre 230. I tre terroristi che si sono fatti esplodere ieri l’altro sono un russo di origine cecena un uzbeco e un kirghiso. Il russo, identificato come Osman Vadinov, sarebbe arrivato in Turchia da Raqqa, la capitale dell’Isis in Siria, nel 2015.

Lo jihadismo ceceno che ripara ad Istambul

Alcune fonti giornalistiche turche hanno in realtà smentito che Vadinov fosse russo ma originario del Daghestan, repubblica russa confinante con la Cecenia, collegato direttamente alla mente dell’attentato terroristico Akhmed Chatayev, ceceno ricercato da Mosca e considerato dalle Nazioni Unite come il referente dello Stato Islamico per l’addestramento dei jiadisti di lingua russa.

E’ certo straordinaria la coincidenza di questo attentato organizzato e condotto dalla filiale caucasica dell’Isis proprio quando il presidente autocrate della Turchia Erdogan si riappacifica con il leader russo Putin. Questo perché uno dei motivi dello scontro tra i due paesi che si è sviluppato negli ultimi mesi, rispetto alla guerra in Siria, è stata proprio la protezione data dalla Turchia agli islamisti dell’area legata alla Cecenia, dopo le vicende delle guerre d’indipendenza, dove vi fu ad un certo punto la convergenza tra indipendentisti e jiadisti,

Da queste vicende uscì fuori la figura di Doku Umarov, autoproclamatosi presidente dell’Ièkeria, cioè la Cecenia secessionista e poi emiro dell’Emirato del Caucaso. Dopo la sua misteriosa scomparsa nel 2014, l’Emirato si affiliò all’Isis, contribuendo alla crescita dello Stato Islamico nella guerra in Siria. Fatto sta che sia i jihadisti che gli indipendentisti orfani del generale Djokhar Dudajev, trovarono rifugio proprio a Istanbul.

Storie di spie

Così, l’Intelligence russa, dal 2003, proprio in terra turca, andò a cercarli, facendone fuori alcuni, come Abdulvahid Edilgireev, l’ultimo in ordine di tempo, ucciso nel 2015. Ma nel febbraio di quest’anno il governo russo inviava una relazione della sua intelligence denunciando il sostegno del MIT, il servizio segreto turco, nei confronti dei jihadisti. E non solo, perché nello stesso documento si davano indicazioni sull’attività da parte del figlio di Erdogan circa la ricettazione del petrolio di contrabbando rubato dall’Isis e fatto arrivare dal confine siriano in Turchia, proprio attraverso il MIT.

Così, poche settimane prima dell’attentato lo stesso inviava a sua volta al proprio governo un documento in cui si prevedeva a breve un attentato a Istanbul, probabilmente all’aereoporto…

Al di là di ogni dietrologia, siamo di fronte ad uno Stato turco i cui servizi di sicurezza per anni hanno organizzato e pianificato un sistema logistico in favore dei jihadisti proprio nella città di Istanbul, e adesso, che sembrano essere cambiati i rapporti di forza, i nodi vengono al pettine…

IL GIORNALISMO CHE SFIDA IL POTERE

Una copertina che è costata l’arresto del direttore Cevheri Guven e del caporedattore centrale Murat Capan della rivista Nokta di Istanbul

“Lunedì 2 novembre:

l’inizio della guerra civile turca”

4 novembre 2015  E’ questo il titolo di ieri, il quale sovrastava una foto del presidente Recep Tayyip Erdogan, all’indomani della consultazione elettorale, che ha dato la maggioranza assoluta dei voti in parlamento al partito del dittatore bianco euro-asiatico.

Arrestateli tutti!

Le accuse nei confronti dei due giornalisti sono di eversione e istigazione a delinquere. La testata era già da settembre nel mirino del governo, quando Capan, dopo un blitz compiuto nella redazione, era stato arrestato e poi rilasciato, in libertà condizionata, ed il giornale veniva ritirato dalle edicole. Quella volta un’altra copertina era sotto accusa: ritraeva il sultano Erdogan mentre scattava un selfie con sullo sfondo dei soldati che portavano a spalle un feretro avvolto dalla bandiera turca, dato che due mesi prima era riesploso il conflitto contro il PKK.

Poi, a due settimane dalla scadenza elettorale, il sito della rivista veniva oscurato da un tribunale di Istanbul, per diffamazione contro il partito AKP. Ma in quella occasione non vi era stata nessuna copertina particolarmente “oltraggiosa”, l’organo di giustizia aveva stabilito una sorta di censura preventiva.

Il programma di governo: silenziare la libertà

Il capo del governo turco, Ahmet Davutoglu, il giorno stesso del responso elettorale lo aveva promesso: “Il popolo ci chiede di governare da soli, e se siamo chiamati a servire il popolo, perché mai dovremmo tirarci indietro? Già da oggi ci metteremo al lavoro”. Come si dice: ogni promessa è debito… E il governo turco si è messo al “lavoro” di buona lena nei due giorni successivi alle elezioni.

 

Una maxi operazione di polizia, nella provincia di Smirne, tradizionalmente a vocazione laica, ha portato all’arresto di 40 persone, tra burocrati e funzionari di polizia sospettati di spalleggiare l’imam Fetullah Gulen, prima sponsor del presidente-sultano, poi diventato acerrimo nemico, dal suo esilio statunitense, per questo accusato di attività finalizzate a rovesciare il governo turco.

Attenzione, perché l’imam Gulen, è diventato, rispetto alla strategia autoritaria di Erdogan, uno strumento di repressione per coloro che non essendo allineati a partiti di opposizione filo kurda, quindi di per sé “terroristi”, devono essere inseriti dentro un ambito di minaccia alla stabilità del paese. Così come per le testate giornalistiche ostili all’autocrate, afferenti al gruppo editoriale Ipek, messe a tacere cinque giorni prima della scadenza elettorale, sotto commissariamento giudiziario. In questo contesto il “lavoro” profuso nei due giorni successivi alle elezioni ha generato il licenziamento di 58 giornalisti.

I posizionamenti degli Stati

Il capo degli osservatori dell’Osce, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Ignazio Sanchez Amor, così ha dichiarato: “I media sono gravemente sotto pressione… Le indagini penali a carico di giornalisti per sostegno al terrorismo e diffamazione del presidente hanno avuto un effetto spaventoso sui media”.

Il “lavoro” del governo turco, all’indomani delle elezioni, procede quindi. Nuovi ed intensi raid aerei, contro rifugi e depositi di armi del PKK si sono susseguiti nel sud-est del paese, tra le zone di Hakkari, Metina, Zap, Avasin-Basyan, Hakurk, Gara e Qandil. Varie poi le operazioni contro postazioni e barricate sempre presso la provincia di Hakkari, dove sono stai uccisi tre militanti curdi, di cui un ventenne nella città di Silvan, dove da ieri tre quartieri sono soggetti a coprifuoco da parte dei militari.

 

Intanto le solite voci preoccupate arrivano dall’Europa e dagli Stati Uniti, inutile persino raccontarle, visto che i primi hanno un accordo da chiudere sull’accoglienza ai migranti in Turchia per non farli passare in Europa, con in cambio vari benefit, tra cui l’entrata nell’Unione europea.

Per gli Stati Uniti invece il posizionamento geografico della Turchia è fondamentale per organizzare logisticamente la guerra in Siria… La dichiarazione però di Andrea Gross, capo delegazione degli osservatori del Consiglio d’Europa, è tutta un programma, poiché descrive una realtà che esiste solo nella sua mente, visto il “lavoro” che da subito il capo del governo ha avviato, dopo averlo promesso al suo popolo, che chiede stabilità.

Secondo questo funzionario Erdogan sarebbe in difficoltà: “Dovrà unire nuovamente ciò che è stato diviso negli ultimi cinque mesi. Gli chiediamo di dare prova di responsabilità e di abbandonare i toni militanti che ha utilizzato negli ultimi mesi di campagna elettorale”…


Credit La Presse/EFE, EPA, ANSA, AP

La vicenda dei giornalisti Can Dündar e Erdem Gül, in Turchia segnala il tentativo di mettere a tacere quel giornalismo che denuncia la corruzione dei fini all’interno del quale il sistema politico turco ha perduto il suo significato laicista: la difesa del bene pubblico

Ankara: quando il giornalismo sfida il potere

7 maggio 2016 – Dündar e Erdem, sono rispettivamente il direttore ed il caporedattore di Ankara del giornale di opposizione al governo autoritario del presidente Erdogan “Cumhuriyet”. La condanna uscita fuori dal procedimento penale contro di loro è stata pesantissima: cinque anni di reclusione. L’accusa  è quella di diffusione di segreti di stato, questo perché lo scorso anno il giornale aveva svolto un’inchiesta sul traffico di armi che il governo turco conduceva ai confini con la Siria, attraverso i suoi servizi segreti.

La verità sui traffici con l’Isis

I due giornalisti si erano soffermati su questo aspetto poiché nel contesto della guerra in Siria quelle armi erano destinate anche all’Isis, le cui ramificazioni in Turchia, da Istanbul fino alla linea di confine appunto, erano e sono fortissime. Ramificazioni che riguardavano prima di tutto il sistema di reclutamento dei foreign fighters, implementato grazie alle basi logistiche dello Stato islamico nella megalopoli turca, e poi allo smercio del petrolio di contrabando, prodotto dai pozzi controllati tra l’Iraq e la Siria.

Tra l’altro il direttore del giornale, poco prima della sentenza, davanti al palazzo di giustizia, diventava vittima di un attentato da parte di un uomo dell’Anatolia centrale, identificato come Murat Sahin, il quale apriva il fuoco contro Dündar  ferendo però il reporter di una rete televisiva che si apprestava a documentare il processo a carico dei due giornalisti. Ovviamente le autorità turche hanno dirottato la responsabilità dell’attentato su qualche organizzazione terroristica, cose se i terroristi  potessero essere interessati ad un giornalista di opposizione al regime del presidente Erdogan.

“L’obiettivo di questa sentenza – dichiarava ai network Dündar – non è solo quello di ridurre noi al silenzio. Queste pallottole sono state sparate non solo per mettere a tacere noi e impedire al nostro giornale di continuare a fare il proprio dovere, ma anche per intimidire tutti i media turchi e terrorizzare i giornalisti”.

UN DITTATORE DENTRO LA NATO

Il partito di Erdogan guadagna la maggioranza assoluta in parlamento, tra la strategia del terrore, la repressione della libertà di stampa, la censura dell’opposizione, i gas lacrimogeni e i misteri sullo svolgimento elettorale

Il presidente vince in Turchia le elezioni del terrore

2 novembre 2015  “Grazie a Dio, oggi è il giorno della vittoria della nostra nazione”. Con queste parole Ahmet Davutoglu premier del governo turco ha salutato la vittoria del partito che governa dal 2002, attraverso cui il presidente Recep Tayyip Erdogan è stato conclamato sultano del paese.

Una elezione che impedisce di cambiare la Costituzione

Con un’affluenza dell’87,4 per cento, l’Akp (Partito islamico moderato Giustizia e sviluppo) ha guadagnato il 49,4% dei voti e 316 seggi, aggiungendo dalle elezioni di giugno, che non avevano dato una situazione di governabilità chiara, quasi 3 milioni e mezzo di voti, superando la quota di 23 milioni, record dal 2011. Al secondo posto si è piazzato il partito socialdemocratico Chp, con il 25 per cento e due seggi guadagnati rispetto a giugno: 134 in tutto. In terza posizione c’è il partito filo-curdo Hdp (Partito dei popoli democratici) con il 10,4 per cento, perdendo 3 punti percentuali e un milione di voti, raggiungendo i 59 seggi. Infine c’è il partito nazionalista Mhp, che ha smarrito quasi due milioni di voti e la metà dei suoi seggi, attestandosi a 41.

L’unico rammarico per il “Sultano” è che non riuscendo ad arrivare a 330 seggi non è in grado di cambiare la Costituzione in senso presidenziale, anche per mettersi al riparo dagli scandali di corruzione, che lo vedono sotto i riflettori della magistratura, sia lui che la sua famiglia.

Delle 81 provincie turche sembra non si siano salvate neanche quelle tradizionalmente laiche come Smirne, dove l’AKP ha recuperato 8 deputati in più. L’unica area che ha resistito all’assalto del partito-stato è il sud-est, dove risiedono i curdi, i quali hanno permesso all’ Hdp di superare la soglia di sbarramento del 10 per cento. Un successo comunque dato che gli è stato impedito di condurre una campagna elettorale in senso democratico.

Strategia del terrore e piccoli misteri

La strategia del terrore, che tanti osservatori gli hanno attribuito dopo il voto di giugno, ha dunque sortito gli effetti sperati, mentre la collera kurda esplodeva ancora prima delle velocissime procedure di sfoglio. A Diyarbakir sono stati appiccati incendi, tra barricate, scontri con la polizia, gas lacrimogeni e una decisa repressione. E questo potrebbe essere solo l’inizio di una sorta di guerra civile da svilupparsi nelle città più grandi come Istanbul ed Ankara, considerato che dal giugno di quest’anno tra le file curde ci sono stati almeno duecento morti a causa della guerriglia sulle strade del sud-est.

Due misteri hanno contraddistinto poi queste elezioni. Il primo riguarda la decisione del “Sultano” di non adeguare la Turchia al ripristino dell’ora solare, come in tutti i paesi europei, rimandandola all’8 novembre, con la motivazione che l’assenza di luce nel pomeriggio di domenica avrebbe potuto indurre molti cittadini a non andare a votare. Una situazione un pò grottesca, visto che gli strumenti informatici come tablet o computer venivano adeguati elettronicamente, e questo ha creato caos nelle dinamiche sociali del paese. E poi c’è la velocità straordinaria con cui è stato condotto o sfoglio delle schede, i cui risultati certi sono arrivati in meno di due ore, tanto da far parlare alcune forze dell’opposizione di inesattezza tra i conteggi di molti singoli seggi e la gestione conteggi finali…

I tema del terrore: tra jihad e questione kurda

La Turchia è lo snodo delle autostrade della jihad, percorse dai cittadini europei che vogliono affiliarsi all’Isis, per andare a combattere sul territorio siriano: i cosiddetti “foreign fighters”. Adana, in Turchia, a 200 chilometri dal confine con la Siria è proprio il luogo in cui si concentrano quei cittadini europei che decidono di andare a combattere per la jihad.

Sono soprattutto giovanissime ragazze, come la piacentina residente in Francia, scoperta ed espulsa qualche settimana fa. Attraverso il web le si mettono in condizione di organizzare il viaggio verso la Turchia, dove ad accoglierle c’è una base logistica, con cittadini turchi che gestiscono il periodo di attesa, affittando appartamenti e monitorando i collegamenti con la Siria.

La guerra all’Isis viene usata da Erdogan per assimilare nel mucchio del terrorismo anche le istanze di libertà e indipendenza del popolo curdo, sia in Siria, la cui resistenza combatte direttamente contro lo Stato islamico, che in Turchia contro il PKK, con cui da quest’estate ha ripreso un vero e proprio scontro armato. Quello che succede nel cantone di Kobane in Rojava, nel Kurdistan occidentale, che copre il territorio della Siria settentrionale, è, ad esempio, qualcosa di straordinario, nel contesto delle vicende che si sviluppano in Turchia.

L’Assemblea delle donne di Kobane, che ricordiamo sono le principali protagoniste della resistenza militare sul territorio contro l’Isis, ha elaborato delle disposizioni di legge per il Cantone. Vengono vietati i matrimoni precoci delle bambine, e viene vietata anche la poligamia. Queste disposizioni verranno condivise sul territorio sia attraverso forme di educazione sociale che diffuse nelle assemblee di quartiere. L’intento è proprio quello di costruire una società democratica basata sulle leggi delle donne. E’ questo il popolo definito terrorista dalla strategia del terrore di Erdogan.

Ma il maggior paradosso della questione curda in Turchia arriva proprio con la strage di Ankara, costata la vita a più di cento persone, perpetrata, sembra dall’Isis, proprio contro il popolo curdo, perché la manifestazione dove sono morte quelle persone, per lo più giovani, chiedeva di trovare soluzioni pacifiche proprio a favore del popolo curdo. Ecco che Erdogan ribalta il senso della realtà, lanciando al paese la sindrome della paura e dell’instabilità, usata sapientemente nel pieno della campagna elettorale.

II tema del terrore: i media di opposizione sono terroristi

Praticamente, a pochi giorni dalle elezioni, il presidente sultano ha sottoposto in amministrazione controllata una holding, Koza Ipek, che controlla un gruppo editoriale, composto sia da giornali che da emittenti televisive, critici nei confronti dell’AKP. Tra questi vi sono alcune testate, direttamente accusate di foraggiare le proteste di piazza, connotate in termini di “promozione del terrore”… Ma la principale accusa è mossa soprattutto rispetto all’ipotetico sostegno nei confronti di Fethullah Gülen, un predicatore islamico, residente negli Stati Uniti, prima sostenitore dello stesso Erdogan poi oppositore, e ovviamente per questo diventato leader di una organizzazione terroristica.

All’interno del gruppo editoriale Ipek, con sede a Istanbul, gravitano, appunto, varie testate: i quotidiani Bugun e Millet e i canali Kanalturk e Bugun Tv. In quest’ultima, mentre il giornalista leggeva in diretta le notizie della mattina, annunciava anche che da un momento all’altro le trasmissioni potevano essere interrotte dal governo, e così è stato. Nel frattempo, nella strada adiacente 500 dimostranti, tra giornalisti ed esponenti politici dell’opposizione, si radunavano per protestare contro un atto espressamente dai toni fascisti ed antidemocratici. La polizia, presentatasi in tenuta antisommossa, per tutta risposta utilizzava gas lacrimogeni e getti d’acqua per disperdere la folla, mettendo in stato di fermo alcuni giornalisti.

In realtà la scadenza elettorale dell’1 novembre è stata la vera questione sul tappeto, che il sultano a voluto vincere a tutti i costi, per cambiare la Costituzione, al fine di restare ancora al potere. Si pensi che negli ultimi 25 giorni il 90 per cento delle trasmissioni della Tv pubblica TRT, sono state a lui dedicate, in spregio alla logica pluralista di una democrazia.

Uno dei leader kurdi, Demitras, intervistato dai networks internazionali, ha così dichiarato:”In un modo o nell’altro per un lungo periodo di tempo siamo stati oggetto di una moltitudine di pratiche illegali e incostituzionali, che non trovano fondamento in alcuna legge nazionale o internazionale. In tal senso, dunque, il raid non ci sorprende, tuttavia è un atto inaccettabile”.

Il patto con l’Unione Europea

Che la fuga di massa dalla guerra siriana sia diventata un peso imbarazzante per la Commissione Europea, è ormai un fatto assodato, per cui l’attivazione dell’accordo raggiunto dalla Merkel per coinvolgere la Turchia, sulla creazione di una zona cuscinetto nel nord del paese, finalizzata a non far passare i rifugiati in Europa, è l’asso nella manica di una Europa che lentamente si sta disintegrando.

In tal senso non possiamo esimerci dal riportare un’affermazione del Presidente della Commissione Junker, estremamente significativa: “Che piaccia o meno dobbiamo cooperare con la Turchia… Esistono questioni irrisolte sui diritti umani e la libertà di stampa… E’ necessario muoversi rapidamente perché Ankara è d’accordo affinché i profughi restino in Turchia”.

Che piaccia o no, dunque, inglobare nell’Unione Europea un paese il cui leader non rispetta i diritti umani e la libertà di stampa si può, basta che risolva la grana dell’esodo dei rifugiati. In cambio vi è la promessa di accelerare l’entrata di questa Turchia nell’Unione Europea, e in attesa che questo possa avvenire, gli vengono assicurati altri benefit. Erdogan, interessato ad avere mano libera nel suo paese, vorrebbe che la Turchia venisse riconosciuta come “paese terzo sicuro”, per impedire ai cittadini curdi, che stanno combattendo in Turchia la guerra di resistenza, di chiedere asilo politico in Europa. Poi ci sarebbe la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi per l’Europa e non ultimo tre miliardi di euro per pareggiare il conto.

Il potere e la potenza distruttrice acquisiti dal dittatore islamico Erdogan, è la vera rappresentazione della morte del modello politico europeo, tra asserzioni in difesa dei suoi defunti valori fino all’alleanza con un criminale autocrate

Il dittatore, le spie e i terroristi

tra le porte del Medio Oriente

22 luglio 2016 Gli eventi che hanno caratterizzato i mesi a cavallo tra la seconda metà del 2015 e l’estate del 2016, rappresentano un punto di non ritorno della nostra storia contemporanea. Da un lato c’è l’inettitudine della classe politica europea incapace o disinteressata a salvaguardare i basilari principi su cui la stessa Europa è nata: democrazia, stato di diritto, coesione sociale, salvaguardia dei diritti umani e civili. Come controcanto vi sono le contraddizioni dell’area mediorientale, governata da guerre sempre più cruente, dittatori e autocrati corrotti.

Sono proprio questi i migliori partners dei governi europei, i quali vendono armi ai paesi in guerra, fomentano le distruzioni sociali e ambientali e poi quando la gente perseguitata fugge, essi ergono muri e si chiudono in quella fortezza di avorio che si sono costruiti. Una fortezza che fa il verso a quella parte di opinione pubblica che trafitta dalla crisi economica e finanziaria, anziché vedere la causa del proprio disagio nell’incapacità delle classi politiche, funzionali ai grandi gruppi finanziari, individua nei migranti che fuggono il motivo della propria precarietà percepita prima che reale.

Le narrazioni asimmetriche

In questo contesto si erge il terrorismo del sedicente Stato islamico: Isis, Is, Daesh o come lo si voglia chiamare, che ha distrutto migliaia di vite innocenti in Europa come in Medio Oriente, in Africa come in Asia centrale. Le sue stragi vengono narrate come una guerra ai valori del sistema occidentale, mentre se di guerra si deve parlare questa è prima di tutto contro gli stessi musulmani, proprio nelle terre mediorientali. E’ una guerra di potere, invece, prioritariamente condotta contro i potentati arabi partners dell’occidente, che in Europa ha uno scopo promozionale, cioè quello di rinsaldare le fila e fare proseliti…

Poi ci sono i media mainstream occidentali che giocano un ruolo fondamentale nel “promuovere la guerra di civiltà” e nel raccontare i fenomeni migratori attraverso un processo di manipolazione semantica che ha ribaltato i piani di significazione: la sindrome dell’invasione, fenomeno quanto mai fuori dalla realtà. Il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna è uno degli esempi tra i più inquietanti, dato che pezzi di popolazioni meno urbanizzate, meno scolarizzate e affette da analfabetismo funzionale, hanno votato per l’uscita del paese dall’Europa convinti che il loro problema fosse l’invasione dei migranti…

E così anche in altre parti d’Europa vi è stata l’emersione di nazionalismi, nuovi fascismi ed un sentimento xenofobo e razzista che fa leva sugli istinti più primordiali e non sulla ragione, in una epoca iper-tecnologizzata e scientista.

Da membro della Nato a dittatore mediorientale

La Turchia, paese membro della Nato, in qualche modo è diventato il polo d’attrazione e forse anche il luogo di sintesi di tutte queste contraddizioni, anche simbolicamente, dato che è quello che segna il confine geografico tra Europa e Medio Oriente. In pochi mesi in questo paese vi è stata un’accelerazione della trasformazione antropologica, in atto ormai da qualche anno, che segnerà una linea divisoria tra i processi storici. Un paese dove per un secolo laicismo e islamismo hanno convissuto nel segno del rispetto reciproco, ma dopo un ventennio di interposizioni, il suo leader islamico, eletto dalla metà del popolo musulmano, è riuscito ad affermare sulle istituzioni una cruenta dittatura, annientando la componente laica della società…

Questo dittatore è stato pagato dall’Unione Europea per impedire ai rifugiati di “invadere” l’Europa. Questo dittatore si è reso responsabile di atroci crimini contro l’umanità. Questo dittatore è considerato un partner affidabile dall’Unione Europea e degli Stati Uniti. Questo dittatore, attraverso la sua intelligence, è stato per anni partner di quel sedicente Stato islamico, che secondo i media occidentali ha dichiarato guerra all’Europa.

I servizi segreti del MIT hanno attivato una strategia della tensione scaricata sugli oppositori e sul popolo kurdo, costruendosi una motivazione per poter fare man bassa degli uni come degli altri: dalla strage di Ankara al golpe pilotato. La crisi o la  morte del modello europeo, insomma, non sono simbolicamente rappresentate dalle stragi jihadiste ma dal potere e dalla potenza acquisite da questo dittatore…

Credits AP,Reuters

Le modalità con cui è stato condotto il fallito golpe in Turchia del 15 luglio rappresentano la prova stessa che è stata una operazione pilotata, attraverso cui gli ufficiali golpisti in comando sono caduti in una trappola ben congeniata, in perfetto stile MIT, l’intelligence turca

Due popoli turchi dopo il golpe pilotato

19 luglio 2016 – Sgombriamo subito il campo dalle ambiguità del caso: è nostra convinzione che il tentativo di golpe attuato venerdì 15 luglio in Turchia sia stato pilotato dagli uomini dei servizi segreti del MIT. Le prove di questa operazione di intelligence difficilmente salteranno mai fuori. L’unica possibilità forse saranno i 100mila documenti che WikiLeaks ha annunciato di pubblicare presto sul sistema di potere turco.

Tra indizi e fatti incontrovertibili

Esistono però un insieme di notizie fatte filtrare da fonti più o meno attendibili che fanno da sponda a fatti incontrovertibili, che hanno un peso enorme, poiché se messi in fila uno per uno non possono che essere indizi in un processo di interpretazione induttiva. Come si dice tre indizi sono una prova, e qui ne abbiamo decine.

Sullo sfondo vi stanno i soggetti di questa storia: un presidente, un apparto pubblico e un popolo. Il primo, Recep Tayyip Erdogan, al potere da un ventennio, di fede musulmana sunnita, vicino ai Fratelli musulmani, si è reso protagonista di un accentramento del potere che lo ha trasformato in breve tempo in un autocrate. Un accentramento costruito su due fatti: da un lato il suo arricchimento personale e familiare, attraverso varie azioni illecite, tra speculazioni edilizie e vendita di petrolio di contrabbando, con inchieste ancora aperte.

Dall’altro, le vicende legate alla vendita di petrolio fatto arrivare tramite gli accordi con l’Isis, di cui il collettore era proprio il figlio del presidente, erano gestite dal MIT, come il traffico di armi e il passaggio dei foreign fighters, attraverso quelle che sono state chiamate “le autostrade della jihad”, tra Istanbul ed il confine siriano.

L’accentramento del potere, costruito sul ruolo del partito di Erdogan, l’AKP, diventato partito-stato, ha avuto possibilità di svilupparsi grazie ad uno strano mix di politiche neo-liberiste e islamizzazione forzata di un paese che storicamente si è contraddistinto per sintetizzare al suo interno la tradizione musulmana ottomana con il laicismo  kemalista del fondatore dello Stato Mustafa Kemal Atatürk.

La componente musulmana che annienta quella laica

I fatti ci dicono che in Turchia, al di là delle correnti islamiche o nazionaliste organizzate, più o meno oltranziste, al di là dei colpi di stato del passato, l’anima musulmana del paese ha convissuto per un secolo con quella laica e questo sia all’interno degli apparati dello Stato, cioè burocrazia, sistema giudiziario, apparato militare, che nella società, con i partiti espressione delle due differenti visioni, ma soprattutto con un popolo diviso a metà, che in qualche modo nei decenni si è rispettato.

L’icona del fondatore dello stato turco, il laico Atatürk, che campeggia dappertutto nelle città turche, è stata l’espressione di questa sintesi. Icona che si è frantumata proprio la sera del golpe pilotato, quando cioè nelle strade di Istanbul e Ankara non è sceso il popolo in quanto tale ma la sua componente musulmana, il resto si è rintanata in casa ad attendere gli eventi.

Quest’ultimo è il fatto centrale di questa storia poiché la componente musulmana è diventata il popolo in quanto tale, che legittima il potere del presidente autocrate, da più parti ormai chiamato con la denominazione di sultano. Un processo di trasformazione antropologica che non poteva che essere attivato attraverso un evento straordinario di violenza di massa come un golpe non riuscito…

L’accentramento del potere

L’islamizzazione forzata dal “Sultano” ha prodotto però in pochissimi anni uno scontro istituzionale che ha riguardato prima che le gerarchie dell’apparato militare o di polizia soprattutto il sistema giudiziario, anch’esso spezzato in due tronconi: quello legato all’AKP e quello diciamo così indipendente. Fu proprio il pezzo di magistratura indipendente a fermare la speculazione edilizia sul Gezy Park, che nei piani del sultano doveva far posto ad una moschea, un centro commerciale ed una caserma ottomana, e che portò migliaia di giovani laici a protestare.

La prima fase dell’accentramento del potere ha riguardato l’annullamento della libertà di stampa, attraverso la chiusura dei giornali e l’arresto indiscriminato dei giornalisti sganciati dal partito-stato, cosa abbastanza semplice da effettuare in quanto corpi estranei al sistema di potere. Più difficile la possibilità di cambiare la Costituzione in senso presidenziale, cosa non riuscita al sultano proprio a causa dei centri di potere istituzionale a lui avversi.

Il punto di svolta con l’apparato militare

Questa sorta di scontro istituzionale con l’apparato militare stava per arrivare al punto di svolta o quanto meno la resa dei conti con i militari non fedeli alla linea diventava il possibile viatico per una epurazione totale del sistema pubblico. Ecco che colonnelli e generali venivano avvisati pubblicamente che in agosto ci sarebbe stato un complessivo riordino delle gerarchie.

Quei colonnelli e generali avversari del sultano avrebbero perso posizionamento, potere e privilegi garantiti per decenni in quanto alti esponenti di un apparato militare che tradizionalmente in Turchia ha sempre avuto una certa autonomia dal potere politico. Ecco che l’epurazione di questi centri di potere per essere possibile aveva bisogno di una situazione assolutamente straordinaria, insieme appunto alla trasformazione antropologica di un pezzo di popolo, quello musulmano, nel popolo turco in quanto tale…

L’unica possibilità insomma per far sopravvivere il potere  dei militari da estromettere non poteva che essere un golpe… Come diceva un membro dello staff di Nixon, protagonista dello scandalo Watergate: “se li tieni per le palle il cuore e la mente seguiranno…”  

Gli indizi di un falso colpo di stato

La particolarità di questi golpisti è che volevano farlo passare per un atto compiuto in nome del laicismo, della democrazia e dei diritti civili non rispettati… Dei militari che compiono un colpo di stato per far rispettare la democrazia? Non è forse questo un ossimoro? E poi la Turchia è un paese Nato, dove vi è una delle basi americane  più importanti nel quadro dei conflitti mediorientali: Incirlik.

Qui solo ad operazioni avviate è stata staccata la corrente, non dai golpisti ma dalle autorità fedeli al sultano. Quindi è presumibile che gli Stati Uniti, che hanno il controllo aereo in Turchia, non sapessero cosa stesse succedendo? E le tardive dichiarazioni della Casa Bianca di “appoggio al governo liberamente eletto” potrebbero avere una rispondenza con i proclami dei golpisti che inneggiano alla democrazia?

Ma in quel 15 luglio le anomalie organizzative si sono susseguite come in un copione già scritto, per un colpo di stato tecnicamente improbabile, se si pensa che persino il progetto del golpe Borghese in Italia fu meglio concepito, il che è tutto dire… Da dove è nata la convinzione da parte di militari con una assodata esperienza e non certo sprovveduti che un golpe con un piccolo pezzo di uno degli eserciti più potenti al mondo potesse riuscire? E se a questo aggiungiamo che i soldati semplici erano ragazzi di leva che non avevano idea di cosa stessero facendo se non una esercitazione, la sicurezza di poter riuscire nell’impresa da dove nasceva?

E’ stata ripetuta da tanti l’assurda stranezza di un golpe effettuato alle 22 e non in piena notte. Sono filtrate indiscrezioni sul fatto che le operazioni erano state effettivamente puntate prima dell’alba, ma qualcuno sembra avere avvisato i promotori che il colpo di stato doveva essere anticipato. Da chi? E perché? Come è possibile la riuscita di una presa del potere violenta se non saboti nell’ordine: linee telefoniche, internet, corrente elettrica?

Com’è possibile che militari di lungo corso possano pensare di compiere un colpo di stato senza pianificare perfettamente le due operazioni fondamentali, cioè accerchiare e arrestare il presidente in carica e i membri del governo? Sono invece arrivati in ritardo nell’albergo di Marmaris dove Erdogan era in vacanza, poiché era già partito… E comunque quando sono arrivati hanno fatto esplodere qualche ordigno senza pensare di accerchiare l’abitato… E che dire della dislocazione dei carri armati a Istanbul disposti non in luoghi nevralgici della città?

Così, il sultano, prima che succedesse era già a conoscenza di quello che stava accadendo. Con una tempistica straordinaria prende un aereo prima che i golpisti arrivassero ad arrestarlo, si mette in contatto con la CNN turca e tramite un cellulare fa il discorso alla nazione chiamando alla mobilitazione il popolo turco…

Una volta rientrato il pericolo, nel giro di 48 ore sono state arrestate quasi diecimila persone, tra militari, poliziotti, magistrati e funzionari pubblici. Ma come si fa a realizzare una mega retata di queste proporzioni in questo breve tempo senza una pianificazione a monte di giorni, sia nella compilazione delle liste di proscrizione che per ciò che concerne mezzi e uomini da impiegare e logistica? Evidentemente era tutto pronto…

Una ghiotta occasione repulista

Ma al di là di questo cosa c’entrano magistrati e impiegati pubblici in un tentato golpe? La motivazione è stata che sono tutti uomini seguaci di Fethullah Gülen, il ricchissimo ex imam ed acerrimo oppositore del sultano, rifugiato negli Stati Uniti, che Erdo?an ha accusato, chiedendone l’estradizione, di essere l’ispiratore e l’organizzatore del tentato golpe…

Le ultime notizie ed immagini sono raccapriccianti: soldati arrestati, denudati, sdraiati e linciati come animali, in perfetto stile da campo di concentramento nazista, il sindaco di una cittadina giustiziato, arresti sommari casa per casa ed il popolo musulmano che nelle piazze chiede la condanna a morte… Di quale colpo di stato stiamo parlando?

Con gli alleati di Assad chiede mano libera sul Rojava, con l’Isis si accorda sul petrolio da far passare a Tel Abyad

I due tavoli da gioco della Turchia

20 dicembre 2016  Nel giro di poche ore, nella giornata di ieri, le immagini di un omicidio, praticamente in diretta, quello dell’ambasciatore russo in Turchia, e di un mercatino berlinese, devastato dalla furia omicida, presumibilmente jihadista, hanno fatto da contro-canto al genocidio di Aleppo, forse il più atroce massacro, insieme a quello ruandese, dalla seconda guerra mondiale, che continua a mietere vittime nell’indifferenza dell’occidente.

Le guerre di Erdogan

Un giornata che fotografa il nostro tempo, cioè lo sconquasso internazionale che la guerra jihadista in Medio Oriente determina da alcuni anni e che si incrocia con un’altra immagine che appartiene alla giornata di oggi, cioè il summit trilaterale fra Russia, Iran e Turchia sui destini della Siria.

Una fotografia emblematica perché nella guerra per procura tra gli Stati, combattuta sulla pelle di centinaia di migliaia di morti civili e milioni di rifugiati, perseguitati anche in Europa in seguito all’innalzamento dei muri, la Russia e l’Iran hanno sempre combattuto a fianco del dittatore Assad, mentre la Turchia contro.

Non solo, ma la Turchia ha sostenuto, informalmente, l’Isis per anni, soprattutto per lo smercio del petrolio di contrabbando, armi e il supporto logistico dei foreign fighters, dai suoi confini. Poi, è entrata sempre più nel campo di battaglia, formalmente contro l’Isis, ma realmente contro il popolo kurdo e la sua confederazione del nord della Siria.

Le battaglie del popolo kurdo

Erdogan, Presidente-Sultano della Turchia, oramai trasformatosi a tutti gli effetti in un dittatore, visto il modo in cui ha messo a ferro e fuoco il suo paese, ha come suo primo obiettivo eliminare la confederazione kurda, e si ritrova oggi attorno ad un tavolo con i suoi tradizionali nemici, per avere mano libera sul nord della Siria. Nel frattempo il suo esercito continua a bombardare le città kurde della confederazione, sistematicamente da questa estate, sono stati conteggiati venticinque attacchi, costringendo i soldati kurdi a combattere due guerre: contro l’Isis e contro la Turchia.

L’ultimo attacco a Kobane, quello di domenica, non ha prodotto vittime ma solo danni materiali. Il punto è però un altro, poiché gli ufficiali dell’esercito kurdo YPG denunciano che l’indebolimento del Rojava, oltre a colpire il sistema confederale kurdo avrebbe un altro obiettivo. L’ufficiale Habun Osman, in una dichiarazione all’organo d’informazione kurdo  ARA News, ha accusato il governo turco di sostenere l’ISIS nella loro campagna per riprendere Tel Abyad, città poco distante da Raqqa, la capitale dello Stato islamico in Siria, che adesso è sotto il controllo YPG.

Quando la città era in mano ai jihadisti la Turchia non l’ha mai attaccata, poiché era un punto di passaggio viario fondamentale per il trasporto del greggio di contrabbando dai pozzi siriani alla frontiera turca. Un business che ha prodotto 30 milioni di dollari al mese, per almeno un paio d’anni, secondo i calcoli dei funzionari kurdi.

Ecco che la possibile richiesta di avere mano libera da parte dell’alleanza pro-Assad, e soprattutto dalla Russia, sul Rojava apre un nuovo inquietante scenario nel contesto del conflitto siriano…

Fonte e credits ARA News

In un contesto drammatico per il popolo turco, i poteri che Erdogan può assumere fanno temere che a pieno titolo si entri in un’epoca di autoritarismo

Da Presidente a sultano:

approvata la nuova costituzione turca

21 gennaio 2017Dopo anni di conflitti sociali e mesi di accesi dibattiti parlamentari, oggi, i nuovi 18 articoli della Costituzione turca sono stati approvati dal parlamento, in seconda lettura, in un clima estremamente teso. Su un totale di 550 deputati il partito di maggioranza del presidente Erdogan, AKP, ed il suo alleato, il partito nazionalista Mhp, con 339 voti, hanno vinto una “guerra” che trasforma la repubblica parlamentare turca in presidenziale.

L’ideale laico della Turchia

Quello parlamentare fu un modello nato nel 1923 dopo il disfacimento dell’impero ottomano, che vide il padre della patria moderna Mustafa Kemal #Atatürk, impersonare l’ideale laico e democratico in un paese a forte connotazione islamica. Il presidenzialismo turco verrà sottoposto a voto referendario da parte del popolo tra marzo e aprile di quest’anno, poiché per evitare la consultazione occorrevano 367 voti. Le proteste delle opposizioni anche questa volta non si sono fatte attendere, dopo la risse fisica della settimana passata, una deputata si è ammanettata sul podio degli interventi.

Verso la completa islamizzazione

Con la nuova costituzione viene cancellata la figura del primo ministro le cui funzioni vengono assommate a quelle del presidente, senza i necessari contrappesi parlamentari, considerato che Erdogan, conti alla mano, resterebbe al potere ininterrottamente fino al 2029. Se già il processo di islamizzazione in questi anni è stato incessante, spostando sempre di più i confini del tradizionale laicismo turco verso l’islam sunnita, il potere pressoché assoluto che Erdogan rischia di impersonare amplierebbe ancora di più la spaccatura tra il popolo stesso, per metà laico e per metà religioso.

Se a ciò si aggiunge l’azione repressiva dell’attuale sistema di potere nei confronti delle libertà fondamentali, con la chiusura dei giornali di opposizione e l’arresto dei giornalisti, come anche dei docenti universitari, magistrati, funzionari pubblici, lo scenario che può innescare la nuova costituzione potrebbe essere ancora più drammatico, rispetto al momento attuale. I fantasmi del popolo turco cominciarono a manifestarsi ai tempi delle proteste in piazza #Taksim, per il Gezy Park. Ma in due anni la deriva liberticida della presidenza Erdogan, dalla ripresa delle ostilità contro la popolazione kurda, per passare agli ambigui rapporti con l’Isis, fino al tentato golpe, hanno messo persino l’Unione Europea in forte difficoltà, visto l’accordo sui rifugiati da fermare in Turchia.

Un parlamento svuotato di funzioni

Il nuovo presidente turco potrebbe dunque formare un governo indipendentemente dal parlamento, avrebbe un limite di due mandati, senza abbandonare la sua appartenenza partitica, verrebbe eletto ogni cinque anni insieme ad un parlamento svuotato appunto di funzioni. Il primo ministro Binali Yildirim ha dichiarato la sua soddisfazione agli organi di stampa a fine seduta, affermando che la parola passa al popolo. Di contro Kemail Kilicdaroglu, leader del partito repubblicano Chp, fiero oppositore dell’attuale governo, ha sottolineato che come il popolo potrà correggere l’errore fatto dal parlamento.

Nell’arco di pochi giorni in varie sedi internazionali sono stati denunciati i metodi autoritari del ‘presidente-sultano’

Diritti umani e libertà di espressione

assenti nella Turchia di Erdogan

22 febbraio 2017 Il rapporto di Amnesty International appena pubblicato parla chiaro in relazione al drammatico peggioramento delle garanzie democratiche nel paese, proprio quando il partito popolare democratico (HDP) filo-kurdo, terza forza parlamentare, ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo in merito agli arresti arbitrari di 13 parlamentari, tra cui spiccano i due leader Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag.

Intanto dal podio del vertice di Ginevra sui #diritti umani e la democrazia, svoltosi il 20 febbraio, il giornalista Can Dündar, arrestato e processato dal regime, ha accusato Erdogan di essere un dittatore.

Il rapporto di Amnesty International

La recrudescenza delle pratiche autoritarie turche ha avuto una impennata all’indomani del tentato golpe. Attribuendo la responsabilità dell’evento al nemico Fethullah Gülen, un tempo alleato, e alla rete sociale ed economica o presunta tale, che a lui fa riferimento nel paese, Erdogan ha intrapreso una deriva di repressione e violenza che ha numeri estremamente elevati.

Novantamila dipendenti pubblici sono stati licenziati con un decreto esecutivo, tra cui funzionari, magistrati, insegnanti; 40 mila persone sottoposte ad arresti tra torture e maltrattamenti; 118 giornalisti arrestati e i 184 organi d’informazione chiusi. Pochi giorni fa il ministero dell’interno turco ha emesso un resoconto delle persone fermate, nell’ambito di quelle che sono state definite “operazioni antiterrorismo”, nella sola settimana passata: 1067 in totale, di cui 268 kurdi e 501 presunti affiliati alla rete gulenista. Di questi solo 21 sospettati di essere jihadisti dell’Isis.

La questione kurda

Sulla questione kurda si annodano alcune delle principali fonti di conflitto interno ed esterno al paese. Sullo sfondo c’è il tema dell’autonomia del popolo kurdo che dura da un secolo. In #turchia l’organizzazione principalmente nemica del governo è il PKK, il partito dei lavoratori kurdi, che ha scelto di usare metodi di lotta armata per conseguire l’obiettivo della liberazione del proprio popolo.

Questi ovviamente vengono considerati terroristi, anche se poi in Iraq hanno combattuto a fianco dell’alleanza occidentale contro l’Isis. Ma la questione kurda non si limita certo al PKK, perché è portata avanti dal partito popolare democratico (HDP) che rappresenta la terza forza parlamentare in Turchia. Infatti la lingua di terra a sud del paese che confina con la Siria è abitata proprio dal popolo kurdo, i quali nei mesi passati hanno subito continui bombardamenti dall’esercito. Dal tentativo di golpe in poi il partito popolare democratico è stato accusato dal regime di sostenere il terrorismo, per cui i vertici del partito dentro il parlamento sono stati arbitrariamente arrestati.

Un giornalista simbolo

Can Dündar è il simbolo della repressione nei confronti della libertà di stampa. Arrestato e poi condannato nel maggio del 2016, a cinque anni di reclusione, prima con l’accusa di terrorismo poi con quella di violazione di segreto di stato. La pena non è stata comminata per la condizionale, e Dündar è esiliato in Germania. Direttore del quotidiano “Cumhuriyet” è colui il quale ha smascherato, con documenti ufficiali, i rapporti di collaborazione tra il governo e l’Isis, sul passaggio di armi e petrolio di contrabbando al confine siriano. Dal palco di Ginevra il giornalista ha denunciato che con il referendum costituzionale del 16 aprile Erdogan sancirà definitivamente il passaggio dalla democrazia alla dittatura.

Il primo ministro Binali Yildirim dopo aver dato la notizia ha aggiunto che non si escludono interventi di altro tipo in terra siriana

La Turchia annuncia il suo ritiro dalla guerra in Siria

30 marzo 2017 La decisione è stata presa mercoledì 29 marzo all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale guidato dal presidente #Erdogan. La motivazione ufficiale sulla fine delle operazioni militari nel nord della #Siria è riferita al successo della campagna “Scudo dell’Eufrate”, avviata nell’agosto del 2016, con lo scopo ufficiale di combattere l’Isis e con quello meno formale di intaccare la presenza delle forze militari kurde YPG, contro cui fin dall’inizio ha cannoneggiato le postazioni militari. Nella giornata di giovedì 30 marzo il Segretario di Stato americano Rex Tillerson è atteso ad Ankara per un chiarimento.

Una campagna militare mai chiarita

Non sono chiare le reali motivazioni che hanno spinto il presidente sultano turco Erdogan a concludere improvvisamente la campagna lanciata sei mesi fa nel nord della Siria, anche perché l’obiettivo reale di intervenire nella guerra era concentrato sul suo conflitto personale nei riguardi del popolo kurdo, il quale rivendica storicamente l’autonomia regionale nella parte sud della Turchia. Autonomia che nei fatti i kurdi hanno guadagnato proprio in quella striscia di terra da est a ovest del nord della Siria chiamata Rojava, dopo aver combattuto e vinto sul campo i miliziani dell’Isis.

Insieme ai ribelli anti-Assad

L’azione militare della Turchia contro il sedicente Stato islamico, è stata coadiuvata dai cosiddetti ribelli, al regime di Assad, come l’Esercito Siriano Libero, contribuendo a togliere dalle mani dei jihadisti le città di Jarabulus, Al-Rai, d?biq, Al-Bab. In quest’ultima si creò la paradossale situazione che vedeva le forze filo-turche a nord della città e quelle del regime di Assad a sud, con la Russia, che aveva dispiegato la sua aviazione, tesa a fare da mediatore per non farli incontrare, poiché nemici.

La storica avversione contro il popolo kurdo

Sull’altro fronte, quello contro i kurdi, si parte dal presupposto che Erdogan ha sempre considerato le YPG come dei terroristi, vicini al PKK, il partito kurdo dei lavoratori, quello di Abdullah Öcalan. Però le operazioni militari da loro condotte sul territorio sono state le più efficaci nel contesto del quadro bellico contro i jihadisti, per questa ragione diventati alleati degli Stati Uniti. Dal primo momento dell’ingresso in guerra la Turchia ha sempre sollecitato la Casa Bianca ad emarginare le forze militari kurde, senza successo. Anzi, proprio con la nuova offensiva su Raqqa il sostegno statunitense alle YPG, all’interno della coalizione kurdo-araba delle Forze Democratiche Siriane, si è strutturato sia dal punto di vista logistico che militare, cosa mal digerita dalla Turchia. Come anche l’impedimento da parte della Russia, anch’essa vicina alle istanze kurde, nei riguardi dell’esercito del sultano di prendere a est la città di Manji e a ovest la città di Afrin, ambedue controllate dai kurdi.

Quale la reale volontà della Turchia?

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, quindi, la campagna Scudo dell’Eufrate non sembra aver sortito l’effetto sperato dalla Turchia, ecco che più realisticamente le motivazioni del ritiro dalla Siria, se viste in questa direzione, sono più chiare. Infine c’è l’incognita delle parole espresse dal primo ministro turco, e cioè che non si escludono interventi futuri nel nord della Siria: è il preannuncio di una nuova offensiva contro i kurdi questa volta formalizzata?

La vittoria del Sultano Erdoğan alle elezioni presidenziali in Turchia è stata ottenuta con arresti arbitrari, attacchi violenti alle opposizioni, bombardamenti dei villaggi kurdi, silenzio mediatico delle opposizioni, due milioni di schede elettorali in più, che girovagavano qua e là per i seggi. Tutto per arrivare appena al 52 per cento dei consensi…

Le elezioni truccate in Turchia: inizia la dittatura costituzionale

26 giugno 2018 – Una vittoria scontata quella di Recep Tayyip Erdoğan, al potere in Turchia da quindici anni. Una vittoria preparata fin dall’estate del 2014, quando cioè ruppe la tregua con il popolo kurdo, avviando la partnership con l’Isis.

I passaggi fondamentali di questa vittoria sono stati i genocidi nei villaggi kurdidel sud della Turchia prima e ad Afrin poi. Nel frattempo il “colpo di stato orchestrato” gli ha dato la possibilità di azzerare le libertà e creare uno stato di polizia. Infine, con il referendum costituzionale, ha trasformato la repubblica parlamentare in presidenziale, eliminando praticamente la divisione dei poteri.

I risultati elettorali

La consultazione elettorale ha portato Erdoğan, con il suo partito AKP alleato ai lupi grigi dell’MHP, a toccare la quota del 52,5 per cento dei consensi, per le presidenziali. Il suo principale competitor, il repubblicano Muharrem Ince, leader di un cartello delle opposizioni unite “Alleanza nazionale”, ha raggiunto il 30,6 per cento dei voti. Quattro erano i partiti laici che sostenevano la sua candidatura: i repubblicani del Chp, il neonato partito Iyi (il buon partito), il Partito della Felicità Sp e i democratici del Dp. Il candidato kurdo leader di HDP, Selahattin Demirtaş, ha guadagnato un importante 8 per cento. Perché importante? Perché è in galera, dietro generiche e false accuse di terrorismo, dal 2016. Ha fatto la campagna elettorale in prigione, mentre i suoi elettori venivano aggrediti ed intimiditi.

Con la maggioranza assoluta il sultano può persino ignorare i voti per il parlamento, poiché esso è praticamente svuotato di contrappesi nei confronti del potere esecutivo, come del resto anche di quello giudiziario. Ad onor di cronaca la composizione dell’aula è così composta: l’alleanza di governo AKP e MHP ha comunque in Parlamento la maggioranza assoluta con il 53 per cento. I repubblicani del CHP sono al 22 per cento e il partito kurdo HDP si attesta all’11,7 per cento.

Assalti, brogli e arresti nella giornata delle votazioni

Dalla chiusura dei seggi, nel pomeriggio di domenica, alle 17, si era già capito che il sabotaggio delle elezioni aveva sortito l’effetto sperato. Prima che le operazioni di sfoglio fossero concluse, l’agenzia di stampa statale Anadolu avviava una girandola di informazioni che davano “preventivamente” la vittoria di Erdoğan intorno al 60 per cento. Di contro la piattaforma delle opposizioni Adil Seçim, pubblicava altre cifre: Erdoğan al 44 per cento e Ince appena dietro.

Già durante il corso delle votazioni in tutto il paese, ma soprattutto nel sud, presso i villaggi kurdi, l’azione repressiva e sabotatrice è stata violenta. Due villaggi, quello di Seran e di  Sidkan sono stati letteralmente bombardati, senza fare vittime, ma causando incendi che la popolazione si è affrettata a spegnere. Tutto questo per impedire l’esercizio del voto.

La cronaca degli arresti arbitrari di osservatori e giornalisti in tutto il paese è impietosa. Seggi in cui si è votato senza segretezza, aggressioni a membri di seggio kurdi, poi quel paio di milioni di schede in avanzo timbrate a prescindere e velocemente e fatte girare da un seggio all’altro.

Del resto, in tutta la campagna elettorale il partito di governo AKP ha praticamente compartimentato il paese, organizzando squadre di picchiatori contro le opposizioni, laddove la polizia non poteva formalmente intervenire. Senza parlare ovviamente dell’assenzapressoché totale di parola pubblica ai leader dell’opposizione. Impossibilitati ad esprimere le proprie posizioni dal punto di vista mediatico, le organizzazioni politiche hanno sostituito la televisione, dove appariva solo il sultano Erdoğan, con il passa parola. E’ così l’Alleanza Nazionale è riuscita a organizzare comizi come l’ultimo ad Istanbul con la presenza di quasi un milione di persone.

Impossibile quindi per chiunque riuscire ad avere le prove materiali delle frodi. Una strategia criminogena praticamente perfetta.

L’unica nota soft è arrivata dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che ha deplorato la mancanza di “uguali opportunità” per i candidati alle elezioni in Turchia…

Quanto allora di quel 52 per cento guadagnato da Erdoğan sarebbe stato reale se le elezioni fossero state condotte in modo democratico? La risposta è scontata…

FONTI: ANF, ANHA, il manifesto

CREDITS: Al Jazeera, Hurriyet News, ANF, ANHA, AFP

Quella bandiera bianca per la cantina

La repressione delle istanze secolari del popolo kurdo in Turchia, proprio sulla linea di confine con la Siria, rappresentano l’altra faccia della medaglia

COME UCCIDERE UN “POPOLO TERRORISTA”

Diecimila persone sono scese in piazzza irei sera per manifestare la propria rabbia contro il Presidente Erdogan e l’uso del potere autoritario dell’autocrate islamico. I manifestanti si sono diretti verso piazza Taksim al grido di “Erdogan dimettiti”

Le protestare contro il potere autoritario di Erdogan

11 ottobre 2015La strage che nella mattinata di ieri, ha prodotto un bilancio di 97 morti e 400 feriti, viene fatta risalire dai manifestanti e dalla forze di opposizione Kurda, all’azione repressiva del governo di Ankara nei confronti del PKK.

Le strade s’infiammano

Una repressione che si è riaccesa nel giugno di quest’anno, quando Erdogan ha rotto l’accordo di pace, arrivando in seguito ad impedire, a pezzi del popolo curdo in Turchia, di andare in soccorso dei combattenti di Kobane contro l’Isis. Da allora è ripresa un’azione di guerriglia per le strade delle città turche, in risposta ai bombardamenti dei villaggi curdi in Turchia che hanno prodotto morti e feriti. Manifestazioni hanno avuto luogo anche in altre citta’ turche, tra cui Smirne, Batman e Diyarbakir, dove la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Una strage non rivendicata

Il governo di Ankara, che ha indetto tre giorni di lutto cittadino per l’attentato, dice di individuare nell’azione di due kamikaze la dinamica della strage, che non è stata rivendicata.

Il PKK ha, dal canto suo, ha fatto sapere che fino alle elezioni che si terranno fra tre settimane, se non verranno attaccati, attueranno un cessate il fuoco unilaterale, per garantire che la tornata elettorale possa svolgersi in una situazione sociale di tranquillità.

Secondo il governo turco i responsabili della strage di Ankara si aggirano in un range di tre possibilità: l’Isis, le organizzazioni di estrema sinistra ed il PKK

Una strage per la tensione

12 ottobre 2015 C’è il PKK, secondo il governo turco, dietro l’attentato che è costato la vita a più di cento persone e 400 feriti, ma il bilancio delle vittime sembra destinato a salire.

Questa notizia letta così pone in essere un quesito giornalisticamente interessante, perché in quell’evento migliaia di ragazzi stavano manifestando proprio per costringere il governo turco a cessare la guerra ai villaggi kurdi difesi dal PKK.

Il fatto che questa organizzazione possa diventare mandante contro se stessa rivela un chiaro tentativo di manipolazione di quello che ormai viene definito il nuovo Sultano: il presidente Erdogan.

La strategia della tensione inarrestabile

E ancora, in una situazione in cui un paese che vive una sorta di guerra civile ormai da quest’estate, con la ripresa delle ostilità da parte del governo contro le città kurde in Turchia, che è sfociata nell’impedire ai cittadini kurdi di andare in soccorso ai combattenti contro l’Isis a Kobane, e dopo che lo stesso PKK ha annunciato di volere unilateralmente cessare le ostilità fino alle elezioni che si terranno fra tre settimane, il governo turco anzichè stemperare la tensione, butta benzina sul fuoco continuando a bombardare i villaggi kurdi e le postazioni del PKK, implementando lutti e distruzioni…

La rabbia di Erdogan

Le urla dei manifestanti in tante città turche di questi ultimi due giorni, si scagliano contro il potere del sultano, individuando nello slogan “strage di stato” il topic del tragico evento, ma anche potremmo dire di tutta la questione kurda, che ricordiamolo ha proprio generato la rabbia di Erdogan nel momento in cui in giugno il partito moderato Kurdo dell’avvocato dei diritti umani Selahattin Demirtaş, ha praticamente vinto le elezioni, col suo 13 per cento, impedendo di guadagnare la maggioranza assoluta al “Sultano”, per poter fare una repubblica presidenziale e governare ancora più indisturbato.

Pugno duro a tutti i livelli

Intanto, il “Sultano” continua ad intervenire sulla libertà di stampa impedendo alle emittenti televisive turche di mandare in onda le immagini della strage, cercando addirittura di impedire di mettere dei fiori nel luogo del lutto, innalzando insomma il livello della tensione affinchè, dicono gli osservatori, possa gestire col pugno duro la tornata elettorale del primo novembre, che deve a tutti i costi vincere in modo assoluto, se vuole continuare a regnare per un altro decennio.

Credit BULENT KILIC_AFP_Getty Images

Un avvocato difensore della causa kurda viene assassinato in diretta televisiva, due giornalisti vengono arrestati per aver pubblicato le notizie sul traffico d’armi al confine con la Siria, da parte del governo turco…

Il relitto dell’Unione Europea accoglie il vero califfo del terrore mediorientale

30 novembre 2015 Non sono passate poche da questi due eventi e l’Unione Europea conclude l’accordo con il “Califfo” del terrore Erdogan, per trattenere in Turchia i rifugiati siriani che scappano da una guerra foraggiata dallo stesso “califfato turco”.

 

Perseguitata la libertà di stampa

Come sapete, è stata aperta un’inchiesta sugli articoli che abbiamo pubblicato a proposito dei camion dei servizi segreti che trasportavano armi. A denunciarci è stato il Presidente in persona. Siamo venuti qui per difendere il giornalismo, per difendere il diritto dei cittadini a essere informati, il diritto di sapere la verità se il governo mente. Se il Paese subisce una determinata minaccia o è in pericolo, un giornalista deve dirlo”.

 

Queste sono le dichiarazioni di Can Dundar ed Erdem Gül, rispettivamente direttore e capo della redazione del quotidiano di Ankara Cumhuriyet. Solo due giorni dopo i due sono stati arrestati. Ad Istanbul, ad Ankara, a Smirne, Antalya, Eskisehir, Kocaeli, Mersin migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il potere assoluto di Erdogan, che ormai si comporta come un vero califfo mediorientale.

L’accusa che viene mossa ai giornalisti è quella di aver fabbricato false prove, quando solo due giorni prima il califfo turco diceva pubblicamente: “che differenza fa se c’erano armi o no”?

I servizi segreti che controllano il confine

Le armi indirizzate alle frange turcomanne sul territorio siriano, fotografano, ancora una volta, la situazione nel confine tra Siria e Turchia, controllato dai servizi segreti MIT: è quello infatti il vero snodo di uomini e risorse che circuitano in quell’area.

Su quel confine si è infatti strutturata una “santa alleanza” tra Erdogan e l’Isis, tra scambio di petrolio contrabbandato, armi, e libero accesso o accesso facilitato dei foreign fighters, tra supporti logistici e controllo delle vie d’accesso.

 

Un omicidio in diretta


In questo contesto l’omicidio in diretta Tahir Elci, il leader degli avvocati curdi ammazzato in un agguato nella città di Diyarbakir, a telecamere accese, racconta un altro pezzo di questa tragica storia, legittimata dal cinismo e dal doppiogiochismo dei paesi occidentali. L’uomo stava parlando in una città dove il governo turco ha imposto il coprifuoco, poichè ad alta densità di cittadini curdi, che chiedono il riconoscimento della loro identità. 

Occupandosi di diritti umani, Tahir Elci stava cercando di chiarire al mondo che la causa kurda non c’entra niente col terrorismo, anche perchè i kurdi sono gli unici che sul campo in Siria combattono e vincono contro l’Isis.

Ad un certo punto la postazione da cui parlava veniva assalita. Le sue guardie del corpo ingaggiavano un conflitto a fuoco e l’uomo rimaneva ucciso. E allora il governo turco chi accusa di essere il responsabile dell’omicidio? Proprio il PKK, cioè il partito curdo di cui Elci aveva preso le difese… Davvero da non credere…

Un accordo controfirmato

Dopo l’uccisione nuove manifestazioni di protesta a Istanbul sono state represse dalle forze dell’ordine. Ma in quello stesso momento arrivava la notizia che l’accordo tra il califfo Erdogan e l’Unione Europea, veniva siglato: tre milardi di euro, e accelerazione dell’adesione all’Unione Europea della Turchia.

In cambio, i rifugiati siriani che scappano da una guerra che lo stesso Erdogan contribuisce a foraggiare, saranno fermati in una zona cuscinetto al nord della Turchia, per impedirne l’ingresso in una Europa che non esiste più… Un’Europa che ipocritamente piange le vittime dello stragismo parigino, inventandosi una guerra di civiltà che fa comodo a coprire interessi di parte e inettitudine politica…

 

Mentre le Nazioni Unite denunciano la Turchia per i crimini contro l’umanità commessi ai danni della popolazione curda, sono già in pagamento le quote dei singoli paesi europei per fermare i rifugiati siriani nel nord del paese

Accusata dall’Onu per le stragi dei civili e pagata dall’Europa per fermare i migranti

2 febbraio 2016 “Sollecito le autorità turche a rispettare i diritti fondamentali dei civili durante le sue operazioni di sicurezza e di indagare tempestivamente il presunto tentativo di omicidio di un gruppo di persone inermi nella città del sud-est di Cizre”.

Come uccidere un popolo che chiede autonomia

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad al-Hussein è uscito allo scoperto dopo mesi di nefaste azioni di morte da parte del governo turco nei confronti dei civili che abitano le città kurde sulla striscia di sud-est a confine con la Siria, dove è stata dichiarato un autogoverno, per garantire l’identità di un popolo perseguitato in casa propria da un secolo.

Così elettricità, acqua, accesso alle cure mediche sono state tagliate, mentre i carri armati distruggono abitazioni e i cecchini colpiscono gli abitanti che camminano per strada.

L’assedio di Cizre

L’evento scatenante, questa volta, vede come teatro la città di Cizre, 120 mila abitanti, che da un mese e mezzo ormai è sotto assedio, con l’imposizione di un coprifuoco che non risparmia donne e bambini.

In un video, mostrato dall’Alto Commissario, girato il 20 gennaio, si vedono chiaramente delle immagini che lasciano basiti. Una vera e propria esecuzione di massa: un gruppo di civili disarmati, in mezzo a cui si scorge una bandiera bianca su un carretto che trasporta corpi senza vita. Un mezzo militare turco controlla distanza i movimenti di questo corteo funebre, mentre ad un certo punto una pioggia di proiettili li investe, uccidendo una decina di persone. Persino il cameramen è rimasto ferito e in questo momento è in un ospedale, per cui Zeid Ra’ad al-Hussein ha chiesto che non venga arrestato quando sarà dimesso.

“A questo punto noi daremo il nostro contributo alla Turchia per salvare esseri umani. E faremo ogni sforzo per salvare vite umane nel Mediterraneo: abbiamo salvato, e continueremo a farlo, migliaia di vite mentre l’Europa si girava dall’altra parte. Prima del patto di stabilità c’è un patto di umanità”.

Queste invece sono le parole di Matteo Renzi, Presidente del Consiglio italiano, mentre annuncia che è già in pagamento la fetta di danaro, circa duecento milioni, dei tre miliardi che l’Europa ha destinato alla Turchia per fermare i rifugiati che provengono dalla Siria e dall’Iraq, prevalentemente, in una zona cuscinetto al nord della Turchia…

Il cinismo e l’ipocrisia dell’Europa

E’ difficile commentare l’ipocrisia ed il cinismo di questa classe politica europea, che fomenta le guerre in Medio Oriente, attraverso patti più o meno scellerati con i paesi sunniti, dove armi e petrolio sono i prodotti di scambio, e dice di voler combattere gli sciiti tagliagole dell’Isis con le bombe a grappolo che colpiscono i civili.

Nella realtà però gli unici che combattono sul campo i tagliagole sono i gruppi militari di donne e di uomini curdi, che in linea di continuità con i loro obiettivi di indipendenza hanno costituito nel nord della Siria il Rojava, e contribuito a ridurre su tutta l’area l’impatto dell’avanzata dell’Isis, che si sta concentrando sulla Libia.

In questo contesto sono stati avviati i negoziati di pace sulla Siria a Ginevra, condotti dall’inviato speciale dell’Onu Staffan De Mistura. Ebbene al di là dei veti incrociati su chi si deve sedere a quel tavolo legittimato per il suo ruolo di opposizione o al regime o all’Isis, la resistenza curda, l’unica che può vantare legittimamente di sedersi a quel tavolo, sia per le caratteristiche di democrazia a cui il suo popolo inneggia, sia per il ruolo strategico contro l’Isis, non è stata ammessa, perchè la Turchia, che massacra i civili in casa sua, si è opposta, paragonando la lotta di indipendenza curda al terrorismo…

Credits: Jinha, Anf

STATO D’ASSEDIO

La storia dei massacri del governo Turco ai danni di Cizre, città kurda del sud-est, ha assolutamente disinteressato i mezzi d’informazione mainstream

I prigionieri del seminterrato

9 febbraio 2016 Da quasi due mesi in stato d’assedio, la cittadina di 130mila abitanti, sta vivendo un dramma sconcertante, innescato da un paese NATO, la Turchia appunto.

Le città assediate

Tanto per sintetizzare la situazione è questa: taglio dell’energia elettrica e delle forniture idriche, fuoco ininterrotto dell’esercito turco, sia con bombardamenti che attraverso i cecchini, i quali impediscono alla gente di uscire di casa: vengono colpiti indistintamente. La città è praticamente distrutta e l’ospedale è stato occupato militarmente: viene impedito alle ambulanze di soccorrere i feriti.

Seppelliti tra le macerie di casa loro

In tal senso la notizia di ieri riguarda la vicenda dei “prigionieri del seminterrato”. Da giorni, dopo che a causa dei bombardamenti un edificio era crollato, 62 dei suoi residenti, erano riusciti a mettersi in salvo nel seminterrato: c’erano uomini, donne e bambini.

Per dieci giorni l’esercito ha impedito che i soccorsi accedessero per salvare i civili sotterrati. Ieri l’epilogo. Il seminterrato ha ufficialmente subito un attacco da parte dei carri armati turchi: tutti morti…

Le foto che girano sul web stanno insinuando un altro dubbio atroce, perché i morti sembrano pietrificati e ciò lascerebbe intendere l’uso di armi chimiche…

Credits: ANF

E’ ancora in corso la tragica vicenda di una delle tre cantine dove sono rimasti intrappolati uomini, donne e bambini nella città di Cizre, bombardate dai carri armati turchi

Una bandiera bianca per difendere

la cantina della ferocia

11 febbraio 2016 Nella città sotto assedio, dove solo a camminare per le strade si rischia la vita, poiché i cecchini dell’esercito sparano sulla folla, 10 donne del quartiere Sur, con la forza e la speranza riposta in una bandiera bianca, hanno sfidato il fuco dell’esercito turco frapponendosi tra l’edificio e i carri armati.

Una radiocronaca di morte

Le notizie riguardanti questo scantinato, ribattezzato della ferocia, sono trapelate grazie al fatto che lì sotto, seppellita, insieme a quindici superstiti, gli altri venti sono stati già uccisi, c’è Derya Koç, ex co-presidente per il Partito Democratico dei Popoli. La donna con un cellulare ha comunicato con il padre e con l’agenzia di stampa delle donne kurde Jinha.

La tragica radiocronaca dell’assalto è stata riportata dai soli organi d’informazione kurdi: ”Non possiamo respirare. Molte persone hanno sofferto ferite alle braccia e alle gambe. Uno dei feriti ha perso un occhio. Quelli con ferite gravi moriranno se non riceveranno cure mediche urgenti“.

L’edificio è stato “collassato” dai colpi di carro armato sparati ai piani superiori, dopo di che i militari turchi sono entrati dentro bruciando con taniche di petrolio quello che restava, compresi venti persone, arse vive. Un’altra quindicina è riuscita a scapare a questa fine atroce rifugiandosi appunto nella cantina.

Attorno all’edificio, nei pressi dell’Hotel Karem, si è continuato a sparare, mentre dentro l’edificio sono stati sparati gas lacrimogeni, che appunto hanno causato difficoltà di respirazione alle persone seppellite nello scantinato.

In questo contesto, che i media internazionali ignorano, tuonano come un ulteriore affronto alle atrocità di cui il governo autoritario turco si sta facendo artefice, le parole di minaccia del presidente Erdogan agli Stati Uniti, minacciandolo di scegliere se stare con la Turchia o con i kurdi, visto che il governo statunitense ha dichiarato di non considerare terrorista il partito dell’Unione democratica del Kurdistan.

Fonti: Jinha, ANF

Il presidente turco  Erdogan continua la sua opera di repressione nei confronti delle organizzaioni kurde sia in patria che sul campo di battaglia siriano

Continua la repressione turca contro i kurdi:

arrestati tredici parlamentari

4 novembre 2016 La dura repressione che il governo di Ankara sta conducendo nei confronti del popolo kurdo, tra il sud della Turchia e il nord della Siria, ormai è inarrestabile.

Nel mirino la classe politica kurda

In una settimana sono stati incarcerati i due sindaci di  Diyarbakir, considerata la capitale tra le città a maggior insediamento kurdo nel sud della Turchia. E’ questa la città tenuta sotto assedio, nei mesi passati, che ha provocato la morte di tanti civili rimasti dentro le loro abitazioni trasformate in macerie dai cannoneggianti turchi.

Durante la settimana sono stati arrestati 13 deputati kurdi, presenti nel parlamento turco, appartenenti al partito HDP, Partito Democratico dei Popoli, e proprio oggi la stessa sorte è toccata al leader, Selahattin Demirtaş. Le accuse nei loro confronti sono tra le più svariate: si sono rifiutati di subire un interrogatorio sul PKK, il partito dei lavoratori kurdi, considerato terrorista dal governo turco; poi le manifestazioni di protesta nell’ottobre del 2014, poiché nell’estate di quell’anno Kobane, capitale morale del Rojava, era sotto assedio dall’Isis ed il regime di Erdogan bloccò le frontiere per impedire che i cittadini kurdi della Turchia andassero in soccorso dei loro fratelli.

Per quelle proteste, adesso Erdogan ha chiesto il conto, dopo cioè aver eliminato l’immunità parlamentare, anche perché quello di Demirtaş è il terzo partito  del parlamento turco, con 59 deputati…

Due dei parlamentari, Tuğba Hezer e Faysal Sarıyıldız, essendo all’estero, non sono stati raggiunti dalle forze di polizia turche. I mandati sono stati emessi dagli uffici dei pubblici ministeri di cinque città kurde del sud appunto: Diyarbakir, Sirnak, Hakkari, Bingöl e Van.

Questi sono i capi d’accusa formalizzati dalla magistratura: “responsabili di formare una organizzazione finalizzata a commettere crimini, fomentando la propaganda terroristica, l’aperta istigazione e la denigrazione contro lo Stato, il governo, la magistratura, i militari, e le forze di sicurezza della Repubblica di Turchia. Attività queste volte ad interrompere l’unità dello Stato e l’integrità del paese, lodando crimini e criminali.”

Le denuncie dei politici kurdi

Demirtaş e gli altri parlamentari stanno da anni conducendo aspre battaglie denunciando la corruzione del regime di Erdogan e la spietata repressione, che ha un principio di continuità sulla striscia di confine con la Siria, soprattutto quando l’Isis era partner dichiarato della Turchia, che attraverso quel confine faceva transitare petrolio di contrabbando, armi, e foreign fighters denuncie fatte dai giornalisti Can Dündar e Erdem Gül del giornale “Cumhuriyet” condannati ed arrestati.

Prima di essere preso Demirtaş, attraverso un comunicato, dichiarava:  “Non abbiamo paura di essere perseguiti, anche se la giustizia è l’ultima cosa incontrata nei tribunali della Turchia. Se ci fosse giustizia, saremmo disposti ad essere perseguiti insieme ad Erdogan, se avessero intenzione di interrogarlo su risme di soldi dentro le scatole di scarpe, sui camion di armi inviati in Siria, sugli assassinii per le strade: dovremmo essere perseguiti insieme”.

Gli attacchi in Rojava

Nel frattempo sul versante siriano, la Turchia, insieme ai gruppi ribelli ad essa vicina, continua ad attaccare l’SDF, cioè l’organizzazione militare kurda, che ha il sostegno degli Stati Uniti per combattere l’Isis. Nei giorni scorsi, infatti, mentre i jihadisti dello Stato islamico bombardavano le loro posizioni a nord di Aleppo con le batterie di mortaio, contemporaneamente venivano attaccati dall’artiglieria pesante dei gruppi ribelli legati alla Turchia.

Il Colonnello Talal Silo, portavoce ufficiale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), così commentava: “Le Forze Democratiche siriane sono state istituite per combattere il terrorismo e quindi l’ISIS. Ecco perché abbiamo guadagnato un sostegno internazionale, soprattutto da parte americana… Le nostre forze di terra combattono per il mondo libero, e nessuno può impedire la nostra avanzata contro l’Isis… Le vittorie precedenti da parte delle Forze Democratiche Siriane hanno dimostrato le nostre capacità di sconfiggere questo gruppo terroristico”.

Per sintetizzare: l’SDF, organizzazione militare kurda, combatte l’Isis sul campo, sostenuta dagli Stati Uniti ma osteggiata dalla Turchia, paese Nato, alleato degli Stati Uniti, che considera l’SDF un gruppo terrorista…

Fonti e Credits: ANF News, ARHA News

Lo scenario bellico

tra Siria e Iraq

Il contesto della guerra mediorientale contro l’Isis fa da scenario alle conquiste che hanno portato la nascita del Rojava, all’indomani dello scoppio del conflitto in Siria

LE GUERRE PARALLELE

Alle forze fedeli ad Assad si sono unite le frange libanesi di Hezbollah, intorno alle 20000 unità, dopo le milizie sciite mandate dall’Iran

Assad e Putin avanzano verso Aleppo

14 ottobre 2015 La guerra in Siria sta per avere una svolta significativa nel contesto dello scenario bellico. A questi si aggiungono altre forze messe in campo direttamente dall’Iran, che in questo caso, oltre a finanziare gli Hezbollah, stanno facendo confluire reparti armati di terra.

Poi c’è la copertura aerea garantita dalla Russia di Putin, per la pianificazione della strategia finalizzata a riprendere Aleppo. Queste forze di terra sono coordinate da una sorta di rete militare chiamata Quds, che agisce in Iraq, Yemen, Siria e Libano.


Ma chi sono i loro nemici da sconfiggere per la presa di Aleppo? Sono due delle forze in campo che si combattono vicendevolmente. Da un lato l’Isis e dall’altro I ribelli siriani, che vogliono la cacciata di Assad, per instaurare una democrazia in Siria.


Ovviamente la motivazione ufficiale di questa alleanza tra Iran, Siria e Russia individua il nemico nell’Isis. Ma è chiaro che le mire sono quelle di annientare chiunque si opponga al potere del dittatore siriano. Intanto, nelle ultime ore, gli aerei russi continuano a bombardare varie città tra cui Aleppo, mentre scontri cruenti tra le forze governative e i ribelli siriani continuano a svolgersi per la conquista della città di Kafr Nabuda. Qui i ribelli hanno organizzato una resistenza grazie alle armi pesanti fornite dagli Stati Uniti, ed attendono che i paesi arabi, che combattono in altre regioni l’Iran, come lo Yemen, vadano in loro aiuto.

L’ingarbugliato conflitto siriano si sposta a Beirut, dove l’Isis colpisce un quartiere sciita controllato da Hezbollah, che combatte a fianco del dittatore Assad, mentre nel Kurdistan iracheno il Fronte unito di resistenza, sostenuto dagli Stati Uniti, riconquista territori strategici in mano allo stato islamico

Ai confini del conflitto

14 novembre 2015  Il venerdì è giorno di preghiera per tutti i popoli musulmani, ma oggi a Beirut è anche giorno di lutto, dopo il tragico evento che ha contraddistinto il pomeriggio di ieri, le 17 ora italiana, in un sobborgo molto trafficato a sud della città, che ha causato la morte di 43 persone, ma il numero sembra destinato a salire, e il ferimento di circa altre 200. Bourj al-Barajneh è una zona sciita, controllata da Hezbollah, che sta combattendo in Siria, insieme ad Iran e Russia, al fianco del dittatore Assad.

La loro azione militare in Siria si sta concentrando sugli obiettivi legati ai vari eserciti irregolari che combattono contro il regime. Quello che strategicamente sembra più importante per l’alleanza sciita è proprio l’Isis.

Colpire la popolazione civile

Così lo Stato islamico sposta i confini del conflitto andando a colpire la popolazione civile sotto l’egida di Hezbollah. Infatti in un comunicato di rivendicazione dell’attentato viene descritta proprio la dinamica delle due esplosioni. Due kamikaze, il primo a bordo di una moto-bomba si è fatto esplodere vicino un centro commerciale, a poca distanza da una moschea.

Il secondo ha aspettato che la gente accorresse insieme ai primi soccorritori, avvicinandosi a piedi alla scena, facendosi esplodere in mezzo alla folla. Dalle notizie che emergono da fonti giornalistiche sembra che ci fossero altri due kamikaze pronti a farsi esplodere che non sono riusciti a portare a termine l’azione, uno dei quali dovrebbe essere stato arrestato. Gli uomini di Hezbollah, hanno poi immediatamente isolato la zona, ancora prima dello stesso esercito libanese.

Il salto di qualità con il coinvolgimento del Libano

Questo evento segna un “salto di qualità” nel coinvolgimento del Libano nella guerra siriana, perché tra il 2013 e il 2014 vi erano già stati degli attacchi da parte di organizzazioni jihadiste sunnite vicine ad Al-Qaeda, ma non di questa portata e mai dichiaratamente a nome dell’Isis. C’è da dire che in effetti non si dovrebbe parlare di coinvolgimento del Libano in quanto territorio nazionale, ma delle aree gestita appunto da Hezbollah, cioè l’organizzazione sciita, che rappresenta uno Stato nello Stato.

Hezbollah nasce come partito politico: letteralmente «Partito di Dio». E’ stato fondato nel 1982, dopo l’invasione israeliana del Libano, inglobando gruppi di resistenza come la Jihad islamica. La fonte di ispirazione era la rivoluzione degli sciiti ayatollah iraniani. Il gruppo ha sempre ricevuto assistenza e addestramento dalla Repubblica islamica di Teheran. L’ala militare ha conquistato ampio seguito in tutto il Libano dopo la guerra con Israele nel Sud del Paese, nell’estate del 2006, quando i suoi miliziani tennero testa al potente esercito israeliano. Nel 2008 i guerriglieri conquistarono la parte ovest, di Beirut, imponendo le loro condizioni al governo libanese. E’ presente inoltre nel sud del Paese, e nella valle della Bekaa. Tra il 2006 e il 2008 il suo ruolo è cresciuto enormemente. Ha di fatto il diritto di veto su ogni decisione in merito al futuro del Libano, perché unisce una forza militare praticamente superiore a quella dell’esercito nazionale, insieme ad un ampio consenso nella popolazione sciita.

Operation Free Sinjar

Ma mentre l’Isis portava a compimento i suoi attentati in Libano, subiva una controffensiva nel settore nord-occidentale dell’Iraq, precisamente nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. L’azione militare veniva coordinata dalle forze aeree statunitensi attorno alla città di Sinjar, denominata appunto “Operation Free Sinjar”. Qui qualche migliaio di peshmerga si aggiungevano alle altre sigle del fronte di resistenza curdo, che già da mesi si opponevano all’Isis, e combattevano sul territorio, riprendendo il controllo dell’autostrada 47, cioè la via di comunicazione strategica per i rifornimenti dell’Isis, tra Mosul, in Iraq, e Raqqa, in Siria.

L’Isis occupava quell’area dal 2014, quando migliaia di yazidi, una minoranza curda, venivano trucidati e le donne ridotte in schiavitù. Su questa vicenda c’è una storia che emerge dall’agenzia di stampa curda ANF News, il quale racconta che l’occupazione dell’Isis di Sinjar, fu possibile grazie al fatto che i peshmerga abbandonarono le posizioni lasciando al loro destino i yazidi. 


Dal punto di vista militare, questa offensiva all’Isis, è considerata nevralgica per tutto lo scacchiere regionale. Interrompere l’arteria viaria tra l’Iraq e la Siria, significa amputare le capacità d’intervento, causando una sorta di agonia alle potenzialità belliche dello Stato Islamico.

Dall’autostrada 47 venivano fatti circolare dai vettovagliamenti alle armi, dal petrolio ai rifornimenti necessari a supportare il collegamento tra i due paesi. L’isolamento di Mosul dovrebbe rendere molto più debole l’Isis in Siria. Che sia una merce di scambio sui rapporti di forza in Siria tra Russia e Stati Uniti?

Fonte ANFCredit AFP, Reuters, ANSA, AP

 http://anfenglish.com/…/house-of-ezidis-kdp-left-the-people…

L’ORRORE

Con i bombardamenti che prendono di mira le strutture sanitarie, trasformate in obiettivo strategico dell’alleanza russo-sciita attorno al dittatore Assad, la guerra sprofonda negli abissi

Medici Senza Frontiere: gli ospedali di Aleppo come obiettivi strategici

10 ottobre 2016 Carlos Francisco è capo missione di MSF in Siria, ed è proprio di ieri la sua ultima denuncia sul modo in cui sono precipitati gli eventi in Siria, con un comunicato che descrive l’indescrivibile: «I pazienti hanno accesso limitato alle cure sanitarie nei pochi ospedali ancora attivi e parzialmente funzionanti». 

La guerra agli ospedali

MSF supporta circa 160 centri sanitari e ospedali in tutta la Siria, di cui otto ad Aleppo e gestisce direttamente sei strutture sanitarie in tutto il paese. Il punto è che gli ospedali vengono ormai colpiti indistintamente e addirittura diventano obiettivo militare, come i quattro grandi ospedali nelle zone controllate dall’opposizione al regime di Assad, nel Governatorato di Damasco rurale. 

Brice de le Vingne, direttore delle operazioni di MSFha dichiarato: «Siamo davanti all’ennesimo scandaloso capitolo della storia delle violazioni del diritto umanitario nella guerra siriana. Colpire indiscriminatamente le strutture sanitarie o prenderle di mira è totalmente inaccettabile. Si tratta di uno dei principi fondamentali del diritto comune internazionale e noi non resteremo in silenzio ogni qual volta l’assistenza medica diventa essa stessa una vittima del conflitto».

Il blocco della città

La situazione sul campo raccontata da MSF è davvero sconcertante: 35 medici nella zona di Aleppo est e solo 7 in grado di intervenire su ferite di guerra. Tra il 6 e l’8 ottobre ci sono stati 98 feriti, tra cui 11 bambini e 29 morti. Sale e corridoi sono piene e i feriti che si aggiungono alla lista sono costretti a dormire davanti agli ospedali, diventati obiettivi strategici.

A ciò si aggiunga che il blocco della città divisa in parte est, controllata ancora dai ribelli e parte ovest dal regime, ha portato alla mancanza di carburante, paralizzando la città, ma essenziale per quelle 21 ambulanze che servono un’area di 250.000 persone. E quando l’elettricità smetterà di funzionare tutto si fermerà irreversibilmente. 

Non c’è tempo da perdere

Pablo Marco, coordinatore delle operazioni di MSF in Medio Oriente, sottolinea«Non c’è tempo da perdere. Russia e Siria devono fermare immediatamente i bombardamenti indiscriminati e rispettare le regole della guerra per evitare l’estrema sofferenza della popolazione civile che è senza alcun tipo di protezione».

Mentre i paesi occidentali stanno a guardare questo scempio ci sono tantissimi medici che dall’inizio dell’assedio di Aleppo in luglio si sono spostai in Turchia, e sono pronti a tornare in campo se solo si aprissero dei corridoi umanitari, ma questo certo sarà difficile da realizzarsi dato che gli ospedali sono diventati il nemico da abbattere per l’alleanza pro-Assad.

Fonte e Credits MSF

Amnesty International pubblica un rapporto sulle torture e le impiccagioni dentro il carcere nei pressi di Damasco

Gli orrori della prigione siriana di Saydnaya

8 febbraio 2017  E’ “raggelante” la fotografia che faAmnesty International sulla pianificazione della tortura e degli assassinii di massa perpetrati dal regime siriano all’interno del carcere di Saydnaya, tra il 2011 e il 2015, anche se le cose non sembra siano ad oggi cambiate.

I civili sospettati di essere oppositori del regime che sono stati giustiziati in cinque anni in modo crudele sono 13.000. Il rapporto è  intitolato “Il mattatoio di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Saydnaya”, dove si denuncia oltre alle esecuzioni extragiudiziali le continue e perpetrate torture che insieme all’assenza di cibo, acqua, medicinali e cure mediche portano alla morte per detenzione.

Le politiche di assassinio

Dal comunicato stampa della Ong riportiamo una dichiarazione di Lynn Maalouf, vicedirettrice delle ricerche dell’ufficio regionale di Beirut: “L’orrore descritto in questo rapporto rivela una mostruosa campagna segreta, autorizzata dai livelli più alti del governo siriano, destinata a stroncare ogni forma di dissenso all’interno della popolazione siriana… 

Chiediamo alle autorità siriane di porre immediatamente fine alle esecuzioni extragiudiziali, alle torture e ai trattamenti inumani nella prigione di Saydnaya e in tutte le altre carceri governative in Siria. A Russia e Iran, i più stretti alleati del governo di Damasco, chiediamo di sollecitare la fine di queste politiche di assassinio”.

Come uccidere nel modo più mostruoso

La ricerca è stata condotta sulla base delle testimonianze sia di detenuti che sono riusciti a scampare alla morte, ma anche sulle dichiarazioni di dirigenti, secondini, ex magistrati e avvocati. Due volte la settimana, il lunedì ed il mercoledì, in piena notte e segretamente, gruppi di 50 detenuti, venivano prelevati dalle celle con la scusa di essere trasferiti in un carcere civile.

Li portavano invece nei sotterranei e qui selvaggiamente picchiati, per farli confessare di essere oppositori al regime. In seguito venivano trasferiti bendati in un altro edificio dove si riuniva, due minuti per ognuno, una sorta di corte marziale. Questa chiedeva al detenuto le generalità e il tipo di reato commesso. Ma la condanna non veniva emessa, poiché era data per scontata.

Così, sempre bendati, i condannati si rendevano conto di stare per morire solo quando sentivano la corda toccare il collo. Nel rapporto si possono leggere i racconti dei testimoni, come quello di un ex giudice: “Li lasciavano appesi per 10, 15 minuti. Alcuni non morivano perché troppo leggeri, soprattutto i più giovani pesavano troppo poco per morire. Allora gli assistenti li tiravano giù fino a quando non gli si spezzava il collo”.

Strategia di annientamento

Egualmente raccapricciante è la descrizione dello stato di detenzione. Alcuni detenuti venivano costretti a stuprarne altri. Torture, pestaggi, stupri, punizioni degradanti se magari c’era un bisbiglio, perché nessuno poteva parlare o se un secondino veniva guardato. 

Cibo e acqua sistematicamente negati: chi voleva mangiare doveva prendere il cibo buttato per terra che si mescolava al sangue e alla sporcizia. Riportiamo il racconto di un detenuto:“C’era un grande rumore. Dalle 22.00 alle 24.00  o dalle 23.00 all’1.00, si sentivano urla e grida provenire dal piano di sotto. È un dettaglio importante. Se non urli, a Saydnaya ti picchiano meno. Ma queste persone gridavano come impazzite. Non era un suono normale,  era fuori dall’ordinario. Urlavano come se le stessero scorticando vive”.

Decine di morti per i raid aerei a Idlib, dove sono stati colpiti diversi edifici

Continua la mattanza dei civili in Siria

8 febbraio 2017 Sembra essere stata una delle più violente incursioni aeree degli ultimi tempi, nell’ambito della guerra in Siria, quella di martedì 7 febbraio nella città di Idlib, area nord-occidentale del paese, poco distante dal confine con la Turchia. Una ventina di morti e trenta feriti il bilancio, anche se le diverse fonti ne spiegano l’entità in modo differente. Sembra non essere chiaro neanche da chi sia stato condotto l’attacco, se dalla Russia o dagli Stati Uniti. Fatto sta che malgrado la tregua, gente comune, tra cui donne e bambini, continuano a morire.

Una città contesa

La città è ancora sotto il controllo di una costellazione di gruppi ribelli in cui prevale la salafita Jabhat Fateh al-Sham, l’ex Al Nousra, staccatasi da al-Qaeda, che per lungo periodo ha combattuto il regime siriano insieme al movimento islamico nazionalista Ahrar al-Sham. Le due organizzazioni sembra che siano entrate in conflitto tra loro dopo il negoziato di Astana, poiché la prima non è stata invitata al contrario della seconda, considerata moderata. Ambedue aspirano ad essere gli unici referenti nelle trattative di pace.

Le notizie che si rincorrono

In tale contesto, quello che è successo a Idlib sembra la chiave di lettura della “guerra per procura” che ormai da sei anni infuria in Siria, anche se da dicembre vige una tregua altalenante. Al-Jazeera ha cercato di ricostruire la vicenda attraverso le diverse fonti di due delle maggiori agenzie stampa internazionali: AFP e Reuters. 

La prima ricostruzione attiene al controverso “Osservatorio siriano per i diritti umani” il quale a France Press ha rivelato che “almeno 26 persone sono state uccise, ma le vittime sono destinate ad aumentare, mentre i soccorritori cercano ancora i corpi sotto le macerie”. La dichiarazione arriva in realtà da Londra per voce del suo responsabile Rami Abdel Rahman, capo monitoraggio del conflitto siriano dall’Inghilterra. Abdel Rahman ha anche dichiarato che i raid sono stati probabilmente eseguiti da caccia russi o da una “coalizione d’aria” sostenuta dagli Stati Uniti.

La Russia nega il suo coinvolgimento

La Reuters avalla le dichiarazioni del responsabile dell’Osservatorio, intercettando i racconti di alcuni testimoni, che hanno riferito del modo in cui sono stati colpiti gli edifici dell’area residenziale nord-occidentale, rispetto all’entità del danno, che sembra targata Mosca. C’è da dire che il ministero della difesa russo ha seccamente smentito un loro intervento, secondo quanto riportato dall’agenzia interfax. Poi sempre la Reuters ha intercettato un gruppo di volontari di soccorso che operano per la protezione civile, i quali parlano di 15 corpi estratti e 30 feriti, anche se il numero delle vittime potrebbe aumentare di ora in ora. 

I due opposti schieramenti si sono resi responsabili di atrocità pianificate nei confronti della popolazione civile

L’Onu denuncia i crimini di guerra di Aleppo

2 marzo 2017 La commissione d’inchiesta internazionale indipendente sulla Siria, facente parte dell’Onu, ha reso pubblico il rapporto sui crimini di guerra perpetrati ad Aleppo negli ultimi due anni di guerra, focalizzando specialmente l’attenzione nel periodo tra il 21 luglio e il 22 dicembre del 2016.

Nel rapporto si parla di azioni programmate per colpire la popolazione civile, sia attraverso armi non convenzionali, tra cui ordigni chimici, sia mediante l’utilizzo di tecniche di isolamento. Da un lato i due eserciti alleati, quello del regime di Assad e quello russo, dall’altro i gruppi ribelli: ambedue responsabili dei crimini di guerra. Il rapporto è stato redatto da ricercatori che hanno incrociato le 291 interviste ai testimoni oculari con le analisi forensi dei reperti e con le immagini satellitari. Questo documento servirà come dossier per perseguire i responsabili di questi atti gravissimi in un processo penale.

La linea rossa

Nel 2014 fu Barak Obama a sottolineare come il regime di Assad avesse usato le armi chimiche contro il proprio popolo. A quel tempo si disse che i militari siriani oltrepassarono la “linea rossa”, cioè il confine che segna l’uso di armi non convenzionali. In quell’anno furono la Russia e la Cina a fermare la Corte penale internazionale che stava per aprire un’indagine. Il tema di fondo comunque, rilevato oggi dall’analisi dell’Onu, riguarda il fatto che la popolazione civile è diventata, in questa guerra, target militare programmato.

E gli strumenti utilizzati per colpire ne ingigantiscono i tratti di questa tragedia collettiva. La tipologia delle armi utilizzate ad Aleppo dall’alleanza russo-siriana, radendola al suolo, hanno riguardato prevalentemente gli esplosivi utilizzati dalle aviazioni: perforanti, al cloro, a frammentazione, incendiarie. Quello che i ricercatori non sono riusciti a stabilire con certezza è se questi esplosivi siano stati utilizzati solo dall’aviazione siriana o anche da quella russa, dato che gli aerei in dotazione erano i medesimi. In questo contesto c’è poi l’attacco al convoglio umanitario dell’Onu fatto saltare in aria il 19 settembre uccidendo 14 operatori, definito nel rapporto “meticolosamente pianificato e spietatamente effettuato”.

Naturalmente sia il regime siriano che il governo russo hanno negato qualsiasi coinvolgimento, sia nel caso del convoglio Onu che in generale sull’uso di armi non convenzionali.

I civili come scudi umani

Dall’altra parte i gruppi ribelli non sono stati sicuramente da meno poiché hanno bombardato l’area occidentale di Aleppo in modo generalizzato, senza nessun tipo di remora a colpire le abitazioni civili. Nella fase finale dello scontro in città la recrudescenza delle azioni contro i civili si è poi trasformata nella tragedia denunciata da tutti gli organi internazionali.

Avveniva quando la zona orientale era sotto assedio da parte dell’alleanza russo-siriana. In quella occasione i gruppi ribelli non solo impedivano la fuga delle famiglie rimaste intrappolate, ma li usavano anche come scudi umani. E infine c’è l’attacco al quartiere residenziale kurdo di Sheikh Maqsoud. Di contro, in quei giorni, l’alleanza pro-governativa aveva rifiutato l’apertura dei corridoi umanitari per sottrarre i civili alla morte, lasciando la gente senza cibo, acqua e medicinali.

Il raid aereo con l’uso di armi tossiche è stato effettuato sulla provincia di Idlib, controllata dagli islamisti che combattono il dittatore siriano

Attacco chimico in Siria:

sotto accusa il regime di Assad

4 aprile 2017 Sono 58 le persone uccise, di cui 11 bambini, e 150 feriti, ma il numero sembra destinato ad aumentare, le vittime del raid aereo effettuato nella prima mattina di martedì 4 aprile, presumibilmente, dall’aviazione del governo siriano, nella città di Khan Sheikhoun, afferente alla provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria.

L’attacco ha causato il soffocamento e lo svenimento delle persone raggiunte per strada dalla sostanza tossica e la fuoriuscita di schiuma dalla bocca. Allo stato attuale, dalle informazioni che giungono, non è ben chiaro se l’attacco sia stato mosso direttamente dal governo siriano, che di queste pratiche è stata ripetutamente accusata dagli organi internazionali o dai jet russi, alleati del presidente Assad, che domenica nella stessa provincia hanno bombardato un ospedale.

L’opposizione al regime siriano, la Coalizione Nazionale, ha chiesto immediatamente alle Nazioni Unitel’apertura di una indagine, affinché non si legittimino questo tipo di azioni belliche non convenzionali. Il governo siriano sul caso ha declinato, come ha sempre fatto, ogni responsabilità.

Alla ricerca di un ospedale

La notizia si è diffusa nella mattina di oggi tramite l’Osservatorio siriano per i diritti umani, che da Londra monitora la guerra in Siria. Nella concitazione della drammatica situazione, i corrispondenti in Medio Oriente, prevalentemente da Beirut, grazie a ponti informativi con fonti sul territorio confermavano la notizia.

L’Agenzia France Presse, con reporter in loco, documentava anche attraverso immagini le condizioni di molte persone intossicate sdraiate per terra. Il ricovero di chi è stato raggiunto dal gas non è del tutto semplice poiché i ripetuti attacchi delle ultime settimane hanno devastato molti degli ospedali della zona, per cui le ambulanze dei soccorritori, tra cui i “caschi bianchi” della protezione civile, stanno correndo da un posto all’altro: gli ospedali rimasti in piedi sono sovraffollati. Dalle caratteristiche dell’attacco questo sembra uno dei più efferati nei sei anni di guerra.

Il gas tossico utilizzato

Sulle tipologie al vaglio delle ipotesi si è parlato prima di bombe al cloro: l’Onu lo scorso ottobre aveva concluso in una sua indagine che tra il 2014 e il 2016 il regime di Bashar al-Assad aveva usato almeno tre volte armi al cloro, mentre veniva accertato l’uso da parte dell’Isis dell’agente chimico blister a base di senape di zolfo. Altre fonti invece hanno parlato in modo quasi certo che la sostanza utilizzata sia il gas nervino sarin.

L’area controllata dai ribelli islamisti

La provincia di Idlib è dal marzo del 2015 sotto il controllo di una costellazione di gruppi islamici vicini ad Al-Qaeda, l’ex al-Nusra, che una volta scissosi ha preso il nome di Hayat Tahrir al-Sham, di matrice salafita. Acerrimi nemici del regime di Assad, conducono contro di lui la loro guerra, e sono presenti nei tavoli negoziali internazionali. L’area è obiettivo militare sia del regime siriano e del suo alleato russo che della coalizione internazionale a guida americana. 

L’uso di armi non convenzionali rientrano nelle prassi belliche del dittatore siriano accuratamente documentate dagli organismi internazionali

Gli orrori di Assad contro il suo stesso popolo

5 aprile 2017 Il bilancio del mostruoso raid aereo di Khan Sheikhoun è salito a 72 morti. Nelle ultime 24 ore si sono alternate le foto e le immagini dei corpi martoriati e dei bambini agonizzanti. Nel frattempo il governo di Mosca ha elaborato una sua teoria per scagionare se stesso e l’alleato Assad dall’accusa di aver commesso questo efferato crimine.

Le dichiarazioni rilasciate da un portavoce russo si soffermano su un rilevamento effettuato dalle loro attività militari secondo le quali l’aviazione siriana avrebbe bombardato dei depositi di armi nella periferia orientale di Khan Sheikhoun, dei ribelli islamisti, ex al-nusra, vicini ad al-qaeda, che hanno in mano la città. In questi edifici, secondo il resoconto ufficiale di Mosca, in quella fabbrica ci sarebbero state delle armi chimiche, che producono sintomi simili a quelli riscontrati nella giornata di martedì 4 aprile, utilizzate dai ribelli sia in Iraq che ad Aleppo.

La linea rossa ambiguamente oltrepassata

Il tema purtroppo sembra essere un altro dato che le prove acquisite dagli organismi internazionali condannano inequivocabilmente la ferocia di Assad contro il suo stesso popolo. Quando nel 2014 Obama parlò della linea rossa da non oltrepassare nell’uso di armi non convenzionali, in seguito alla strage del 21 agosto 2013, nella parte est di Damasco, che provocò 1.400 morti, dove gli ispettori Onu denunciarono l’uso del gas nervino Sarin, la minaccia di una guerra direttamente condotta dagli Stati Uniti contro la Siria convinse Assad ad ammettere di possedere le armi chimiche e di distruggerle.

Dopo la minaccia di Obama la Russia e la Cina fermarono la Corte penale internazionale ad aprire una inchiesta sull’accaduto. In molti espressero il dubbio che il regime siriano avesse dichiarato solo parte di ciò che venne distrutto. Sicuramente non fu così per il gas al cloro, utilizzato formalmente per scopi industriali, ma anche per attacchi aerei effettuati tra il 2014 e il 2016.

Le prove degli orrori di Assad

Proprio nel marzo di quest’anno la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sulla Siria dell’Onu ha pubblicato il rapporto all’interno del quale si sottolineano i crimini di guerra del regime di Assad, soffermandosi sul periodo tra il 21 luglio e 22 dicembre del 2016, per l’uso di armi non convenzionali. Oltre al gas cloro si elencano nel rapporto gli esplosivi perforanti, a frammentazione e incendiari. Fece inorridire l’attacco al convoglio umanitario del 19 settembre 2016, poiché “meticolosamente pianificato e spietatamente effettuato”.

Analisi forensi dei reperti, immagini satellitari e 291 interviste a superstiti costituiscono le prove inoppugnabili degli orrori commessi dal dittatore siriano contro il suo stesso popolo. Nel rapporto viene specificato che l’unica cosa che non è stato possibile stabilire con certezza è se queste armi non convenzionali sono state utilizzate solo dall’aviazione siriana o anche da quella russa dato che gli aerei in dotazione sono i medesimi. Poi c’è la battaglia di Aleppo tra il 17 novembre e il 13 dicembre 2016 analizzata in un rapporto di “Human Rights Watch” del febbraio scorso dove viene accuratamente documentato l’uso di cloro che ha ucciso 9 persone, tra cui 4 bambini, e prodotto 200 feriti.

SUL FRONTE DI AL-BAB

Sul governatorato di Aleppo continuano i combattimenti tra una variegata costellazione anti-Isis e i jihadisti

Il fronte di guerra siriano si sposta su al-Bab: colpiti soldati turchi

10 febbraio 2017 A un mese e mezzo dalla liberazione di Aleppo, uno dei fronti di guerra rimane il governatorato di cui la città è capitale. Il nuovo obiettivo della coalizione trasversale anti-Isis, è la cittadina di al-Bab, a 50 chilometri da Aleppo e a 30 dal confine turco. Durante i combattimenti, nella giornata del 9 febbraio, tre soldati turchi sono rimasti uccisi, ufficialmente per errore, dall’aviazione russa.

I buchi neri di una guerra per procura

Essendo quella siriana una guerra per procura, cioè dove paesi esterni guerreggiano per salvaguardare i propri interessi, i combattimenti sul nuovo fronte di guerra, nella città di al-Bab, all’interno del governatorato di Aleppo, fanno emergere dei buchi neri. Da sud vi è stata l’impetuosa avanzata dell’esercito regolare di Bashar al-Assad, che controlla pezzi di collegamento stradale verso sud-est.

A nord i jiadisti sono stati chiusi da una variegata costellazione capeggiata dalla Turchia che sta combattendo sia con truppe di terra che con l’aviazione. Poi ha in appoggio gruppi di miliziani che però avversano il regime di Bashar al-Assad. Nemici di Assad sono anche altri miliziani, quelli dell’Els, Esercito Libero Siriano, che stanno attaccando anche loro da nord. La Turchia che solo ai negoziati di Astana ha riconosciuto Assad come legittimo detentore del potere, non ispira tanta fiducia al dittatore siriano ed è forse per questo che i russi, nella parte sud di al-Bab, stanno cercando di evitare che siriani e turchi s’incontrino.

La guerra di Erdogan

I tre soldati uccisi dall’aviazione russa s’inquadrano in questo contesto strategico. Il Cremlino ha confermato che si è trattato di un errore, così i due presidenti Putin ed Erdogan hanno concordato sulla necessità di un migliore coordinamento delle forze in campo.

Il tema è che comunque al-Bab è un punto strategico della Siria che fa gola alla Turchia, la quale sta conducendo la sua guerra personale contro il popolo kurdo del Rojava, che corrisponde al nord della Siria da est a ovest. Uno degli intenti della strategia di Erdogan è proprio quella di creare una zona cuscinetto sotto l’egida della Turchia per impedire che l’esperienza del modello di democrazia autonoma dal basso del Rojava possa istituzionalizzarsi dopo il conflitto.

Al tempo stesso Damasco vede l’intrusione turca come pericolosa anche perché i gruppi miliziani anti Isis che vogliono la testa di Assad, sono vicini a rompere la tregua siglata a fine dicembre e rinverdita ad Astana.

La vita che riprende

Nel frattempo, poco distante, ad Aleppo, lentamente si cerca di tornare a qualcosa che si avvicini alla normalità, dopo quasi sei anni di martirio, distruzione e morte. Il rumore delle bombe in città si sente ancora, dato che nel governatorato si continua a combattere, ma almeno sono solo rumori di sottofondo. 

Le immagini dei civili massacrati dalle bombe sono un ricordo. Le famiglie rimaste cercano di riattivare la vita in mezzo alla distruzione. Sono riaperte le prime botteghe di alimentari e panifici. Persino lo stadio di calcio ha ospitato una sorta di derby tra due squadre della città. Adesso tocca piano piano ricostruire le anime oltre che gli edifici…

L’esplosione si è verificata in un villaggio poco distante dalla città siriana strappata all’Isis dalle milizie filo-turche

Autobomba ad al-Bab: strage di civili

24 febbraio 2017 Risale a ieri l’annuncio delle milizie filo-turche che l’assedio di al-Bab, nel governatorato a nord di Aleppo, si era concluso con la definitiva presa della città e fuga dei jihadisti. Nella mattinata di oggi è arrivata invece la doccia fredda a causa dell’azione suicida, con l’esplosione di un’auto-bomba, che ha provocato 45 morti e una settantina di feriti.

Era il posto di blocco, nel villaggio di Souisan, a nord-ovest, distante una decina di chilometri dalla città, presidiato dai combattenti dell’Esercito Libero Siriano, il gruppo militare vicino all’esercito regolare turco.

Colpiti i civili pronti a rientrare in città

Le notizie arrivate durante la mattina di oggi parlavano di 29 morti, ma secondo al-Jazeera, che al confine con la Turchia ha un suo corrispondente, il numero è appunto quasi il doppio. La gran parte di vittime sono civili, poiché attorno a quel posto di blocco c’erano tantissime famiglie pronte a rientrare, dopo essere fuggite a causa dell’occupazione dell’Isis.

La città in realtà allo stato attuale non è affatto sicura poiché ci sono ancora cellule di jihadisti sia dentro che attorno al centro urbano. Per non parlare delle mine antiuomo che l’Isis usa disseminare quando subisce un attacco. Ma le famiglie hanno la necessità di riprendere in mano la loro quotidianità, per cui quando la notizia della disfatta dell’Isis si è propagata tantissimi civili si sono premurati a chiedere di poter rientrare. Così un kamikaze jihadista ha potuto approfittare di questa situazione per colpire.

Tutti contro l’Isis, ma non tutti contro Assad

Tra l’altro dentro al-Bab è in corso un “contenzioso” di carattere militare tra la Turchia e l’esercito regolare di Assad, il quale preme a sud per entrare in città, area controllata anche dalla Russia. Il punto è che le milizie filo-turche sono nemiche di Assad: lo vorrebbero defenestrare dal potere. Questa era anche la prima posizione del presidente turco Erdogan.

Poi al negoziato di Astana Putin convinse il “presidente-sultano” a riconoscere il dittatore siriano come legittimo rappresentante del potere. Ma una volta che gli eserciti di Turchia e Siria si sono trovati su al-Bab, i miliziani dell’ELS hanno promesso battaglia contro l’esercito di Assad. La situazione è stata stoppata dalla Russia, il principale alleato della Siria insieme all’Iran, che in un primo momento era riuscita a far accettare il fatto che l’esercito regolare siriano potesse entrare su al-Bab, ma adesso non è più sicuro.

I cattivi presagi del negoziato di Ginevra

La città, per i piani di Erdogan sul controllo della Siria del Nord, al fine di impedire la crescita dell’autonomia kurda del Rojava, è di fondamentale importanza, e le milizie a lui fedeli hanno condotto sei anni di guerra con lo scopo principale di abbattere il sistema di potere di Assad. Per adesso non sembra che Damasco stia assumendo una qualche iniziativa rispetto a quello che sta succedendo ad al-Bab, ma questo sol perché proprio ieri sono iniziati i negoziati a Ginevra tra il governo siriano e le opposizioni, mediati dal rappresentante delle Nazioni Unite Steffan De Mistura. E già dall’inizio non è sembrato uscire niente di concreto che possa definire una mediazione tra le parti.

L’OFFENSIVA SU MOSUL

La primula rossa del sedicente Stato islamico sembra che abbia lasciato l’Iraq per entrare in Siria

Il capo assoluto dell’Isis al Baghdadi

in fuga da Mosul verso Raqqa

12 febbraio 2017 E’ l’uomo più ricercato del mondo Abu Bakr #al baghdadi, il califfo del sedicente Stato islamico, il capo assoluto del jihadismo nei teatri di guerra mediorientali tra Iraq e Siria. Era stato dato per morto durante un attacco dell’aviazione americana a Mosul, notizia poi smentita.

Pochi giorni fa circolava un’informativa dei servizi iracheni la quale sottolineava che era stato “individuato e circondato” nella zona di Baaj, nel nord-ovest del paese, da cui sarebbe riuscito a scappare. Infine l’agenzia di stampa iraniana, Fars, sabato 11 febbraio, ha riportato la dichiarazione di un alto ufficiale dei servizi di intelligence iracheni, Abdolkarim Khalaf, secondo cui il califfo avrebbe lasciato Mosul per dirigersi in Siria, presumibilmente verso Raqqa.

Il califfo come un fantasma nei teatri di guerra

L’informazione fatta trapelare dall’intelligence irachena parla di una fuga da Mosul con i suoi più alti ufficiali. Nella sua ex capitale sarebbero rimasti alcuni “generali inesperti”. Se fosse vero significherebbe che l’assedio delle forze anti-Isis in Iraq ha sortito un effetto tale che il califfo dà per perduta la guerra su quel fronte. Dalle frammentarie notizie che sono state messe insieme come un puzzle, questi cosiddetti “generali inesperti” sarebbero sotto il comando un un ex ufficiale dell’esercito tajiko, esperto in tecniche di guerriglia.

Il suo compito sarebbe quello di resistere il più possibile per dare più ampio respiro al fronte siriano. Le agenzie di stampa occidentali ancora non hanno dato la notizia poiché essa, allo stato attuale, è difficile da confermare. Resta il fatto che l’assedio agli avamposti jihadisti in Iraq sembra spostare completamente il teatro di guerra in Siria. La fuga verso i confini siriani di al Baghdadi sembra essersi sviluppata attraverso un corridoio al confine in una zona desertica ancora sotto il controllo dei jihadisti.

Su Raqqa la resa dei conti finale

A Raqqa, capitale siriana de facto dell’Isis, l’esercito kurdo delle “Syrian Democratic Forces” (SDF) si trova ad una decina di chilometri dalle mura della città. Il 4 febbraio era partita la terza fase della campagna “Ira dell’Eufrate”, attraverso cui l’esercito kurdo insieme all’aviazione americana, ha aperto un canale di accesso sulla parte orientale della città. Nel frattempo sono stati liberati vari villaggi, ma il territorio circostante minato dai jihadisti rallenta la marcia, che comunque è inarrestabile.

Mentre l’altro fronte del nord siriano vede i combattimenti su al-Bab, nel governatorato di Aleppo, dove l’Isis è rimasta strozzata dalle forze turche, esercito, aviazione e milizie, a nord e da quelle russe e siriane fedeli ad Assad a sud. Qui però i miliziani filo turchi sono entrati in rotta di collisione con l’esercito di Assad: la Russia cerca di fare da paciere.

Se dunque fosse vero il trasferimento di al Baghdadi verso Raqqa sarebbe un chiaro segnale che le sorti del conflitto siriano anti Isis si giocherà su quel versante.

L’iniziativa annunciata dal primo ministro iracheno, riguarda l’attacco all’Isis nella parte occidentale della città

L’ultima offensiva su Mosul

19 febbraio 2017 Nella prima mattinata di domenica 19 febbraio Haider al-Abadi ha annunciato, in una breve dichiarazione televisiva, che è partita la nuova fase dell’operazione militare finalizzata a riconquistare, dalle mani dei jihadisti, l’area ovest della città, l’ultimo baluardo ancora sotto il controllo dell’Isis, occupata nel giugno del 2014.

L’azione militare parte dalla liberazione di Ninive una cittadina poco lontano della città irachena divenuta capitale dell’Isis in Iraq. L’offensiva su Mosul era iniziata lo scorso 17 ottobre e dopo tre mesi di combattimenti, le forze federali irachene, in gennaio, hanno preso possesso della parte orientale.

Le deboli linee di difesa jihadiste

L’area occidentale di Mosul, dove si trovano le principali strutture di supporto jihadiste, anche se è di minori dimensioni è più popolata di quella orientale. I residenti pur di non lasciare le loro case hanno scelto di sottoporsi allo stato di terrore del sedicente Stato islamico. E’ proprio dalla moschea situata nel centro della città che il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno del 2014, aveva annunciato la nascita del califfato.

Già sabato l’aviazione irachena aveva lanciato migliaia di volantini avvisando la popolazione dell’imminente attacco, avvertendo gli stessi soldati jihadisti di deporre le armi e arrendersi. C’è da dire che questo ultimo attacco arriva dopo la fuga verso Raqqa, di cui attualmente si sono perse le tracce, proprio di al-Baghdadi, il quale sembra aver lasciato sul posto alcuni dei più inesperti comandati dell’esercito jihadista, al fine di resistere il più possibile, per concentrare le forze su Raqqa. Quindi difficilmente chi è rimasto a combattere a Mosul deporrà le armi, anche se deboli sono le linee di difesa.

Le forze in campo

La situazione del presidio militare sul campo in città vede quindi sulla parte orientale le forze antiterrorismo, mentre a sud, nella periferia meridionale, quindi a ovest del fiume Tigri che attraversa la città, c’è la polizia federale irachena che controlla l’aereoporto, infine a nord vi sono pezzi dell’esercito iracheno e le miliizie sciite delle forze di mobilitazione nazionale. Sembra che la strategia per velocizzare la fine dell’operazione sia quella di spingere i jihadisti tra le stradine della città vecchia per impedire ogni possibile via di fuga.

FONTI: al-Jazeera, France24

Mentre è iniziata l’offensiva per riprendere la parte occidentale della città, migliaia di famiglie sono rimaste bloccate nelle loro case

I civili intrappolati a Mosul Ovest invocano aiuto

21 febbraio 2017 – Potrebbe essere una delle più grandi offensive militari, dentro una città, dalla seconda metà del novecento. Al tempo stesso può trasformarsi in una tragedia umanitaria annunciata. E’ questo il grido d’allarme lanciato da Emergency e Save the Children.

Nella parte ovest di Mosul sono asserragliati quel che rimane delle milizie jihadiste dell’Isis, dopo la fuga del califfo Abu Bakr al-Baghdadi verso Raqqa in Siria, destinata a diventare il futuro centro della guerra in corso. Qualche migliaio di uomini pronti a tutto contro un esercito, quello iracheno, con più di diecimila soldati che stanno chiudendo a riccio la zona. Nel frattempo l’ex generale James Mattis, capo del Pentagono, è in visita in Iraq.

Le incertezze di un assedio

Al di là della sproporzione delle forze in campo tra l’esercito iracheno e i jihadisti, l’aspetto critico della situazione riguarda i civili che vivono nella zona occidentale di Mosul: circa 750mila in tutto, di cui 350mila bambini. Quella parte di città è l’area più popolata, a differenza della zona est già liberata: lì vi è la città vecchia. Le sue strade sono strettissime e si intersecano in una specie di qasba.

L’idea che in una situazione del genere, per stanare i jihadisti, si possano utilizzare artiglieria pesante o armi esplosive esclude del tutto che gli edifici abitati dai civili possano essere risparmiati. L’altro elemento di inquietudine poi è la durata di questo assedio poiché non è per niente detto che la resistenza dei jihadisti possa durare poco per il numero inferiore di uomini sul campo di battaglia.

Il dramma dei civili nella città vecchia

In questo momento le famiglie di Mosul ovest sono rintanate in casa per evitare di essere preda della follia dei miliziani o di essere utilizzati come scudi umani, per non parlare dei cecchini o delle mine anti-uomo. L’assenza di acqua, generi di prima necessità, medicinali completa un quadro drammatico: scappare con le proprie forze è pressoché impossibile. Per questo sia Emergency che Save the Children stanno invocando la necessità di aprire dei corridoi umanitari che possano evitare una ennesima tragedia di massa.

Intanto Emergency ha messo a punto un attrezzatissimo ospedale ad Ebril, nel Kurdistan iracheno, con 60 posti letto, anche se sarebbero troppo pochi nel caso in cui la tragedia annunciata dovesse realizzarsi.

Il Generale del Golfo

Dal punto di vista militare, non è ben chiaro se la visita del segretario della difesa americano James Mattis in Iraq abbia a che vedere specificatamente con le strategie militari da usare nei prossimi giorni, date le sue competenze in materia. Mattis era un generale del corpo dei Marines, ex capo dello “United States Central Command”. Proprio in Iraq è stato al comando delle forze armate americane durante la seconda guerra nel Golfo, quella che portò alla caduta di Saddam Hussein. 

Allo stato attuale comunque le truppe irachene stanno avanzando dalla parte sud di Mosul, liberando alcuni villaggi circostanti, questo in relazione al controllo dell’aeroporto. Mosul ovest.

Metà della zona ovest è ancora nelle mani dell’Isis, mentre la popolazione è in trappola tra bombardamenti e supplizi dei jihadisti

I cittadini di Mosul tra la fuga e la morte

28 marzo 2017 Ore di sgomento nella città vecchia. La popolazione, che in un primo momento si sperava potesse essere messa in salvo dai corridoi umanitari, si sta trovando tra due fuochi. Da un lato i militanti dell’Isis con le loro misure di morte. I cecchini sparano a vista a chiunque si muova: donne bambini, anziani. Le mine anti-uomo sono sparpagliate sul territorio e chi chi fugge è costretto a subire i supplizi. Poi vi sono i bombardamenti della coalizione anti-Isis, capeggiata dagli Stati Uniti, con le stragi di innocenti, perché nelle stradine strette non si possono distinguere gli obiettivi militari dalle residenze civili.

Il massacro del 17 marzo

E infatti proprio questo è successo il 17 marzo, quando i bombardamenti aerei hanno ucciso, nel distretto di al-Jadida, più di 200 persone circa, i cui corpi sono stati estratti a pezzi dalle case crollate addosso alla gente. Per parecchi giorni il comando americano aveva taciuto le sue responsabilità, ma molti di quelli che proprio in quel giorno sono riusciti a fuggire, hanno potuto testimoniare sull’accaduto.

Senza alcun dubbio hanno parlato di attacchi aerei che hanno fatto crollare gli edifici. Così sabato scorso gli americani hanno riconosciuto di aver colpito in quel giorno pezzi di territorio facendo vittime civili, senza dilungarsi oltre sulle informazioni rilasciate. Il comando militare iracheno ha invece accusato i jihadisti di aver fatto saltare gli edifici con l’esplosivo per dare la responsabilità alla coalizione.

Ma i conti non tornano

Se da un lato le autorità locali sottolineano che questa situazione non può essere tollerata, dall’altro funzionari del governo americano cercano di far passare un messaggio contraddittorio. Si afferma che le forze della coalizione stanno cercando di fare il possibile per evitare che la popolazione venga colpita, però, in combattimenti come quello di #Mosul, si dice, gli incidenti possono accadere, anche perché rientra nella strategia dell’Isis impedire la fuga dei civili dalla città vecchia. 

Le voci e le dichiarazioni si rincorrono, dunque, sia sul numero dei morti che sui responsabili, come anche sul numero complessivo delle vittime di Mosul. Secondo l’Osservatorio iracheno per i diritti umani il conto totale sulla città è di 700mila morti: sono dati che vanno presi con le dovute cautele. Dal 17 febbraio a Mosul ovest secondo l’Onu le vittime sono 307, con 273 feriti. Allo stato attuale sono riusciti a mettersi in fuga 280mila persone, mentre altre 600mila sono ancora rimaste in trappola.

L’unica possibilità è il combattimento di terra

Manca acqua, energia elettrica, cibo, generi di prima necessità. Nel momento in cui una famiglia decidesse di fuggire dovrebbe, oltre che costruirsi un efficace piano di fuga, avere il modo di sedare i bambini, poiché se i loro pianti attirassero l’attenzione dei miliziani dell’Isis sarebbe morte sicura: uccisi sul posto o usati come scudi umani. La polizia federale irachena negli ultimi giorni dice che le operazioni belliche si sono fermate per pianificare nuove tattiche e altri piani offensivi, ma in un modo o nell’altro si continua a combattere. In un sistema urbano a dedalo, con vicoli stretti e vecchie abitazioni qualsiasi strategia venga utilizzata non può prevedere il raid aereo. L’unica possibile è il combattimento a terra, quello utilizzato, per intenderci, dai gruppi militari kurdi per liberare il nord della Siria dal sedicente Stato islamico.

UNA GUERRA SENZA PACE

Anche Israele entra nel conflitto siriano per colpire Hezbollah, a poche ore dal massacro della moschea

Raid aereo israeliano in Siria

17 marzo 2017 Si è svolto nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 il raid aereo dell’aviazione israeliana nello spazio aereo siriano. L’intento era quello di colpire un convoglio di armi sofisticate indirizzato a Hezbollah, l’organizzazione sciita libanese, alleata di Assad nella guerra siriana.

Una notte convulsa nei cieli di questo pezzo di Medio Oriente anche perché dalla Siria la risposta non si è fatta attendere con l’innesco di missili terra-aria che comunque non hanno prodotto vittime, né militari e né civili. Israele è formalmente in guerra contro Assad e pur non partecipando direttamente al conflitto è interessata a colpire il sistema di armamento di Hezbollah, acerrimo nemico dello stato ebraico.

La più grave azione di guerra israeliana in Siria

Sembra essere stata la più grave azione di guerra tra i due paesi negli ultimi anni. Gli aerei israeliani hanno colpito, a quello che sembra, un obiettivo militare destinato a Hezbollah nei pressi di Palmira, dove ancora imperversa la guerra contro l’Isis, poiché la città è in mano ai jihadisti. 

Il governo siriano, proprio per stigmatizzare l’accaduto, ha sottolineato come quest’azione non ha fatto altro che aiutare il sedicente stato islamico. Secondo fonti del governo israeliano, sarebbero stati diversi gli obiettivi colpiti. Questo non è stato il primo bombardamento israeliano in Siria poiché altri raid sono stati eseguiti sempre contro Hezbollah, solitamente però smentiti dalle autorità ebraiche. Poi, nella fase di ritorno dei quattro aerei da combattimento israeliani, i missili terra-aria siriani hanno cercato di abbatterli.

Le diverse interpretazioni dell’accaduto

Sulla fase di ritirata c’è un piccolo mistero poiché l’esercito israeliano ha dichiarato che nessun aereo è stato abbattuto, a differenza del comando siriano che ha proposto un’altra versione. Infatti i siriani sostengono che uno dei veicoli è stato abbattuto ed un altro danneggiato. A Ibrid è stato ritrovato un oggetto non identificato che sembra parte di un missile più che di un aereo.

In realtà quei resti dovrebbero appartenere ad un ordigno lanciato da Israele attraverso il sistema di difesa anti-missili balistici Arrow, azionato per rispondere alla contraerei siriana. Alcuni pezzi di ordigno dovrebbero essere caduti anche nella valle della Giordania, dove vi sono insediamenti ebraici. In quell’area sono scattati i sistemi di allarme: si sono sentite vere e proprie esplosioni, da quanto riportato da alcuni testimoni, ma non ci sono stati danni a cose o persone.

Il nuovo orrore

Le schermaglie tra Israele e Siria, che possono significare una “ufficializzazione” della presenza militare ebraica nel conflitto, arrivano a poche ore dal nuovo orrore che ha visto il massacro di 40 civili in seguito al bombardamento della moschea di Jeenah, nella provincia di Idlib a ovest di Aleppo, in mano ai gruppi ribelli islamici anti-Assad. La responsabilità dell’azione dovrebbe essere in capo alla Russia, che sta intensificando gli attacchi aerei contro i ribelli contrari al regime di Damasco.

La coalizione Tahrir al-Sham sta portando il secondo attacco alla periferia della capitale siriana

I ribelli islamici all’assalto di Damasco

21 marzo 2017 E’ iniziata domenica scorsa l’offensiva lanciata alla capitale della Siria Damasco da una coalizione di organizzazioni militari sunnite chiamate Tahrir al-Sham. Il gruppo leader di questa rete islamica è Jabhat Fateh al-Sham, un tempo affiliato ad al Qaeda, quando aveva il nome di al-Nusra, staccatasi dal gruppo terroristico poiché il suo obiettivo era diventato unicamente la guerra ad Assad in Siria e non la jihad internazionale.

Ecco perché dentro la nuova organizzazione restarono solo i miliziani siriani. Questa costellazione di organismi militari, nell’ambito della guerra in Siria, non si pongono come specifico obiettivo quello di combattere contro l’Isis, con cui non hanno nulla a che vedere, ma intendono colpire il regime di Assad.

Ecco il perché di questa offensiva diretta alla capitale, in un momento in cui l’apporto al regime da parte di Russia e Iran ha consentito una rinascita del dittatore siriano ma anche una ripresa militare soprattutto proprio contro questi gruppi ribelli islamici.

Respinto il primo assalto

L’attacco di domenica è stato portato nella parte nord-orientale della città, presso di distretto di Jobar, attraverso autobombe e lanci di mortaio verso il centro cittadino: sembra siano stati utilizzati anche tunnel sotterranei. Nei primi due giorni di combattimenti l’esercito siriano è riuscito a fermare l’avanzata dei miliziani. Secondo il “controverso” Osservatorio siriano per i diritti umani, l’organismo che monitora la guerra siriana da Londra, l’aviazione del regime di Assad avrebbe condotto una trentina di raid aerei sulle postazioni dei ribelli islamici. La zona contesa da due anni torna nuovamente ad essere al centro di uno dei conflitti interni alla Siria.

Tra attacchi e contrattacchi

Il secondo assalto al centro della città è partito alle 5,00, ora locale, di oggi, sempre da Ghouta, la roccaforte dei miliziani nella parte est di Damasco, dove da qualche settimana le forze governative cercano di conquistare la zona. E’ possibile che si tratti di un contrattacco, quello dei ribelli, anche per allentare il peso dei bombardamenti dell’esercito siriano.

Il distretto di Jobar è a due chilometri dalla città vecchia, diventando strategico per la presa della città, che il sistema militare del regime sembra proteggere abbastanza bene grazie al bombardamento aereo che ha messo a ferro e fuoco l’intera area dove i miliziani si sono spinti.

Una guerra interna tra sunniti e sciiti

La guerra dei gruppi islamici ribelli su Damasco, malgrado le sconfitte subite dall’esercito di Assad, continua imperterrito e arriva dopo la strage di mercoledì scorso in seguito a due kamikaze che si sono fatti esplodere in centro città uccidendo 31 persone e ferendone 20, tutti civili. Qualche giorno prima, sempre a Damasco, 74 pellegrini sciiti erano stati fatti saltare in aria da un ordigno esplosivo.

La guerra siriana contro l’Isis, condotta da vari Stati per procura, e da diverse milizie, da una parte e dall’altra, inizia la sua fase finale e preannuncia risvolti che allontanano la pace

Siria: una guerra senza pace

5 ottobre 2017 Sono quattro i punti strategici, tra Iraq e Siria, dove si stanno definendo le dinamiche del conflitto: Hawija, Idlib, Raqqa, Deir ez-Zor. La guerra formale contro l’Isis sembra stia per volgere nella sua parte finale. Questo non significa che la pace sia vicina. Le potenze straniere che hanno combattuto e continuano a farlo per procura, cioè per difendere interessi particolari, soprattutto attraverso le milizie, cercano il loro posizionamento per il dopo conflitto.

La città contesa

Ieri a Parigi il Primo ministro iracheno Haider al-Abadiha annunciato che l’ultima città in mano all’Isis in Iraq è stata liberata. Si tratta di Hawija, città a nord di Bagdad, afferente alla provincia di Kirkuk: “voglio annunciare oggi la liberazione della città di Hawija… una vittoria non solo dell’Iraq ma del mondo intero”. In seguito a questa operazione, condotta dalle truppe governative e dallamilizia iraniana conosciuta come PMF, Forze di Mobilitazione Popolare, gli affiliati dell’Isis in Iraq sono adesso presenti solo in alcune zone di confine con la Siria.

L’importanza di Hawija sta nel fatto che territorialmente si trova in un asse viario tra il capoluogo Kirkuk, che rientra nel Kurdistan iracheno, Mosul ed il confine turco iraniano. Città florida dal punto di vista agricolo, la sua popolazione, di circa 450mila abitanti, in maggioranza sunnita, ha aspirato a diventare provincia autonoma poiché ostile sia al governo centrale di Bagdad che a quello regionale del Kurdistan.

Una divisione mal digerita

A Idlib, nella parte nord-est della Siria, la città è controllata dalla milizia ex qaedista Al Nusra, che ha iniziato la guerra combattendo il dittatore Assad e la sta finendo guerreggiando contro l’Isis. Per tali ragioni Al Nusra è una di quelle organizzazioni sedute al tavolo negoziale di Astana, i cui garanti sono Russia, Iran e Turchia. Proprio ad Astana, oltre alle aree di de-escalation è stato deciso che la città venisse divisain tre. Oltre ad Al Nusra stanno per entrare in città l’esercito turco e quello governativo di Assad.

La guerra dei paradossi che ha visto nemici e alleati cambiare posizione nell’arco di tutto il conflitto, vedeva inizialmente Al Nusra insieme alla Turchia contro Assad. Adesso, grazie ai negoziati, Assad non è più considerato nemico, poiché gli interessi della Turchia sono esclusivamente legati al controllo del nord siriano, dove la popolazione kurda ha istituito il governo cantonale del Rojava che Erdogan vuole annientare.

In questa ricomposizione di ruoli si è aperta una falla, che riguarda la nascita di una nuova milizia, Jaysh Al-Thuwar (esercito di rivoluzionari). Il suo comandante, Halaf Muhammed, estremo oppositore di Assad, arrestato e torturato da Al Nusra, in una intervista di ieri all’agenzia ANF News, ha preannunciato che il suo gruppo respinge il piano negoziale di Astana.

“Si sono incontrati ad Astana. Ora dividono Idlib in tre parti. Una parte sarà invasa dalla Turchia, l’altra parte sarà data al regime. La gente di Idlib non ha dimenticato le promesse della Turchia per liberare la città. Ma ora la Turchia è sull’altro lato e ha tradito l’opposizione che ha combattuto contro il regime di Assad. Non ci interessano le decisioni prese ad Astana. Noi, come Jaysh Al-Thuwar, le rifiutiamo perché pensiamo che sia una trama”.  

Il contrattacco delle truppe kurde

A Raqqa, città considerata la capitale dello Stato islamico in Siria, come ad  Deir ez-Zor, il contingente a maggioranza kurda delle Forze Democratiche Siriane, che ormai da mesi combattono per la liberazione delle due città, con il supporto dell’aviazione USA, continua a liberare altri quartieri. E di ieri la notizia che le postazioni dell’Isis continuano a perdere uomini e mezzi. Secondol’agenzia ANHA i combattimenti si stanno svolgendo  nei dintorni di Nahda, Kurdan, Firdaws e nei pressi dell’ospedale di Weteni nel quartiere di Seken. Negli scontri 11 militanti dell’Isis e 4 delle SFF sarebbero rimasti uccisi.

Ma a Deir ez-Zor la situazione è parecchio più caotica poiché i bombardamenti russo-siriani e gli affiliati dell’Isis continuano a mietere vittime e sfollati tra i civili. La città è suddivisa in aree di influenza, una delle quali è in mano appunto alle SDF, che nelle ultime ore hanno accolto un migliaio di rifugiati. La drammatica situazione della popolazione di Deir ez-Zor si può così sintetizzare: dal cielo cadono le bombe russo-siriane, e a terra vengono usati come scudi umani dall’Isis.

Pulizia etnica

e manipolazione demografica

L’obiettivo ultimo di Erdogan: cancellare il popolo kurdo dal Rojava e sostituirlo con gli ex affiliati all’Isis, grazie ad un nuovo patto fiduciario

ALL’INIZIO E’ RESISTENZA

L’esercito turco intensifica gli attacchi alle postazioni militari del Rojava, mentre penetra sempre di più in Siria formando alleanze clandestine con le milizie qaediste

Si accende la guerra turca al popolo kurdo in Siria

26 ottobre 2017 – Ci avviamo verso la fase finale del conflitto siriano, con l’Isis ormai quasi del tutto sconfitta. Gli effetti della guerra per procura, condotta dagli stati che hanno occupato il territorio, Turchia, Russia, Iran e Usa, iniziano a prendere una nuova fisionomia.  

All’assalto del Rojava

La guerra al Rojava, il Kurdistan siriano, autoproclamatosi nel 2012 confederazione autonoma, da parte del “Sultano” turco Erdogan, ha avuto un’impennata nell’ultima settimana. Gli attacchi, cominciati all’inizio di quest’anno, si sono susseguiti e nel giro di breve, presumibilmente, rappresenteranno il nuovo conflitto nel conflitto: la Turchia contro il popolo kurdo. 

La presenza dell’esercito turco in Siria era stata decisa durante la conferenza di Astana, insieme alla Russia e all’Iran, a “garanzia” delle zone di de-escalation, individuate in punti strategici di confine. Ma la Turchia sta penetrando sul territorio siriano fino ad Aleppo, dove sta ricostruendo una sorta di alleanza clandestina con le organizzazioni qaediste come Nour El-Din al-Zinki.Intanto sembra che non vi siano notizie certe sul leader del PKK Abdullah Öcalan, agli arresti dal 1999 e alle cui idee si ispira il modello democratico del Rojava.

Considerato terrorista da Erdogan, come tutto il popolo del Kurdistan siriano, voci non confermate sulla sua morte hanno dato il via alle richieste della famiglia e dei suoi avvocati circa il suo isolamento, invocando la possibilità di poterlo incontrare.

Gli attacchi su Afrin e Kobane

I due cantoni del Rojava con i suoi villaggi più esposti agli attacchi turchi sono stati Afrin e Kobane. Tra il 16 ed il 26 ottobre sul Cantone di Afrin vi sono stati molteplici assalti dell’esercito turco, respinti dalle YPG kurde, le Unità di Protezione Popolare. Artiglieria, mortai, cannoni antiaerei hanno colpito i villaggi di Merien, Ayn Daqn e Basûfanê nella parte occidentale del cantone. Il 25 ottobre invece è stato il turno dei villaggi al confine est. Sono state esplose armi pesanti contro le YPG, le quali hanno risposto al fuoco senza perdite tra le proprie file. Il 24 ottobre veniva invece attaccato il cantone di Kobane.

Le forze militari turche hanno aperto il fuoco sui villaggi a est e a ovest e due veicoli militari sono stati colpiti dalle forze kurde. Nel villaggio di Kosik, a 12 chilometri da Kobane, le armi turche hanno colpito varie case, producendo diversi danni materiali. Intorno alle 13,30 di martedì vi è stato l’assalto alle postazioni YPG nel villaggio di Aºmê, con quattro veicoli blindati scorpion. Dopo una pausa pomeridiana, gli scontri sono ripresi in serata, senza fare vittime.

L’occupazione del villaggio di Sheikh

Ma la strategia di penetrazione sul territorio sirianodell’esercito turco non si ferma alla guerra personale del sultano contro il Rojava,  poiché si è addentrato fino a 26 chilometri da Aleppo, tra le campagne a nord-ovest, nel villaggio di Sheikh Aqil. Qui ha ratificato un accordo con il gruppo jiadista vicino ad al-Qaeda e nemico di AssadNour El-Din al-Zinki, che ormai da un paio d’anni ha il controllo del territorio. Il convoglio militare turcoconsisteva in “4 pick-up, 7 veicoli corazzati, 3 vetture che trasportano cibo, 3 serbatoi, oltre a 3 vetture caricate di carburante”. 

Il villaggio di Sheikh Aqil ha una posizione geografica strategica poiché è abitato esclusivamente da arabi e si trova su una collina da cui si possono scorgere i lati occidentale e nord-occidentale di Aleppo. Poi si trova a 3 chilometri dal primo villaggio del cantone di Afrin.

L’assassinio di un giovane al confine

Hayder al-Makhlouf era un giovane arabo di 29 anni. Lunedì scorso aveva deciso di entrare in Turchia dalconfine kurdo, cioè quella striscia di terra che separa il Rojava dal cosiddetto Kurdistan Bakur. E’ così chiamata quell’area della Turchia del sud al confine con la Siria dove vi sono gli insediamenti kurdi, per questo più genericamente definito Kurdistan turco.

E’ proprio quella l’area che negli ultimi due anni è stata soggetta, da parte del governo turco, ad un vero e proprio massacro, questo ancora prima del fallito golpe. Gli abitanti sono stati sistematicamente colpiti fin dentro le proprie case dalle armi turche, gli amministratori pubblici arrestati senza accuse formali. Una terra messa a ferro e fuoco poiché potenziale miccia esplosiva della causa per l’indipendenza kurda, tradizionalmente repressa dalla Turchia.

Il giovane si trovava a Serê Kanîyê, cantone di Jazera, nella parte centro-orientale del Rojava. Mentre cercava di varcare il confine è stato intercettato dai militari turchi e fermato. Dopo di ché il corpo senza vita di Hayder è stato “rigettato” in Rojava. La gente dei vicini villaggi ha portato il cadavere martoriato nell’ospedale di Serê Kanîyê. Qui i medici hanno riscontrato il decesso a causa dei colpi inferti alla testa: lo hanno ammazzato di botte. Ma non è la prima vittima del confine turco-siriano, con modalità simili: ci hanno rimesso la pelle decine di persone nel tentativo di passare in Turchia.

Che fine ha fatto Abdullah Öcalan

Sono giorni ormai che la voce non confermata della morte di Öcalan si sta propagando. Che le sue condizioni di salute fossero precarie questo si sapeva. Il leader kurdo è rinchiuso in una galera turca, sull’isola di Imrali, con l’accusa di essere un terrorista, in quanto a capo del PKK, il Partito dei lavoratori kurdi. Ha una condanna all’ergastolo, dato che il PKK, dalle autorità turche, è considerata una organizzazione terroristica.

In realtà per i turchi chiunque sia kurdo è considerato tale, soprattutto se combatte per l’autonomia e l’autodeterminazione del proprio popolo. Fatto sta che le caratteristiche della sua detenzione sono molto rigide, poiché vive in permanente stato di isolamento. Né i suoi avvocati, né la sua famiglia possono vederlo. Per cui in queste ore si susseguono le paura che i problemi di salute si siano trasformati in decesso. Una situazione molto tesa per tutto il popolo kurdo che in Öcalan vede una sorta di padre della patria. Ecco perché dal cantone di Jazera del Rojava decine di membri dei consigli cantonali hanno accusato il governo turco di violare le convenzioni internazionali sui diritti umani: “viola tutte le leggi del cielo e delle convenzioni internazionali”. Hanno chiesto a gran voce che la famiglia e il suo avvocato possano visitarlo per rendersi conto della situazione reale.

“…Invitiamo la comunità internazionale e le organizzazioni dei diritti umani a esercitare il loro ruolo con pressioni sul governo di Erdogan a favore del leader Ocalan, che rappresenta oggi la volontà di milioni di popoli del mondo libero. Il mondo ha testimoniato la vittoria dei suoi sostenitori e il suo pensiero contro i terroristi che costituiscono una minaccia per la pace e li hanno sconfitti nella loro capitale (Raqqa ndr). Chiediamo anche alla sua famiglia e agli avvocati di visitarlo  e avviare negoziati per la sua liberazione. Non c’è pace e stabilità nella regione senza il rilascio del leader Ocalan e la soluzione del problema kurdo”

I massicci bombardamenti  sulla popolazione nel cantone nord-siriano di Afrin non sono riusciti a scalfire la resistenza delle unità di combattimento, che impediscono ai mercenari jihadisti di avanzare sul terreno

Il popolo kurdo resiste alla pulizia etnica turca

17 gennaio 2018  L’ufficio stampa delle Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico comandato dalle unità combattenti kurde, YPG, ha emesso ieri un comunicato stampa nel quale si fa un bilancio dei 23 giorni di attacco ai villaggi kurdi attorno ad Afrin.

Un resoconto dettagliato che fa da sfondo a questo nuovo pezzo di guerra innescata dalla Turchia, dove vengono massacrati bambini, donne, anziani, profughi, come se fossero combattenti armati. In realtà quella del sultano Erdogan è una strategia di vera e propria pulizia etnica nei confronti del popolo kurdo, per annientare il laboratorio di democrazia dal basso multietnico e multiconfessionale, costruito dal 2011 nel nord della Sira, al confine della Turchia, che si chiama Rojava.

Ma i combattenti kurdi, gli stessi che sul campo hanno sconfitto i jihadisti dell’Isis, pezzi dei quali, adesso, sono insieme ad altri nuclei qaedisti, dalla parte della Turchia, stanno apportando una estrema difesa. Tanto che sul terreno i jihadisti alleati della Turchia non riescono ad avanzare, malgrado i bombardamenti aerei di supporto. Una resistenza che vede l’appoggio della popolazione, composta anche da profughi della guerra siriana rifugiatisi proprio lì negli ultimi anni.

I numeri della pulizia etnica

L’esercito invasore turco ha effettuato bombardamenti aerei su insediamenti civili 668 volte. Nei menzionati bombardamenti, sub-strutture, stazioni di acqua potabile, scuole e allevamenti di animali in posizioni centrali sono stati presi di mira… Hanno attaccato la regione con elicotteri 16 volte e tutti questi attacchi hanno preso di mira gli insediamenti civili… Con carri armati e armi pesanti 2.645 volte. 409 combattimenti corpo a corpo… Con elicotteri 16 volte e tutti questi attacchi hanno preso di mira gli insediamenti civili… Hanno attaccato la regione con carri armati e armi pesanti 2.645 volte.”

Di contro, la resistenza kurda ha prodotto l’abbattimento di due elicotteri e di 51 tra carri armati e panzer.

Minacce tra partner

Mentre i villaggi attorno ad Afrin si sono trasformati in campi di battaglia, il sultano Erdogan, presidente autocrate della Turchia, ha iniziato a scambiarsi accuse e minacce contro gli Stati Uniti, uno dei principali alleati Nato. Questo perché l’invasione turca del nord della Siria pone questioni politico-strategiche di non poco conto. Da un lato perché il presidio territoriale kurdo in Rojava rappresenta un argine contro l’Isis, che, seppur sconfitto militarmente, ancora non è stato del tutto annientato.

Se rispetto a ciò si considera che l’apparato bellico turco si appoggia sul cosiddetto Esercito Siriano libero, cioè milizie ex qaediste e pezzi dell’Isis in fuga, la rappresentazione che ne esce fuori è davvero inquietante. Anche perché la narrazione del governo turco, individua i terroristi nelle forze combattenti kurde. Erdogan: “La decisione degli Stati Uniti di dare un sostegno finanziario all’YPG influenzerà sicuramente le decisioni che prenderà la Turchia… Sarà meglio per loro non stare con i terroristi che supportano oggi…”

Poi c’è la minaccia, una volta conclusasi la campagna su Afrin, di arrivare fino a Manbij, città presidiata sia dalle SDF kurde che dall’esercito statunitense, avvisato a suo tempo da Erdogan di lasciare quell’avamposto e non farsi trovare in sua difesa“L’operazione della Turchia ha sminuito la nostra lotta per sconfiggere lo Stato islamico nella Siria orientale … Le forze si sono dirottate da lì verso Afrin… Da ora in poi nessuno ha il diritto di usare il Daesh come scusa: il teatro dell’ISIL è finito…” E’ stata questa la risposta del Segretario di Stato americano Rex Tillerson. A rincarare la dose poi ci ha pensato Paul Funk, il comandante delle forze americane in Siria e in Iraq: “Ci colpisci, risponderemo aggressivamente, ci difenderemo…”

L’invasione dell’esercito turco nel cantone kurdo di Afrin, nel nord della Siria, sta mietendo vittime tra i civili. Mentre i media legati ad Ankara stanno costruendo false informazioni sul campo, monta la resistenza popolare

La risposta del Rojava all’occupazione turca: ‘resisteremo e vinceremo!’

22 gennaio 2018 La guerra del presidente sultano turco Erdoğan contro il popolo kurdo sabato 20 gennaio è entrata nel vivo. Dopo un’avanzata sul campo da parte non dell’esercito ma delle milizie affiliate alla Turchia chiamate “Esercito Siriano Libero”, prontamente respinte dalla YPG, le “Unità di Protezione del Popolo”, sono entrati in azione i jet. Questi hanno potuto penetrare lo spazio aereo grazie alla ritirata dell’apparato militare russoche di esso ne aveva la responsabilità.

Così i primi villaggi sono stati bombardati, mietendo, in due giorni, una ventina di vittime tra donne e bambini. La Turchia, con la suanarrazione costruita ad hoc, ha dichiarato di aver colpito solo postazioni terroristiche. La manipolazione informativa ridefinisce la realtà proponendo la visione di un popolo che in quanto kurdo è terrorista. Ecco perché anche se vengono uccisi donne e bambini si parla di terroristi.

La resistenza è giusta”

Siamo un popolo che difende la libertà. La nostra posizione è stata chiara sin dall’inizio. Resisteremo agli attacchi di invasione da parte dello stato turco. Insieme al nostro popolo, aumenteremo la nostra resistenza. Questa non è la prima né l’ultima resistenza per noi. Lo spirito di resistenza sviluppato a Kobanê crescerà in Afrin e conseguirà la vittoria. Attingiamo la nostra forza e il nostro morale dalla nostra gente. La vittoria sarà certamente nostra. Perché la nostra resistenza è legittima. ”

E’ quanto dichiarato all’agenzia di stampa kurda ANF il generale delle YPG Sipan Hemo. L’offensiva avviata nella mattina di sabato, ha visto l’impiego di mortai, bombardamento aereo con 32 caccia e combattimenti sul campo.

Un’operazione annunciata

L’operazione bellica denominata “Ramo d’ulivo”, ha lo scopo, a quanto dichiarato dal ministro della difesa turco Binali Yildirim, di creare una “zona di sicurezza” con una profondità di 30 km dal confine. Non esistendo una motivazione legata ad un principio di realtà, è chiara la volontà, da sempre manifestata da parte del sultano, di far crollare il progetto di confederazione democratica multiconfessionale e multietnica, creata in Rojava dal popolo kurdo.

Gli attori in campo

Gli attori in campo si stanno defilando dalle proprie responsabilità. La Russia, come detto, si è ritirata dallo spazio aereo, dando mano libera alla Turchia. Sipan Hemo: “Per due anni le forze russe si sono recate ad Afrin e hanno affermato che essi stessi avrebbero risolto determinati problemi di collaborazione con i kurdi. Hanno costantemente detto che una soluzione senza kurdi non è possibile… Avevamo alcuni accordi con la Russia. Ma essa improvvisamente li ha trascurati e ci ha tradito. Ci hanno chiaramente venduto. Perché erano soliti dire che una soluzione senza kurdi non è possibile e affermavano che avrebbero risolto i problemi insieme ai kurdi. Ma ciò che sta accadendo ora ha rivelato gli intenti della Russia “.

Dall’altro lato, gli Stati Uniti invitano alla moderazione, di fatto lasciando campo aperto alla Turchia, dopo aver smentito, per le proteste di Ankara, la costituzione di un esercito di frontiera di 30mila uomini, nel nord della Siria, formato anche dai kurdi.

Sarà interessante vedere il dopo Afrin, poiché la Turchia ha annunciato dopo di voleroccupare Manbij, città che attualmente vede la presenza del maggior contingente americano, insieme alle SDF, l’esercito multietnico a guida kurda. La Francia ha chiesto formalmente l’arresto delle operazioni belliche, convocando una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

La guerra mediatica

Poi, vi è la guerra mediatica, funzionale a ribaltare il sistema dei significati. Latrasformazione di un popolo che combatte da un secolo per affermare la propria autonomia e autodeterminazione è stata portata avanti negli ultimi trent’anni in Turchia dalPKK, il partito dei lavoratori kurdi, il cui leader è Ocalan, prigioniero delle galere turche, in quanto terrorista. Se il PKK ha condotto le sue battaglie anche attraverso forme di lotta armata, l’assioma che il popolo kurdo e le sue istanze di autonomia siano terroristiche è ormai una “realtà” conclamata a livello mediatico.

Ancora Sipan Hemo: “Nessuna delle informazioni pubblicate negli organi di informazione sotto il controllo di Erdoğan ha alcun legame con la verità. Quello che sta succedendo oggi ad Afrin è il massacro di civili. Inoltre, attraverso i media, per due mesi, hanno cercato di creare le basi per l’invasione di Afrin, con quello che stanno producendo e cioè i massacri… Il fatto è che Erdoğan denota i civili massacrati come “combattenti” perché vede tutti i kurdi come combattenti. È così che pensa di avere il diritto di uccidere qualsiasi Kurdo. Ecco perché insiste nel chiamare i civili da massacrare “combattenti” e “soldati”. Ma la verità è che Erdoğan prende di mira villaggi e città e uccide i civili”.

Il depistaggio

Il portale di notizie Sputnik, filo-turco, ha dato una notizia assolutamente falsa allo scopo di fiaccare la resistenza kurda: “Jaysh al-Thuwar, uno dei più grandi gruppi all’interno delle Forze Democratiche Siriane, ha cambiato volto e si è unito alle forze sostenute dalla Turchia”.

Le SDF, all’interno del quale esistono oltre che i kurdi anche altre etnie, rappresentano il vero esercito regolare del Rojava. Così il comandante Hecî Ehmed delle SDF si è premurato a rispondere: “ Le notizie che riguardano Jaysh al-Thuwar non hanno nulla a che fare con la verità, sono completamente inventate… Stiamo agendo insieme alle altre forze di difesa di Afrin. Abbiamo vissuto insieme in queste terre per anni e stiamo combattendo fianco a fianco contro il nemico. La nostra lotta continua. Continueremo a combattere anche in futuro. Le dichiarazioni fatte per nostro conto non sono altro che una bugia. Hanno davvero bisogno di queste bugie. Vogliono dare il morale alla loro parte e demoralizzare il nostro popolo”.

IL NUOVO POSIZIONAMENTO DELL’ISIS

L’invasione della Turchia nel cantone siriano di Afrin è in atto grazie all’alleanza con i jihadisti di AlQaeda e dell’Isis

L’Isis rientra nel conflitto siriano

per attaccare i kurdi di Afrin

23 febbraio 2018  Sui tre lati che circondano il cantone kurdo di Afrin nel nord della Siria i combattimenti di terra si susseguono senza fine, qund’anche i bombardamenti aerei stanno mietendo vittime tra i civili al punto da determinare una crisi umanitaria, nel silenzio della comunità internazionale. Sempre di più infatti l’intento del sultano Erdogan, presidente-autocrate della Turchia, è quello di attuare una vera e propria pulizia etnica nei confronti del popolo kurdo, senza fare nessuna distinzione tra civili e soldati, tanto “sono tutti terroristi”.

La strategia turca nel nord della Siria

Alla base di questa strategia vi sono tre passaggi… Il primo è quello di annientare l’esperienza del Rojava come laboratorio di democrazia dal basso, pericoloso per le istanze di autonomia di quella parte del popolo kurdo che vive al confine nel sud della Turchia. In questa logica vi è il tentativo di cambiare i caratteri demografici di Afrin, con l’eliminazione dei kurdi per far posto a pezzi di popolo siriano rifugiatosi in Turchia, anche grazie al denaro dell’Unione Europea. Infine, vi sono le mire di un controllo strategico sul territorio da parte turca, attraverso la presenza dei qaedisti, e di superstiti dell’Isis, che dopo l’offensiva sul territorio sono fuggiti in Turchia.

I jihadisti al comando delle operazioni turche

Da una inchiesta sul campo dell’agenzia di stampa ANF emergono i particolari inquietanti dell’occupazione di terra operata dalla Turchia nel cantone di Afrin. In realtà sembra che il comando delle operazioni sia in mano proprio ai jihadisti dell’Isis e di Al-Nusra, ex Al-Qaeda.

All’inizio dell’occupazione la Turchia si era avvalsa del cosiddetto Esercito Siriano Libero, una organizzazione praticamente mercenaria che inizialmente si era presentata nello scenario bellico siriano per abbattere Assad. Una volta che sul campo, dopo appena una settimana, le unità di combattimento kurde, YPG e YPJ, hanno inferto colpi mortali con centinaia di vittime, l’Esercito Siriano Libero è stata sciolta nei fatti ma non nella forma. Questo perché le loro uniformi sono state indossate dai membri di Al-Nusra, che controllano ancora la città siriana di Idlib, ma anche dagli affiliati dell’Isis arrestati in Turchia e a Jarablus, dopo essersi dati alla fuga in seguito alla sconfitta subita sul campo proprio dalle unità combattenti kurde.

Con quelle uniformi sono loro che, malgrado non riescano ad entrare ad Afrin anche col supporto dell’aviazione turca, formano la cabina di regia dell’attacco al Rojava.

 

Fonti: Al_Jazeera, ANF Credits: Al-Jazeera, Reuters

L’invasione di Afrin è condotta in terra da milizie dell’Isis letteralmente in incognito per confondersi agli occhi dei vari contendenti nello scenario bellico

La Turchia offre un nuovo posizionamento all’Isis

6 marzo 2018 La denuncia forte e chiara arriva da Numan Cilo, comandante delle Forze Democratiche Siriane a Deir ez-Zor. In una intervista all’agenzia di stampa ANF, il militare ha segnalato l’ennesima minaccia che l’alleanza turco-jiahadista rappresenta non soltanto per il quadro siriano ma anche per il resto del mondo.

Le bande dell’ISIS avevano perso posizioni importanti, ed erano state messe in una condizione militare tale da risultare fallimentare, ma dopo l’inizio degli attacchi dello stato turco contro Afrin, le bande dell’ISIS si sono tirate su e hanno iniziato un’offensiva contro Deir ez-Zor”.

L’ago della bilancia

Se i piani del sultano Erdogan sono saltati poiché convinto che l’operazione su Afrin si sarebbe conclusa nel giro di pochi giorni, c’è anche da dire che le alleanze variabili stanno creando una situazione tragicamente surreale. Questo perché, allo stato attuale, i due fronti di guerra in Siria vedono conflitti e alleanze a corrente alternata.

L’ago della bilancia sono le bande jihadiste trainate dai qaedisti di Al Nusra. Questi stanno combattendo contro l’esercito siriano regolare di Assad, con Iran e Russia come alleati, nella regione di Ghouta. Ma Al Nusra, almeno formalmente, sta combattendo ad Afrin anche contro i kurdi, grazie all’alleanza con la Turchia e, questo si che sembra paradossale, al lascia passare della Russia.

Soffia il vento sulle vele dell’Isis

La composizione delle milizie jihadiste alleate della Turchia è variegata e si può compendiare in bande armate che hanno combattuto fin dall’inizio il regime di Assad. La Turchia le ha rimesse in gioco all’interno del cosiddetto Esercito Siriano Libero. Il traino è sempre la potente Al Nusra, composta da qaedisti. Ma mentre le unità militari kurde smantellavano l’apparato bellico del sedicente Stato Islamico, i pezzi allo sbando in fuga verso il confine sono stati reclutati dalla Turchia per combattere ad Afrin.

Lo stato turco che attacca Afrin – ha dichiarato Numan Cilo  ad ANF –  punta decisamente per la  seconda volta a soffiare il  vento sulle vele dell’ISIS e a rafforzarla, insieme alle altre bande che come  loro sono sul punto soccombere. Lo abbiamo visto nel campo di battaglia di Deir ez-Zor. All’epoca in cui lo Stato turco entrò ad Afrin, l’ISIS lanciò un’offensiva. Sanno che la battaglia di Afrin dà loro spazio per respirare. Perché la strategia della nostra struttura di combattimento è influenzata dalla situazione di Afrin “.

Sotto mentite spoglie

Nel momento in cui l’esercito turco si accingeva ad entrare nelle provincie di Jarablus e Azaz i jihadisti dell’Isis, indossando le uniformi di Al Nusra, si sono insediati e sono ancora lì. E così a Idlib e nelle vicinanze di Afrin… Secondo il comandante kurdo Numan Cilo questo rappresenta un grave rischio anche per i paesi europei…

L’ISIS, dal punto di vista militare, è stata ferita. Hanno perso il territorio di Raqqa e di altri luoghi. Ma l’organizzazione adatta e cambia le loro divise in molte aree… Se l’ISIS recupera forza, potrebbe iniziare i suoi sanguinosi attacchi non solo in Siria ma in Francia, Germania, Belgio, Regno Unito e di nuovo in vari posti negli Stati Uniti. La Turchia sta creando le condizioni per arrivare a questo. La Russia e gli Stati Uniti stanno zitti di fronte a questo attacco… Quindi, potrebbe sembrare che siano ora confinati in un’area di Deir Ez Zor, ma i loro attacchi negli ultimi giorni a Heseke, Qamishlo, Shaddadi e in altre zone non dovrebbero essere considerati solo attacchi contro i curdi …”

C’è un retroscena

Il retroscena di questa grottesca situazione potrebbe essere individuata negli interessi che quell’area riveste da un lato o dall’altro. La Turchia è interessata oltre che allo smantellamento dell’esperienza della confederazione democratica, multi-confessionale e multietnica del Rojava, ma anche alle risorse da poter gestire in autonomia come il petrolio dell’aria di Deir ez-Zor, proprio grazie i jihadisti dell’Isis, con cui Erdogan fino al 2015 era in affari prevalentemente per l’acquisto di petrolio di contrabbando.

In un altro senso poi ci sono le commesse di vari paesi nei confronti della Turchia. Prima di tutto la Russia, con la vendita dei suoi missili aria-aria S-400. Poi la Francia che ha piazzato i suoi Airbus, l’Italia gli elicotteri d’attacco e la Germania i suoi carri armati Leopard.

Il popolo resistente

Le mire di Erdogan dopo 45 giorni di assedio ad Afrin rimangono dunque le stesse: annientare il popolo kurdo, deportando la cittadinanza in altre zone del paese, facendo posto ai gruppi salafisti sunniti in una logica di vera e propria pulizia etnica.

Considerato che ad Afrin sono presenti diverse entità nazionali siriane, poiché sfollati durante il conflitto, quello che probabilmente lo Stato turco non si aspettava è stata la reazione di tutte le donne e gli uomini che vivono ad Afrin, che oltre ad organizzare continuamente manifestazioni di protesta tra le strade del cantone, si stanno impegnando a difendere la loro terra in tutti i modi. Ecco perché l’assedio e le stragi di civili non stanno fruttando ad Erdogan e ai jihadisti dell’Isis nessun risultato militarmente efficace.

Fonte  ANFCredits ANF, Reutres

L’ORDA BARBARICA

A pochi chilometri dalla completa occupazione di Afrin dell’esercito turco con le sue bande jihadiste, cerchiamo di capire in quali condizioni sta vivendo questo brutale genocidio il popolo residente.

Il saccheggio di Afrin

13 marzo 2018 – Dopo 52 giorni di assedio da parte dell’esercito turco e delle sue bande associate di jihadisti, provenienti dalle milizie disciolte dell’Isis e di al-Qaeda, sotto l’egida del fantomatico Esercito Siriano libero, Si possono usare i termini genocidio e pulizia etnica. I civili trucidati sono 232, mentre 668 sono i feriti fino a questo momento. La caratteristica dell’assalto di Afrin è quella di considerare la popolazione alla stregua dei combattenti, armi alla mano. Ecco che i bombardamenti aerei sono continui e distruggono, case, scuole, ospedali.

Fughe, macerie, distruzione e solidarietà tra i cittadini

Il cantone sembra sempre di più un culmulo di macerie, per quanto la gente che ha deciso di restare si sforzi di vivere di una “normalità di guerra”. In tal senso si sta creando tra la popolazione un senso di solidarietà straordinario, considerando che nel cantone di Afrin non vi abitano solo kurdi ma anche arabi, assiri, tra cui migliaia di sfollati da varie parti della Siria, nel corso della guerra.

In città è tutto un’emergenza. Migliaia di persone sono in fuga. Centinaia di abitazioni sono distrutte. Circa metà della popolazione non ha più la propria casa per cui le autorità locali si stanno prodigando ad accorpare più famiglie negli appartamenti rimasti in piedi, ma anche in negozi o strutture comunque abitabili, con non meno di tre gruppi familiari insieme.

Il silenzio dei colpevoli

Nel frattempo l’Ente per gli affari sociali e il lavoro nel Cantone di Afrin ha aperto ieri Afrin Camp, un campo profughi con 50 tende e 200 edifici disabitati. Ospita 30 famiglie provenienti da diversi villaggi e aree del cantone. Arifah Bakr, il capo degli affari sociali e del lavoro, in una intervista all’agenzia di stampa ANF ha dichiarato: “Nonostante le deboli possibilità e le circostanze degli attacchi dell’aggressione turca, abbiamo aperto questo campo per aiutare le famiglie costrette a lasciare i loro villaggi a causa dei bombardamenti mirati nelle dei case civili. Noi, in quanto organo per gli affari sociali, siamo pronti a servire e ad aiutare le nostre persone con tutte le nostre capacità.”

La gente è esausta e non comprende il silenzio colpevole dell’occidente dinnanzi a questa brutale guerra personale di Erdogan al popolo kurdo.

Hozan Eymen, del villaggio di Çeqela nel distretto di Shiyê, racconta ad ANF di come i jeet turchi abbiano distrutto la sua casa e il suo villaggio: Lo stato turco sta attaccando tutti, civili, bambini, anziani, il mondo non ci fa caso, le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani non ne parlano. Quanto durerà questo silenzio?

Fatme Îsmaîl, fuggita dal villaggio di Dimiliya, nel distretto di Mabeta, è rimasta in strada con i suoi figli:Abbiamo perso la nostra casa e la nostra terra, non c’è più niente, non abbiamo un tetto sopra le nostre teste, né acqua, né pane, non è vergognoso? Voi persone in questo mondo, perché non dite nulla?”

Se lo sgomento dei cittadini di Afrin va di pari passo all’impossibilità di comprendere come il mondo possa tollerare un attacco così pesante ad un popolo, la distruzione totale delle risorse fondamentali per vivere, come l’acqua, è una di quelle chiavi  che segnala la volontà del governo turco di voler torturare il popolo nel suo complesso. Dopo aver distrutto l’unica fonte di approvvigionamento con la diga di Meydankê, l’acqua per il momento viene garantita da vecchi pozzi riattivati. Considerato che la principale arteria viaria, cioè quella per Aleppo, è costantemente bombardata, nel cantone non riescono ad arrivare merci di nessun genere.

I saccheggi di stampo Isis

Poi c’è il tema dei saccheggi. Si, perché le bande jihadiste sparse sul territorio circostante Afrin, sotto la denominazione di Esercito Siriano Libero stanno applicando le medesime vessazioni di stampo Isis ai cittadini del cantone accusandoli di essere miscredenti. Saccheggiano le case e torturano la gente, minacciandoli di tagliar loro la testa. E la cosa ancor più inquietante è quella che essi stessi mettono video in rete, dove viene a palesarsi la loro brutalità. Inquietante perché non hanno nessun ritegno a smentire se stessi, in relazione alla narrazione che il dittatore Erdogan continua a propinare e cioè di mercenari e miliziani “moderati”.

Tra pulizia etnica e trasformazione demografica

In linea con le vessazioni ed il massacro dei civili di Afrin, vi è una dichiarazione all’agenzia di stampa ANHA di Redour Khalil, funzionario per le relazioni pubbliche delle SDF, l’apparato militare multietnico e multiconfessionale a trazione kurda, dove viene evidenziato il tentativo di trasformare i connotati demografici dell’area.

Lo stato turco continua il suo progetto di occupazione per cambiare i dati demografici dell’area attraverso il reinsediamento di famiglie turkmene e arabe nei villaggi di Afrin, che hanno occupato dopo lo sfollamento della cittadinanza, distribuendo le loro proprietà ai nuovi coloni. La Turchia sta portando avanti una campagna di cambiamento demografico su larga scala, e mostra apertamente  la vera intenzione dello stato turco nell’occupare Afrin, che erano stati declamati con argomenti vaghi. Lo stato turco, attraverso le sue operazioni di insediamento in Afrin, innesca conflitti etnici con i curdi e manipola il destino e le future generazioni nella zona”.

 

Fonti e credits ANF, ANHA

Saccheggi, violenze, vessazioni sono questi gli ingredienti usati dalle bande jihadiste, partners della Turchia, nel cantone di Afrin. Ma il popolo curdo non si arrende è passa alla resistenza

I barbari turchi ad Afrin in nome della jihad

23 marzo 2018   Human Rigth Watch denuncia il governo di Ankara per le deportazioni dal confine della Turchia alla città siriana di Idlib. Intanto era da prevedere fin dall’inizio, che dentro il fantomatico “Esercito Siriano libero” in realtà si nascondevano pezzi in fuga dell’Isis, e di al-Nusra, ex al-QaedaAbbiamo prove incontrovertibili sul fatto che i militari turchi stiano utilizzando pericolosi militanti di Isis inquadrati nelle milizie che combattono contro di noi ad Afrin. Abbiamo mostrato ad alcuni tra i 5000 jihadisti chiusi nelle nostre carceri i filmati delle ultime battaglie e loro hanno riconosciuto con certezza almeno 27 loro compagni di Isis con le unità turche”. Parole rilasciate al Corriere della Sera da Aval Adnan, importante dirigente kurdo.

L’apocalisse jihadista di Afrin

Da una cronaca dell’agenzia di stampa AFP: “Le forze siriane sostenute dai turchi sono andate su tutte le furie domenica ad Afrin, saccheggiando negozi e case dopo aver preso il controllo della città settentrionale. Dopo aver inseguito combattenti curdi da Afrin, i combattenti pro-Ankara hanno fatto irruzione in negozi, ristoranti e case e se ne sono andati con generi alimentari, apparecchiature elettroniche, coperte e altri beni. Hanno messo il bottino in auto e piccoli camion e li hanno cacciati fuori dalla città”.

Così nel mentre che i residenti di Afrin venivano messi in condizione di scappare dalle proprie case e proprietà, queste venivano letteralmente prese d’assalto e trasformate in bottino di guerra. Persino le auto posteggiate si sono rubati… Poi hanno dato alle fiamme i negozi dove venivano vendute bevande alcoliche. In molti sono stati presi e arrestati. Ai più è stata data la possibilità di arruolarsi con i jihadisti contro il proprio stesso popolo.

Così le torture di stampo Isis hanno ripreso il loro corso, come il sacrilegio dei siti archeologici. Mentre le orde barbariche si sparpagliavano per la città, la statua dell’eroe kurdo Kawa veniva abbattuta. Nel frattempo messa fuori uso la diga che rifornisce di acqua l’area, la città, essendo isolata, non può beneficiare né di cibo né di medicinali, con gli ospedali completamente distrutti.

Più della metà dei 350mila abitanti si sono dati alla fuga. Molti si sono nascosti nel vicino cantone di al-Shabba, rifugiati nelle scuole, nelle moschee, e in ogni spazio abitabile: solo in questa area, dall’inizio della guerra, si sono ritrovati 300mila rifugiati.

Una nuova strategia militare: la guerra di guerriglia

Il Movimento kurdo per una società democratica TEV-DEM con una dichiarazione scritta riguardante l’invasione barbarica della Turchia, ha sottolineato che, costretti al ritiro militare, la strategia delle unità militari kurde adesso è quella della guerra di guerriglia. Del resto la resistenza è insita nel DNA del popolo kurdo, almeno da un secolo.

La resistenza  ha mostrato 58 giorni di ininterrotto sacrificio contro l’esercito turco e le loro bande jihadiste.  È stata scritta un’epopea di sacrificio e valore di proporzioni storiche. La resistenza popolare ancora in movimento contro l’esercito invasore e i suoi strumenti programmati per l’annientamento ha insegnato una lezione ai nemici e alle forze oscure. Questa resistenza continua ancora… Il nostro popolo ha affermato che la sua volontà non potrà mai essere spezzata e non potrà essere mai distrutta da alcuna forza. Questa resistenza è stata la risposta più forte del nostro popolo al terrorismo e alle truppe dello stato turco…”

La Gomorra del confine turco-siriano

In un rapporto, appena pubblicato, di Human Rights Watch vengono denunciate le deportazioni di massa dei siriani che arrivano al confine turco verso la città siriana di Idlib, già dal dicembre dello scorso anno. Considerato i milioni di euro che l’Unione europea ha sborsato alla Turchia per accogliere i rifugiati siriani, impedendo che arrivino in Europa, la grande truffa del sultano Erdogan si sta realizzando appieno.

Gerry Simpson, direttore del programma per i diritti dei rifugiati presso Human Rights Watch:“Mentre le guardie di frontiera cercano di sigillare le ultime vie d’accesso rimaste ai confini della Turchia, centinaia di migliaia di siriani sono intrappolati nei campi per difendersi dalle bombe sul lato siriano”.

Leggiamo dal rapporto: Le guardie di frontiera turche hanno sparato a richiedenti asilo che cercavano di entrare in Turchia usando rotte di contrabbando, uccidendoli e ferendoli, e hanno deportato i siriani di Idlibappena arrivati ​​nella città turca di Antakya, a 30 chilometri dal confine siriano. L’offensiva di dicembre dell’alleanza militare russo-siriana contro le forze anti-governative a Idlib ha soppiantato quasi 400.000 civili, secondo le Nazioni Unite. Si sono unita a oltre 1,3 milioni di persone intrappolate all’interno di Idlib in campi insicuri, sovraffollati, di fortuna, in campi vicino al confine turco chiuso, dove sono costantemente minacciati di essere attaccati. Mancano cibo, acqua pulita, riparo, assistenza sanitaria e aiuti. 

 

Fonti: ANF, ANHA, Human Rigth Watch Credits: LaPresse, Reuters, Ansa, ANF, ANHA

Il Consiglio Democratico Siriano ha pubblicato un rapporto dettagliato sui crimini di guerra commessi dall’esercito turco e dai loro associati jihadisti, da quando è iniziata l’aggressione di Afrin che ha portato all’occupazione della città

Cala l’oblio sui crimini della Turchia ad Afrin

3 maggio 2018 – Da quel  20 gennaio, giorno in cui sono iniziati gli attacchi turco-jihadisti in Rojava, che hanno portato alla presa di Afrin, si è ripetuto il copione di sempre con violenze, torture, stupri, saccheggi in una logica di vero e proprio genocidio. La strategia violenta della dittatura turca ha avuto come obiettivo quello di ridefinire la dimensione demografica di quel territorio. Così, il Consiglio Democratico Siriano, ripreso dall’agenzia stampa kurda ANF, ha deciso di pubblicare un rapporto su tutte le nefandezze perpetrate dalle forze di occupazione.

Si tratta dell’unico resoconto completo sulle strategie di annientamento turche nel nord della Siria, che rivela un serio problema legato alla circuitazione delle informazioni sulla situazione della popolazione di Afrin. Già, perché sembra che questa tragica situazione, sia caduta nell’oblio

Un nuovo modello per il Medio Oriente che fa paura

I popoli che vivevano ad Afrin sono stati sottoposti a violenti e barbari assaltida parte delle forze d’invasione che partecipano alla cosiddetta operazione “Ramo d’ulivo.Condanniamo questa violazione e sosteniamo tutte le famiglie che sono vittime di queste violazioni dei diritti… Condanniamo le barbare pratiche dello stato turco occupante contro tutto il popolo siriano. Siamo preoccupati per la vita dei cittadini rapiti e chiediamo alla comunità internazionale di adempiere ai suoi doveri e alle sue responsabilità.”

E’ questo un passo del rapporto pubblicato ieri dal Consiglio Democratico Siriano, il braccio politico delle Forze Democratiche Siriane, cioè l’apparato militare che nel 2015 unificò le unità di combattimento kurde, YPG e YPJ, con altri gruppi militari afferenti a diversi ceppi etnici, come assiri e arabi.

Tale unificazione preannunciava la nascita della “Federazione del Nord della Siria” avvenuta nel dicembre del 2016, che vedeva i suddetti gruppi etnici condividere il progetto kurdo del Rojava, fondato su un nuovo modello sociale per il Medio Oriente: confederazione democratica dal basso, organismi territoriali come luoghi decisionali, sistema pluriconfessionale e multilinguistico, diritti inalienabili per tutti e soprattutto il protagonismo del mondo femminile su cui ruota tutto il sistema confederale.

La lista degli orrori

  • Ridefinizione demografica del territorio.

  • Bombardamenti degli insediamenti civili ad Afrin e demolizione di appartenenti dei residenti.

  • Pianificazione dei bersagli civili tramite bombardamento aereo e da terra.

  • Torture, stupri ed esecuzioni sommarie.

  • Distruzione dei luoghi storici.

  • Saccheggi dei beni di famiglie in fuga.

  • Arresti e sparizioni.

  • Costrizione ad abbracciare l’Islam.

E’ questa la lista degli orrori perpetrata con scientificità dall’alleanza turco-jihadistache ha invaso Afrin, in perfetta linea con le pratiche dell’Isis, adottate in questi anni nelle occupazioni di Siria e Iraq. Questo è un altro degli aspetti più tragicamente grotteschi di questa vicenda, proprio perché ignorata dalla stampa mainstream e dalla comunità internazionale. Perché quelle che i kurdi chiamano “bande”, cioè i miliziani jihadisti alleati alla Turchia, sono entrate dentro l’Esercito Siriano Libero, che nel 2011 si formò con i disertori dell’apparato bellico di Assad. Uomini dell’Isis in fuga, pezzi di al-Qaeda hanno indossato le divise dell’ESL, mimetizzandosi inizialmente nei combattimenti di terra contro le Forze Democratiche Siriane. Una volta entrati ad Afrin, hanno gettato la maschera, adottando le loro solite pratiche dedite al sadismo.

La sostituzione demografica di un popolo

I dati segnalati nel rapporto del Consiglio Democratico Siriano parlano chiaro: tra i civili sono stati uccisi 56 donne, 55 uomini e 46 bambini e feriti, di cui sono state confermate le identità, 104 donne e 150 bambini, con un totale di 448. Gli sfollatiin zone sicure sono stati 300mila, suddivisi in campi profughi tra Til Rifat, Shehba, Sherawa, Nubil e Zehrai, Heleb e Manbij.

Leggiamo dal rapporto:“Il Comune popolare di Shehba ha allestito un campo nella provincia di Fafin con il sostegno di Amministrazione del Cantone di Afrin, Heyva Sora Kurd e alcune organizzazioni umanitarie. Mentre 850 tende sono state allestite in questo campo, l’assistenza fornita ai cittadini in questi campi non soddisfa i bisogni”.

E’ in questo contesto in cui rientra la cosiddetta “Turkificazione” del territorio di Afrin, cioè la strategia del governo turco di trasformare la struttura demografica del territorio. Così le bande jihadiste hanno “sfollato” centinaia di migliaia di persone dai loro villaggi, impossessandosi dei loro beni, saccheggiando i villaggi, subentrando nelle loro case, laddove non sono state incendiate.

Due interi villaggi, Ikbis e Moska, nel distretto di Shiyê e Cindirêsê, sono stati letteralmente trasformati nella loro dimensione demografica. Il distretto di Kefer Cenê è stato completamente “arabizzato”, mentre  in quello di Kefer Sefrê sono state collocate almeno 300 famiglie dei miliziani jihadisti. Così come in tanti altri villaggi: chi non è riuscito a fuggire è stato costretto a restare, sottostando a crudeltà di vario genere: in pratica rapiti in casa loro.

Le bande jihadiste hanno cambiato i nomi delle strade, in lingua turca e araba. Gli yazidi sono stati costretti ad abbracciare la religione musulmana e le donne ad indossare il velo. E ancora, ai cittadini non è stato permesso recuperare i corpi dei loro parenti che hanno perso la vita negli attacchi. E mentre saccheggiavano e rubavano,  le bande jihadiste si sono pure “divertite” a stuprare le donne, tagliare alcune teste, torturare gli uomini. Ma hanno fatto altro, come aver infierito sul cadavere della combattente kurda Emîna Mustefa Umer, il primo febbraio.

Un genocidio tra barbarie e sadismo

I jihadisti tagliagole, in un paio di mesi, sono riusciti a rinverdire i fasti del sedicente Stato islamico grazie ad un furioso bombardamento dell’esercito regolare turco, sia aereo che da terra con i carri armati Leopard, venduti dalla Germania. Vi è stata una accurata pianificazione di bersagli civili, non solo abitazioni ma anche miniere, convogli, scuole, ospedali, centrali elettriche, riserve di acqua. Hanno fatto saltare in aria siti religiosi e aree archeologiche.

Dal rapporto del Consiglio Democratico Siriano“L’occupazione di Afrin dovrebbe essere considerata illegale, poiché contraria al diritto internazionale. Bisogna fare pressione su tutte le forze di occupazione per ritirarsi dai territori occupati, in particolare Afrin. L’esercito turco occupante non ha alcuna legittimità, la sua azione è contraria a tutte le risoluzioni ONU…”.

Il Consiglio chiede di sapere che fine hanno fatto le persone rapite, e che vengano subito rilasciate; chiede la composizione di un comitato composto dalle organizzazioni dei diritti umani e dei diritti delle donne nella regione, che sia indipendente, completamente imparziale e trasparente. Inoltre viene chiesta la restituzione dei beni saccheggiati, ma anche fermare la “politica demografica”, e costringere lo Stato turco, attraverso gli organismi internazionali, a pagare i dannialle persone e a ricostruire l’economia dei luoghi distrutti.

Fonte ANF – Credits La Presse