La linea rossa nel labirinto dei segni

AI CONFINI DELLA CIVILTA’ ALFABETA, DENTRO IL CAOS DI INIZIO MILLENNIO

DIARIO DI CRONACA 2011/2014

di Marco Marano

 

Piano dell’opera

INTRODUZIONE

OLTRE IL TEMPO, AL DI LA’ DELLO SPAZIO

Queste crisi di inizio millennio

Nel labirinto dei segni

Gli intercettori del web

AI CONFINI DELLA CIVILTA’ ALFABETA

LE STORIE DA RACCONTARE NELLA CIVILTA’ DAI SIGNIFICATI CAPOVOLTI

Storie da raccontare

Il mondo che esplode e le linee rosse

Il sovvertimento dei significati

Gli esodi di inizio millennio e il labirinto dei segni

Le piccole risonanze disseminate sui territori

LE PRIMAVERE E LE GUERRE DI RELIGIONE

IN NOME DELLA SHARIA

Quella faida annunciata

Una regia occulta sugli scontri di religione

Il grande demiurgo islamico

L’islamismo tra costituzione e territorio

Un golpe per cosa?

L’hogra, il potere e la rivoluzione rubata

Un omicidio pianificato

L’inconciliabilità tra l’islamismo e il laicismo

Tutti contro il Presidente

LE RIVOLUZIONI FALLITE

Una storia infinita

In piazza contro chi?

Impedire ogni forma di assembramento

Storie mediorientali tra sunniti e sciiti

E ADESSO NO FLY ZONE

A parti invertite

Gli intrighi internazionali e la caduta di Bengasi

Hanno attaccato

Il gioco delle ipocrisie

NON ABBIAMO PIU’ PAURA

Gli echi risonanti dal web alle strade

La rivoluzione e la resa dei conti

La nuova pulizia etnica siriana

La dottrina della linea rossa nel labirinto dei segni

IL NEOTRIBALISMO NELL’ERA DEL GLOBALISMO

I GIORNI DELL’ORRORE

La guerra infinita

Vecchie dispute e nuovi rancori

Tra Gaza e San Paolo

Le distorsioni del racconto giornalistico

LA GUERRA DELLE MASCHERE

Il principe ed il guerriero

Cronaca d’una dittatura caduta

Il dittatore in gabbia

Processo ai bravi

GLI ECHI DEL DESERTO

La guerra del Mali

Da Gheddafi all’Algeria

La Françafrique e le risorse naturali

Quel sogno africano infranto

GRUPPI ARMATI E POPOLI SOGGIOGATI

L’inferno nigeriano

Il “ratto delle sabine” che lascia indifferente l’Italia

Uno Stato nello Stato

Il calvario d’un popolo stremato

Un golpe fallito prima di iniziare

 

INTRODUZIONE

OLTRE IL TEMPO, AL DI LA’ DELLO SPAZIO

 

Queste crisi di inizio millennio

Gli anni tra il 2011 e il 2013 sono stati caratterizzati da due eventi epocali: l’acuirsi della crisi internazionale nelle economie liberali, cominciata nel 2008, e le primavere arabe, susseguitesi nei paesi del nord Africa e del Medio Oriente. Due eventi che in un modo o nell’altro hanno avuto dei punti di contatto: grandi manifestazioni di protesta nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo per contestare i palazzi del potere, attraverso i quali la forbice tra i bisogni dei popoli e le azioni dei governi, sia nazionali che transnazionali, si è ampliata sempre di più.

Ora, questi grandi eventi sociali, politici ed economici hanno in qualche modo fatto da sintesi alle contraddizioni storiche della civiltà contemporanea, poiché è impensabile che due crisi epocali così profonde, possano esplodere dall’oggi al domani. Le cause hanno radici lontane che in breve possiamo racchiudere in due fotografie. La prima riguarda un mondo dove il sistema finanziario invade le prerogative dei sistemi politici, i quali si lasciano invadere per gestire rendite di posizione e potere. La seconda fotografia concerne i paesi arabi, dove per decenni si sono combattute guerre a sfondo religioso, e dove alcuni regimi autocratici venivano sponsorizzati dai paesi occidentali, per la gestione delle risorse, i cui proventi non erano finalizzati al benessere dei popoli ma a quello dei paesi partner e dei dittatori di turno. L’aspetto più inquietante di quest’ultima fotografia è che i dittatori partner dell’occidente, garantivano una barriera contro Al-Qaeda e il jihadismo, in nome della quale erano legittimati a sottomettere i propri popoli con la barbarie…

Ci sono però altri due elementi comuni a questi eventi epocali. Innanzitutto l’esplosione del web come stanza degli echi, per dirla alla McLuhan, il quale utilizzò questa espressione per spiegare le capacità del mezzo radiofonico tra le due guerre mondiali. La stanza degli echi produce echi risonanti, come i tamburi delle comunità tribali, che avevano la funzione di trasmettere informazioni ma anche suggestioni identitarie ai membri della tribù in qualsiasi luogo della foresta essi si trovassero. In tal senso i social network hanno avuto la funzione di stanza degli echi, diffondendo echi risonanti ai popoli in piazza, per ritrovarsi in un’azione comune. Un’azione non un progetto, poiché la stanza degli echi funziona come un medium e non come un sistema associativo burocratizzato, ma questa è un’altra storia…

Poi ci sono le rivendicazioni, che nei paesi arabi erano strettamente legate, anzi sono strettamente legate, alla limitazione della libertà e alla povertà, che comunque è una storia diversa rispetto a quello che è successo in occidente, con i vari movimenti occupy/indignati. Però c’è un termine che ci ha molto colpiti: “hogra”. Una parola forte, che ha innescato la prima rivolta, quella in Tunisia. E’ sinonimo di sopruso. Già il sopruso chi lo compie generalmente? Il potere decisionale, quando, anziché fare il bene del popolo, fa i propri interessi. Ma quando il potere fa unicamente il proprio bene questo non può che generare una rete di privilegi, che hanno l’effetto di allontanare il popolo. Con le dovute differenze, questa è la motivazione che ha scatenato le piazze di tutto il mondo…

E’ un’altra fotografia, che può raccontare qual è il problema di fondo del nostro tempo, che poi nelle varie parti del pianeta assume le caratteristiche legate alla vocazione dei singoli paesi, e che le due crisi epocali hanno messo a nudo. Questo significa, ad esempio, che i paesi dell’Europa meridionale, cioè Grecia, Italia, Spagna e Portogallo, sono stati quelli che peggio hanno attraversato la crisi internazionale, perché il sistema di privilegi e di corruzione delle classi politiche era così alto da rendere particolarmente fragili le strutture economiche, gestite, comunque, in modo piratesco. In alcuni casi, come la Grecia e l’Italia, le stesse classi dirigenti sono rimaste inamovibili per più di vent’anni, in uno stato di crisi istituzionale permanente. Lì, il sistema democratico è stato fisiologicamente sostituito da un sistema oligarchico, che in Italia è stato ribattezzato in termini di casta.

Nel labirinto dei segni

Se volessimo fare un piccolo gioco teatrale, potremmo descrivere questa fase storica come una messa in scena tra le maschere del potere contro le maschere dei popoli, dove le prime si stringono dentro un fortino ben protetto, e le seconde s’impossessano delle città per scalfire questo fortino. Il colpo di scena avviene quando ci si accorge che ognuna delle due dimensioni, cioè il potere e i popoli, fanno un racconto diverso rispetto a quello che succede nel mondo. Il racconto del potere appartiene ai mezzi di comunicazione di massa, che, al di là del fatto che possano essere indipendenti dal potere politico o meno, gli si propongono come stanza degli echi. Il racconto dei popoli, invece, proviene dal web, attraverso i social network, i blog, You Tube, e le parole, come le immagini, sono quelle dei cittadini, anzi sono espressione di cittadinanza. Ma queste due dimensioni vanno a scontrarsi producendo attriti e sommovimenti, poiché la dimensione del potere è una dimensione statica mentre quella dei popoli è dinamica.

Il linguaggio diventa dunque l’elemento principale dell’interazione tra le maschere. Ma c’è un problema. Il potere per continuare a conservare le proprie prerogative ribalta i significati della civiltà alfabeta: cambiando i significati il popolo, pensa il potere, è portato ad accettare qualsiasi cosa. Ecco che però entra in scena un’altra maschera, Entropia, cioè il caos generato nei cittadini dal ribaltamento dei significati. Entropia è una maschera subdola, perché cerca di rassicurarti ma all’improvviso ti prende per mano e ti porta dentro il labirinto dei segni, e da lì diventa difficile uscire. Tra l’altro, il ribaltamento dei significati, porta a ridefinire il paradigma fondamentale, sia per il potere che per i popoli: ciò che è lecito da ciò che non lo è. Ma da cosa è stabilita la liceità di un’azione? Dalla linea rossa! Già, la linea rossa determina il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. E sono ovviamente le maschere del potere a decide di spostare la linea rossa a loro piacimento. Per esempio, se un dittatore massacra il proprio popolo con le armi convenzionali questo è lecito, ma se lo fa con le armi chimiche significa che egli ha varcato la linea rossa, per cui non è più lecito e occorre intervenire… Oppure, se un dittatore calpesta il proprio popolo, ma è in grado di garantire l’occidente di buoni affari e di rappresentare un argine al jihadismo, la linea rossa sta sempre davanti, non viene varcata…

Questo libro nasce dalla consapevolezza che gli “strumenti della conoscenza di massa”, oggi sono ingabbiati all’interno di logiche che non hanno al centro i cittadini con le loro prerogative, per questo la conoscenza e la comprensione dei fatti e delle dinamiche sociali del nostro tempo diventano problematiche.

Consideriamo, da un lato, la legge sui meccanismi innescati dal surplus informativo, secondo cui la massiccia invasione di informazioni, generata dalla moltiplicazione dei mezzi di diffusione, ha un effetto contrario nel cittadino, quello cioè di disinformarlo. Dall’altro lato, ma questo è un caso tipicamente italiano, la stretta interconnessione tra sistema mediatico e potere politico, produce mistificazione e ribaltamento della verità. Possiamo dire, dunque, che lo scenario che abbiamo davanti è tanto sconfortante quanto pericoloso. Ed infatti in Italia gli effetti sono ben visibili, poiché i mezzi d’informazione non assolvendo alla loro funzione, deprivano il popolo degli strumenti di decodifica della realtà, che vengono, insomma, sostituiti dalle percezioni sociali e non dalla verità.

Se l’Italia ha scoperto di essere un paese razzista, speriamo non a maggioranza, la responsabilità principale è proprio dei mezzi d’informazione. Infatti, i processi di produzione delle informazioni sono così malati che non affrontano le questioni del nostro tempo, non contestualizzano, non entrano dentro i fatti per individuarne la radice: come nascono, perché si evolvono, di chi sono le responsabilità; è il labirinto dei segni, da cui non si può uscire. Ma non uscire dal labirinto dei segni come si traduce nel quotidiano? Scambiando, appunto, la conoscenza con la percezione, per cui la lettura ed il confronto con la realtà che fa il cittadino sono patologiche, poiché la realtà vera è un’altra. In qualche modo, il livello di entropia prodotto dai governi, viene proiettato sui cittadini attraverso i mezzi d’informazione, volenti o nolenti.

Intercettori del web

Gli unici anticorpi, per chi fosse interessato ad intercettarli, provengono dal web, mediante la ridefinizione dei processi di produzione delle informazioni, che partono dal basso: il citizen journalism. La rete, oltre a diventare fonte di se stessa è anche fonte dei media di massa. In tal senso, l’esperienza, di cui siamo portatori, cioè il progetto on line Radio Cento Mondi, ha come obiettivo il “tornare alla comprensione per esorcizzare le percezioni”. L’idea è quella di raccontare il nostro tempo in una sorta di viaggio a ritroso, che ci permetta di guardare agli “stranieri“ come cittadini portatori di diritti negati nei loro paesi d’origine e magari mettere a confronto i loro diritti negati con i nostri.

E’ chiaro che, con la possibilità di elaborare pratiche legate alla comunicazione giornalistica, al di fuori delle distorsioni del sistema mediatico, ci si pone l’obiettivo di ristabilire la giusta equazione tra gerarchia delle notizie e il valore pubblico delle stesse, al fine di superare dettami e stereotipie proprie alle strutture informative. E‘, in qualche modo, l’idea di ridefinire la mappa sociale della comunicazione, soffermandosi sui paesi del sud del mondo, per focalizzare l’attenzione su quello che succede laggiù.

Ma è anche un racconto privato attraverso le storie dei protagonisti del nostro viaggio. Perché sono storie di vita che occorre conoscere se si vuole avere un’idea, se ci si affretta ad emettere un giudizio sul tema dei processi migratori in particolare e dei diritti negati in generale. Ma è anche la storia dei paesi del sud del mondo, delle cui condizioni, in modo storicamente conclamato ormai, è responsabile il sistema di vita occidentale.

C’è anche un discorso sul linguaggio poi dentro il progetto on line Radio Cento Mondi, che ci tocca da vicino e ci stimola a mettere a fuoco diverse tipologie di comunicazione, testuale, sonora e visiva, col preciso intento di sperimentare forme di racconto, costruite su ritmiche diverse, di cui il web è emittente. Ogni pezzo di racconto utilizza un linguaggio differente, ma quando tutte vengono messe insieme diventano il racconto stesso. Ecco che la dimensione emotiva prende il sopravvento con i suoni, mixati secondo una logica musicale a cui il racconto di ciò che avviene nei cento mondi deve adattarsi. Anche perché l’uso di materiale sonoro, proveniente dai media di massa videotelevisivi, tracciati su You Tube, permette di amplificare la carica emotiva sul contrasto tra bianco e nero.

Certo, una esplorazione delle poetiche e delle forme espressive anche non strettamente legate al meccanismo dell’informare, ha sicuramente l’intento di marcare l’attenzione sulla natura evocativa della comunicazione, questa infatti rappresenta la nostra esigenza di lanciare un “urlo nel villaggio“, anche a chi non vuol sentire, pretendendo di ridare significato simbolico alla stanza degli echi.

Anche dentro questo libro troviamo “segni” differenti, legati naturalmente ai linguaggi testuali: cronache, commenti, ricostruzioni, analisi, racconti, resoconti, pezzi teatrali, ripresi dalle varie piattaforme web dove il progetto on line si è strutturato, e uniti in una unica soluzione di continuità. E’ una narrazione diversa, che cerca di entrare dentro le vicende del nostro tempo attraverso delle “foto istantanee”, con qualche flash back di rimando, che messi insieme formano un mosaico variegato, con chiavi di lettura dagli accenti eterogenei, dove ogni lettore può aprire e chiudere le caselle del mosaico che preferisce. Per tale ragione abbiamo voluto eliminare la temporalità, poiché la data in cui una storia o un fatto si svolge diventa priva di significato, nel momento in cui l’intento è quello di raccontare il caos del nostro mondo, che in questo modo assume una dimensione simbolica: oltre il tempo e al di là dello spazio. Non garantiamo però la fuoriuscita dal labirinto dei segni…

 

AI CONFINI DELLA CIVILTA’ ALFABETA

LE STORIE DA RACCONTARE NELLA CIVILTA’ DAI SIGNIFICATI CAPOVOLTI

 

Storie da raccontare

Ci sono delle storie che andrebbero raccontate, come tante ce ne possono essere in questa società di visionari… Sono storie che hanno come protagonisti donne e uomini ognuno con le proprie tensioni morali. Donne e uomini che si spostano verso direzioni contemplate mentre il mondo gira vorticosamente… Storie che ne raccolgono altre, perché collegate da un comune denominatore.

Ma dove iniziano delle storie così? In effetti, del loro inizio si sa qualcosa, ma della loro fine nessuno ne sa niente… Si possono solo fare delle supposizioni. Di elementi ce ne sarebbero, e anche tanti. C’è la Società Globale ad esempio. La società delle merci. La società della quantità sulla qualità. La società elettrica, dove prodotti, servizi, informazioni, know-how si muovono all’interno del mercato, in cui tutto è condiviso in funzione dello scambio, e questo grazie ai processi di comunicazione.

Ci sono poi le rivoluzioni popolari in medioriente e in Africa del nord, dove attraverso “gli echi risonanti” dei social network, sono state defenestrate autocrazie e oligarchie autoritarie. E poi c’è la crisi del sistema economico occidentale, che ha messo in ginocchio l’Europa del sud, ma che rivela una crisi più generale, dove sulla finanza e sulle banche  si fondano le politiche globali e non sul benessere dei cittadini, dimostrando come il concetto di democrazia occidentale nasconda privilegi e ingiustizie, trasformandosi, almeno per parte dell’Europa meridionale, in oligarchia democratica.

Oggi più che mai sappiamo che società globale è anche interazione tra culture, linguaggi, codici che si uniscono e ci uniscono, in una unica soluzione di continuità, nel bene e nel male. E’ storia di incontri, è storia di sconfitte, è storia di conflitti, prima di tutto con noi stessi… Ma è anche storia di soprusi, di angherie, di vessazioni più o meno palesi, più o meno dichiarate. E’ la storia insomma di milioni di persone che continuano a vivere, in una situazione permanente di assenza. Ma qual è la forma più perversa di assenza in un mondo capovolto come il nostro? Forse l’assenza di limiti, secondo il tradizionale approccio alla pubblicistica weberiana sull’etica del capitalismo: la capitalizzazione non può avere un limite, e questo è un disegno scritto.

Allora, se sull’assenza di limiti si fonda la società contemporanea, questo determina un mondo sociale dove gli eccessi vengono in alcuni casi giustamente criminalizzati mentre in altri rientrano nelle comuni routines quotidiane, anche se vengono ben nascoste. Ecco che la sfera privata sfocia su quella pubblica in modo perverso, completando il processo sociale nel suo risultato ultimo…

Quale concetto etico di libertà può essere possibile nella società globale, escludendo il concetto di libero scambio? Forse quello proprio alla tradizione illuministica, che si sposa al concetto di liberazione. Etica e realtà sociale s’incontrano, costruendo un percorso della memoria, che si traduce, al tempo stesso, in un grido di dolore per quelle realtà sociali che sono state espropriate della libertà e dei diritti e che oggi aspirano alla liberazione. Possiamo pensarlo, forse, come un rito popolare che fa incontrare i giovani e gli anziani, come segno di un patrimonio comune da tramandare costantemente.

Se liberazione e libertà sono dunque dimensioni direttamente proporzionali, nel senso che per ottenere la libertà occorre un movimento di liberazione, oggi questo movimento si evolve in zone del mondo dove le principali garanzie dello stato di diritto non hanno cittadinanza. Diritti e cittadinanza sono gli elementi prodromici su cui la libertà si fonda, e la società occidentale, nel suo

complesso, dovrebbe farsene carico. Parliamo della società della solidarietà, la società dei mondi e dell’unione tra i popoli, che può oltrepassare i confini del mercato globale, per riscoprire i valori della civiltà contemporanea, nata dallo “spirito libertario dei padri fondatori”, che in tre secoli hanno eretto gli Stati sulla base di Dichiarazioni e Carte dei valori dell’uomo. In questi tre secoli però i diritti di cittadinanza sono stati sistematicamente calpestati. E oggi, che ereditiamo comunque il patrimonio filosofico della civiltà occidentale, che possiamo semplicemente connotare anche in termini di civiltà alfabeta, non è che le cose siano cambiate poi di tanto.

Il mondo che esplode e le linee rosse

Oggi il mondo è già esploso sia in occidente che nei sud, tutti accomunati da una condizione sociale dove la distanza tra Potere e Cittadini è sempre più ampia. La crisi economica e finanziaria che sta contraddistinguendo il nostro tempo, mette l’accento sul modo in cui il Potere di decidere delle sorti dei popoli sia in mano alle oligarchie, democratiche o autoritarie, dove privilegi, anomie e guerre di religione, e quindi ribaltamento dei significati, si insinuano nelle diverse aree geografiche del pianeta.

Ecco che in questi contesti una linea rossa separa ciò che è lecito da ciò che non lo è. Il problema sta nel fatto che questa linea di separazione non è una dimensione oggettivata dalle leggi morali della civiltà alfabeta, ma si sposta a seconda delle situazioni sociali o politiche o economiche che vengono a determinarsi. E questo non è un problema esclusivamente legato ai sistemi oligarchici, democratici o autoritari che siano, ma a tutti i paesi a capitalismo avanzato e alle rispettive organizzazioni internazionali all’interno delle quali la linea rossa definisce degli interessi da proteggere.

Mantenere saldi rapporti economici con gli autocrati africani e mediorientali, precedenti alle rivoluzioni arabe, che si contraddistinguevano per la violenza soggiogante nei confronti dei loro popoli, nel disprezzo più assoluto della salvaguardia dei diritti civili e umani, era un fatto lecito, quindi al di qua della linea rossa. Durante le repressioni in Iraq prima e in Siria dopo, la linea rossa è stata definita dall’uso delle armi non convenzionali: è lecito massacrare il popolo, uomini, donne, bambini, ma non può essere lecito farlo con le armi chimiche… E qui il sovvertimento dei significati diventa prassi culturale, per cui i cittadini ricettori delle comunicazioni di massa, in occidente, non possono che entrare dentro il labirinto dei segni, intesi come linguaggi, e rimanerne intrappolati, poiché diventa impossibile trovare il nesso tra i valori della civiltà alfabeta e le prassi culturali, in questo caso, della realpolitik.

Se questa condizione parte dalle, per dirla con una parafrasi burroghsiana, “interzone del mondo”, luoghi sociali dove è ancora in atto la ricerca della libertà, intesa in senso illuministico, è proprio in queste interzone che viene a manifestarsi una delle più grandi e gravi contraddizioni della nostra epoca, poiché in questi territori, la linea rossa garantisce una sorta di neotribalismo, poiché, appunto, l’esercizio della violenza contro le popolazioni inermi diventa il principale strumento di controllo sociale, che sia esso mascherata da dogmi religiosi o meno, che sia esso definito da un sistema di potere costituito o meno.

Ma su questo versante c’è un altro ragionamento da fare, cioè quello relativo al meridione italiano, dove la ricchezza del sistema di vita post-industriale, capitalistico e tecnologizzato convive con il neotribalismo della gestione mafiosa del territorio. Infatti, in questi luoghi sociali esistono prassi estremamente simili a quelli del terzo e quarto mondo, nella gestione del territorio, poiché la legittimità del concetto di autorità, come quello di norma collettiva condivisa non vengono necessariamente riconosciti allo Stato ma a terzi. Il potere decisionale passa attraverso le oligarchie che si trasformano in lobbies, clan, famiglie, gruppi imprenditoriali che attraverso il sistema politico-burocratico canalizzano le risorse economiche. Ecco perché in questi luoghi sociali aumenta sempre di più la forbice tra chi ha tantissimo e chi ha niente o poco, processo che ha praticamente eroso la classe media, e che la crisi economica ha semplicemente acuito.

Gli elementi comuni tra occidente e sud del mondo possono essere, quindi, sintetizzati nell’anomia sociale, nell’assenza dei diritti di cittadinanza, nell’esautoramento dello stato di diritto e quindi dei luoghi di legittimazione del potere istituzionale, e soprattutto nella presenza di eserciti irregolari, legati a famiglie, che, in modo omnicomprensivo, possiamo definire mafiose, e che concorrono, con gli altri gruppi, alla gestione delle risorse economiche. Quest’ultimo elemento è quello più connotativo, poiché la presenza di eserciti irregolari o in regime di monopolio o antagonisti tra loro, ci riporta alla società tribale, cioè ad una società dove le tribù si combattono sul territorio per l’affermazione del proprio potere.

Il sistema di potere di tipo mafioso si contraddistingue per l’esercizio della violenza sul territorio, attraverso eserciti irregolari che hanno le loro zone protette, quartieri ghetto nelle città del sud Italia, le banlieu marsigliesi, le favelas ai tropici, gli slums in Asia o i clan di ribelli nell’africa sub sahariana… Il fatto che il sistema oligarchico sia presente, con modalità istituzionali differenti, nei paesi mediterranei del sud, vedi Italia e Grecia o anche balcanici, come l’Ungheria e altri paesi dell’ex impero sovietico, come tra i paesi cosiddetti sottosviluppati, ci porta a ragionare sull’elemento che fa da sintesi tra questi territori, geograficamente ed economicamente lontani, e che si identifica con lo sviluppo storico di questi paesi: l’anomia, cioè assenza di norme o regole. Se l’anomia è un concetto sociologico, dal punto di vista sociale, è possibile tradurlo in termini di illegalità diffusa o sistemica o ancora meglio nei termini di esautoramento dello stato di diritto. Cioè, laddove lo stato di diritto viene esautorato non esistono più confini tra lecito e illecito, e come abbiamo visto non dipende dal tipo di sviluppo economico, ma dal tipo di evoluzione culturale che quel paese ha avuto. E’ così che la linea rossa si sposta a seconda che le situazioni sociali lo richiedono.

Il sovvertimento dei significati

In questi paesi avviene il sovvertimento dei significati legati alla civiltà alfabeta, passati, come dicevamo prima, da rivoluzioni epocali e dichiarazione dei diritti dei popoli. Nella civiltà alfabeta contemporanea, lo statuto etico su cui si fonda la mission del sistema politico ascrive i compiti della classe politica all’interno di un semplicissimo concetto: il miglioramento delle condizioni di vita del popolo. Nei paesi anomici, il ribaltamento del significato di questo concetto è molto chiaro: il miglioramento delle condizioni personali di chi ha potere decisionale e quindi gestisce risorse economico-finanziarie. Ecco che alterando il significato si va ha “corrompere” il senso stesso di ciò che nella civiltà alfabeta rappresenta lo stato di diritto. E’ gioco forza che la corruzione dello statuto etico non può che produrre corruzione diffusa a tutti i livelli della stratificazione sociale, per cui con questo semplice meccanismo è possibile spiegare perché un paese come l’Italia, terza nazione dell’eurozona, possa avere un debito pubblico da paese “sottosviluppato”.

Ma il sovvertimento dei significati inevitabilmente innesca un meccanismo a catena per cui vengono coniati dei termini che mostrano un evidente scollamento tra significante e significato. Prendiamo il concetto di antipolitica…

Questa è una parola che da qualche tempo rimbalza qua e là, tra le bocche dei politici italiani o le pagine dei giornali. Spiegava Roberto Saviano, in una delle sue apparizioni televisive, come le parole siano state espropriate dei loro significati. Parole importanti come famiglia e onore ad esempio sono diventate sinonimi di mafiosità. Al di là di qualsivoglia interpretazione semiotica, la verità è che il rapporto tra significante e significato, cioè tra piano del contenuto e piano della forma di sassuriana memoria, non è più legato allo specifico linguistico di un paese ma piuttosto al contesto storico-sociale in cui si evolve.

Il concetto di antipolitica riporta a significati legati alla negazione della politica quale strumento per la salvaguardia del senso di comunità, del bene pubblico, del benessere sociale. Perché è di questo che la politica dovrebbe occuparsi, che sono appunto gli elementi fondamentali dello statuto etico su cui si regge un sistema politico liberal-democratico… Andando a spulciare alcuni rapporti statistici tra Istat ed Eurobarometro, tanto per restare legati alla vita quotidiana di ognuno di noi, esce fuori una fotografia incredibile, al di là della crisi economica. Il 52 per cento delle pensioni è sotto i mille euro, il 16 per cento dei minori è in povertà relativa, gli stipendi sono i più bassi e le tasse sono le più alte tra i paesi industrializzati, le tasse sul lavoro sono le più alte d’Europa, e il livello di evasione fiscale è il più alto tra i paesi occidentali. Due persone su tre entrano nel mercato del lavoro per clientela, ecco perché, oltre al tasso catastrofico di disoccupazione, vi è una larga fetta di popolazione giovanile che non avendo rapporti di clientela familistici, rinuncia a cercare lavoro. A ciò si aggiunga che in Italia il dieci per cento della popolazione ha in mano quasi la metà delle risorse economiche del paese, mentre al novanta per cento restante tocca l’altra metà. Questo si traduce inevitabilmente con il tracollo della classe media, e come tutti i libri di scuola e università insegnano, i sistemi capitalistici funzionano quando la classe media è quella economicamente più forte.

Praticamente cinque regioni della penisola hanno i territori controllati da apparati militari irregolari, mafia, camorra, ndrangheta, dove esercitano il controllo dei sistemi economici illeciti, maggiore del prodotto interno lordo lecito: ma questa è storia antica, anzi antichissima. Una storia antica con prove e riscontri sul fatto che questi eserciti irregolari hanno il “lascia passere” del sistema politico, il quale anziché puntare sul miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini utilizza i fondi pubblici per il proprio arricchimento: dalla Cassa per il Mezzogiorno al Fondo Sociale Europeo.

I parlamentari italiani sono tradizionalmente i più pagati d’Europa, dopo un referendum che aboliva il finanziamento pubblico dei partiti, hanno cambiato il nome chiamandoli rimborsi elettorali. Entrare nel parlamento italiano significa “fare i soldi”, anche perché i partiti, proprio per questi meccanismi e dunque per l’ingente mola di danaro che gestiscono, senza nessun obbligo contabile, poiché non sono soggetti giuridici, assomigliano più a dei sistemi bancari che non ad organizzazioni politiche.

Per tali ragioni, dalla pubblicistica, questo sistema è stato descritto in termini di “casta”. E le caste difficilmente lasciano le proprie “rendite di posizione”. Ecco perché è tecnicamente impossibile che in Italia ci possa essere un ricambio generazionale del sistema politico, come in ogni sistema liberal-democratico che si rispetti, dove una volta finito il proprio ciclo vitale gli uomini politici, che hanno governato, escono di scena, pur restando dentro le istituzioni. Inoltre, come ogni sistema oligarchico, esso è assolutamente incapace di leggere la realtà poiché è concentrata sul mantenimento della propria realtà. Ciò significa che le leggi che vengono prodotte anziché migliorare le condizioni di vita della gente, il più delle volte, le peggiorano.

Due esempi per tutti… Chi si ricorda della legge Biagi, o per meglio dire “pseudo” Biagi? Una legge che era stata salutata come la panacea di tutti i mali, che avrebbe migliorato il mondo del lavoro italiano… E cosa hanno fatto gli oligarchi? Hanno inventato miriadi di forme contrattuali, mantenendo precarietà e vassallaggio, hanno messo l’obbligo per il lavoratori autonomi di aprirsi le partite iva, aumentandone le spese di gestione e le tasse. Per un lavoratore autonomo che fattura 15000 euro l’anno cosa significa aprire una partita iva, migliorare o peggiorare le condizioni di vita? Oppure, cosa significa per un lavoratore autonomo essere “assunto informalmente” da un’azienda attraverso la partita iva, migliorare o peggiorare le sue condizioni di vita?

E che dire della legge contro l’immigrazione, con la creazione dei CIE, dove chi non è in regola con il permesso di soggiorno viene arrestato. Bisogna ricordare che attraverso la “cultura dell’accoglienza” che ha generato questa mostruosa norma, sono stati respinti cittadini dell’Africa sub sahariana in possesso dei requisiti per la domanda di protezione internazionale, sancita dal diritto internazionale, vedi Convenzione di Ginevra del ‘51, e questo avveniva quando i dittatori, prima della primavera araba, erano partner privilegiati dell’Italia, i quali hanno accolto i respinti nelle loro galere tra torture, stupri e massacri silenziosi; quei respingimenti sono stati poi sanzionati dalla Corte di giustizia europea. A ciò si aggiunga il ribaltamento dei significati prodotto dalla destra italiana, per far leva sulle percezioni del popolo, relativamente alla confusione tra migranti economici e profughi, due fenomeni completamente diversi, che hanno statuti differenti: l’accoglienza e la salvaguardia delle persone che fuggono da paesi dove rischiano l’incolumità fisica, è un dovere prima che morale giuridico, definito tale dall’articolo dieci della costituzione italiana. Tra trattati internazionali e costituzione italiana che solcano una strada che non può essere mistificata, non si è mai pensato alla formulazione di una legge organica sui profughi che adotti le “leggi supreme” sulla protezione internazionale.

Ma un’altra brevissima storia vogliamo raccontare, quella di un giovane che vuole fare l’imprenditore, ammesso che abbia dei soldi o delle rendite familiari che possano garantire i crediti bancari, perché viceversa nessuna banca lo finanzierebbe. Ecco, quel giovane imprenditore dovrà fare una via crucis di mesi o anni tra le carte bollate e gli adempimenti burocratici, poiché solo per spostare un fascicolo da una scrivania ad un’altra in un ufficio della pubblica amministrazione qualsivoglia possono passare mesi. Se quell’imprenditore vive in Sicilia prima o poi gli verrà offerto l’aiuto di questo o quel boss per “risolvere la situazione” per poi tornare il favore a futura memoria, vita natural durante, se invece vive in Lombardia basta una o più mazzette a questo o quel impiegato di turno o politico di riferimento.

Come direbbe qualcuno, un quesito sorge spontaneo: la fotografia di un paese come questo è più simile alle nazioni industrializzate di tipo liberal-democratico o piuttosto agli stati oligarchici africani o sudamericani, in versione anni settanta/ottanta? La domanda è ovviamente retorica, perché qui siamo di fronte ad uno strano caso di “oligarchia mediterranea”, dove, appunto, viene corrotto lo statuto etico del sistema politico, non più legato al miglioramento delle condizioni di vita del popolo, ma all’arricchimento delle oligarchie in quanto tali.

In termini ancora peggiorativi è lo stesso modello costruito in Grecia all’indomani della dittatura dei colonnelli, che ha portato negli ultimi anni l’establishment a truccare i conti delle leggi di bilancio. Ma è anche la condizione della Spagna, con la differenza che lì vi è il ricambio della classe dirigente, dove la corruzione dello statuto etico del sistema politico sta portando il paese verso la catastrofe. Ecco perché possiamo parlare in questi casi non di sistemi libelral-democratici ma di oligarchie mediterranee, che sono poi quelle che rischiano di essere espulse dalla zona euro, proprio perché la crisi internazionale ha evidenziato le loro difformità.

Abbiamo allora la certezza, per ritornare alla domanda iniziale sul significato della parola “antipolitica”, che essa non si riferisce al significato semantico del termine, perché se così fosse in Italia l’antipolitica sarebbe rappresentata proprio dallo stesso sistema politico, costruito sulle fidejussioni bancarie, sulle rendite di posizione delle “famiglie” interne ai partiti e sulle carriere dei singoli parlamentari. Anche qui siamo in presenza di un ribaltamento dei significati.

Ma c’è un’altra storia da raccontare. Ancora un’altra storia di sovvertimento dei significati. Si perché in un paese anomico, a sistema oligarchico, dove lo stato di diritto viene interpretato, le insicurezze economiche e sociali, si trasformano meccanicamente in insicurezze di tipo culturale e forse anche esistenziale. C’è da dire che un popolo che si rende complice insieme alla propria classe dirigente del saccheggio del proprio paese, rispetto al disprezzo della legalità, rispetto all’uso della corruzione come modus operandi quotidiano, rispetto al sovvertimento dei valori di una società evoluta, certo è che quello non può essere sicuramente essere considerato un popolo virtuoso.

Un popolo non virtuoso è quello che cerca le scorciatoie ad ogni costo, che pulisce in casa propria ma sporca in casa degli altri, che adula i potenti portatori di vizi e non di virtù istituzionali, un popolo come questo è un popolo che a distanza di un paio di generazioni si trasforma dall’essere oggetto di razzismo ad essere razzista. E’ in qualche modo la raffigurazione di popolo socialmente cannibale, che identifica un migrante non come un qualcosa che è parte di un fenomeno di massa, legato a genocidi, persecuzioni ecc; fenomeno determinato, tra l’altro dal benessere collettivo dei paesi occidentali, mantenuto fino alle estreme conseguenze… Invece no, questi stranieri che vengono in Italia sono un fastidio per il benessere perduto. Poi, certo, se si possono sfruttare fino all’osso, se si possono far vivere in condizioni disumane, e se ci si può guadagnare, visto che sono i soggetti fragili della società, perché no…!

Gli esodi di inizio millennio e il labirinto dei segni

Quale può essere allora un punto di partenza per ragionare sugli esodi di inizio millennio? Una proposta potrebbe essere quella di partire dal concetto di percezione sociale.  Perché sembra che l’opinione pubblica non possieda una precisa cognizione di ciò che succede a quelle persone “diverse da loro“ che incontrano per le strade o sull’autobus o al supermercato o ancora sullo stesso pianerottolo. E questo, oggi, diventa uno dei temi centrali sull’inclusione sociale nel nostro paese. Anche perché l’impoverimento diffuso delle condizioni di vita dei cittadini italiani aumenta le fratture nei confronti di chi proviene da altri paesi.

C’è da dire che l’iconografia del continente africano riporta alla mente lo stereotipo della fame nel mondo. Si, perché il tema della scarsità di risorse, non riguarda la maggioranza delle persone “dalla pelle scura“ che incontriamo sull’autobus o sul pianerottolo. Molte di quelle persone, sembrerà strano, arrivano da paesi dove le risorse ci sono. La Nigeria ad esempio, è il sesto paese al mondo produttore di petrolio, ma lì non c’è benzina a basso costo, dato che il Paese dipende dall’estero per gli approvvigionamenti di carburante, e i proventi delle ricchezze prodotte dall’estrazione petrolifera rimangono nelle mani delle gerarchie governative.

In Nigeria c’è una delle più grandi diaspore del nostro tempo. 150 milioni di abitanti, 400 etnie, una miriade di lingue diverse fanno da contorno allo scontro tra ceppi etnico-religiosi: a nord regna la sharia e a sud il cristianesimo. Ma c’è anche la violenta ribellione del Mend, gruppo armato del Delta, contro le grandi compagnie petrolifere, che hanno annientato l’ecosistema per l’assenza dei meccanismi di sicurezza degli impianti, trasformando in deserti paludosi interi villaggi, dove pesca e agricoltura rappresentavano il sostentamento per migliaia di persone. E che dire del raket di Benin City, dove violenza, riti wodoo, superstizioni, sono gli strumenti per la riduzione in schiavitù per migliaia di ragazze. E che dire della classe politica nigeriana, che fa della corruzione e della violenza la sua ragion d’essere, come spesso avviene durante le elezioni, dove i partiti che gareggiano assoldando bande armate contro la popolazione.

La fuga da un paese come questo, riporta, ancora, alla Convenzione di Ginevra del 1951, dove viene sancito l’obbligo dei paesi all’ospitalità per chi rischia l’incolumità fisica per motivi religiosi, etnici, politici. Quale significato allora è possibile dare al concetto di inclusione sociale, se questa è percepita come una minaccia per il mio mancato benessere? Ecco, forse è proprio questo il punto, cioè lo stretto rapporto tra percezione sociale, senza conoscenza, e insicurezza innesca l‘ancestrale fobia: ci si addentra nel labirinto dei segni, perdendosi nelle trappole del linguaggio e dei significati.

C’è dunque una frattura a livello simbolico tra inclusione ed esclusione sociale di cui il sistema mediatico ne è sicuramente la cassa di risonanza. Se pensiamo che in pochissimi anni le città italiane, soprattutto a causa delle spinte neotribali del continente africano, ma non solo, sono state “travolte“ progressivamente da esodi, dove interi popoli vengono perseguitati, questo ha generato una trasformazione della morfologia sociale stessa delle città, dove persiste una mancata visione del modo in cui i territori devono rispondere a queste trasformazioni.

L’assenza di strategie territoriali, rappresenta quindi la causa originaria di tutti i problemi legati all’inclusione sociale poiché fisiologicamente dove c’è un’assenza di pianificazione territoriale emarginazione, violenza ed esasperazione sociale implodono nel territorio stesso. Se a questo si aggiunge la stereotipia creata sull‘equazione tra straniero e deviante, diventa semplice trasferire l’ “assenza“ della dimensione pubblica nella dimensione privata, morale ed esistenziale, per cui dal labirinto non si riesce più ad uscire.

Una “Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani“ condotta dall’Università La Sapienza di Roma 3 nel 2008, attraverso un’analisi qualitativa dei principali network e dei maggiori quotidiani nazionali fu rivelatrice su come la percezione del popolo italiano, in merito ai temi inerenti ai processi migratori, viene stimolata dai mezzi d’informazione. I risultati sono una chiave di lettura straordinaria del modo in cui oggi si porgono all’attenzione dell’opinione pubblica l’immagine, le argomentazioni ricorrenti, il linguaggio e il dibattito sui migranti.

“La ricerca conferma i risultati delle rilevazioni svolte negli ultimi 20 anni. L’immagine dell’immigrazione fornita dai mezzi d’informazione sembra congelata. Appare sempre ancorata a modalità, notizie e stili narrativi e a tic e stereotipi esasperatamente uguali. Le notizie di cronaca nera o giudiziaria sono ancora maggioritarie nella trattazione dei quotidiani raggiungendo quasi il 60% nelle edizioni dei telegiornali, un livello mai rilevato in passato… Il ritratto delle persone straniere immortalato dai media si può, quindi, così riassumere: è spesso un criminale, è maschio (quasi all’80%) e la sua personalità è schiacciata sul solo dettaglio della nazionalità o della provenienza “etnica” (presente spesso nel titolo delle notizie). Quest’ultima caratteristica costituisce anche il legame esplicitamente riferito dalla testata per spiegare gli avvenimenti e collegarli con altri… L’immigrazione viene raramente trattata come tema da approfondire e, anche quando ciò avviene, è accomunata alla dimensione della criminalità e della sicurezza: ad esempio, sul totale di 5684 servizi di telegiornale andati in onda nel periodo di rilevazione, solo 26 servizi affrontano l’immigrazione senza legarla, al contempo, a un fatto di cronaca o al tema della sicurezza.

E qui ritorniamo a parlare di segni, di linguaggi e di come essi siano intimamente legati ai processi sociali. E fin dall’antica Grecia che attraverso il linguaggio, in quel tempo c’erano le messe in scena delle tragedie, veniva codificata l’identità sociale di una comunità attraverso la costruzione dei miti. Oggi, nel contesto delle società anomiche occidentali, in Italia in particolare, i mezzi di comunicazione di massa, nella loro dimensione informativa, impongono, attraverso il linguaggio, una visione del mondo distorta, dove il rapporto tra gerarchia delle notizie e il valore pubblico delle stesse, viene alterato.

C’è una piccola e semplice storia che spiega molto bene questi processi di distorsione. E‘ la storia di Faith Aiworo, uscita fuori, nell’estate del 2010. Proviamo a schematizzarla grazie ad un decalogo elaborato da un sito web, “Donne Pensanti“, che si occupò del fatto, scomponendolo attraverso un semplicissimo schema semiotico…

Faith ha 23 anni e quattro anni fa ha ucciso un potente connazionale, per difendersi dai suoi tentativi di violenza sessuale.

E’ stata condannata a morte nel suo paese (che non contempla per le donne l’attenuante della legittima difesa).

E’ scappata dal paese che la vuole morta.

Si è rifugiata a Bologna credendo di essere al sicuro.

Hanno tentato di violentarla nuovamente.

Ha denunciato il suo aggressore.

E’ stata fermata dalla Questura.

E’ stata rimpatriata nel suo paese.

In questo momento forse è già stata impiccata.

Questa notizia, lanciata dalle agenzie, non è stata ripresa da nessun mezzo d’informazione, se non da poche edizioni web di alcune testate. Eppure, a ben guardare, avrebbe tutte le caratteristiche per essere ospitata nei media, sia per il suo valore pubblico che per essere lo specchio del nostro tempo. Ma allora perché la storia di Faith non è stata raccontata? In qualsiasi altro paese evoluto, dove i sistemi di produzione dell’informazione non sono distorti, questa notizia avrebbe probabilmente fatto clamore?

Nel 20013 l’Osservatorio di Pavia insieme a Medici Senza Frontiere hanno elaborato un rapporto che descrive come il sistema informativo italiano sia inadeguato rispetto al contesto internazionale. Questo perché le notizie sugli eventi catastrofici, che siano provocati dalla natura o dai conflitti bellici nel sud del mondo, non vengono riportati praticamente da nessun telegiornale italiano, nonostante il desiderio del pubblico ad essere informato e, non ultimo, il dovere di informare. I dati di questo rapporto sono sconcertanti, al di là del fatto che quotidianamente lo sconcerto assale chi assiste, in modo non culturalmente omologato, ai telegiornali italiani. L’indagine  prende in esame la copertura delle crisi umanitarie nei principali notiziari di prima serata dei sette network generalisti, i quali, nel 2012, hanno dedicato solo il 4 per cento dei servizi a contesti di crisi, conflitti, emergenze umanitarie e sanitarie.

Contemporaneamente un’altra recentissima ricerca dell’Eurisko sottolineava che il 64 per cento del campione considerava troppa l’informazione politica presente nei media, e il 60 per cento lamentava poca informazione sulle organizzazioni umanitarie e il 78 per cento considerava eccessiva la quantità di gossip nella gerarchia delle notizie.

Ma c’è un’altra storia che si va ad incrociare con questi dati, questa volta di cronaca nera, che riguarda la carta stampata. La storia di sei parlamentari italiani che fanno pure gli editori e che hanno percepito indebitamente dallo Stato finanziamenti per i loro giornali, per un ammontare di 110 milioni di euro, e per questo sono stati messi sotto inchiesta.

Che relazione c’è, allora, tra le ricerche sui media e le truffe degli editori/parlamentari? La relazione c’è ed è molto stretta e riguarda l’interconnessione simbiotica tra il giornalismo italiano ed il sistema di potere: l’una l’interfaccia dell’altra. Gli elementi li abbiamo già snocciolati… L’Italia è l’unico paese al mondo il cui lo Stato finanzia in modo massiccio gli organi d’informazione, e la quantità di giornalisti che passano a fare politica nelle istituzioni è altissima. Senza parlare della partigianeria politica, ormai ufficializzata a trecentosessanta gradi, da parte di tutti i giornali, tranne rarissimi casi, che nei dibattiti pubblici emerge in modo palese, tanto che non si capisce la differenza tra un giornalista ed un politico.

Se la simbiosi tra media e potere è una tradizione storica del giornalismo italiano, negli ultimi anni ha assunto una densità parossistica, quando si pensa soprattutto ai dossieraggi ad orologeria che escono fuori contro questo o quell’avversario del referente politico. Ma anche questo spiega perché tre quarti dei notiziari sono fermi sulla cronaca politica, anche quando nel mondo succedono eventi straordinari o conflitti bellici che investono prima di tutto le popolazioni. Durante i giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica italiano in Cina un terremoto uccise centinaia di persone e in Italia non se n’è saputo niente.

Ma cosa ancora più grave è l’effetto “spirale del silenzio” sui temi fondamentali della nostra vita che sono collegati sia geograficamente che socialmente. Si perché se in Somalia o in Nigeria o in Eritrea o in Congo o in Sudan o in Costa d’Avorio o in Etiopia, piuttosto che in Ciad, interi pezzi di popolazione vengono sterminati, i mezzi di comunicazione di massa hanno il preciso dovere, poiché il loro statuto etico lo impone, di parlarne e anche tanto. Parlarne perché la pressione dei mezzi d’informazione può fare la differenza nella difesa delle popolazioni civili. Parlarne perché quando arrivano i barconi a Lampedusa gli italiani devono sapere perché donne, uomini, bambini sono costretti a fuggire per cercare riparo in altri luoghi. Al di là del fatto che quello italiano possa essere un popolo razzista, almeno non accampassero scuse costruite sulla loro ignoranza…

Ecco perché la responsabilità dei mezzi d’informazione italiani è altissima sui temi legati al razzismo in questo paese. E la stessa responsabilità legata alla corruzione come pratica diffusa in tutta la stratificazione sociale: in qualsiasi paese avanzato le varie Tangentopoli sarebbero emerse in seguito all’azione dei mezzi d’informazione, mentre in Italia, paradossalmente, le prerogative del quarto e quinto potere sono state esautorate dal terzo potere, cioè dalla magistratura. Ma questo ci riporta al tema iniziale cioè al sovvertimento dei significati della civiltà alfabeta, resa possibile proprio perché l’interazione tra sistema oligarchico e mezzi d’informazione è così intimamente legata “da fare squadra insieme…”

Ma allora, a proposito di etica e di libertà quale visione del mondo i popoli dovrebbero condividere? Forse una dimensione visionaria ci può venire incontro, cioè di pensare al mondo come ad un luogo sociale dove sia possibile sentire i sapori della solidarietà, il senso dell’aggregazione come valore generazionale. Un “raduno” popolare dove non esistano differenze, dove tutti possono incontrarsi con le loro storie, le loro vite, ricordando il senso stesso della libertà. Si tratta di fratellanza delle emozioni, quelle più semplici, più naturali. Uomini, donne, vecchi, bambini, uniti dal sorriso e dall’allegria, possono incontrarsi in una sorta di armonia popolare. Un sapore d’altri tempi che plana nelle strade, come se il tempo si fosse fermato.

Ma la libertà può anche essere’ un luogo sociale dove diverse etnie possono incontrarsi nel segno della libertà e dell’uguaglianza, non termini alternativi l’uno all’altro, ma complementari… Un luogo dove i muri vengono abbattuti, e tutto ritorna nella giusta dimensione, in nome dell’umanità perduta, e della solidarietà ritrovata. Un luogo dove riprendere il nesso che unisce gli uomini liberi alla collettività, per ricordare che gli uomini la libertà la debbono sentire dentro. Deve essere guida delle loro azioni, anche quando il potere cerca d’impedirlo. Quel potere che spesso fa leva sui bisogni, tesi a consumare merci, che mediaticamente si trasformano in simboli. Ma i simboli veri sono ben altri.

In termini transculturali questo significa raccontare il nostro tempo, con le sue contaminazioni, di cui spesso non ci rendiamo neanche conto, in una sorta di viaggio a ritroso, che ci permetta di guardare agli “stranieri“ come cittadini portatori di diritti negati nei loro paesi d’origine. Sappiamo che i valori della civiltà liberale si fondano sulla possibilità per tutti di essere cittadini liberi e di difendere la libertà altrui, perché questo significa difendere la nostra stessa libertà… Così ci hanno insegnato i padri fondatori dello stato di diritto, e così continuano a raccontarci chi di quei padri fondatori ne vanta l’eredità. Se così stanno le cose, dunque, comprendere le vere ragioni di chi la libertà di essere cittadino non la possiede, oggi è il principale dovere delle donne e degli uomini liberi della nostra epoca.

Le piccole risonanze disseminate sui territori

Al di là dei referti sociologici che descrivono la società come liquida piuttosto che evanescente, abbiamo visto come i processi di comunicazione nel nostro tempo si siano ammalati. I loro germi generano effetti riconducibili all’apnea cognitiva per i processi mediatici e all’apnea sociale per la mancata risposta ai bisogni territoriali

Se è possibile intercettare i principali nodi problematici, legati al labirinto dei segni, nella diffusione delle informazioni da parte dei mass media, riuscire a comprendere come viene distorta la rappresentazione della realtà e come, conseguentemente, viene generata nell’opinione pubblica un’incapacità di lettura dei fenomeni sociali, spostando qua e la le linee rosse a seconda delle diverse situazioni sociali che si presentano, ci porta a pensare a quali possibili anticorpi possono essere innescati

C’è una espressione a noi cara che in qualche modo esprime una chiave di lettura sul tema, quella delle “piccole risonanze”, cioè di interventi sul territorio, veicolati da progetti anche piccoli, che vadano ad intervenire sui bisogni reali, che in genere il sistema pubblico non riesce a riconoscere. Inondare il territorio di piccole risonanze, magari coordinate all’interno di un disegno strategico, in quei territori che hanno una classe dirigente che riesce a farlo, è l’unico modo per far fronte alle linee rosse dentro il labirinto dei segni. L’approccio utilizzato per la stesura dei progetti si dovrebbe fondare su due parole d’ordine: ecologia e sostenibilità.

Considerato che la gestione del territorio da parte del comparto pubblico italiano si è dimostrata, in questi anni, nella stragrande maggioranza delle città, assente di strategie tese a guidare i cambiamenti socio-demografici, oggi il tema legato al rapporto tra sviluppo territoriale e inclusione sociale di per sé è superato dalla cronaca, poiché per il tipo di evoluzione che le fenomenologie migratorie hanno assunto, se dovessimo fare un ragionamento pubblico afferente alla contemporaneità, dovremmo parlare non più di inclusione ma di trans-culturalismo.

Il concetto di transcultura rimanda a qualcosa che attraversa la cultura. Pertanto, in questo contesto, deve riferirsi alla possibilità di promuovere e salvaguardare le specificità delle singole culture, mirando però all’individuazione degli elementi universali, comuni a tutti gli esseri umani, a prescindere dal colore della pelle, dalla lingua, dalle modalità di pensiero o dalla religione. Le culture “non si attraversano” mai da sole, ma necessitano sempre di essere veicolate dai soggetti che ne sono portatori.

Ecco perché diventa essenziale in questo tempo storico pensare ad un sviluppo territoriale o locale di tipo transculturale, dove le singole culture nazionali, che si ritrovino insieme su un medesimo territorio, possano partecipare insieme allo sviluppo socio-economico del luogo di accoglienza, facendo salve le proprie specificità culturali, per metterle a disposizione della comunità tutta, in una sequenza di interazioni e contaminazioni.

LE PRIMAVERE E LE GUERRE DI RELIGIONE

IN NOME DELLA SHARIA

 

Quella faida annunciata

Quando, in quelle terre antiche, ci fu lo scisma, i copti erano la setta cristiana che credeva nella natura umana quanto nella natura divina di Cristo, ma non nella commistione delle due. Dal IV secolo i cristiani delle terre d’Egitto sono copti. Dopo l’avanzata araba sul territorio, dovettero resistere e restarono in pochi, una setta appunto: oggi sono appena il dieci per cento. Da sempre sono stati soggetti a violenze da parte della maggioranza, anche se la legislazione islamica gli permetteva di professare le loro idee, mettendo però due precetti indissolubili: nessuna conversione al cristianesimo da parte di un islamico e nessun matrimonio tra una donna musulmana e un uomo cristiano, pena la morte.

Ashaf questo lo sapeva benissimo ma non gli importava perchè lui l’amava quella ragazza musulmana. Del resto non voleva neanche convertirsi all’islamismo, perchè questo avrebbe significato tradire la propria famiglia. Una famiglia di contadini, nel villaggio di Soul a pochi chilometri dalla capitale, dove vivono dodicimila copti. Una storia d’amore proibita dalle leggi, questa, anzi potremmo dire condannata da esse.

Ci fu un incontro riparatore tra le famiglie, dopo che i due vennero scoperti. Il padre della ragazza fu cauto e saggio, il disonore poteva essere lavato senza bisogno di sacrificare nessuno: Ashaf doveva andare via immediatamente. Le due famiglie si accordarono dunque… Ma in un villaggio di contadini nel cuore dell’Egitto, dove la dimensione religiosa può determinare la vita e la morte delle persone, una storia come questa non poteva essere digerita da tutti. Entra di scena un cugino della ragazza che, presumibilmente mandato dal resto della famiglia, vuole vendicare a tutti i costi l’offesa e l’infamia ricevuta: il colpevole diventa il padre, che non ha lavato col sangue il tradimento della legge coranica, per questo deve pagare. Lo affronta e gli spara, uccidendolo sul colpo. Questo atto si trasforma in una faida, perchè il figlio del saggio e cauto contadino che non voleva spargere sangue, decide di vendicarsi a sua volta sul cugino. Lo affronta e gli spara, uccidendolo sul colpo.

Già, il contadino saggio e cauto che non voleva spargere sangue, non poteva immaginare cosa avrebbe generato quella sua decisione. Perchè la notte seguente il suo funerale, in quel pezzo di terra mediorientale, si sarebbe scatenato l’inferno. Migliaia di persone, tutti di religione islamica, assalivano il villaggio, mettendolo a ferro e fuoco. Sette ottomila cristiani copti venivano aggredidi e cacciati dalle loro abitazioni. Una notte impazzita, che doveva lavare l’offesa subita, perchè i responsabili di quella faida familiare rimanevano comunque i copti. L’incubo era tornato, come qualche mese prima ad Alessandria, una folla inferocita si diresse verso la chiesa del villaggio: San Mina e San Giorgio. Dissacrarono le croci, ma questo non poteva bastare e quindi con sei bombole a gas fecero saltare in aria la chiesa. Dentro vi era rimasto il suo sacerdote, padre Yosha, scomparso da quella notte insieme ai suoi tre diaconi. Non poteva immaginare certo tutto questo il contadino saggio e cauto che non voleva spargere sangue…

Una regia occulta sugli scontri di religione

Le settimane successive alla caduta di Mubarak furono caratterizzate da aspri scontri, in una guerra religiosa che sembrava riaccendersi tra la minoranza dei cristiani copti e la maggioranza dei musulmani. Abbiamo raccontato la storia della faida familiare che ha scatenato la violenza, ma alcuni aspetti che entrano in questa vicenda e che vi si avvicinano, non sembrano facilmente decodificabili. Ma partiamo dai fatti…

Se lo scontro tra le due confessioni religiose in Egitto è in qualche modo secolarizzato, da Nasser in poi non vi sono mai stati eventi legati a fatti di violenza o intimidazione tra le due comunità, almeno fino a quando al Qaeda non è entrata nella scena internazionale, il cui leader ha di tanto in tanto buttato un po’ di benzina sul fuoco.

Il primo vero evento luttuoso si ha nella notte di capodanno. Dalla chiesa dei Santi di Alessandria stanno per uscire i fedeli, ed è proprio in quel momento che esplode una bomba. Rimangono uccise ventuno persone, mentre nel quartiere di Sidi Bishr musulmani e cristiani si affrontano per strada armati di bastoni.

Tra accuse reciproche, la tensione si placa, fino ad arrivare ai giorni caldi che poteranno alla caduta del regime, e che vedranno musulmani e cristiani fianco a fianco, in piazza Tahrir, per protestare contro il regime di Mubarak. Poi, l’incendio della chiesa di Soul. Da quel momento al Cairo si sono susseguite manifestazioni e scontri che hanno causato parecchi morti.

Questi i fatti relativi allo scontro tra confessioni, che si vanno ad incrociare con altri fatti che possono avere un peso diverso a seconda di come si leggono. In tal senso c’è una considerazione da fare e cioè che per la prima volta nella storia dell’Egitto le due confessioni si sono trovate insieme in piazza a chiedere un cambiamento politico e ad innescare una rivoluzione interreligiosa epocale.

In seguito agli accadimenti di Soul ci sono state altre due notizie di estremo interesse da analizzare. La prima è che l’Imam dell’Università islamica di Al Azhar, massima autorità sunnita, condannava il rogo, definendolo una “distorsione dell’Islam”, sollecitando la comunità musulmana del villaggio di ricostruire la chiesa cristiana. La seconda è che ai cortei cristiani, della capitale, davanti alla televisione di stato, per chiedere la ricostruzione dell’edificio di culto, si univano, in segno di solidarietà, centinaia di musulmani.

Ma allora, se nella popolazione si diffondeva una coscienza comune verso il cambiamento politico del paese verso la democrazia, viene da chiedersi il motivo per cui continuava ad arrivare benzina sul fuoco tra musulmani e cristiani. Analizziamo un paio di spiegazioni plausibili…

Il primo dato è che il governo Mubarak non è mai stato interessato a pacificare le parti in causa in modo determinato, denunciando “la mano straniera” dell’Iran dentro le vicende egiziane e i collegamenti terroristici con al Qaeda. Tra l’altro, le forze di sicurezza egiziane, sia polizia che esercito, non sono mai intervenute direttamente a sedare scontri interreligiosi. E’ di esempio la notte di Soul quando le pattuglie dell’esercito attrezzati di cingolati, che stazionavano in un villaggio vicino, furono convinti dalla folla a non intervenire. Dalle denunce di alcuni esponenti della chiesa cristiana sembrava che poche ore prima dell’assalto al villaggio, un uomo non identificato, si aggirava per le strade aizzando gli animi sulla faida familiare, che diventava il motivo scatenante nella notte “dei lunghi coltelli”.

C’era poi una notizia interessante, passata un po’ inosservata, e cioè che furono arrestati 84 ufficiali dell’intelligence di Mubarak, accusati di aver preso parte agli attacchi in piazza Tahrir e aver torturato dei detenuti che avevano partecipato alle proteste di gennaio, dopo i fatti di Alessandria. Sempre lo stesso giorno degli arresti, negli scontri tra copti e musulmani al Cairo, dove sono morte 13 persone, per come si sono messe le cose in piazza, tra molotov e pistolettate, sembrava che ci fosse una regia nella creazione di disordine e caos.

Da quello che si evince, dunque, una ipotesi seria potrebbe essere quella che a fomentare gli scontri religiosi siano stati pezzi dei servizi di sicurezza di Mubarak, ufficialmente sciolti dal governo in carica, ma attivi sul territorio, per far sprofondare l’Egitto nell’ingovernabilità. In tal senso sia l’attuale governo che gli stessi Fratelli Musulmani, i quali si sono dichiarati favorevoli alla svolta democratica, hanno denunciato un tentativo controrivoluzionario da parte del servizio investigativo dell’ex ministero dell’Interno, accusandolo di essere il fomentatore degli scontri interreligiosi. E in effetti questa spiegazione risponde a tanti interrogativi.

Il grande demiurgo islamico

La primavera araba che aveva portato alla defenestrazione di Mubarak, e del suo trentennale potere autocratico, aveva visto il popolo nella sua interezza a condividere la rabbia d’una società senza libertà e democrazia. Oggi si stanno nuovamente riproponendo le stesse dinamiche, nel momento in cui i Fratelli Musulmani, speranza moderata del mondo arabo, hanno preso il potere, in seguito alle prime elezioni libere, con la vittoria di Mohamed Morsi.

Il nuovo Presidente, con la sua maggioranza islamica all’interno dell’Assemblea Costituente, ha emendato una serie di decreti che, condizionando la separazione dei poteri, hanno generato nuove proteste popolari. L’elemento aggiuntivo di questi giorni è che entro la settimana, anziché entro due mesi, il progetto della nuova costituzione verrà approvato, con i decreti che hanno generato le proteste popolari, quelle delle forze laiche e della magistratura.

Nella nuova costituzione viene ridisegnata l’impalcatura dello Stato, determinando i poteri del presidente, che presumibilmente saranno predominanti, e del parlamento, delineando i ruoli della magistratura e di un apparato militare, che era stato al centro del potere per decenni, fino a quando Mubarak è stato rovesciato. Sarà inoltre definito anche il ruolo della legge islamica, o sharia.

Mentre gli scontri nelle piazze si riaccendono, insieme alle proteste delle opposizioni e della minoranza dei cristiani copti, l’organizzazione Human Rights Watch ha espresso preoccupazione per la somma di poteri che il Presidente ha accentrato su di sé, più dell’apparato militare che ha sostituito. A questo si aggiunga l’imbarazzo dei governi occidentali, che hanno trovato in Morsi “il grande mediatore” della guerra di Gaza, il quale mentre mediava tesseva le fila di questa sorta di “golpe bianco”, con l’abilità strategica di un demiurgo. Questo però potrebbe essere l’inizio di una nuova guerra civile…

L’islamismo tra costituzione e territorio

Un’altra primavera araba si profila in Egitto. Ormai gli scontri si susseguono a ritmo incalzante e piazza Tahrir è ritornata ad essere il luogo simbolo delle nuove rivolte. Questa volta però il conflitto non è più tra il popolo ed il potere autocratico, ma tra due grandi blocchi sociali: da un lato vi è la maggioranza islamica rappresentata dai “Fratelli Musulmani”, dall’altro lato vi sono mondo laico e chiesa copta.

Si, perché, il “colpo di mano” fatto dal presidente Morsi, con l’assalto alla divisione dei poteri, attraverso il decreto presidenziale che toglie prerogative al sistema giudiziario, insieme allo sbrigativo varo del testo costituzionale, che accoglie la situazione data ed inoltre inserisce la sharia come valore supremo, nasconde in realtà il fatto che i Fratelli Musulmani sanno di essere maggioranza nel paese. Una maggioranza schiacciante che Morsi vuole usare per il referendum indetto il 15 dicembre, quando il popolo egiziano dovrà esprimersi sulla costituzione che possiamo definire di tipo islamico.

In questi giorni si è creata una ridefinizione dei rapporti di forza nella società egiziana, rappresentate dalle manifestazioni di piazza e dagli scontri: da un lato i manifestanti contro Morsi dall’altro quelli pro Morsi. Se durante la primavera araba contro Mubarak si erano schierate tutte le forze sociali in campo, dai Fratelli musulmani alla chiesa copta, dalle forze moderate ai liberali, oggi il discrimine è l’islamismo contro tutti.

C’è un elemento di riflessione su quello che avviene in Egitto che permette un confronto trasversale tra alcuni paesi del nord Africa e altri sub sahariani. In Tunisia, ad esempio, luogo dove la primavera araba è nata, il partito islamista al potere, eletto dal popolo, Ennahda, sta ridefinendo i caratteri delle rivolta popolare, che portò alla defenestrazione del dittatore Ben Alì, attraverso un’altra carta costituzionale, in questo momento ancora in discussione in Assemblea Costituente, dove si sta cercando di inserire elementi della Sharia.

In Nigeria e in Mali, la situazione è ancora peggiore perché questi paesi sono territorialmente divisi tra nord e sud, dove governano dai tuareg ad al-Qaeda. Qui la situazione è ancora più problematica, poiché vi sono guerre in corso tra più contendenti.

Se guerre e potere nei paesi del sud del mondo sono strumenti per concorrere alle ricchezze, è anche vero che il rapporto tra islamismo e laicità sta per diventare il tema forte del ventunesimo secolo. Un altro muro sta per erigersi, questa volta in Medio Oriente e in Africa: il muro della sharia.

Un golpe per cosa?

In queste ore si sta consumando la nuova fase della rivoluzione araba, visto che il Presidente Morsi ha rifiutato l’ultimatum dell’apparato militare di fare un passo indietro e lasciare il potere. Subito dopo  la fine dell’ultimatum il Presidente egiziano è stato posto in arresto insieme a molti degli esponenti dei Fratelli musulmani. In questo momento è in corso un vero e proprio golpe militare, almeno tecnicamente parlando. A differenza però dei golpe militari del passato questo ha l’appoggio di almeno metà del popolo, che sta manifestando la sua gioia per le strade egiziane. Le immagini di France 24 o della CNN o ancora di Al Jazeera sono ferme sulla massa di persone che festeggiano in piazza Tahrir: luci, fuochi d’artificio, laser verdi si vanno ad intersecare in questa serata di catarsi, dopo le manifestazioni di protesta degli ultimi tempi.

Morsi ha deciso di sfidare il potentissimo potere militare egiziano, che fece la differenza anche durante la prima parte della primavera araba. I militari egiziani non tollerano due cose: il caos e la mancanza di stabilità, due cose su cui il Presidente ha fallito in pieno. Morsi ha garantito metà della popolazione, quella musulmana legata alla fratellanza. Non ha saputo costruire una democrazia di tipo islamico, garantendo separazione dei poteri e una costituzione equilibrata. Il laboratorio non ha prodotto i risultati auspicati dalle democrazie occidentali.

L’hogra, il potere e la rivoluzione rubata

“Vedrai che prima o poi le cose si aggiustano anche per noi!” Glielo ripeteva sempre al fratello minore Salem. Che forza d’animo che aveva questo piccolo grande uomo, in quel centro agricolo a 160 chilometri da Tunisi. E chissà che anche quella mattina, che avrebbe cambiato il mondo arabo, Mohammed non l’avesse pensato, cioè che un giorno avrebbe potuto mettere a frutto quella laurea in Lingue e Letteratura araba, appesa al muro nella casa dei suoi genitori, come un vanto, ma forse soprattutto come un simbolo di speranza, per riscattare l’intera famiglia.

Il 72 per cento dei disoccupati tunisini hanno dai 15 ai 29 anni, di questi il 60 per cento sono laureati. Paradossalmente però la disoccupazione non era la cosa peggiore da sopportare ai tempi di Ben Alì, peggio di tutte era l’hogra, cioè l’umiliazione imposta dal potere assoluto delle autorità e dal disprezzo riversato nei confronti dei cittadini comuni. Solo chi ha vissuto in terre governate dalla mafia può capire un po’ cosa significa l’hogra… Un sistema di potere cioè costruito sugli esclusivi interessi di alcuni clan familiari che attraverso gli affari con i paesi europei hanno attivato un sistema turistico sfavillante, a basso costo di manodopera. Un sistema di potere governato dall’avidità di una famiglia presidenziale saccheggiatrice delle risorse del paese e quindi del popolo, dove le regole giuridiche e sociali erano soltanto dei paraventi per garantire i privilegi di pochi e perpetrare soprusi verso i più deboli… Un sistema di potere dove sulla polizia, con i suoi confidenti e i suoi sistemi organizzativi per tenere la popolazione sotto scacco, erano concentrate le maggiori risorse, deprivando persino l’esercito.

Quella mattina del 17 dicembre del 2010, come tutte le mattine Tarek al Bouazizi, di ventisei anni, detto Mohammed e soprannominato Bessbouss, doveva pensare a tirare su qualche spicciolo per lui, sua madre e i suoi sei fratelli e sorelle, e non c’era certo il tempo di riflettere su un futuro migliore. Nei suoi piani immediati c’era quello di riuscire a rimediare un furgoncino per evitare di trascinarsi con le proprie forze quel carrettino scassato dove mettere la verdura da vendere come ambulante “abusivo”. Quella mattina aveva qualche cassetta di carote ed essendo venerdì, cioè il giorno della preghiera per i musulmani, il luogo più trafficato di Sidi Bouzid, città di quarantamila abitanti, era naturalmente Avenue Bourguiba, davanti alla moschea.

Ma Mohammed lì non ci poteva stare perché non aveva nessuna licenza per poter vendere la sua cassetta di carote, oltre al fatto che davanti alla moschea il giorno della preghiera non si poteva fare. Ma che regola era questa in un paese il cui Presidente Ben Alì si era sempre vantato con l’occidente di aver spento, laicamente, ogni rigurgito islamico… Che razza di regola era questa in un paese dove la corruzione era il principale strumento di gestione del potere. Semplicemente una regola per affamare ancora di più chi non aveva niente, né mezzi per vivere né speranze.

Faida Hamdi era l’unico poliziotto donna di Sidi Bouzid, e toccò proprio a lei far valere questa regola imposta dai suoi superiori. E quella mattina infatti ordinò a Mohammed di allontanarsi da lì. Ma il giovane non ne volle sapere niente, ancora l’hogra, ancora una vessazione, ancora una ingiustizia nei confronti di chi non aveva di che mangiare. Eppure Faida conosceva bene Mohammed, in quel villaggio di quarantamila anime si conoscevano tutti. Ma il suo lavoro era quello e doveva farlo. Litigarono i due al punto che la donna poliziotto cercò di sequestrargli la cassetta di carote e lui glielo impedì strattonandola. Poi lei si mise a piangere e qualche minuto dopo arrivò il Commissario di polizia a sequestrargli tutto quello che aveva.

Fu come se lo avessero ucciso dissero gli amici del ragazzo, e lui come atto di protesta si diresse al commissariato cospargendosi di benzina. “Lui non si voleva uccidere, fu un incidente, voleva solo dimostrare la sua amarezza…” Ricordano gli amici. La fiamma dell’accendino attacca i vestiti e Mohammed grida aiuto agonizzando. Gli estintori del Municipio di fronte sono vuoti, come pure quello del parcheggio di taxi lì vicino. Dopo un po’ qualcuno cerca di spegnere le fiamme con una sorta di mantello…

Il ragazzo che sperava in un futuro migliore morirà tre settimane dopo. La stessa sera però avrà inizio la primavera araba. Un gruppo di amici di Mohammed si diressero a Nurgabi nella zona ovest della cittadina tenendo testa alle forze dell’ordine per settimane, al punto da non riuscire più a gestire la situazione, inducendo Ben Alì a tentare di corrompere i rivoltosi concedendogli tremila dinari a testa (circa 1500 euro).

Ma quei giovani non si fecero corrompere. Su faceebook rimbalzavano le notizie a tamburo battente, tutto il popolo rialzò la testa e altri popoli vicini sentirono il bisogno di alzarla pure loro. Così il dittatore tunisino amico dell’Europa fu il primo ad essere defenestrato. Poi tante speranze presero corpo, tutte quelle che aveva sognato Mohammed e che sempre ripeteva al fratello: “Vedrai che prima o poi le cose si aggiustano anche per noi!”

Un omicidio pianificato

E’ stata una vera e propria esecuzione quella di Tunisi. Chokri Belaïd, segretario generale del Movimento dei patrioti democratici (MOUPAD), di ispirazione marxista, alleati del Fronte popolare, in netta opposizione al governo islamista di Ennahdha, appena uscito di casa, nel quartiere El Menzah, intorno alle 8,15, è stato raggiunto da quattro colpi d’arma da fuoco, sparati a distanza ravvicinata, che hanno colpito la testa, il cuore, la nuca e la schiena.

Ma chi sono gli esecutori di questo omicidio? Per il modo in cui è stato eseguito l’agguato sembra chiaro si tratti di professionisti. Secondo l’Agenzia France Presse, l’assassino sarebbe un uomo che indossava un lungo mantello tradizionale di lana con un cappuccio. Il fratello del leader politico assassinato ha immediatamente denunciato il partito al potere come mandante, mentre il primo ministro Hamadi Jebali, si è difeso parlando di un atto terroristico contro la Tunisia. Sembra abbastanza chiaro che questo omicidio non verrà rivendicato, assumendo una dimensione di tipo intimidatoria per tutta l’opposizione di sinistra. C’è da dire che il partito di Belaïd, come tutto il Fronte popolare, sono stati oggetto negli ultimi mesi di numerosi atti di violenza da parte della fantomatica “Lega per la protezione della rivoluzione”, vicina ad Ennahdha.

Già dalle prime ore, nel momento in cui si è sparsa la notizia dell’agguato, cittadini, forze politiche e sindacali, sono andate a protestare sotto i palazzi del potere in viale Bourguiba chiedendo le dimissioni del governo, stigmatizzando le violenze degli ultimi tempi nei confronti di chi si oppone al potere islamico. Durante i funerali si preannunciano momenti di tensione poiché le forze sindacali potrebbero dichiarare lo sciopero generale.

Ma quali sono le vicende che hanno portato a questo punto la situazione in Tunisia? E come si colloca questo fatto di sangue nel quadro degli eventi relativi alle primavere arabe, a due anni dalle rivoluzioni? E ancora, esiste un rapporto con l’instabilità uscita fuori agli onori della cronaca negli ultimi mesi tra nuovi conflitti in Egitto, guerra in Mali e instabilità della regione mediorientale?

La situazione sociale in Tunisia, come del resto in Egitto, dalle defenestrazioni degli autocrati non si è mai rasserenata, soprattutto dal momento che le elezioni popolari hanno portato al potere i partiti islamisti. Se in Egitto i Fratelli musulmani hanno partecipato, insieme alle organizzazioni laiche, alla rivoluzione, la stessa cosa non si può dire per Ennahdha. Infatti dopo aver vinto le elezioni nel 2011 chi era sceso in piazza contro Ben Alì denunciò una sorta di “scippo della rivoluzione”.

Una volta al potere il partito islamico si è unito in un governo con le destre laiche del paese, appiattite sulle posizioni della maggioranza. Lentamente è cresciuto il dissenso per la “rivoluzione scippata”, anche perché nel tentativo di riscrivere la costituzione, Ennahdha ha cercato di inserire elementi della sharia, così come ha fatto Morsi in Egitto, senza però riuscirvi, almeno fino a questo momento.

In questo contesto le tensioni sociali sono diventate inarrestabili, sia per il dibattito parlamentare relativo ad una costituzione che tende a limitare le libertà fondamentali che per la nascita di gruppi salafiti che nelle piazze e nelle strade si sono resi artefici di atti di violenza tollerati dal potere politico, e con scarso impegno repressi dalle forze dell’ordine. Anche in questo caso i salafiti diventano protagonisti della scena, come in Mali, dove hanno territorializzato il nord del paese all’insegna della sharia, con tutte le violenze che ne sono conseguite, scalzati dalla Francia che è intervenuta col proprio esercito, relegandoli al confine con l’Algeria.

Ma allora questo atto di sangue innescherà una nuova primavera araba? E’ quello che si stanno domandando tutti gli analisti del mondo…

L’inconciliabilità tra l’islamismo e il laicismo

Mentre  l’Egitto è sull’orlo di una guerra civile, in Tunisia è stato assassinato un altro membro della coalizione di sinistra, all’opposizione del governo islamico di Ennahda.  Mohamed Brahmi di 58 anni, mentre era con moglie e figlia per le strade di Tunisi, è stato avvicinato da due uomini in motocicletta, i quali l’hanno crivellato di proiettili sparati da un mitra: sembra che siano stati undici i colpi che hanno raggiunto il dirigente politico.

Subito dopo l’assassinio, avvenuto in mattinata, migliaia di persone si sono riunite davanti la sede del Ministero dell’Interno per protestare. Tra l’altro c’è una inquietante coincidenza simbolica, poiché oggi, 25 luglio, cade l’anniversario dell’indipendenza della Tunisia dalla Francia.

Brahmi è stato fondatore e segretario generale del Movimento del Popolo (Echaâb), partito di opposizione laico e nazionalista, nato dopo la fine della presidenza di Ben Ali nel 2011. Inoltre era anche membro dell’Assemblea Nazionale Costituente, incaricata di scrivere la nuova Costituzione del paese. Per venerdì è stata indetta dal Presidente della costituente una giornata di lutto nazionale.

Dopo l’omicidio di Chokri Belaïd, il leader dell’opposizione, avvenuto il 6 febbraio di quest’anno, adesso un altro grave atto criminoso insanguina il paese, in un momento in cui la situazione sociale, economica e politica è davvero difficile. Anche perché il governo islamico, che ha subito un rimpasto dopo il primo omicidio, è accusato di collaborare con le frange estreme. Tra l’altro queste si sono macchiate di numerosi atti di violenza, tra cui un assalto all’ambasciata americana.

In ballo vi è una costituzione da scrivere, dove si vorrebbero far passare le norme della sharia, cioè la legge islamica, in un paese dove la laicità è una dimensione culturale abbastanza diffusa, simboleggiata dal processo alla blogger Amina. Ma in ballo c’è anche l’impossibilità di onorare la primavera araba, poiché quello che succede in Egitto e in Tunisia è forse la dimostrazione che l’islamismo e il laicismo, nella gestione dei paesi arabi, è inconciliabile.

Tutti contro il Presidente

Continuano gli scontri e le proteste contro il Presidente yemenita Ali Abdallah Saleh, capo del “General People’s Congress”,  nelle due città più importanti del paese, Sana’a e Aden: nella prima le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco contro i manifestanti ferendo tre persone, di cui una è morta stamattina, mentre nell’altra città,  gruppi organizzati di oppositori al regime hanno assaltato alcune scuole pubbliche per costringere gli insegnanti a scendere in piazza, tutto tra venerdì scorso e la giornata di ieri.

Le proteste, sull’onda dei moti tunisini ed egiziani, sono state innescate il 2 febbraio, generate dal tentativo di revisione costituzionale del Presidente, attraverso cui puntava ad ottenere un nuovo mandato oltre la scadenza del 2013, scongiurata dalle sue dichiarazioni successive tese a non ricandidarsi. La settimana seguente è stato organizzato, da parte di un gruppo di giovani, che hanno fatto girare su internet un appello contro il governo,  il loro “venerdì della collera di Aden”.

A leggerla così questa notizia sembra l’ennesima scintilla mediorientale, dove la popolazione non ce la fa più a sopportare una dittatura autocratica, avendo preso coscienza, attraverso la stanza degli echi di internet, che c’è un modo migliore di vivere: la democrazia. Il fatto è che lo Yemen non è la Tunisia  e neanche l’Egitto. Qui le contraddizioni sono abbastanza diverse. Si perché l’esercizio della violenza, negli ultimi trent’anni, non si è quasi mai interrotto.

La storia del moderno Yemen può essere fatta risalire alla dissoluzione dell’impero ottomano, la quale determina l’azione coloniale della Gran Bretagna. Negli anni ’60 nasce prima la Repubblica Araba dello Yemen, nel nord del paese e poi la Repubblica Popolare  Democratica dello Yemen, il primo regime di stampo marxista del mondo arabo. Tra ribellioni e guerre di vario genere si arriva al 1990 quando l’attuale Presidente da vita alla Repubblica Unificata dallo Yemen.

Ma la rivalità tra nord e sud rimane il motivo dominante su cui si regge il paese, governato da un Presidente che “accetta” di farsi eleggere solo nel 1999, anche se manca un candidato alternativo. Cosa non del tutto disdicevole per la comunità internazionale, visto che il paese diventa uno dei baluardi della lotta ad al Qaeda condotta dagli Stati Uniti. Ecco perché  gli addestratori dell’esercito yemenita erano proprio militari della Navy Army.

Nel 2004 l’ex vicepresidente Ali Salim al Baid   dichiara l’indipendenza del sud, individuando Aden come suo quartier generale, ma l’esperienza dura un paio di mesi e i secessionisti sono costretti all’esilio. Nel frattempo, nel nord ovest del paese, area in cui è posizionata la capitale Sana’a, scoppia una piccola guerra civile tra l’esercito regolare e gruppi di ribelli sciiti zaidi, i cosiddetti “Giovani Credenti”, guidati da Abdul Malak Al Houti, a quanto si dice, sostenuti dall’Iran, e che vorrebbero un Ayatollah al potere. Un aspetto interessante è che il governo accusa due paesi del mondo arabo di fornire aiuto logistico e militare al gruppo ribelle, uno è l’Iran, e fin qui è comprensibile, l’altro è la Libia, il quale leader si è sempre presentato come oppositore del fondamentalismo islamico.

Si va avanti così fino ad oggi, tra atti di belligeranza e accordi  di pace. Nel 2008 si legge in un rapporto di “Medici Senza Frontiere”: “Msf conferma che non si conosce il numero dei morti e dei feriti e che, tuttavia, l’impiego estensivo di armi pesanti fa pensare che vi siano vittime innocenti tra i civili, che comunque non hanno più accesso alle strutture sanitarie. Peggio di loro stanno i civili sfollati, è l’allarme lanciato dalla Mezzaluna Rossa, che riferisce di 35mila sfollati nella sola provincia di Saada”.

Vista la situazione, chi sono coloro che in questi giorni stanno in piazza a protestare? Nel nord le opposizioni riguardano due organizzazioni strutturate: partito islamico al-Islah e forum comune, coalizione dei partiti di opposizione, invece nel sud, essendo in esilio i capi secessionisti, sembra più una ribellione spontanea, nata appunto attraverso internet. Una cosa è chiara e cioè che tutti hanno l’obiettivo di abbattere il Presidente. Da un lato gli indipendentisti del sud, la cui città di riferimento è Aden, dall’altro i fondamentalisti, nella cui capitale  Sana’a hanno i loro insediamenti. Sullo sfondo al Qaeda, terribile spettro dell’occidente, che in caso di abbattimento del regime potrebbero realmente entrare in campo.

LE RIVOLUZIONI FALLITE

Una storia infinita

Erano in 4000 venerdì scorso per le strade di Beirut, in prevalenza giovani, che inveivano contro il regime, chiedendo l’abolizione del sistema di potere. Già, perché la realtà sociale del Libano è qualcosa di estremamente diversa da quella dei paesi autocratici del nord Africa, dove è esplosa la rivolta. In Libano non vi è un dittatore ma un sistema diviso tra diciotto comunità confessionali frammentate tra cristiani e musulmani. Le confessioni cristiane: maronita, greco-ortodossa, greco-cattolica (melchita), armena-apostolica, siriaco-ortodossa, siriaco-cattolica, protestante, copta, assira, caldea, cattolica di rito latino. Le confessioni musulmane: sunnita, sciita, ismailita, alauita e drusa.

Il sistema confessionale è insomma il principio su cui è costruita tutta la società libanese sia dal punto di vista della rappresentanza politica e istituzionale che amministrativa, attraverso quote predeterminate di accesso agli incarichi pubblici in relazione alla rilevanza sociale e demografica di ogni confessione. Questo sistema è stato istituzionalizzato nel 1943, quando la Francia concesse l’indipendenza a quello che era il protettorato del Grande Libano. Attraverso una “Convenzione costituzionale”, una sorta di emendamento alla Costituzione del 1926, veniva siglato il “Patto Nazionale”, per cui le più alte cariche dello stato dovevano essere maronita, sunnita e sciita.

Negli ultimi quarant’anni questo sistema di potere è stato al centro del conflitto arabo-israeliano, con una guerra ventennale, iniziata nel ’70 con “Settembre nero”. Al centro di tutto continuano ad esservi le lotte intestine per il potere, dinamica endemica al tessuto sociale, in una repubblica che ha un altissimo numero di giovani scolarizzati, e dove corruzione e disoccupazione sono assiomi del sistema paese.

Il punto sorgente di questa ultima crisi risale al 2005 quando venne ucciso il sunnita Rafiq Hariri, molto amato dal popolo, di cui sembrano responsabili gli sciiti Hezbollah. Il 26 gennaio scorso manifestazioni e scontri con la polizia sono stati innescati a causa della formazione del nuovo governo affidato al Najib Miqati, con una cinquantina di feriti tra cui militari e agenti della polizia. “La giornata della rabbia”, così è stata ribattezzata la protesta, ha visto in prima linea i sostenitori del premier uscente Saad Hariri, figlio del leader sunnita ucciso nel 2005, che si oppongono al nuovo primo ministro proprio perchè appoggiato da Hezbollah. E la storia continua…

In piazza contro chi?

Il venerdì islamico delle proteste ha raggiunto anche la Giordania. Per le strade di Amman, dove circa 10000 persone hanno sfilato, c’era però un’aria diversa dalle strade insanguinate di altri paesi vicini. Si sentiva infatti il desiderio di un popolo alla ricerca di una vita migliore, la voglia di esprimere il proprio protagonismo come in Tunisia o in Egitto. La differenza però è che ad Amman le rivendicazioni non sembrano assumere una fisionomia ben decifrabile: l’unico elemento percepibile è il sentimento islamico, nel senso riformista del termine.

Innanzitutto c’è da dire che in piazza, come nella precedente manifestazione del 28 gennaio, c’erano tantissimi giovani, studenti e disoccupati, donne col velo e anche senza, anziani e bambini. C’era il Fronte d’azione islamico, organizzazione legata ai Fratelli musulmani, che denunciano la necessità di urgenti riforme politiche ed economiche, come il Movimento comunista. Ma c’erano anche i sostenitori del Re che esponevano la sua icona.

Ogni pezzo della manifestazione esplicitava una forma di dissenso contro lo status quo, che per alcuni si traduceva nell’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e l’elevato livello di disoccupazione giovanile, il tasso di povertà è al 25 per cento e quello di disoccupazione al 15 per cento, il 70 per cento dei sei milioni di abitanti ha meno di 30 anni. Tra le fila delle organizzazioni più filo palestinesi vi era chi accusava il Re di essere troppo dalla parte di Israele, quindi un’accusa alla politica estera del monarca e non tanto alla sua dimensione autocratica, infatti tra questi c’era chi auspicava una riforma della monarchia in senso costituzionale, ipotesi liquidata dal primo ministro poiché destabilizzante per gli equilibri istituzionali.

C’era poi chi si scagliava contro il governo di Maaruf Bakhit, che ha da poco ricevuto la fiducia del Parlamento. Per altri, invece, la principale fonte dei problemi del paese era nel Parlamento stesso, che non promuove le riforme economiche di cui si avrebbe bisogno. Parlamento a cui lo stesso Re Abdallah II ha chiesto un impegno maggiore dato il momento storico: «Il Parlamento gioca un ruolo chiave per correggere gli errori, accelerare le riforme politiche e socio-economiche globali, e rafforzare la fiducia del popolo nelle istituzioni pubbliche».

La monarchia giordana, nel contesto dei regimi mediorientali, esprime una dinamica di potere non oppressiva come le altre dittature autocratiche, però una cosa non si comprende bene in questa vicenda… Perché se si va ad analizzare il sistema politico giordano si vedrà che le principali leve del potere sono in mano al monarca che nomina il primo ministro, firma le leggi, può porre un veto che può essere superato dai due terzi di entrambe le camere che compongono l’Assemblea Nazionale, nomina e rimuove i giudici per decreto, approva gli emendamenti alla Costituzione, dichiara guerra e comanda le forze armate. Il Parlamento quindi possiede uno scarsissimo potere di controllo sul sovrano.

Se così stanno le cose perché protestare contro il Primo Ministro o il Parlamento e non direttamente contro il sovrano?

Impedire ogni forma di assembramento!

In Arabia Saudita la protesta riformatrice non riesce a prendere forma. La situazione nel paese è abbastanza confusa perché la dinastia del sunnita re Abdallah bin Abd al Aziz al Saud, al potere dal 2005 vive comunque una fase di instabilità sia per l’incerta situazione legata alla discendenza dinastica che anche per l’anacronismo storico del suo sistema politico. L’Arabia Saudita è infatti una monarchia assoluta, con un entourage monarchico disgregato composto da ultraottantenni con centinaia di figli a seguito. Nel paese non esistono diritti e libertà, è persino vietato scendere in piazza a protestare. Il monarca è a capo del governo, nomina i 150 membri dell’unica camera del Parlamento. La costituzione è rappresentata dal Corano, non ci sono partiti e non si fanno elezioni, le donne non hanno diritto al voto e non possono prendere neanche la patente.

In un contesto come questo si stanno mobilitando tutti: sunniti, sciiti, intellettuali e soprattutto giovani, che attraverso Faceboock stanno cercando di organizzarsi per scendere in piazza. Le istanze sono semplici: trasformazione della monarchia, separazione dei poteri, elezioni, e garanzia dei diritti civili. Giovedi scorso a Qatif, la minoranza sciita è andata a protestare per richiedere il rilascio di alcuni leader arrestati dalla polizia. Venerdi un tam tam di 30000 persone su internet ha organizzato la giornata della rabbia per le strade della capitale Ryadh, ma già dalle prime ore dell’alba la città era assediata dalle forze dell’ordine, col dispiego di mezzi pesanti ed elicotteri, tanto che ai manifestanti è stato letteralmente impedito di protestare. Alcune organizzazioni per i diritti umani statunitensi hanno accusato il Segretario di Stato Clinton che ha chiesto di garantire il diritto di protesta a tutti i paesi mediorientali tranne che all’Arabia Saudita…

Storie mediorientali tra sunniti e sciiti

Ormai è quasi un mese che in Piazza delle Perle, nel centro di Manama, stazionano centinaia di persone, in una sorta di sit-in permanente. “Non ce ne andremo da qui, almeno fino a quando non verranno accordate le riforme!” E’ questa l’espressione più ricorrente che i manifestanti urlano a squarciagola. Ma gli scontri con le forze dell’ordine si sono succeduti in queste ore anche in altre parti della città: dal campus universitario al complesso del “Financial Harbour”, nel distretto finanziario della città, considerato il principale simbolo della corruzione del regime. Negli ultimi due giorni vi sono stati gli scontri più duri da quando è stata innescata la protesta: una decina di morti, una sessantina di dispersi e centinaia di feriti, fino ad adesso.

La notizia del giorno è che alcuni paesi arabi, riuniti sotto la sigla, del “Consiglio di Cooperazione del Golfo”, per smorzare gli animi protestatari sta inviando truppe e armi nel piccolo stato arabo. I paesi che fanno parte di questo organismo sono: Arabia Saudita, che ha già mandato mille soldati, Emirati Arabi Uniti, che dovrebbero inviare squadre di poliziotti, Kuwait, Qatar e Oman. L’opposizione ha nel frattempo dichiarato che la presenza militare straniera non può che essere considerata una vera e propria occupazione. Dal canto loro alcuni parlamentari hanno chiesto l’imposizione del coprifuoco e l’applicazione della legge marziale contro i manifestanti.

Ma come in ogni storia che si rispetti, anche in questa i retroscena caratterizzano un secolo di storia mediorientale, tra intrighi e lotte di potere dove l’occidente, e soprattutto gli Stati Uniti ne sono il perno. Certo, a leggerla approfonditamente la storia del Bahrain, può stimolare tante suggestioni, anche perché è assolutamente legata alla storia degli altri paesi arabi. Partiamo dalla prima. Sullo sfondo c’è una lotta intrareligiosa che dura dalla morte del profeta Mohammed. quando l’identità sunnita prende piede su quella sciita, questo significherà persecuzioni, martiri, guerre fratricide.

Nel 1782 il Bahrain, che fino a quel momento era un insediamento della Persia, con una rivolta in perfetto stile piratesco, si staccava dalla madre patria, e il controllo del paese passava nelle mani del clan sunnita al-Khalifa. Vennero quasi subito siglati accordi commerciali con la Gran Bretagna, in cambio di protezione contro la Persia. Solo nel 1971 venne concessa l’indipendenza, e subito lo Scià Reza Pahlavi si fece avanti per riprendersela. Il clan al-Khalifa, che nel frattempo era diventata una dinastia, questa volta chiese protezione agli Stati Uniti, che fecero del Bahrain il principale punto strategico di tutto il medioriente. Anche perchè nel 1979, con la presa del potere dello sciita ayatollah Khomeyni e della trasformazione della Persia in Iran, il Bahrain viene considerato da questa un proprio possedimento. Ecco che a tal punto gli Stati Uniti decidono di creare una vera e propria base logistica permanente, poiché l’Iran diventa un nemico dell’occidente, e lì si insedia la V Flotta della Marina militare, controllando lo stretto di Hormuz, anche perchè è necessario garantire la salvaguardia del venti per cento delle risorse petrolifere mondiali.

Da un lato vi sono le monarchie dinastiche sunnite che garantiscono gli affari all’occidente, dall’altro i regimi autocratici sciiti come Libano, Siria, Iraq e Iran, nel mezzo il Barhen dove una oligarchia sunnita comanda sul settanta per cento degli abitanti sciiti. Qui c’è infatti il primo paradosso. Perché i sistemi autocratici sciiti non sono certo un esempio di democrazia e rispetto dei diritti umani, ma queste sono le richieste dell’opposizione sciita in Bahrain. Al tempo stesso però gli Stati Uniti, abbastanza silenziosi fino ad adesso, hanno chiesto formalmente al Bahrain di rispettare i diritti dei manifestanti. La domanda è: fino a che punto il gioco delle parti reggerà?

 

NON ABBIAMO PIU’ PAURA

 

Gli echi risonanti dal web alle strade

Nelle città siriane diventa difficile contare i morti. E’ un vero e proprio bollettino di guerra. Dal venerdì della collera le forze d’assalto siriane ormai conducono una guerra spietata contro la popolazione inerme. Si perché le uniche armi utilizzate dai “ribelli”, fino a questo momento, sono le parole e la rabbia di chi non ce la fa più a vivere senza diritti né libertà.

“Non abbiamo più paura” grida la gente per le strade, mentre i mortai gli sparano addosso. Così, i corpi lasciati per le strade, poiché nessuno ha la possibilità di raccoglierli e seppellirli, danno il senso di una immane tragedia, che fino a questo momento è soltanto stigmatizzata dalla comunità internazionale. Intanto basta camminare per la strada per essere preso di mira dai militari. Nemmeno le autoambulanze non possono circolare poiché anch’esse diventano facili bersagli. Ma la cosa ancora più raccapricciante è che ormai si spara anche dentro le case, questo a significare che non c’è modo di scampare alla mostruosa dittatura siriana di Assad, che adesso accusa la Giordania di essere il promotore degli eventi, motivo per cui è stato chiuso il valico di frontiera, mentre le stragi di Daraa sono state giustificate per impedire la creazione di un emirato islamico salafista.

E’ drammaticamente patetica questa storia dei dittatori nord africani e mediorientali di imputare ai paesi vicini o alle forze internazionali la responsabilità di ordire complotti contro di loro, cercando di restare legati ad un potere che sono destinati a perdere, e questo il prezzo della vita di centinaia di persone, che nel caso della Siria non hanno imbracciato nemmeno le armi per combattere il regime.

In realtà in Siria il movimento di opposizione al regime è assolutamente precedente all’effetto domino che ha colpito negli ultimi mesi i paesi mediorientali. Già dal 2006 era stato creato un giornale on line dal titolo “Syria News”, finalizzato a denunciare la corruzione del paese, e dove alcuni blogger avevano costruito uno strutturato sistema di relazione con alcuni dissidenti espatriati. Attraverso il web, questo gruppo di “attivisti informatici” aveva persino avviato una campagna mediante il semplicissimo strumento delle e-mail, per insegnare, a chi si proponeva di diffondere informazioni  contro il regime, come evitare la censura usando i proxy.

Non sembra possibile ma è proprio così. L’effetto moltiplicatore del web ha creato un sistema di circuitazione delle informazioni che sta mettendo in difficoltà il regime al punto da perpetrare massacri indiscriminati. Il simbolo di questo movimento si chiama Rami Nakhle, pseudonimo Malath Aumran, ventottenne laureato in Scienze Politiche ed esperto informatico, costretto in dicembre a rifugiarsi in Libano perché ricercato dai servizi segreti siriani, i quali continuano a dargli la caccia come se fosse un pericoloso agente segreto del controspionaggio. Le sue armi non sono però quelle delle spie che solitamente possiamo vedere nei film di genere, ma semplicemente facebook e twitter.

E’ nascosto in un quartiere cristiano di Beirut, dove una cerchia di amici proteggono la sua clandestinità. E’ quotidianamente minacciato di morte, sia lui che la sua famiglia, per questo non esce mai dal suo rifugio. Lavora venti ore al giorno al computer tessendo le fila di una guerra telematica di cui è uno dei principali protagonisti. Il suo lavoro è fondamentalmente quello di far circolare le informazioni tra l’esterno e l’interno della Siria, fondamentali per comprendere ciò che succede nelle strade della città, dal numero dei morti alla tipologia delle violenze del regime. Ma egli riesce ad aggirare la censura, mettendo in collegamento gli attivisti sul campo, organizzati attraverso i cosiddetti “comitati”. La cosa straordinaria che a questi comitati partecipano insieme, uniti nella lotta, sia cristiani che musulmani, i quali trovano nella pagina di facebook “Syrian Revolution 2011”, con 120 mila fan, il luogo di incontro, ma anche di elaborazione politica, della protesta.

La rivoluzione e la resa dei conti

Ormai le notizie sulla situazione in Siria si succedono in modo incessane. Sono 150, allo stato attuale, i morti sul campo. E’ di oggi la notizia che la cità di Daraa è stata accerchiata dai carri armati del regime. Durante l’ultimo venerdi della collera, che ormai sembra diventato un vero e proprio rituale rivoluzionario arabo, ribattezzato nella versione siriana in “Venerdì della Dignità”, sono morte 13 persone. Oltre che a Daraa, in varie città si è combattuto: da Damasco fino ad Hama, diventata città simbolo per la repressione nel sangue da parte del padre dell’attuale presidente nei confronti di una rivolta dei Fratelli musulmani, era il 1982.

Ma forse il momento che meglio fotografa questa rivoluzione e questa autocrazia è stato l’arresto di una intera scolaresca di bambini che intonavano canti contro il potere costituito. Si, perchè la Siria è uno dei paesi più duri, dal punto di vista delle garanzie di cittadinanza più elementari. E lì infatti che è ancora in vigore una “legge di emergenza” che dura da quarant’anni e che vieta tutto: dalla libertà di riunione e di espressione, alla libertà di partecipazione politica. Il partito Bath, organizzazione dell’islamismo sciita, è l’unico partito ammesso.

Ma se il Potere in Siria è personificato dalla dinastia degli Assad, della città di Latakia, roccaforte degli sciiti alawiti, nella realtà è sostenuto dall’esercito, che ha un peso straordinario nella gestione del Potere, ed è sunnita, come la maggioranza del popolo, che in questo momento si sta ribellando. In effetti quando nel 2000 il giovane Assad andò al potere, si racconta che lo fece suo malgrado, poichè in seguito agli studi in Europa, aveva immaginato la sua vita in un modo diverso. Forse per questo si parlò di una nuova era riformatrice per la Siria. Ma così non fu: si guadagnò invece il titolo di stato canaglia da Bush figlio.

Certo è che tutto quello che sta succedendo in Siria ha un peso assai diverso nel contesto delle rivoluzioni mediorientali, non foss’altro per l’importanza che ha questo paese nello scacchiere arabo: da sempre principale nemico di Israele, sia per i possedimenti contesi del Golan, che per il tema relativo alla causa palestinese. Per queste ragioni la Siria è il principale alleato di Hamas e di Hezbollah e per queste ragioni è sempre stato uno dei paesi più pericolosi e belligeranti dell’area.

Intanto il giovane Assad annuncia grandi riforme, la repressione continua ma lui annuncia l’abolizione della legge di emergenza, annuncia un nuovo governo, annuncia che mercoledi farà un discorso alla nazione. Ma forse, questa volta, la rivoluzione del popolo sta per innescare la resa dei conti tra le oligarchie medirientali che negli ultimi quarant’anni si sono combattute.

La nuova pulizia etnica

I rapporti delle organizzazioni internazionali sugli orrori della guerra siriana, da Save the children” all’UNHCR dell’Onu, rivelano un retroscena sconcertante, a partire dal bilancio dei profughi: ormai sono più di mezzo milione tra quelli già registrati a quelli in attesa di registrazione. Libano, Giordania, Iraq, Turchia e Nord Africa sono queste le aree limitrofe dove sono sorti i campi, che però hanno accolto soltanto il 40 per cento di chi si è messo in fuga, la maggior parte ha trovato riparo in abitazioni prese in affitto, famiglie d’accoglienza o centri collettivi. I numeri dicono che 509.559 sono in questo momento i rifugiati, dei quali 425.160 già registrati e 84.399 in attesa di completare la procedura.

Ma la fotografia numerica e logistica dei rifugiati siriani è soltanto uno degli elementi su cui indignarsi, perché dai racconti che sono stati raccolti, soprattutto dei minori, quello che sta succedendo in Siria è una nuova guerra costruita sulla pulizia etnica. Da un lato vi sono le milizie paramilitari filo-governative alwite, l’etnia del presidente Bashar al Assad, che stanno massacrando il popolo siriano di etnia sunnita. Ma non mancano episodi di crimini commessi dai ribelli sunniti contro la popolazione alawita, anche contro bambini.

I metodi per torturare i bambini da parte delle milizie filo-governative sono stati di vario tipo: appesi per le mani e massacrati di botte, oppure sigarette spente sul corpo, o ancora lasciarli per giorni in piedi, senza bere ne mangiare. Teste fracassate da balaustre di cemento, corpi come scudi umani, cadaveri mangiati dai cani. Quasi tutti hanno assistito alla morte di padri, madri, fratelli e sorelle. Non è il museo degli orrori è la realtà, per questo forse sarebbe il caso averne coscienza…

La dottrina della linea rossa nel labirinto dei segni

Secondo l’ONU la guerra civile in Siria rappresenta la peggiore crisi del ventunesimo secolo, e i numeri parlano chiaro: centomila morti, tra eserciti in campo e popolazione inerme, tra cui ovviamente donne e bambini. Due milioni di profughi in paesi esteri limitrofi: prevalentemente Libano, Giordania, Turchia e Iraq, tra questi ci sono coloro che arrivano con i barconi sulle spiagge siciliane e calabresi. Quattro milioni di profughi ancora interni alla Siria, che poi rappresentano un quarto della popolazione, che conta ventuno milioni di abitanti.

Ma queste cifre non raccontano fino in fondo l’atrocità di questa guerra civile, documentata dalle immagini che una fitta rete di video maker improvvisati, grazie ai cellulari, è riuscita a registrare e a mandare alle “teste di ponte” di questo movimento di liberazione, che ha le sue postazioni in Libano e Turchia. Qui un’altra rete di dissidenti, “Freedom 4566”, finanziati da cittadini siriani che vivono all’estero, ha costruito un sistema di raccolta di questi materiali video, che mette su You Tube, ma non solo. Fa anche da fonte ai media di massa, come una vera e potente agenzia di stampa, proponendosi come raccordo per l’organizzazione di interviste ai ribelli sul campo.

Nella prima fase, quella delle proteste di piazza, diventavano emittenti attraverso i social network, riuscendo ad organizzare le manifestazioni di massa e di protesta. E questo è stato reso possibile grazie al fatto che il movimento di liberazione in Siria non è nato durante la primavera araba ma almeno un anno prima, grazie a questa rete di dissidenti che hanno lavorato per la circolazione delle informazioni e delle immagini. Torture, violenze inaudite contro la popolazione, massacri pianificati, diritti umani calpestati, bambini vittime di pulizia etnica, c’è di tutto su You Tube per far finta di non sapere…

Attraverso la rete questi giovani professionisti della comunicazione hanno cercato di compensare i limiti del sistema mediatico tradizionale, nel far luce sulle atrocità di un dittatore contro il suo popolo. Ed è forse l’esempio più alto di citizen journalism che attraverso la rete sta cambiando i processi produttivi dell’informazione. Sono quelli che McLuhan definiva “gli echi risonanti”, riferendosi alla capacità del mezzo radiofonico, inteso come stanza degli echi, di trasformarsi in una sorta di tam tam da villaggio antico, i cui suoni venivano riconosciuti dai membri della tribù in qualsiasi parte della foresta essi si trovassero, creando un richiamo identitario oltre che informativo. Così i social network sono diventate stanze degli echi, ed il web ha diffuso gli echi risonanti, che hanno assunto dimensioni identitarie per l’interno ed informative per l’esterno.

Se all’inizio le armi della ribellione erano, appunto, concentrate sulla circolazione delle informazioni e le manifestazione di protesta erano libere e non violente, quando il regime di Assad ha cominciato a massacrare le persone che protestavano pacificamente, la ribellione si è organizzata militarmente, soprattutto grazie alle armi provenienti dagli Stati Uniti e dai paesi arabi come l’Arabia Saudita, e agli addestramenti finalizzati a trasformare i ribelli in guerrieri. Poi successe qualcosa… Verso la metà del 2012, quando la campagna elettorale americana aveva già i suoi candidati ufficiali, cioè Obama contro Romney, il presidente in carica fece un annuncio: “Se il governo siriano utilizzerà le armi chimiche durante la guerra civile, questo significa superare la linea rossa”. Quindi superando la linea rossa l’intervento statunitense non poteva essere impedito.

Nel maggio del 2013 avviene un fatto strano, e cioè che il rifornimento di armi e di addestratori viene interrotto dagli Stati Uniti, secondo almeno fonti di intelligence giordana. La domanda da porsi, lecitamente, è perché? Il 21 agosto scoppiava il fattaccio! Quasi cinquecento persone, secondo Medici Senza Frontiere, che abitavano in alcuni centri a sud e a est di Damasco, morivano intossicati dal gas sarin, lanciato dall’esercito del regime siriano.

Ecco che inizia il balletto di conferme e smentite, con i documenti filmati che hanno registrato la realtà e la testimonianza dei medici che hanno dato i soccorsi a uomini, donne e bambini con la bava alla bocca. I paesi partner della Siria, come la Russia, vogliono le prove, e alla fine propongono un piano concreto per mettere l’arsenale chimico sotto controllo internazionale. Mentre gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna dicono che le prove ci sono e consultano i loro parlamenti per avere il benestare all’attacco finale, il quale, si badi bene, non è finalizzato alla defenestrazione del dittatore ma a smantellare le armi chimiche. Intanto dei rappresentati delle Nazioni Unite sono stati mandati in loco per raccogliere le informazioni e verificare se esistono le prove. I parlamenti nel frattempo si schierano contro i loro presidenti, poiché viene chiesta a gran voce che sia l’Onu a pronunciarsi sull’attacco, ma questo non potrà mai succedere, poiché la Russia pone il suo veto.

L’ennesimo mistero smarrito nel labirinto dei segni della civiltà alfabeta, che ha ribaltato i suoi significati, ripropone una civiltà in perpetua entropia, dove diventa impossibile la comprensione. Innanzitutto l’affermazione secondo la quale non si può stare a guardare quando donne e bambini muoiono tra spasimi muscolari è un po’ incomprensibile, poiché questo presupporrebbe che se donne e bambini venissero massacrati con armi convenzionali allora si potrebbe restare a guardare… Quindi il mancato rispetto dei diritti umani, i massacri indiscriminati, le torture e tutto il corredo infernale di una guerra come questa diventa lecito poiché la linea rossa non è stata varcata… Da viaggiatori perduti nel labirinto dei segni, ci sembra di comprendere questo dalle parole dei capi di stato e di governo…

Se le parole hanno un peso, queste sono pesanti come macigni, ma visto che le parole sono segni, proviamo a reinterpretarle. Cioè a dire, partendo dal presupposto che la dottrina della linea rossa così come è stata elaborata da Obama non ha senso rispetto ai valori della civiltà alfabeta, di cui egli stesso è un indefesso difensore, quali sono le vere ragioni che impongono l’intervento americano? Ovviamente, a questa domanda non è possibile rispondere in modo plausibile, però delle proiezioni si possono fare. Ad esempio: e se fosse vera l’idea di Papa Francesco secondo il quale dietro l’intervento americano si nascondono motivi commerciali, legati al business della vendita di armi? Del resto, in questo senso, la politica estera americana non si può differenziare, per statuto, a prescindere da chi ci possa essere alla presidenza, se un democratico o un repubblicano.

Le guerre agli Stati Uniti hanno sempre fatto comodo, e questa è storia contemporanea. In tal modo si spiegherebbe perché l’amministrazione di Obama ha interrotto il flusso di armi e addestratori ai ribelli siriani. Anche perché la motivazione elaborata da alcuni osservatori è un po’ debole se ci si addentra nei fatti: “il fronte dei ribelli è assolutamente variegato e frastagliato, e all’interno di questi gruppi ci sono diverse frange jiadiste, legate al al-Qaeda, come il fantomatico esercito dello stato islamico dell’Iraq e del levante”.

In una interessante inchiesta del Wall Streat Journal, giornale statunitense di tradizioni repubblicane, Elizabeth O’Bagy, un analista dell’Institute for the study of war di Washington, sovverte questa analisi. Trascorrendo parecchio tempo tra le fila dei ribelli dell’ESL, Esercito siriano libero, ha potuto registrare come in realtà la situazione tra le fila dei ribelli sia abbastanza chiara, poiché l’ESL è un movimento moderato, che ha isolato i gruppi jiadisti, i quali operano in zone distinte, dal punto di vista territoriale. Anche perché gli obiettivi dei jiadisti non sono quelli di abbattere Assad ma, a quanto dice la giornalista americana, quello di costituire una sorta di emirato islamico nel nord del paese.

L’intelligence americana non sarebbe, dunque, in grado di gestire i ribelli e isolare gli estremisti in un contesto come questo? Dato che le altre rivoluzioni arabe hanno visto il prevalere di partiti islamici, i quali hanno voluto imporre la sharia nelle costituzioni, non sarebbe auspicabile, per le cosiddette democrazie occidentali, organizzare al meglio le file delle organizzazioni ribelli, per gestire meglio il dopo?

 

E ADESSO NO FLY ZONE

 

A parti invertite

Gli insorti della città di Brega, ieri, sono riusciti a respingere un attacco aereo delle truppe fedeli a Gheddafi, a circa due chilometri dal terminal petrolifero. Intanto sono state attivate le misure contro il regime da parte della comunità internazionale: blocco dei beni della famiglia Gheddafi, embargo delle armi, deferimento al tribunale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità. Gli Stati Uniti hanno inviato tre navi da guerra posizionate a 50 miglia dalle coste libiche. L’aeronautica militare è stata autorizzata dalla Casa Bianca a procedere all’evacuazione dei profughi. Barak Obama ha intimato il leader libico di abbandonare il potere, lasciando intendere di essere pronti ad un intervento militare: “L’America deve stare dalla parte giusta della storia, con la democrazia e la libertà.” Ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti. Continua però a non essere chiara la posizione americana sulla no-fly zone, auspicata inizialmente dalla Clinton e sconsigliata poi dai vertici militari, poiché essa presupporrebbe un intervento militare che, rispetto al dispiego di forze, gli Stati Uniti, in questo momento, non sembra che possano sostenere.

Nel frattempo, sempre in mattinata, ma da un’altra parte del continente africano, nell’area sub sahariana, un centinaio di donne scendevano in piazza contro il Presidente golpista della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo. La manifestazione si svolgeva a Abobo, un quartiere a nord della capitale economica Abidjan, dove risiedono tantissimi sostenitori del Presidente regolarmente eletto pochi mesi fa Alassane Ouattara, riconosciuto tale dalla comunità internazionale. Immediatamente interveniva l’esercito, rimasto fedele a Gbagbo, sparando sulla folla, uccidendo sei donne e lasciandone parecchie decine per terra, gravemente ferite. Salgono così a cinquanta le vittime nell’ultima settimana e a 365 dal 28 novembre scorso, cioè da quando il presidente uscente, con un colpo di mano, si rifiutava di riconoscere il risultato che lo vedeva sconfitto, continuando a prolungare una situazione di guerra civile, che tra alti e bassi continua dal 2002. A questi numeri si aggiunga la situazione dei profughi: cinquemila persone al giorno attraversano il confine con la Liberia. Allo stato attuale se ne contano 70 mila, ai quali si devono aggiungere 40 mila sfollati entro i confini nazionali. Una vera e propria crisi umanitaria per la situazione disastrosa dal punto di vista economico, sociale e sanitario.

Ma cosa differenzia il primo evento dal secondo? Le differenze che si possono rintracciare sono in qualche modo la chiave di lettura dell’instabilità secolarizzata del continente africano. Nel primo caso, la follia di Gheddafi, che sta mietendo morti e distruzioni immani nel suo paese, è monitorata dagli Stai Uniti, dall’Onu e dall’Unione Europea, pressappoco in questo ordine di rilevanza, al punto che in nome della democrazia e libertà si è deciso che il leader libico ha i giorni contati. Ricordiamoci che la Libia è uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo.

Nel secondo caso la follia di Gbagbo, non altrettanto famoso come il rais, che in dieci anni ha martoriato il paese con morti, massacri, turpi atrocità tribali, e che a tutti i costi non vuole ancora lasciare il comando, non è monitorata da nessuno, se non da un gruppo di caschi blu dell’Onu che difendono l’hotel di Abidjan, dove da tre mesi è asserragliato il Presidente regolarmente eletto. Ricordiamoci che la Costa d’Avorio è uno dei principali produttori di cacao del mondo.

Proviamo ad invertire le parti… Cioè a dire: Quali sarebbero le attenzioni degli Stati Uniti e della comunità internazionale se la Libia fosse uno dei maggiori produttori di cacao e la Costa d’Avorio fosse uno dei principali produttori di petrolio?

Gli intrighi internazionali e la caduta di Bengasi

Dunque ci siamo, ancora poche ore e Bengasi, la città più importante della Cirenaica, quartier generale della resistenza libica, dov’è insediato il “Consiglio Nazionale”, cadrà sotto il fuoco delle milizie di Gheddafi, e anche questa volta si assiste alla solita “messa in scena” della comunità internazionale, nelle sue varie sedi istituzionali, costruita sull’immobilismo. Anche questa volta la trama sembra già scritta, come altre volte nella storia recente: dalla pulizia etnica nell’ex Jugoslavia al milione di morti in Ruanda. Anche questa volta si ripete il “gioco delle parti”, estenuante e insopportabile perché fatto sulla pelle della gente. Sono giovani studenti, intellettuali, disoccupati, lavoratori stanchi di vivere sotto una dittatura, che agognano una vita normale, in una società garantita dalla democrazia. Sono questi che hanno imbracciato le armi contro il despota e stanno aspettando di essere massacrati dalla sua ira. Entro la mezzanotte di oggi si dovrebbe sapere se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deciderà se intervenire con la No-Fly Zone, che significa la protezione di uno spazio aereo che garantirebbe nei fatti la prosecuzione della resistenza libica al dittatore. La vogliono Francia, Gran Bretagna, Libano, la Lega Araba e dopo tanti tentennamenti gli Stati Uniti, sono contrari Russia e Cina, che potrebbero fare affari in futuro con Gheddafi.

Ma vediamole queste maschere teatrali come hanno recitato le loro parti. Gli Stati Uniti innanzitutto, che già dalle prime ore intimavano il leader libico di lasciare il potere, e se ciò non fosse accaduto qualsiasi azione poteva essere presa in considerazione per mettere fine al regime. L’ONU, attraverso una sua risoluzione, dichiarava Gheddafi fuori legge per crimini contro l’umanità, mentre alcuni paesi chiedevano alla Corte dell’Aja l’istruzione di un processo. Poi, il blocco dei beni della famiglia e il valzer delle sanzioni. Già le sanzioni. Atto dovuto da parte della comunità internazionale, ma di scarso peso.

Nel frattempo gli Stati Uniti continuavano a fare proclami contro il regime libico indietreggiando però sulla No-Fly Zone. Si faceva avanti la Francia, proponendo da sola di bombardare la Libia. Annunciava di riconoscere il Consiglio Nazionale come governo provvisorio libico, unico paese a fare questo atto, dopo la sollecitazione del Parlamento Europeo. Non si capisce bene il motivo dell’intraprendenza francese nel contesto dell’immobilismo internazionale, manda a dire la famiglia Gheddafi dalle tre stazioni televisive che inondano di propaganda l’etere. Sembra, a quanto dice Saif, il figlio secondogenito del despota, che la famiglia abbia pagato la campagna presidenziale di Sarkozy, cosa dimostrabile attraverso i bonifici erogati. Puzza di intrigo dunque… E poi c’è l’Italia, che dice di allinearsi alle decisioni della comunità internazionale, ma la sua posizione ufficiale è quella di aspettare che le sanzioni contro l’ex amico Gheddafi portino dei risultati.

Intanto si prepara la carneficina. I miliziani sono a Misurata dove hanno accerchiato la città ma ancora, nel momento in cui scriviamo, non riescono ad espugnarla: solo questione di ore. Centosettanta chilometri per arrivare a Bengasi, dove sembra che, grazie all’apporto di due ex generali, i partigiani libici si stanno riorganizzando. Lo squilibrio delle forze in campo è però evidente. Allo stato attuale il controllo del pezzo di costa che va da Tobruk a Bengasi, vicino al confine con l’Egitto, è ancora nelle mani dei rivoltosi.

E’ quindi lì che si decideranno le sorti della guerra civile, rispetto a quanto tempo riusciranno a resistere. Perché si preannuncia una strage, quando la famiglia Gheddafi riavrà il controllo dell’intero paese. E’ sempre Saif che parla: “Non avremo pietà con chi troveremo con le armi in mano…” Per i partigiani libici non rimane che il mare e l’Egitto come uniche due vie di fuga, l’altra possibilità è il martirio…

Hanno attaccato!

Ci siamo dunque, la resa dei conti ha inizio. Alle 17,45 dei caccia francesi hanno bombardato un blindato delle forze lealiste di Gheddafi.

Stamattina Bengasi era stata accerchiata dalle milizie, i bombardamenti sono iniziati alle sei del mattino e si continua a combattere nella periferia sud. Una città spettrale, spaventata, dove alcuni rimangono a combattere e tanti altri fuggono per salvarsi la vita. Intanto nelle prime ore del pomeriggio numerosi caccia «Rafale» francesi hanno iniziato a sorvolare la città, gli stessi che la Francia ha cercato di vendere a Gheddafi solo due anni fa. Queste ricognizioni sono iniziate pochi minuti prima che il Presidente Sarkozy, che ha ospitato il summit della “coalizione dei volenterosi”, riunitosi in seguito alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla No-fly Zone, pronunciasse “la dichiarazione di guerra” a Gheddafi.

“Il popolo libico – ha sottolineato il Presidente francese – vuole scegliere il proprio destino e adesso è in pericolo. Noi non vogliamo decidere per loro, vogliamo proteggere la pololazione. Vogliamo permettere al popolo libico di scegliere il proprio destino. Le porte della diplomazia – conclude Sarkozy – si riapriranno quando finiranno gli attacchi alla popolazione”.

Ieri Gheddafi annunciava un falso cessate il fuoco, a cui nessuno ha creduto, poi inveiva contro i ribelli “assoldati da al-Qaeda”, nel frattempo mandava una lettera ad Obama dove gli spiegava di essere l’unico vero oppositore del terrorismo islamico, e per non farsi mancare niente minacciava gli europei di bombardare il mediterraneo. Dall’altra parte si iniziava a pianificare l’intervento armato sulle coste della Libia. La sesta flotta statunitense veniva allertata insieme alle basi di Sigonella e Trapani. L’Italia, attraverso la voce del ministro della Difesa annunciava di mettere a disposizione oltre che le basi anche mezzi e uomini, smentendo le parole del ministro degli Esteri di qualche giorno fa.

Allo stato attuale non si capisce però come l’intervento militare possa essere attuato. La Francia non vuole un comando NATO perchè inviso, a quanto dice l”Eliseo, ai paesi arabi, i quali hanno partecipato al gruppo dei volenterosi solo come Lega Araba e non come Unione Araba. Gli esperti di strategie militari dicono che ormai è troppo tardi per impedire al despota libico di riprendersi il paese, visto che la guerra si combatte principalmente sul piano terrestre, dove i lealisti hanno facilmente il controllo a causa della debolissima resistenza dei ribelli. Quindi per defenestrare Gheddafi occorrerà una strategia sul territorio, cosa che la risoluzione ONU non permette.

Facciamo delle ipotesi sugli interessi in gioco: Russia e Cina si sono astenute sul voto del Consiglio di sicurezza per poter facilmente avere mano libera sul petrolio con Gheddafi, la Germania si è anch’essa astenuta per non entrare nel gioco bellico. Dal canto suo la Francia, che ha orchestrato tutta la campagna bellica, unico a riconoscere il governo provvisorio di Bengasi, potrebbe avere velleità di fare affari d’oro col petrolio dopo Gheddafi, mentre l’Italia, cambia versione un giorno si e l’altro pure, per non restare fuori dal gioco nel caso in cui Gheddafi non dovesse farcela, mentre il suo ministro dell’Interno non riesce a dormire la notte pensando agli sbarchi a Lampedusa, dove continuano ad arrivare persone e le autorità italiane continuano a non saper gestire la situazione. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia…

Il gioco delle ipocrisia

Da quando è iniziato l’attacco in Libia da parte di alcuni paesi dell’occidente, in seguito alla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, è iniziato il solito gioco delle ipocrisie. Da un lato i governi occidentali, che dopo un mese di massacri dei civili libici si sono decisi ad intervenire, con la motivazione ufficiale di difendere la popolazione inerme, mentre nella realtà c’è la gara a posizionarsi sul mercato petrolifero per chi deve essere il principale partner economico della Libia dopo Gheddafi.

La Francia che per prima ha spinto l’intervento militare ha ben chiaro i propri obiettivi insieme alla Gran Bretagna: togliere di mezzo Gheddafi a prescindere dall’ONU e dalla NATO. La Russia e la Cina aveva già assaporato l’idea di fare affari con Gheddafi. L’Italia ha una posizione diversa ogni qual volta un suo ministro apre bocca, ma dopo le parole chiarificatrici di La Russa, che ha chiaramente detto che loro dopo vogliono esserci, si è capito che inseguono Francia e Gran Bretagna per i futuri affari. Gli Stati Uniti appoggiano i partner europei nei loro obiettivi economici, questa volta senza smanie di leadership.

Dall’altro lato vi sono i “pacifisti dogmatici”, che a prescindere da ogni cosa, non possono che essere contro ogni bombardamento, approccio condivisibile in linea teorica, ma quando si applicano in modo sistematico forme di genocidi contro le popolazioni, non sarebbe il caso di interrogarsi sui propri dogmi? Come si fa a dire “Ne con le bombe né con Gheddafi, ma con la diplomazia”. Quale azione diplomatica può fermare un criminale che ha assoldato degli spietati mercenari per massacrare il proprio popolo? Perché lui il potere non lo vuole proprio lasciare…

Abbiamo ancora, per chi ha ricordi e sensibilità, in mente quel milione di corpi squarciati dai macete e dalle mitragliatrici in Ruanda una qundicina di anni fa. Lì nessuno fece niente, lì nessuno disse niente, né i guerrafondai per fare affari, in Ruanda non c’era il petrolio, né i pacifisti dogmatici, che dei massacri sistematici che vengono compiuti tutti i giorni in paesi come la Costa d’Avorio, il Congo, la Nigeria, il Camerun, non hanno interesse ad occuparsi.

Noi vogliamo aggiungere solo una cosa: se in Libia le forze internazionali fossero intervenute subito dopo i primi massacri dei mercenari, forse le cose sarebbero andate diversamente, e ci saremmo evitati anche il balletto delle ipocrisie. Ma la storia ci dice che le cose non possono andare come dovrebbero…

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