Rojava

Trump svende i kurdi del Rojava per gli affari con la Turchia

di Marco Marano

Con la dichiarazione di sconfitta dell’Isis il capo della Casa Bianca apre le porte al sultano turco Erdogan per completare la pulizia etnica del Rojava, dopo che i suoi combattenti hanno messo all’angolo  i jihadisti: ma in realtà lo Stato islamico non è sconfitto…

Bologna – Ci ha pensato martedì scorso The Donald che era arrivato il momento di staccare la spina all’apparato militare kurdo del Rojava, lo stesso che nel giro di tre anni è riuscito a mettere fine alla “colonizzazione dell’Isis” nel nord della Siria. E lo ha fatto con il suo solito stile, cioè in un breve video pubblicato su Twitter: “Abbiamo vinto contro l’ISIS. Li abbiamo sconfitti e li abbiamo battuti duramente, ora è tempo che le nostre truppe tornino a casa”.

Quei kurdi che non servono più

Delil Souleiman _AFP _Getty ImagesNon ha pensato The Donald a investire il Parlamento rispetto ad una decisione fondamentale. E infatti i parlamentari, anche repubblicani, lo hanno aspramente criticato per una decisione che rischia di innescare un disastro umanitario per i popoli che abitano quel pezzo di Siria.

Come riportato da France Presse, le dichiarazioni preoccupate di alcuni senatori, anche fedeli a Trump, non si sono fatte attendere…  Il senatore repubblicano Lindsey Graham, fedele alleato: “la decisione del presidente non è stata prudente e ha messo i curdi a rischio (…) Un immenso errore simile a quello di Obama, temo che porterà a conseguenze devastanti per la nostra nazione, la regione e in tutto il mondo”. Il senatore democratico Jack Reed: “E’ un tradimento dei curdi che fornisce ulteriori prove dell’incapacità del Presidente Trump di dirigere sul palcoscenico mondiale”.

Una storia paradossale

Rodi Said_ReutersDal 2012, le forze militari kurde, hanno combattuto sui territori del nord della Siria, contro le milizie jihadiste dell’Isis, con il supporto dell’esercito statunitense in termini di addestramento, di logistica e di supporto aereo. Prima erano semplicemente unità militari kurde: le YPG (Unità di protezione popolare) e le YPJ (Unità di Protezione delle Donne).

In seguito all’incameramento del Rojava nella Federazione del Nord della Siria, nascevano le SDF (Forze Democratiche Siriane), alla cui guida vi erano le unità militari kurde, ma che comprendevano tutte le etnie presenti nella nuova federazione democratica e dal basso: kurdi yazidi, arabi, assiri, keldani, armeni, turkmeni.

Mentre questi combattevano i jihadisti con l’appoggio Usa e della Comunità internazionale, il sultano di Turchia Erdogan li considerava terroristi legati al PKK, entrando gradatamente sul territorio nord siriano, avviando, prima sommessamente poi ufficialmente, una campagna militare di logoramento, che ha avuto il suo epilogo con l’invasione di Afrin, dove gli ex jihadisti dell’Isis si sono trasformati in miliziani turchi dentro il fantomatico Esercito Siriano libero. In questo modo il cantone del Rojava veniva in poche settimane svuotato dei loro cittadini, scacciati, rapiti e torturati, deportati, attraverso una violentissima campagna di pulizia etnica.

Gli affari, le armi e le amicizie

Rodi Said_Reuters 2The Donald glielo ha voluta comunicare personalmente la lieta notizia al sultano Erdogan, il cui esercito è il secondo per forza e potenza della Nato. Si sono telefonati proprio ieri, ed è stata una bella occasione per i due di  ritrovarsi amici dopo quel brutto litigio proprio a causa dei suoi interessi nel nord della Siria. Erdogan decideva di comprare le armi da Putin, per cui The Donald, che era il suo principale fornitore, quando ha constatato che i sistemi di difesa S-400, l’autocrate turco li aveva acquistati in Russia, al Pentagono qualcuno parlò di “sgarbo” alla Nato. Proprio in quel martedì, contemporaneamente alla pubblicazione del video, veniva approvata dal Pentagono la vendita alla Turchia dei loro sistemi di difesa Patriot.

Chissà poi se l’inquilino della Casa Bianca ha anche chiesto al sultano di tirare un po’ i freni sull’omicidio di Jamal Khashoggi, dato che l’Arabia Saudita è il principale partner economico degli Usa, anche qui il principale fornitore di armi.

Ma la guerra continua

ANF2

Barzan Selou è un cittadino del Rojava intervistato dall’agenzia di stampa kurda ANHA, nel qual fa un’analisi puntuale della situazione storica del territorio: “Le attuali politiche in Turchia sono un’estensione delle politiche dell’Impero Ottomano che si stabilirono in Medio Oriente… Lo stato turco ha finanziato e sostenuto l’organizzazione terroristica Isis dall’inizio della rivoluzione siriana fino ad oggi, con l’obiettivo di occupare le regioni settentrionali e orientali della Siria in conformità con gli ordini del giorno della Turchia”

Se la partnership con l’Isis era funzionale anche al commercio di armi, combattenti e greggio, ritenerlo sconfitto, è un modo per farlo rientrare nel gioco. Marco Rubio, un altro senatore repubblicano: “E’ un grave errore, i combattenti kurdi smetteranno di combattere l’Isis quando dovranno affrontare le truppe turche che attraversano il confine con la Siria.”

Come riporta The Guardian, la dichiarazione del comando delle SDF è estremamente chiara a tal proposito:”La guerra contro lo Stato islamico non è finita. Lo Stato islamico non è stato sconfitto. Qualsiasi ritiro creerebbe un vuoto politico e militare nell’area, lasciando la sua gente tra gli artigli delle parti ostili”.

 

FONTI: ANF News, ANHA News, Al-Jazeera, The Guardian; France 24; AFP, il manifesto

CREDITS: AFP,Getty Images, Reuters; ANF

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