Turchia

Le elezioni truccate in Turchia: inizia la dittatura costituzionale

La vittoria del Sultano Erdoğan alle elezioni presidenziali in Turchia è stata ottenuta con arresti arbitrari, attacchi violenti alle opposizioni, bombardamenti dei villaggi kurdi, silenzio mediatico delle opposizioni, due milioni di schede elettorali in più, che girovagavano qua e là per i seggi. Tutto per arrivare appena al 52 per cento dei consensi…

di Marco Marano

La vittoria del Sultano Erdoğan alle elezioni presidenziali in Turchia è stata ottenuta con arresti arbitrari, attacchi violenti alle opposizioni, bombardamenti dei villaggi kurdi, silenzio mediatico delle opposizioni, due milioni di schede elettorali in più, che girovagavano qua e là per i seggi. Tutto per arrivare appena al 52 per cento dei consensi…

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Bologna – Una vittoria scontata quella di Recep Tayyip Erdoğan, al potere in Turchia da quindici anni. Una vittoria preparata fin dall’estate del 2014, quando cioè ruppe la tregua con il popolo kurdo, avviando la partnership con l’Isis.

I passaggi fondamentali di questa vittoria sono stati i genocidi nei villaggi kurdi del sud della Turchia prima e ad Afrin poi. Nel frattempo il “colpo di stato orchestrato” gli ha dato la possibilità di azzerare le libertà e creare uno stato di polizia. Infine, con il referendum costituzionale, ha trasformato la repubblica parlamentare in presidenziale, eliminando praticamente la divisione dei poteri.

I risultati elettorali

erdogan_Hurriyet NewsLa consultazione elettorale ha portato Erdoğan, con il suo partito AKP alleato ai lupi grigi dell’MHP, a toccare la quota del 52,5 per cento dei consensi, per le presidenziali. Il suo principale competitor, il repubblicano Muharrem Ince, leader di un cartello delle opposizioni unite “Alleanza nazionale”, ha raggiunto il 30,6 per cento dei voti. Quattro erano i partiti laici che sostenevano la sua candidatura: i repubblicani del Chp, il neonato partito Iyi (il buon partito), il Partito della Felicità Sp e i democratici del Dp. Il candidato kurdo leader di HDP, Selahattin Demirtaş, ha guadagnato un importante 8 per cento. Perché importante? Perché è in galera, dietro generiche e false accuse di terrorismo, dal 2016. Ha fatto la campagna elettorale in prigione, mentre i suoi elettori venivano aggrediti ed intimiditi.

Con la maggioranza assoluta il sultano può persino ignorare i voti per il parlamento, poiché esso è praticamente svuotato di contrappesi nei confronti del potere esecutivo, come del resto anche di quello giudiziario. Ad onor di cronaca la composizione dell’aula è così composta: l’alleanza di governo AKP e MHP ha comunque in Parlamento la maggioranza assoluta con il 53 per cento. I repubblicani del CHP sono al 22 per cento e il partito kurdo HDP si attesta all’11,7 per cento.

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Assalti, brogli e arresti nella giornata delle votazioni

223826_131429_492ab5c6-8e8f-4dfc-b6d3-bd6fde802093_w1023_r1_sDalla chiusura dei seggi, nel pomeriggio di domenica, alle 17, si era già capito che il sabotaggio delle elezioni aveva sortito l’effetto sperato. Prima che le operazioni di sfoglio fossero concluse, l’agenzia di stampa statale Anadolu avviava una girandola di informazioni che davano “preventivamente” la vittoria di Erdoğan intorno al 60 per cento. Di contro la piattaforma delle opposizioni Adil Seçim, pubblicava altre cifre: Erdoğan al 44 per cento e Ince appena dietro.

Già durante il corso delle votazioni in tutto il paese, ma soprattutto nel sud, presso i villaggi kurdi, l’azione repressiva e sabotatrice è stata violenta. Due villaggi, quello di Seran e di  Sidkan sono stati letteralmente bombardati, senza fare vittime, ma causando incendi che la popolazione si è affrettata a spegnere. Tutto questo per impedire l’esercizio del voto.

La cronaca degli arresti arbitrari di osservatori e giornalisti in tutto il paese è impietosa. Seggi in cui si è votato senza segretezza, aggressioni a membri di seggio kurdi, poi quel paio di milioni di schede in avanzo timbrate a prescindere e velocemente e fatte girare da un seggio all’altro.

24est2-erodgan-afp-ultimo-comizioAfpDel resto, in tutta la campagna elettorale il partito di governo AKP ha praticamente compartimentato il paese, organizzando squadre di picchiatori contro le opposizioni, laddove la polizia non poteva formalmente intervenire. Senza parlare ovviamente dell’assenza pressoché totale di parola pubblica ai leader dell’opposizione. Impossibilitati ad esprimere le proprie posizioni dal punto di vista mediatico, le organizzazioni politiche hanno sostituito la televisione, dove appariva solo il sultano Erdoğan, con il passa parola. E’ così l’Alleanza Nazionale è riuscita a organizzare comizi come l’ultimo ad Istanbul con la presenza di quasi un milione di persone.

Impossibile quindi per chiunque riuscire ad avere le prove materiali delle frodi. Una strategia criminogena praticamente perfetta.

L’unica nota soft è arrivata dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che ha deplorato la mancanza di “uguali opportunità” per i candidati alle elezioni in Turchia…

Quanto allora di quel 52 per cento guadagnato da Erdoğan sarebbe stato reale se le elezioni fossero state condotte in modo democratico? La risposta è scontata…

FONTI: ANF, ANHA, il manifesto – CREDITS: Al Jazeera, Hurriyet News, ANF, ANHA, AFP

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