Siria

Morire per essere un giorno liberi

In una guerra dove i conteggi dei morti diventa impossibile farli, più conflitti tra parti diverse, dentro il medesimo scenario, i principali oppositori dell’Isis sono proprio i combattenti kurdi, nella difesa di Kobane.

di Marco Marano

Bologna  – Dal 2011 ad oggi sembra siano 200.000 le vittime della guerra civile in Siria. Ma questa è una cifra fantasma poiché ormai nessuno è più in condizione di fare un conteggio. Allo stato attuale il conflitto nel paese è l’insieme di più conflitti in uno, poiché il territorio nazionale è suddiviso in aree territoriali frammentate, controllate da eserciti diversi. L’Isis è nel nord est, e combatte principalmente con la resistenza kurda, dove Kobane diventa il territorio da espugnare vicendevolmente.

Imparare a convivere con la morte

L’esercito governativo di Bashar al Assad ha la sua roccaforte a Damasco e in alcune zone dell’est, mentre l’Esercito Libero Siriano, combatte permanentemente contro i governativi su Aleppo, e su altre zone a macchia di leopardo nel paese. Quest’ultimo è suddiviso in più brigate che sembrano essere scollegate le une dalle altre. E in questo caos di città deserte e distrutte, dove non c’è più niente e dove devi camminare con l’elmetto, si aggiungono bande spontane: alcune sembra qaediste altre senza matrice.

E’ praticamente una nazione dove chi non decide di scappare deve convivere permanentemente con la morte. Se un amico non si riesce a trovare per due giorni vuol dire che è stato colpito da qualche bomba o da qualche pallottola. Aleppo in questo è davvero rappresentativa delle dinamiche di una vita quotidiana che è solo funzionale ad uccidere o a resistere alla morte.

La protesta nata in rete

Eppure era nato tutto da una protesta nel 2011, sulla scia delle primavere arabe, contro il potere feudale della famiglia Assad. Anzi a dire il vero anche prima, già dal 2006 era stato creato un giornale online dal titolo “Syria News”, finalizzato a denunciare la corruzione nel paese, e dove alcuni blogger avevano costruito uno strutturato sistema di relazione con alcuni dissidenti espatriati. Attraverso il web, questo gruppo di “attivisti informatici” aveva persino avviato una campagna mediante il semplicissimo strumento delle e-mail, per insegnare, a chi si proponeva di diffondere informazioni contro il regime, come evitare la censura usando i proxy.

Poi dal 2010 si andò a sviluppare in rete un vero e proprio movimento che coinvolse cristiani e musulmani insieme, i quali si ritrovarono nella pagina di facebook “Syrian Revolution 2011”, luogo di incontro, ma anche di elaborazione politica, della protesta: in quell’anno si contarono 120 mila fan.

Il travaso di combattenti

Dopo, con il passaggio di gruppi di militari regolari alle forze di resistenza, prese avvio la guerra civile, che attirò l’attenzione dell’occidente fino al periodo della linea rossa oltrepassata, quella cioè dell’utilizzo delle armi chimiche. Poi l’oblio. L’interesse sulla Siria del Nord del mondo, mediatico e politico, si attenuò, spostandosi sull’arrivo dei migranti approdati in Sicilia. Ma ancora non era esploso il fenomeno con le caratteristiche dell’esodo di massa che ha adesso.

Man mano che il problema inizia a coinvolgere l’area balcanica, e la diaspora siriana diventa sempre più ineluttabile, trasformandosi in sintesi o forse in chiave di lettura di situazioni simili in Iraq o in Afganistan, le immagini delle città siriane distrutte, da quel momento, circolano solo sul web. Nel frattempo la Siria è diventata terreno di caccia politico della Russia, che sostiene il carnefice Assad, mentre il dittatore bianco ungherese Orban individua il male, con le conseguenti azioni e leggi violente, proprio nei rifugiati siriani, e alcuni paesi europei decidono che forse per evitare le fughe di massa da quel paese si potrebbe bombardare l’Isis.

Intanto chi è rimasto o decide di combattere nella resistenza o spera di non morire o di rivedere i propri cari il giorno dopo. In ambe due vi è l’esigenza di urlare al mondo che restando sono disposti a morire per essere un giorno liberi…

Credits Nino Fezza

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