Quel sogno africano infranto sulla Françafrique si chiamava Sankara

Il 15 ottobre del 1987 veniva assassinato il primo presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, simbolo di liberazione del popolo africano dal sottosviluppo e dagli interessi occidentali. Ricordarlo oggi significa contestualizzare le attuali vicende africane nella giusta dimensione, a partire dai Pandora Papers.

di Marco Marano

Bologna, 15  ottobre 2021Agli inizi degli anni ottanta in Africa c’era un uomo che aveva fatto un sogno: “ridare l’Africa agli africani”. Questo perché il continente più dominato della storia, dopo aver superato la fase del colonialismo europeo, era stato invaso dalle multinazionali per lo sfruttamento delle risorse naturali, funzionali al benessere dei paesi ex coloniali, i quali imponevano dinamiche produttive e commerciali che ne impedivano lo sviluppo. A questo si aggiungevano gli autocrati corrotti, che governavano l’Africa, garantiti dai paesi ex coloniali, per favorire gli affari occidentali.

La regola del saccheggio tra i potenti africani

I presidenti autocrati  che saccheggiavano i loro popoli, usando la spesa pubblica per vivere da nababbi, producevano debiti con l’estero che schiacciavano i territori in una povertà endemica. In effetti questa non sembra tanto una storia di ieri, perché è anche la storia di oggi, cioè la storia e la cronaca dei paesi africani.

L’inchiesta dei Pandora Papers ne fa il ritratto più realistico oltre che osceno. Un ritratto di famiglia potremmo dire: 50 politici e funzionari africani di 18 paesi proprietari di società offshore, di questi in carica troviamo tre presidente ed un primo ministro.

“Un continente violentato dai governanti e dai funzionari governativi che affamano i popoli per garantirsi ricchezze e benessere per loro e le rispettive famiglie…”   

Una rivoluzione popolare non violenta

Ma la storia dell’uomo che aveva un sogno è sicuramente una storia di ieri, che mai più si è ripetuta. Si chiamava Thomas Sankara, artefice della più straordinaria rivoluzione popolare non violenta: “Quando c’è chi mangia e chi può solo guardare è lì che nasce la rivoluzione…”

Era un capitano dell’esercito dell’Alto Volta, un paese poverissimo stretto tra il Mali, la Costa d’Avorio, il Ghana e il Niger. Ex colonia francese, governato da una casta corrotta, in perfetta linea con gli interessi occidentali, soffocato dal debito col Fondo Monetario Internazionale. Un paese in cui c’era un tasso di mortalità infantile del 187 per mille, un tasso di alfabetizzazione del 2 per cento, un’aspettativa media di vita di 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.

Nel 1983 un colpo di stato incruento, con accanto il suo fraterno amico Blaise Compaoré, lo portava, a soli 33 anni, al potere di questo povero paese sub sahariano. Come primo atto gli cambiò subito il nome, lo chiamò “il paese degli uomini integri”, che nelle lingue locali, moré e dioula, si dice Burkina Faso.

Un paese democratico in mezzo allo stupro dei popoli

La sua presidenza stravolse le prassi di governo africane, eliminò qualsiasi tipo di privilegio del sistema di potere: i suoi ministri li fece girare in Renault 5. Tagliò gli stipendi statali, eliminò radicalmente la corruzione nei palazzi del potere, impose uno stile essenziale ai dirigenti pubblici…

Lui stesso viveva in una casa in mattoni estremamente mesta, pagata con un mutuo. Veniva quasi deriso dai suoi colleghi presidenti africani per il suo stato di povertà personale. Soprattutto da Félix Houphouët-Boigny, Presidente della Costa d’Avorio, il quale aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio sul ghiaccio per il diletto dei figli.

Fece una massiccia campagna di alfabetizzazione e di vaccinazione contro le malattie di massa: febbre gialla, colera e morbillo. In brevissimo tempo garantì a tutti gli abitanti del suo paese dieci litri di acqua e due pasti al giorno, togliendo la principale risorsa per la vita di una persona dalle mani degli speculatori.

I diritti di genere contro la violenza sulle donne

Difese i diritti delle donne contro le violenze degli uomini, ridefinendo lo stigma culturale africano delle donne come subalterne ai maschi, facendole attivamente partecipare alla vita pubblica. Ricostruì un dinamico sistema produttivo legato all’abbigliamento, promuovendo tessuti e stili africani.

Propose ai paesi limitrofi una cultura della pace tra i popoli interrompendo l’acquisto di armi dall’occidente. Quando ospitò l’imbarazzatissimo Mitterand, accusò la Francia di fare affari con il Sud Africa dell’apartheid. Ma il gesto più eclatante lo compì nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, dove, con un discorso che rappresenta un testamento politico, di una contemporaneità sconvolgente,  esorta i paesi africani a non pagare il debito con l’estero…

“Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici». Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei «finanziatori» (…) E vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi.”

Fra traditori e spie

Il 15 ottobre del 1987 quel suo vecchio amico con cui aveva sognato un’Africa diversa, Blaise Compaoré,  rovesciava il suo governo e lo uccideva attraverso una sorta di complotto internazionale tra servizi segreti francesi e statunitensi, con l’appoggio del presidente ivoriano e di quello liberiano. Il paese degli uomini integri ritornava ad essere povero e sfruttato.

Compaoré è rimasto al potere come presidente del Burkina Faso, per quasi trent’anni. Verrà defenestrato, nel 2014, dopo le proteste popolari, proprio dalla Francia, i cui presidenti si sono serviti di lui, dall’omicidio di Sankara in poi. Lui, per parte sua, ha assicurato il sostegno alle politiche di Françafrique, cioè di colonizzazione economica di tutti i paesi africani, lasciato libero ovviamente di saccheggiare il proprio.

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