Pandora Papers: l’abitudine al saccheggio tra i  potenti africani

Come fu per i “Panama Papers”, anche in questa ultima inchiesta dell’ICIJ,  la fotografia che ritrae i potenti africani ci racconta di un continente violentato dai governanti e dai funzionari governativi che affamano i popoli per garantirsi ricchezze e benessere per loro e le rispettive famiglie. 

di Marco Marano

Bologna, 6 ottobre 2021 – E dire che fino a pochi anni or sono la classe politica italiana ed europea proponeva cospicui  “Piani Marshall”  proprio per i paesi africani, al fine di finanziare il lavoro e lo sviluppo: era l’epoca dell’aiutiamoli in casa loro… Considerato che molti paesi africani sono ricchissimi di risorse naturali, al punto che potrebbero essere il motore del mondo, l’ultima inchiesta dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) mette la parola fine a questa grande ipocrisia, questo strano mistero di Pulcinella, del sottosviluppo africano. 

Proponiamo quindi i casi più eclatanti, nel contesto di una ventina di paesi africani coinvolti direttamente nell’inchiesta, considerato che ci sono coinvolte circa 2000 aziende con sede in tutti e 54 paesi africani.

Il principale meccanismo del sottosviluppo garantito

Tra guerre tribali, autoritarismi di vario genere, violenza e illegalità diffuse a tutti i livelli della stratificazione sociale, quindi instabilità permanente, il principale meccanismo del sottosviluppo garantito è la sottrazione di ricchezze a fini personali. Se le guerre, le violenze sui civili, e l’autoritarismo facilitano la supremazia, il ladrocinio sistemico garantisce il sottosviluppo.

La fotografia quindi ritrae 50 politici e funzionari africani di 18 paesi proprietari di società offshore, di cui attualmente in carica vi sono tre presidenti ed un primo ministro.

Kenia: Uhuru Kenyatta e famiglia


Il presidente keniano Uhuru Kenyatta, appartiene ad una delle famiglie più ricche e potenti di tutta l’Africa: “Suo padre è stato il primo presidente del Kenya e ha costruito la fortuna di famiglia attraverso accordi di terra che ha fatto mentre era in carica. Una stima di diversi anni fa calcolava la fortuna di famiglia a più di mezzo miliardo di dollari. Dopo aver ricoperto altri incarichi di governo di alto livello, Kenyatta è stato eletto presidente nel 2013 e rieletto nel 2017”.

Durante la sua campagna elettorale garantiva che si sarebbe battuto per la lotta alla corruzione, e di questo ne ha fatto, come tutti i leader africani,  un tratto distintivo. Ma come d’abitudine in Africa questo tipo di tratto distintivo è semplicemente una manipolazione elettorale.

“Al centro dei Pandora Papers ci sono 14 società offshore che aiutano i clienti a stabilire società in giurisdizioni segrete. Questo profilo si basa su dati trapelati da questi fornitori (…) Kenyatta è legato ad una fondazione panamense, mentre sua madre e i suoi fratelli hanno creato almeno altre sei attività e fondazioni offshore per gestire i loro beni. La maggior parte delle società di famiglia sono state create prima che Kenyatta fosse eletto presidente e documenti trapelati mostrano che alcune sono rimaste attive dopo il suo insediamento. Queste aziende, registrate a Panama e nelle Isole Vergini britanniche, detengono conti bancari e immobili per un valore di oltre 30 milioni di dollari. Tali beni si trovano nel Regno Unito ed a Hong Kong”.

L’autoritarismo familistico del Gabon

Anche la storia di Ali Bongo  è assolutamente paradigmatica per comprendere la dimensione oligarchico-autoritaria dei paesi africani. Il padre Omar era un vero e proprio dittatore che si è impossessato del potere per più di quarant’anni, costruendo una rete di corruzione sistemica che ha sempre garantito ricchezze per lui, la sua famiglia e i suoi cortigiani, affamando il proprio popolo. Il figlio Alì veniva eletto prima nel 2009 e poi nel 2016, in un contesto di semi guerra civile e frodi accertate.

“Bongo e due associati politici controllavano una società di comodo nelle Isole Vergini britanniche, secondo i documenti di Pandora Papers, un accordo che non era mai stato segnalato prima. Bongo era il principale azionista di Gazeebo Investments Ltd., secondo un’e-mail del febbraio 2008 di un avvocato di Miami che ha incaricato gli avvocati del Trident Trust di incorporare la società. L’e-mail descriveva Bongo, allora ministro della difesa del Gabon, come un “funzionario pubblico”. I documenti Pandora Papers non indicano lo scopo dell’azienda. Gli altri azionisti della società erano Jean-Pierre Oyiba, capo del gabinetto presidenziale di Bongo fino alle sue dimissioni nel 2009 a seguito di uno scandalo di corruzione, e Claude Sezalory, un politico gabonese di origine francese che era sposato con Sylvia Bongo Ondimba prima di sposare Ali Bongo nel 1989”.

La corruzione congolese per tradizione familiare

La Repubblica del Congo o Congo Brazville o ancora Congo francese, da non confondersi con la Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire con capitale Kinshasa, trova un altro caso-tipo del potere africano.

Il suo presidente, Denis Sassou-Nguesso, è un ex colonnello che in seguito ad un colpo di Stato nel 1979 prese il potere, quando il paese ancora si chiamava Repubblica Popolare del Congo, tenendo lo scettro del potere fino al 1992. Dopo aver perso le prime elezioni democratiche, riprendeva il potere con la forza nel 1997. Da quel momento creava un sistema di potere nepotistico, corrotto e violento. Torture, stupri, violenze quotidiane contro la cittadinanza e indagini contro di lui e la sua famiglia in Francia e Usa per appropriazione indebita.

“Sassou-Nguesso possedeva una società che controllava le miniere di diamanti che sono tra i beni più preziosi del paese. La proprietà di quella società, Inter African Investment Ltd., non era precedentemente nota. I documenti dell’indagine Pandora di ICIJ e Panama Papers forniscono uno sguardo a una struttura aziendale progettata per proteggere il coinvolgimento di Sassou-Nguesso. Inter African Investment è stata costituita nelle Isole Vergini britanniche nel 1998, durante il secondo mandato di Sassou-Nguesso come presidente. Teneva un conto con la filiale londinese di Banque Espirito Santo e possedeva un’altra società BVI, Ecoplan Finance Ltd. Una delle figlie di Sassou-Nguesso, Julienne, faceva parte del consiglio di amministrazione di Ecoplan. Alcogal ha elencato la società come inattiva in un database del 2018”.

Il futuro corrotto della Costa d’Avorio

Patrick Achi, il primo ministro della Costa d’Avorio, iniziava la sua carriera politica alla fine degli anni novanta diventando ministro delle infrastrutture, incarico mantenuto per tutto il tormentato decennio di guerre civili che si sono alternate. Poi nel 2011 viene eletto parlamentare entrando nell’entourage di Alassane Ouattara, che attualmente ricopre il terzo mandato fuori dalla Costituzione che ne vuole solo due di mandati. Per questo, la tornata elettorale fu caratterizzata da violenze e decessi. Achi, sarebbe dunque il prescelto alla guida della presidenza.

“Nel 1998, mentre era consigliere del ministro dell’Energia della Costa d’Avorio, Achi è diventato proprietario di una società con sede alle Bahamas, Allstar Consultancy Services Ltd., come mostrano i documenti trapelati. Tali registri non indicano lo scopo della società né riportano alcun bene. Achi possedeva le azioni della società attraverso un accordo fiduciario, il che significava che il suo nome non era registrato sui documenti ufficiali, oscurando la sua proprietà. Achi ha creato la società attraverso uno specialista offshore con sede a Londra e, nel 2006, ha trasferito la gestione della società all’ufficio delle Bahamas presso lo studio legale Alemán, Cordero, Galindo & Lee (Alcogal). Nel 2006, Alcogal è diventato l’agente registrato di Allstar Consultancy Services Ltd”.

FONTI: TV5MONDE, Project Icij, AFRICA RIVISTA

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