I palestinesi, ‘vittime delle vittime’, in attesa del fine mandato alla Casa Bianca

di Annalisa Cali’

La storia del conflitto israelo-palestinese guardata attraverso la lente d’ingrandimento dello scrittore Ghassan Kanafani, con il racconto sulle “vittime delle vittime”, rimane sempre attuale. Ma dopo la lunga narrazione sul popolo palestinese, la cronaca ci riporta all’oggi con ultimo anelito, cioè l’accordo del secolo di Trump. E adesso che il tycoon ha perso la Casa Bianca cosa succederà?

Catania, 27 novembre 2020 – Il 28 gennaio scorso, l’oramai ex presidente americano Trump, in accordo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha presentato un piano di pace per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Questo piano prevede la soluzione dei due Stati con Gerusalemme capitale indiscussa d’Israele.

L’accordo del secolo indirizzato verso i coloni israeliani

Secondo “l’accordo del secolo”, in quattro anni potrebbe nascere il futuro stato di Palestina, se rispettate determinate condizioni. Il Comitato Esecutivo dell’OLP ha affermato, in una dichiarazione, che la delegazione di Trump vuole vendere un “miraggio di prosperità economica” che porterà solo la “prigionia” dei palestinesi.

In effetti, come ha dichiarato Saeb Erekat, capo negoziatore della Palestina, alla TRT WORLD, proprio la delegazione di Trump vorrebbe tagliare 350 milioni di dollari di aiuto ai campi dei rifugiati, cacciare via ben 544 mila studenti palestinesi dalle scuole e far chiudere 309 unità di assistenza sanitaria nei campi profughi della palestina, della Giordania, della Siria e del Libano.

Tutto questo per poi recarsi a Manama, capitale del Bahrein, e annunciare un “brillante piano per fornire ai Palestinesi nuove possibilità e nuove opportunità”. “Perché i Palestinesi dovrebbero dire ‘no’ a un piano del genere?”. Questo, senza dubbio, è davvero un piano brillante, se non fosse indirizzato più ai colonizzatori israeliani che ai rifugiati palestinesi.

I palestinesi “vittime delle vittime”

Lo stesso piano venne approvato nel 1948 dall’Assemblea delle Nazioni Unite attraverso la risoluzione ONU 181 ma, come sappiamo dagli eventi susseguitisi, la risoluzione non venne mai attuata. Così. i diritti dei palestinesi, per i quali si batteva lo scrittore e attivista politico Ghassan Kanafani, non sono ancora stati minimamenti riconosciuti e i crimini perpetrati da Israele, tantomeno, condannati e sanzionati dalla comunità internazionale.

Ghassan Kanafani compiva 12 anni quando, nel 1948, le bande armate sioniste massacrarono gli abitanti di Dayr Yāsīn e, alla fondazione dello stato d’Israele, fu costretto a rifugiarsi in Libano. La sua fama da scrittore della diaspora ebbe avvio quando, trasferitosi a Beirut, iniziò a scrivere romanzi e racconti che rappresentavo il suo popolo: il distacco dalla terra, l’esilio e la condizione dei rifugiati erano i temi che voleva far arrivare all’attenzione di tutto il mondo.

Portò avanti il suo pensiero di “vittime delle vittime”: la creazione di Israele venne accolta dall’opinione pubblica come un atto di restituzione al popolo ebreo, vittima dell’Olocausto; restituzione che avvenne, però, sulle macerie del popolo palestinese, priva di ogni responsabilità dei crimini commessi nei confronti degli ebrei in Europa.

La militanza nel Fronte di Liberazione della Palestina

Nel 1969, George Habash, capo del MNA (Movimento Nazionalisti Arabi), gli affidò la direzione della testata giornalistica ufficiale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Dopo la “ricaduta” della Naksa, ovvero la guerra israelo-palestinese del 1967, e dopo aver preso la guida del giornale Al-Hadaf (L’obiettivo), Kanafani sconvolse il suo pensiero politico; in lui crebbero la voglia di reagire di fronte agli eventi che stavano affligendo il suo popolo. A testimonianza di questi sentimenti di rivalsa, nel 1970, Kanafani rilasciò un’intervista per l’emittetente televisiva “Australia ABC’s News”.

In una delle domande poste dal giornalista, l’argomento affrontato fu la guerra civile tra Israeliani e Palestinesi. Secondo lo scrittore stava proprio lì il problema: “non si tratta di una guerra civile ma di persone che difendono sé stessi da un governo fascista, né tantomeno di un conflitto, ma di un movimento di liberazione che combatte per la giustizia – non si tratta di una “qualsiasi cosa”, è lì che nasce il problema; sono delle persone che vengono discriminate e che combattono per i loro diritti.”

E ancora: “I palestinesi sono stati sradicati dalla loro terra, gettati nei campi a vivere nella fame e nella miseria, uccisi per 20 anni e gli è stato pure vietato l’uso del nome ‘palestinese’.”

Quanto ancora ci vorrà…?

Sono passati ben 48 anni dall’uccisione di Kanafani avvenuta per mano dei Servizi segreti israeliani e da allora non è stato fatto un seppur minimo passo in avanti sulla strada del riconoscimento dei pieni diritti per il popolo palestinese. Quanto ancora ci vorrà…?

Fonti: Al Jazeera, Ispi, Investig’action

Credits: Investig’action

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