Turchia

Gli imputati al processo del Gezy Park di Istanbul assolti per finzione cospiratoria

di  Marco Marano

Scagionati gli imputati dalla pesante accusa di insurrezione contro la stato, dopo le sollecitazioni della Corte europea dei diritti umani che ha stigmatizzato le accuse di un sistema giudiziario “emendato” dal potere esecutivo.

Gezy_ReutersBologna, 19 febbraio 2020 – Tutti assolti gli imputati al processo per le proteste al Gezy Park di Istanbul nel 2013, i cui scontri con le forze dell’ordine costarono la vita a nove persone e generarono 5000 feriti. La decisione del tribunale  è arrivata ieri nella  prigione di massima sicurezza  di Silivri. fuori Istanbul, la richiesta della pubblica accusa era una condanna complessiva di 47.520 anni, per insurrezione contro lo stato. La sentenza ha invece stabilito che manca un ragionevole sospetto di reato.

In realtà la vicenda ha rappresentato la prima fase di quello che il “sultano” Erdogan, oggi presidente della repubblica, al tempo primo ministro, con il suo sistema di potere, ha voluto connotare come il “golpe lungo”.

Quella finzione cospiratoria smascherata dalla Corte europea

gezi_8_0Una teoria, definita dalla Corte europea dei diritti umani “finzione cospiratoria”, secondo cui dal Gezy Park inizia un processo insurrezionale, fondamentalmente contro di lui, ma formalmente contro lo stato, finanziato da Soros prima e Gulen dopo. Il tentativo di colpo di stato fantasma del 2016 ne fu la diretta conseguenza, cioè la seconda fase.

La sentenza di assoluzione dei nove imputati, vede il nome più pesante, quello di Osman Kavala, un uomo d’affari da tre anni in galera con accuse di complotto insurrezionale sia per il Gezy che per il golpe fantasma, essere scagionato dopo appunto gli auspici sulla sua liberazione da parte della Corte europea. Ma Kavala non uscirà di galera proprio per l’altra imputazione, che vedrà una qualche risoluzione non prima di un anno.

Il neoliberismo islamico alla base della protesta

10_Metropoli orizzontaleLe proteste del Gezy Park, nella celebre piazza Taksim, scoppiarono ad Istanbul, ma anche in altre città turche, in seguito alla decisione personale di Erdogan di demolire il parco per costruirvi un centro commerciale ed una moschea. Si parlò di “neoliberismo islamico”, poiché era quella la fase di grandi investimenti urbani, nella metropoli orizzontale, che però mascheravano speculazioni da parte di gruppi imprenditoriali vicini alla famiglia Erdogan. Una rete di interessi milionaria che ha portato oggi al crollo del sistema economico del paese.

Quel parco, per chi conosce un po’ Istanbul, ha un significato sociale molto forte, che Erdogan ha voluto sfidare. Tradizione vuole che le famiglie si incontrino e lì nei fine settimana e nei giorni di festa. Un luogo dove si possono trovare pic nic insieme a persone semi-svenute che dormono sui prati.

Il cavallo di Troia del Gezy Park

OLYMPUS DIGITAL CAMERAC’è da dire che se la sentenza di assoluzione è stata assolutamente inaspettata, data l’assenza oggi di separazione dei poteri nel paese, per le indicazioni della Corte europea, la vicenda giudiziaria del Gezy Park per Erdogan è stata sempre un cavallo di Troia. Subito dopo le proteste infatti la magistratura fermò il progetto di sventramento dell’area.

Poi nel 2015, ci fu una sentenza di assoluzione degli imputati dell’epoca, tutti giovani, per il riconoscimento del diritto all’esercizio della libertà di riunione.

Solo dopo il tentativo di golpe fantasma Erdogan è tornato alla carica su quella vicenda, coinvolgendo uomini d’affari, come Kavala, ma anche imprenditori o giornalisti come Can Dundar, l’ex direttore del giornale Cumhuriyet, oggi in esilio, come quasi tutti gli altri imputati di questo processo, poiché tra le varie accuse ci fu anche quella di terrorismo per aver pubblicato le prove dei movimenti del MIT, il servizio segreto turco, che al confine con la Siria favoriva e supportava il passaggio di greggio contrabbandato, armi e foreign fighters, tutti prodotti a marchio Isis…

FONTE: Al Jazeera

Foto in evidenza: Umit Bektas / Reuters

Credits: Reuters, Reuters, M.Marano, M.Marano

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