La rivolta tunisina contro le oligarchie e il Fondo monetario internazionale

di Marco Marano

Sette anni dopo la primavera araba bolle una nuova protesta di massa a causa di una legge finanziaria draconiana voluta da uno dei pilastri della troika, come scambio per il nuovo prestito: un colpo di grazia ad un popolo nel baratro.

9 gennaio, la protesta anti governativa nelle strade Tunisi © ApBologna – Il 14 gennaio ricorreva l’anniversario della rivoluzione dei gelsomini, quella che nel 2010 vide il sacrificio di un ragazzo di 26 anni, Tarek al Bouazizi, detto Mohammed, vessato dalle autorità locali di Sidi Bouzid, una cittadina a 150 chilometri da Tunisi. Dopo che si diede fuoco, in Africa del nord e in Medio Oriente, esplose la “Primavera araba”. Ma se allora in Tunisia c’era il dittatore Ben Ali, oggi vi è un regime democratico. Solo che i benefici il popolo certo non li ha proprio visti. Così, ieri, per le strade di Tunisi, è sceso a festeggiare quella “rivoluzione rubata”, dopo diversi giorni di proteste che hanno messo a ferro e fuoco la Tunisia: quasi 800 arresti, un morto tra la popolazione, guerriglie urbane un po’ dappertutto, con saccheggi nei negozi di generi di prima necessità…

Una domenica di rabbia 

Un giovane tratto in arresto a Ettadhamen, sobborgo di Tunisi © LaPresse

Una domenica di rabbia quella dei manifestanti tunisini, ma pacifica, considerata la presenza degli schieramenti di polizia in assetto antisommossa. C’erano tantissimi studenti, i giovani sono oltre il 70 percento della popolazione. C’era la borghesia, ma anche i ceti meno abbienti, uniti da una sorte comune, quella di un popolo da sempre soggiogato. Un malcontento popolare espresso dagli slogan: “dimissioni del governo”, “Il popolo vuole seppellire la legge finanziaria”, “Sette anni più tardi, noi non perdoniamo”… Ma c’era anche il rifacimento del vecchio slogan contro il dittatore, ripreso dall’organizzazione di opposizione “Fronte popolare”: da Pane, acqua e niente Ben Alia Pane, acqua e niente Nidaa e Ennadha”…

Interessanti sono le dichiarazioni di alcuni manifestanti durante il corteo svoltosi a Tunisi, rilasciate ai networks all news. Osama Najar ha 25 anni e dice a “France24” parole inequivocabili:“Certo, oggi è una festa, siamo felici, ma abbiamo cose da chiedere. Con la rivoluzione abbiamo guadagnato molto a livello delle libertà individuali. I media sono liberi, la società civile è libera, le organizzazioni sono libere. Ma da un punto di vista economico, non è cambiato nulla“.

“Il governo vuole farci passare per delinquenti, ma siamo venuti con il naso rosso per dimostrare di essere pacifici, siamo giovani attivisti, studenti, artisti che invocano la giustizia sociale”. Sono parole di Rhana Bensalem, studentessa di giurisprudenza, 22 anni. Lei, come le sue compagne e compagni del movimento Fech Nestanew, tradotto “Quello che stiamo aspettando”, per evitare le violenze della polizia dei giorni passati, ma soprattutto le stigmatizzazioni delle autorità, che stanno dipingendo i protestatari come delinquenti, si sono presentati vestiti da pagliacci. Se è questo il movimento che ha innescato la protesta è chiara la matrice popolare della stessa.

Il colpo di grazia delle oligarchie

Lancio di pietre ad una manifestazione in Tunisia_Foto_ Reuters

E’ dall’inzio dell’anno che in realtà si stanno susseguendo in Tunisia violente proteste in molte città. Questo perché il governo di unità nazionale, formato dai laici centristi di Nidaa Tounes e dagli islamisti di Ennahdha, riunitisi in coalizione nel 2014, ha varato una legge finanziaria imposta dal Fondo monetario internazionale, con tagli sociali radicali. Una legge che ha visto praticamente tutto il parlamento tunisino schierato a votarla. In “compenso” il Fmi ha promesso un programma di prestiti quadriennale, del valore di circa 2,8 miliardi di dollari.

Il problema è che la Tunisia, sebbene sia stato l’unico paese arabo ad aver beneficiato di un cambio di regime, ha mantenuto le stesse oligarchie politiche e burocratiche, che attraverso un sistema corruttivo endemico, ha nutrito l’élite del paese anche dopo la caduta di Ben Ali. Ecco che in sette anni la situazione economica è peggiorata. “Dal 2011 il debito pubblico del paese è balzato dal 39,2 percento del PIL nel 2010 al 60,6 percento nel 2016. Il dinaro tunisino, la valuta locale, ha perso circa il 40 percento del suo valore rispetto al dollaro USA. La disoccupazione è persistita, soprattutto tra i giovani: circa il 35 percento allo stato attuale.

Sarah Leduc _Sulla viale Bourguiba di Tunisi, un uomo ha messo una bandiera in gabbia domenica_14 gennaio_come simbolo della Tunisia ai tempi di Ben Ali

Con la finanziaria draconiana del Fondo monetario internazionale, la situazione si è trasformata in una vera e propria carneficina sociale. I beni di prima necessità sono praticamente inaccessibili. I costi immobiliari si sono innalzati in modo vertiginoso. Non esiste un ceto sociale, tolte le oligarchie, che non riesce ad arrivare a fine mese.

Se si considera il fatto che il saccheggio del sistema politico tunisino verso il proprio popolo ha prodotto il maggior numero di foreign fighters jihadisti diretti verso l’Isis, si ha un quadro preciso rispetto a quello che è avvenuto nel passato prossimo.

I giovani tunisini tornarono a ribellarsi alla corruzione dilagante nel paese. Ripartirono proprio dove l’Isis aveva i maggiori insediamenti per il reclutamento nelle proprie file, approfittando della disperazione e della povertà. In realtà si trattava e si tratta anche adesso del medesimo sistema vessatorio, denominato “hogra”, che aveva caratterizzato la dittatura di Ben Ali.

L’hogra e la metamorfosi del potere

Protesta anti-austerity su Avenue Habib Bourguiba, Tunisi_ sotto Habib Kazdaghli © Ap

Si tratta dell’umiliazione imposta dal potere assoluto delle autorità e dal disprezzo riversato nei confronti dei cittadini comuni. Solo chi ha vissuto in terre governate dalla mafia può capire un po’ cosa significa l’hogra… Un sistema di potere cioè costruito sugli esclusivi interessi di alcuni clan familiari che attraverso gli affari con i paesi europei hanno attivato un sistema turistico sfavillante, a basso costo di manodopera. Un sistema di potere governato dall’avidità di una famiglia presidenziale saccheggiatrice delle risorse del paese e quindi del popolo, dove le regole giuridiche e sociali erano soltanto dei paraventi per garantire i privilegi di pochi e perpetrare soprusi verso i più deboli… Un sistema di potere dove sulla polizia, con i suoi confidenti e i suoi sistemi organizzativi per tenere la popolazione sotto scacco, erano concentrate le maggiori risorse, deprivando persino l’esercito.”

Quel sistema di potere che faceva riferimento alla famiglia di Ben Ali si è riciclato dentro la democrazia, continuando a produrre i disastri a cui il Fmi chiede riparo, affamando ancora di più il popolo.

Tunisia_Demonstrators protest against rising prices and tax increases in Tunis_Zoubeir SouissiReuters

Paradossalmente, in tal contesto, esso, il popolo, è persino riuscito a sconfiggere le velleità islamiste di Ennahdha, quando governava da sola, tentando di riscrivere una costituzione legata alla sharia. In quella fase gli omicidi di due importanti uomini della sinistra tunisina hanno rappresentato il momento più emblematico.

Oggi, come ha dichiarato al quotidiano “il manifesto” Habib Kazdaghli, preside della facoltà di Studi umanistici di Manouba a Tunisi: “Il cammino per arrivare a un vero stato di diritto a livello politico, sociale ed economico è lungo anche a causa dell’alto livello di corruzione, clientelismo e del contrabbando lasciato dal regime. La principale vittima di questo passaggio democratico è stata l’economia”.

Credits: La Presse, AP, Reuters, Sarah Leduc

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