La denuncia dei giovani eritrei di Bologna è forte: ‘La dittatura sta uccidendo i nostri fratelli’

di Marco Marano

In una manifestazione di protesta a Bologna per l’ennesima strage compiuta dai militari eritrei contro dei giovani in fuga, si chiede a gran voce la solidarietà dei popoli e la condanna dei governi europei.

Bologna – E’ un sabato pomeriggio uggioso a Bologna, piove ad intermittenza, ma i ragazzi del Coordinamento Eritrea Democratica, non sono affatto scoraggiati. Su facebook rilanciano l’invito alla manifestazione. Del resto quello che è successo la settimana prima, nei pressi di Asmara, la capitale dell’Eritrea, è davvero terribile. “Bisogna denunciare le atrocità della dittatura, denunciare a tutti i costi!” Ecco come lo raccontano: “Una domenica ad Asmara. Un convoglio di soldati trasporta diverse reclute destinate al servizio militare a vita e in pratica ai lavori forzati. Le giovani reclute arrivano dai campi di addestramento e sono dirette ad Assab, dove saranno obbligati a lavorare come operai. Pochi minuti per tentare di sottrarsi a un destino di violenza, di obbedienza e di sfruttamento. I giovani disertori saltano giù dal convoglio e vengono prontamente uccisi a fucilate, assieme a un numero imprecisato di civili, dai soldati sul convoglio, che avendo ricevuto istruzioni di non fermarsi per nessuna ragione, continuano per la loro strada.”

Quella eritrea è una dittatura spietata, la più spietata al mondo, insieme a quella coreana del nord a sentire il rapporto dell’Onu, pubblicato lo scorso anno. Nel rapporto si parla di sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani, con un governo totalitario che agisce senza preoccuparsi di violare le proprie stesse leggi, poiché non c’è nessuno a cui deve e può rendere conto. Del resto il suo presidente, Isaias Afewerki è al potere dal 1993, da quando cioè l’Eritrea ottenne l’indipendenza dall’Etiopia, dopo trent’anni di guerra civile. Già la guerra…

Isaias Afwerki

 AP

Ci fu una parentesi tra il ’98 ed il 2000 nel conflitto con l’Etiopia, per una questione di confini, che portò alla morte quasi ventimila giovani. Poi, tramite un arbitrato internazionale, l’accordo di Algeri, furono le Nazioni Unite a definire i confini. Ma questa storia sembra non avere spazio né tempo, poiché l’instabilità tra i due paesi pare essere una scusa per tenere la popolazione eritrea in un continuo stato d’allarme… Ed è questo uno dei motivi che spiegano l’altro elemento caratterizzante di questa dittatura spietata: la leva illimitata… Cioè a dire, un giovane che presta il servizio militare è obbligato a farlo a tempo indeteterminato. Ecco perché la diaspora eritrea continua negli anni. Ecco perché i giovani fuggono da un destino che uccide la loro anima prima che il loro corpo.

“Noi scappiamo – urla Abrham, uno dei promotori della manifestazione, dal suo megafono – perché nel nostro paese non c’è la libertà, non abbiamo la possibilità di vivere, l’unica possibilità è fare il servizio militare per tutta la tua vita, senza essere pagato, senza diritti. Noi siamo giovani e vogliamo un futuro come tutti gli altri giovani. Ed è per questo che moriamo. Si muore a Lampedusa, si muore nel deserto. Ma questi ragazzi invece sono morti ad Asmara, nella nostra capitale…”

la_protesta

Radio Cento Mondi

Ma cosa significa oggi vivere in Eritrea? Dal rapporto ONU leggiamo del modo in cui il dittatore ha costruito un sistema sociale del terrore, del tutto simile a quello della Germania dell’Est, ma potremmo dire anche a quello della Romania di Ceaușescu. Dando per scontato l’annientamento di qualsiasi forma di opposizione politica, con arresti arbitrari, sparizioni, giustizia sommaria… Ma l’elemento che rende tutto più atroce è il controllo sociale. Qualsiasi aspetto della vita viene messo

sotto la lente d’ingrandimento, grazie ad un sistema di delazione diffusa, che porta anche coloro che non compiono nessun reato ad entrare in un sistema tale che li potrebbe portare ad essere condannati ai lavori forzati. Molti cittadini eritrei, che risiedono in patria, hanno la costante sensazione di essere controllati… La fuga diventa per chi è giovane l’unica soluzione possibile, ma come abbiamo visto, arrivare vivo in un paese europeo non è una cosa semplice. Prima devi riuscire ad oltrepassare i confini, perché se ti beccano ti sparano senza pensarci due volte. Poi c’è il deserto, poi c’è il mare, poi c’è l’Europa che issa i muri…

ERITREA-ARCHITECTURE-HISTORY

Getty Images

La cosa ancora più stupefacente è il modo in cui il controllo sociale viene gestito anche all’estero, fuori dai confini. Sono due la dinamiche. A spiegarcele è Selam Guesh, del Coordinamento bolognese Eritrea Democratica, naturalizzata italiana, poiché con la doppia cittadinanza: “In una città come Bologna, dove la comunità eritrea è molto importante, ci sono organizzazioni strutturate, sottoforma di associazioni ad esempio, che sono direttamente legate ai consolati o alle ambasciate… Ovviamente sanno tutto di noi, se vengono alle nostre manifestazioni noi li riconosciamo… Quando organizzarono al Parco Nord un festival filo-governativo, siamo andati a contestarli, e sono venuti eritrei di mezza Europa… Fortunatamente le nostre proteste hanno sortito un effetto positivo perché i giornali ne hanno parlato ed il Comune di Bologna si è impegnato a non concedere più spazi pubblici per queste iniziative…”

A Bologna, nel settembre del 2012 ci fu un evento che la dice lunga sul controllo sociale eritreo in questa città. Un incontro organizzato dall’Eritrean youth solidarity for change, dal titolo “Eritrea tra passato e nuove speranze – Fuga da una prigione a cielo aperto”, fu interrotto da una sessantina di persone sostenitori della dittatura, che inneggiarono slogan contro i presenti, con insulti e intimidazioni. Questo perché, a quello che sembra di capire, la comunità eritrea di Bologna è tradizionalmente filo-governativa. C’è del paradosso in questo, poiché i ragazzi di Eritrea Democratica devono combattere una battaglia culturale, quando non si tratta di intimidazioni dirette, persino in un paese europeo come l’Italia, dove la separazione dei poteri garantisce uno stato di diritto, di cui chi appoggia le dittature ne gode. “Ci sono molti giovani – continua Selam – che non prendono posizione, forse perché hanno paura, forse perché i loro genitori lo impediscono”. Quello sottolineato da Selam sembra un altro paradosso, perché foraggiare, anche col silenzio una dittatura, ma vivere in un sistema dove la libertà viene garantita sembra un segno dei tempi…

Ma esiste un altro metodo di esercizio del controllo sociale. Ancora Selam: “Il governo eritreo obbliga gli emigrati al pagamento di una tassa del due per cento sul reddito. E sei costretto a pagare perché viceversa non puoi rinnovare i documenti, come qualsiasi atto giuridico che debba passare dall’ambasciata o dal consolato. Poi chi ha parenti, se non paghi, non potrà più vederli perché non ti fanno varcare i confini, per cui questa diventa una forma di sottomissione…” C’è anche da dire che il mancato pagamento di questa tassa si traduce poi in ritorsioni nei confronti dei familiari in patria, nel ricevere dall’estero merci e cibo, al punto da ledere la libertà personale nei paesi europei, poiché la rete diplomatica all’estero è riuscita a creare sistemi di controllo per impedire che questa tassa venga evasa.

Prima

Radio Cento Mondi

E qui si apre un’altro tema, quello che riguarda i rapporti tra i governi europei ed il regime autoritario eritreo. Da un lato viene concessa ormai d’ufficio, quando le persone riescono ad arrivare vive in Europa, la protezione internazionale, essendo l’Eritrea considerato un paese “non sicuro”, dall’altro molte dinamiche relative al controllo sociale dentro l’Europa, non vengono neanche stigmatizzate. Siid, un’altro attivista del Coordinamento Eritrea Democratica, dal megafono della manifestazione di sabato scorso sottolinea un aspetto inquietante: “Subito dopo la morte degli undici ragazzi ad Asmara, l’Europa ha firmato un accordo, per finanziare la dittatura eritrea con 175 milioni di euro in cambio della soppressione dei rifugiati… Non possiamo accettare questi doppi giochi. Le persone stanno morendo ogni giorno. Cinquemila giovani stanno uscendo da quel paese ogni mese. E’ stata prolungata di un altro anno l’inchiesta dell’Onu per indagare sui crimini contro l’umanità, e arriverà a giugno a pronunciarsi. Se a giugno verranno accertati i crimini contro l’umanità, questo governo deve pagare…! E voglio vedere i governanti europei che hanno dato una mano a questo governo cosa diranno…”

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