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La cultura dell’emergenza e i terreni di caccia delle terre di mezzo

Esistono esperienze sociali in varie parti d'Italia dove viene dimostrato che la valorizzazione delle abilità dei rifugiati potrebbe rappresentare un elemento di sviluppo per i territori di accoglienza. Ma innescare questo meccanismo è praticamente impossibile poiché verrebbero colpiti gli interessi privati delle terre di mezzo, che si esprimono mantenendo inalterata, da vent'anni a questa parte, la cultura dell'emergenza...

di Marco Marano

Esistono esperienze sociali in varie parti d’Italia dove viene dimostrato che la valorizzazione delle abilità dei rifugiati potrebbe rappresentare un elemento di sviluppo per i territori di accoglienza. Ma innescare questo meccanismo è praticamente impossibile poiché verrebbero colpiti gli interessi privati delle terre di mezzo, che si esprimono mantenendo inalterata, da vent’anni a questa parte, la cultura dell’emergenza…

Bologna – Via del Milliario è un’arteria che s’incunea direttamente in bocca al fiume Reno, nel quartiere di Borgo Panigale. E’ un lembo di terra nella periferia ovest di Bologna, proprio alle spalle dell’aereoporto.

Il senso del confine

Il Centro di Accoglienza Straordinaria per richiedenti è l’ultimo avamposto prima del fiume. Spesso, quando s’ingrossa occorrono barriere di sacchi per impedire che l’acqua invada la strada. Quel pezzo di terra in effetti richiama alla mente un luogo di confine o forse ancor di più racchiude in sé una sorta di indeterminatezza propria a quella dimensione spazio-temporale.

A pensarci è la medesima indeterminatezza che vivono quei cinquanta ragazzi in attesa che qualcuno decida per loro, che qualcuno indichi la strada del loro destino. Fino a quel momento la vita è solo in stand-by. Meritano oppure no la protezione internazionale? Saranno in grado di convincere la commissione territoriale di Bologna che nel loro paese rischiano l’incolumità fisica? E cosa succederà se non riusciranno a provare che tornare nel loro paese  può significare morte  o comunque  violenze di vario genere?

Lì ci sono ragazzi le cui caratteristiche costituiscono un identikit socio-anagrafico molto comune ai luoghi di accoglienza dei rifugiati italiani, come appunto i CAS. Giovani che provengono dall’Africa sub sahariana e dall’Asia. Hanno tra i venti ed i trent’anni,  a bassa scolarizzazione, per cui non scrivono la nella loro lingua madre ufficiale, cioè l’inglese o il francese, e parlano prevalentemente con i loro dialetti nazionali. Paradossalmente però, pur appartenendo a paesi differenti, tra di loro riescono a comunicare perfettamente. In pochissimi, infatti, si concentrano verso l’apprendimento dell’italiano, viste le condizioni in cui vivono.

L’unico sostegno è costruito sul rapporto quotidiano con gli operatori, anch’essi ragazzi di pari età, che cercano di compensare le lacune di un sistema che non funziona. Le caratteristiche psico-sociali raccontano poi un’altra storia ancora: pur avendo un età adulta hanno spesso modalità comportamentali di tipo adolescenziale. Per tale ragione non possono essere trattati come ragazzini, ma al tempo stesso occorrerebbe un intervento molto equilibrato di tipo psico-attivo per costruire un percorso efficace di inclusione. Ma di questo a nessuno importa…

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L’accoglienza straordinaria

L’accoglienza che lo Stato italiano ha riservato a questi ragazzi non può tenere conto, quindi, delle loro fragilità: per loro c’è un’accoglienza straordinaria, come il nome dei luoghi che li ospitano. La straordinarietà sta nel fatto che le quote stabilite dallo Sprar, cioè il programma di accoglienza dei richiedenti e rifugiati italiani, gestito dal Ministero dell’Interno e dall’Anci, non riescono a garantire tutti i richiedenti in ragione di una adeguata cura, per cui ogni anno, aumentando le richieste di asilo, si cerca di fare fronte appunto con la straordinarietà.

Questo perché dopo quasi vent’anni ancora in Italia si continua a parlare di emergenza rifugiati. Cioè il problema di chi fugge da guerre e persecuzioni è affrontato come se fosse un problema eccezionale e non strutturale al mondo contemporaneo.

Baobab per sopperire alle assenze delle istituzioni

La storia del Baobab di via Cupa a Roma è un’altra di quelle emblematiche, di questo paese un po’ surreale… Un centro nato per sopperire alle assenze di gestione dei rifugiati, che a Roma spesso vivono in balia di se stessi, che abbiano ricevuto o meno la protezione internazionale. Per non farli girovagare per strada, alcuni volontari hanno adibito, con le loro forze, un luogo di fortuna in centro d’accoglienza.

Il tentativo era quello di dare un minimo di dignità a questa gente. Tutto ciò fatto da dei cittadini e non dalle istituzioni. Poi, dopo la strage di Parigi, le forze dell’ordine sono entrate ed hanno sgomberato, poiché ritenuto potenziale ricettacolo di terroristi.

“Si tratta di una soluzione inaccettabile, – hanno dichiarato i volontari in una conferenza stampa – con la quale il Comune anziché impegnarsi a definire una risposta organica al problema dei transitanti e rifugiati, relega il problema a mero ordine pubblico. Nessuna ragione di ordine pubblico e nessun allarme terrorismo può giustificare il disinteresse verso la dignità umana e i diritti fondamentali dell’individuo”.

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Un disastro sociale preannunciato

Del resto basta guardare alle modalità con cui negli ultimi mesi la stessa Unione Europea ha inteso gestire i flussi della rotta balcanica, per farsi un’idea ben precisa del disastro sociale che si preannuncia. Solo ad onor di cronaca, per chi non lo sapesse, dalla rotta balcanica transita chi scappa dalle guerre in corso in Iraq, Afghanistan e principalmente in Siria. Ora, la strategia dell’Unione Europea è quella di fermare questi flussi in un’area cuscinetto nel nord della Turchia, per impedirne l’accesso in Europa.

Una strategia concordata con un dittatore islamico che di cognome fa Erdogan, cioè l’attuale presidente turco, che è possibile leggere delle sue orride malefatte nelle cronache di questi mesi. In cambio il califfo turco verrà risarcito con tre miliardi di euro e la facilitazione della sua entrata nell’UE. Non c’è da stupirsi, dunque, se in un paese come l’Italia la cultura delle emergenze, conclamata dallo scandalo di mafia capitale, ha lunga vita proprio perché essa garantisce il lobbismo delle “terre di mezzo” tra pubblico e privato…

Una generazione fantasma

Quella stradina stretta e lunga che si affaccia sul Reno, in un pezzo di periferia bolognese, racconta ogni giorno un’assurda contraddizione, in un continente le cui istituzioni sembrano aver fallito tutti gli obiettivi di progresso e coesione sociale fissati negli anni passati.

Perché quei cinquanta giovani richiedenti di via del Milliario, rappresentano proprio uno spaccato generazionale che si affaccia sull’Europa e che rimane a guardare il mondo che scorre dentro le città, senza poterne essere protagonisti. Sono uomini nascosti che si aggirano come fantasmi notturni.

I vissuti rappresentati in via del Milliario narrano una storia fatta di ragazzi che cercano d’inventarsi un modo spontaneistico per sopravvivere,  mettendo a frutto le loro abilità, la loro fantasia, le loro risorse, e tutto questo, solo per uscire la testa fuori dal nulla di cui è intrisa quella accoglienza italiana straordinaria …

Cuciono abiti, recuperano materiali riciclabili, aggiustano e montano biciclette, lavorano i metalli ed il legno anch’essi riciclati.  In quel pezzo di strada che si affaccia al fiume, hanno inventato un vero e proprio mercatino delle pulci, dove cittadini esclusi come loro possono trovare semplici prodotti di scarto che sopperiscono all’assenza di tutto.

Quello di via del Milliario è un vero laboratorio di artigianato spicciolo, che si traduce in economia d’uso, che questi ragazzi rivisitano giorno per giorno, per dare contenuto di senso alla loro esistenza, ma anche per mandare qualche soldo alle loro famiglie…

La città utopica

Perché quello che la cultura dell’emergenza non ha interesse a concepire è che i giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana, come da molte parti dell’Asia, sono portatori di straordinarie risorse legate alla manualità, oltre che a grandi capacità di adattamento delle stesse su vari ambiti quali la meccanica, le lavorazioni di legno e ferro, la sartoria.

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Tali abilità potrebbero innescare, se valorizzate, dei micro-processi di sviluppo locale, nella misura in cui nuove forme di valore economico si ponessero in termini di proposte finalizzate all’abbassamento dei costi sociali, generati dalla crisi economica. In tal senso la possibilità di rendere attivi i richiedenti  asilo influirebbe sulla loro capacità di inserirsi nei circuiti produttivi metropolitani, attraverso  economie d’uso che sono in essere, in tutti i territori urbani.

Pensiamo per un momento ad una città utopica… Una città che in linea teorica però potrebbe esserci in qualsiasi parte d’Italia, dove, anziché prevalere la cultura dell’emergenza, ci fosse un amministrazione del territorio virtuosa, i cui amministratori si ponessero una domanda molto semplice: posso utilizzare il valore delle persone che provengono da altri mondi, per sviluppare il mio territorio?

Certo, immaginare che in Italia ci possa essere un’amministrazione comunale che si ponga questa domanda è molto difficoltoso. Ma per un momento immaginiamo che ci possa essere…

La risposta a questa ipotetica amministrazione comunale la danno proprio i ragazzi di via del Milliario. Perché in un contesto di esclusione socio-economica sono proprio loro che propongono soluzioni  mettendo a frutto le loro abilità, dando vita a “microeconomie” che vanno a compensare gap economici per una gamma di categorie sociali. Si pensi se tutto questo potesse essere potenziato e messo a sistema…

Il valore d’uso prima che quello di scambio

Perché l’emersione di realtà legate al valore d’uso prima che al valore di scambio, va a rispondere da un lato alla crisi economica che ha generato un abbassamento generalizzato del livello di vita, dall’altro propone l’inserimento nel mondo sociale delle categorie produttivamente escluse.

In questa stessa prospettiva si allinea un’altro tema aperto, quello di rivitalizzare, attraverso strategie di sviluppo locale, il comparto dei mestieri artigianali che stanno scomparendo a causa della crisi vocazionale, che generazionalmente investe le società cosiddette avanzate.

La possibilità di ricucitura di questo strappo generazionale potrebbe provenire proprio dai cittadini migranti, i quali, come dicevamo, sono portatori di abilità artigianali legate alla caratteristiche produttive dei loro paesi d’origine. In tal senso, riuscire a costruire filiere che possano ridefinire un sistema produttivo che si sta perdendo, dove attori pubblici e privati interagiscano in network, potrebbe rappresentare un modello d’intervento possibile per incrociare domanda e offerta ambedue disattese.

Strategia territoriali funzionali

Una cultura dell’accoglienza che preveda insomma strategie territoriali funzionali a rivitalizzare i tessuti sociali, grazie all’apporto dei cittadini migranti, in grado di colmare le lacune e i vuoti del mondo della produzione moderna, diventerebbe l’elemento di innovazione e sviluppo ineluttabile, esportabile in molti contesti regionali e nazionali…

Ma torniamo alla realtà. Sappiamo che nessuna amministrazione locale italiana avrebbe interesse a porsi la domanda di cui sopra, anche se la risposta è nello stato delle cose.

Meglio mantenere sempre viva la cultura dell’emergenza, dopotutto si guadagna di più, ci sono più risorse da spartire per le terre di mezzo

Così, in quella stradina che si affaccia sul fiume, come in tante altre abitate da fantasmi, quei giovani, che vivono in attesa di una vita senza paura, possono restare degli spettri: e che lo sviluppo locale vada a quel paese…

Credits ANSA

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