In quei tre giorni di metà novembre

di Marco Marano

Le guerre mediorientali venivano traslate in Europa attraverso le autostrade della jihad e la morte arrivava dopo una manipolazione della mistica, con una nuova ingegneria delle anime. Così i governi, che prima non si accordavano, adesso bombardano insieme.

Bologna – In quei tre giorni, tra un mercoledì e un venerdì di metà novembre, il mondo si è capovolto. In due paesi mediorientali e in uno europeo, Iraq, Libano e Francia, eserciti si scontravano, bombe esplodevano tra un centro commerciale ed una moschea. Altre fuori da uno stadio, mentre uomini pazzi sparavano sulla folla, ad un concerto di musica rock e in qualche bistrot sovraffollato. Fosse comuni si scoprivano. C’erano tantissime donne, massacrate un anno prima. Altre, ancora schiave, in quei giorni, venivano liberate. Il male ed il bene si proiettavano l’uno sull’altro, con i sorrisi dei soldati vincitori, con il pianto, il dolore e la paura di chi aveva dovuto camminare sopra dei cadaveri per salvarsi la vita…

Sul campo di battaglia mediorientale tra Siria, Iraq e Yemen, si trovano a combattere in questo momento forze militari, rappresentative dei popoli o stati che sono avversari o alleati o alleati di avversari a seconda della zona geografica o delle condizioni geopolitiche. Il caso più eclatante, in tal senso, riguarda il popolo curdo, il quale non avendo uno stato proprio, ed essendo “spalmato” su quattro nazioni differenti, organizzato in varie sigle militari, conduce diverse guerre di resistenza, per rivendicare libertà e autonomia. Così, in Turchia, dal dittatore bianco o sultano Erdogan, il popolo curdo è combattuto e represso in quanto terrorista. La Turchia è alleata sia degli Stati Uniti che dell’Unione Europea, con il quale sta contrattando la sua entrata in cambio della possibilità di tenersi tutti i rifugiati che fuggono dalle guerre mediorientali, per non farli entrare nel continente.

Sono nitide le immagini di quelle giovani donne che combattono per la libertà. Con in braccio una mitragliatrice marciano insieme fiere di poter lottare per un paese che non hanno. E’ un secolo ormai che il loro popolo deve difendersi e attaccare per potersi dire fiero di essere popolo. La loro città si chiama Kobane, lì vivono da sempre, però il califfato del male li ha invasi e loro si sono difese e poi hanno attaccato, finché sono riuscite a scacciare l’invasore. Poi tutti i gruppi di resistenza hanno raggiunto un’altra città: Sinjar. Li, le loro sorelle e i loro fratelli sono stati trucidati dal califfato e rese schiave. E così hanno combattuto e l’hanno liberata. Come quella strada del resto, la 47, che collega due paesi, da cui il califfato faceva passare i rifornimenti per fare le guerra…

Sinjar_ANF_News_8

ANF News

Le dinamiche del dominio

Ma da raccontare c’è anche la storia del conflitto mediorientale tra stati sunniti e sciiti, in funzione della supremazia sul controllo delle risorse petrolifere, in quei pezzi di continenti compresi tra Medio Oriente, corno d’Africa e nord Africa. Sunniti sono quei paesi legati all’occidente: Turchia e paesi arabi del Golfo. Gli sciiti identificano la leadership nell’Iran, insieme alla Siria di Assad e a quel pezzo di Libano espresso da Hezbollah. Nelle ultime ore l’Iraq ha annunciato di volersi schierare militarmente accanto al blocco sciita, sponsorizzato dalla Russia.

Si, perché la sintesi delle guerre mediorientali sono legate al vertice di Vienna, dove si è iniziato a contrattare sul futuro siriano… Da un lato c’è il blocco sciita che vorrebbe Assad al potere, anche dopo la risoluzione della guerra, ma gli stati occidentali e quelli sunniti lo vorrebbero defenestrare. Un’altra notizia delle ultime ore parla della Russia tendente a rivedere le sue posizioni sul dittatore siriano.

L’Isis, si è insinuata nel conflitto tra sunniti e sciiti all’indomani delle primavere arabe, quando i moti popolari di protesta si trasformarono in guerra civile. Così, agli oppositori al regime dittatoriale di Assad, composto prevalentemente da giovani, e dal popolo curdo, si unirono tribù jihadiste di varia natura, che combattevano una loro guerra personale, tra cui appunto lo Stato islamico, intenzionato a trasformare la Siria in uno dei due paesi di un nuovo califfato.

Prima i governi non riuscivano ad accordarsi. A chi bisognava fare la guerra? Sul campo di battaglia c’e il califfato del male ma anche donne e uomini che combattono per la libertà, massacrati da un dittatore siriano spietato. Proprio lui, che fine avrebbe dovuto fare dopo? A differenza degli altri, c’era il potente stato asiatico che voleva ancora il dittatore al potere. Poi, le bombe sono cominciate a cadere in quel pezzo di Medio Oriente, dopo quei tre giorni di liberazione, ma anche di morte, dolore e paura. In quella strada importante per i collegamenti adesso devono essere colpite le altre città invase dal califfato, perché i governi hanno trovato il modo di allearsi.

E’ una specie di legge del contrappasso: se in una parte del mondo le città hanno paura, in un’altra devono essere bombardate. La prima da far esplodere si chiama Rakka. Tutti gli stati devono aiutarsi quando uno di essi viene attaccato, lo dicono i trattati. Ma anche la storia lo insegna, come quando venne combattuto e sconfitto Hitler. Bombardare allora è giusto! Ma bombardare significa distruggere una città, significa ammazzare la popolazione civile, perché 90 bombe, lanciate dai caccitorpedinieri in mare e dagli aerei in cielo, non possono non travolgere l’intera città…

bombardamenti-isisAFP_Getty_Images

AFP_Getty Images

Era proprio all’indomani delle primavere arabe che l’Isis si rafforzava, riuscendo a scalzare Al-Qaeda, ambedue sunniti, dalla leadership del jihadismo stragista. E questa supremazia l’ha guadagnata proprio per il modo in cui se ne è differenziata. Innanzitutto per le forme di finanziamento. Se prima Al-Qaeda basava la sua capacità finanziaria sulle donazioni private di questo o quel magnate, tra cui la stessa famiglia di Bin Laden, per l’Isis le donazioni private provenienti da Qatar, Emirati e Arabia Saudita costituiscono l’elemento residuale. La sua potenza finanziaria l’ha costituita nel tempo, impossessandosi dei pozzi petroliferi attraverso le sue azioni militari. Il greggio fino ad adesso è stato venduto in un mercato nero internazionale, a cui hanno attinto vari stati: dall’Iraq alla stessa Siria, dalla Giordania alla Turchia. E questa rappresenta la prima grande autostrada jihadista, in seno al Medio Oriente.

L’altro elemento di differenziazione con Al-Qaeda è stata la nuova strategia d’azione che l’Isis ha compiuto. Nel senso che fino al regno di Bin Laden lo stragismo era l’unico strumento di azione, rivelatosi fine a se stesso, per quanto diabolico, rispetto al conseguimento di un chiaro obiettivo. L’idea di costituire uno stato autonomo come il califfato richiedeva un dimensione organizzativa diversa: un esercito che combattesse sul campo. Migliaia di uomini disposti a tutto. Solo così si poteva sfidare il mondo musulmano, anche quello sunnita, per predominare in Medio Oriente.

La nuova ingegneria delle anime

Ogni risultato strategico, dal punto di vista militare, necessita di una straordinaria capacità nella pianificazione delle campagne di comunicazione, tese a fare proseliti e rinsaldare le fila. Internet in tal senso è stata una chiave di volta, attraverso cui menti preparate, con alte competenze dal punto di vista della psicologia delle masse, hanno saputo costruire un messaggio più che convincente, straordinariamente identitario, attraverso la manipolazione di una mistica legata al credo islamico. Né più né meno quello che fece Goebbels con il nazionalsocialismo, attraverso la costruzione dell’ingegnere delle anime, come Ciacotin, studioso del tempo, definì Hitler. A quell’epoca esisteva la radio, oggi c’è il web.

Abdelhamid li conosceva fin dall’infanzia i fratelli Salah e Ibrahim. Erano cresciuti a Bruxelles, nel quartiere di Molenbeek. Omar, il padre di Abaaoud, era emigrato dal Marocco e una volta giunto in Belgio aveva cominciato a lavorare in miniera. Poi, lentamente riuscì a fare una piccola scalata sociale. Si aprì un negozio di abbigliamento, proprio lungo il boulevard dove la gente passeggia per fare acquisti. E poi ancora un altro negozio, per dare un futuro a suo figlio Abdelhamid, nato nella città europea che lo aveva ospitato. Perché voleva a tutti i costi che facesse il commerciante, il ragazzo era belga del resto, e aveva tutte le carte in regola per fare fortuna.

Ma questo sogno durò poco, perché un giorno il vecchio emigrato marocchino scoprì che suo figlio era un assassino, quando il ragazzo si rese latitante all’età di 27 anni. Cambiò persino nome, si fece chiamare Abou Omar Souss e quando scomparve dal quartiere si prese anche il fratellino Younes di 13 anni. Diventò un capo militare in Medio Oriente, gestendo soldi e uomini. Si mise a fare guerre e organizzare attentati, fino a diventare il criminale più ricercato del mondo. Si prese persino gioco dei governi, tipo primula rossa, passando liberamente per le frontiere europee. E la propaganda del califfato ne fece un simbolo. Poi, insieme a quei due ragazzi con cui era cresciuto tra le strade di Molenbeek, distrusse le vite di 130 persone tra le strade di Parigi.

A tal punto entriamo dentro la seconda autostrada jihadista, quella dei “foreign fighters”. Questa è forse la più grande e tragica operazione di comunicazione pianificata dagli strateghi dell’Isis… Con la sola comunicazione virtuale un esercito non era possibile costruirlo, si pensi che il paese musulmano che ha di più contribuito a fornire combattenti al califfato è stata la Tunisia con circa 3000 unità, in tutto ventimila tra i paesi nord-africani e mediorientali. Ma ancora non bastava, considerato che complessivamente fino dalla sconfitta di Kobane l’Isis contava su un contingente tra in 25 e i 30 mila soldati. La fonte di Intelligence più accreditata per la ricostruzione quantitativa è quella statunitense.

Per il suo passato coloniale, il paese, fuori dal Medio Oriente, dove vi sono le maggiori reti territoriali per fare proselitismo è sicuramente la Francia, con cittadini di seconda e terza generazione nord africana. E qui necessariamente la sociologia ci aiuta a capire perché. C’è il discorso sul fallimento delle politiche d’integrazione territoriale, che ha caratterizzato soprattutto la fase post mitterandiana. Ma c’è anche il tema relativo al complessivo fallimento del modello di vita occidentale, laddove la forbice tra Poteri istituzionali e quotidianità dei popoli è sempre più ampia. E quando i diritti vengono negati, che ci sia la crisi economica o meno, che la gente viva nei ghetti o che sia di estrazione borghese, bisogna trovare nuovi significati da dare all’esistenza. Così, Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio e Germania, soprattutto, hanno scoperto di avere tanti nemici interni.

mappa_F_fighters The Washington Post

The Washington Post

Lo stato di emergenza e le proprietà transitive

Paura, inquietudine, rabbia sono tutte emozioni inevitabili di fronte all’orrore. Certo, l’orrore ha tante sfaccettature, soprattutto dal punto di vista geografico. C’era una regola raccontata nei libri di giornalismo di tanti anni fa, era la legge di McLurg, che stabiliva la graduatoria della notiziabilità di un fatto in rapporto alla prossimità geografica: “Un evento catastrofico che coinvolge un limitato numero di persone, ma accade vicino, è più notiziabile dello stesso tipo di evento che coinvolge molte più vittime ma che accade assai lontano”. Così veniva fatta una graduatoria: un europeo morto equivale a 28 cinesi, due minatori gallesi equivalgono a 100 pakistani.

In questi ultimi tempi abbiamo scoperto che questa non è soltanto una regola giornalistica, ma anche una forma di gestione politica dell’orrore. Certo, sapere che a casa nostra l’orrore ci può colpire da un momento all’altro, ci fa giustamente sentire vulnerabili ed inquieti. Però se in Siria muoiono a causa della guerra 200 mila persone, questo non ci fa né caldo né freddo. E se un milione cerca rifugio in casa nostra ci infastidisce, per cui innalziamo i muri per non farli arrivare…

E’ inutile nascondersi la verità, perché la nostra è una società malata, e quello che succede in Medio Oriente, non può essere disgiunto dalla nostra vita, e non solo quando le guerre che si sviluppano lì vengono traslate da noi. Sono anni che si parla di “guerra di civiltà”, mentre abbiamo visto che la vera guerra si combatte altrove tra gli stessi musulmani. Certo, in Francia c’è lo stato di emergenza, prassi tipica di uno Stato in guerra. Ma in guerra contro chi? Dopo le stragi di Parigi le semplificazioni prodotte dalle proprietà transitive si sono sempre di più strutturate su un binomio… “Bastardi islamici”: musulmano è uguale a terrorista. Però, come spiegato dagli artefici della Carta di Roma: “coerentemente allora avremmo dovuto titolare sulla strage in Norvegia, compiuta da un fanatico cattolico: Eccidio cattolico…?”

Categorie Europa, Francia, Medio Oriente, SiriaTag , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close