E’ iniziata la nuova era dell’incertezza: alla conquista della pace!

il

La conclusione del percorso di analisi e narrazione scaturito dal lavoro che abbiamo proposto, e che ha avuto l’obiettivo di fornire “altre” chiavi di lettura, rispetto al racconto mainstream, la troviamo nella prospettiva dell’oggi, di un’Ucraina Stato ponte tra l’Occidente e la Russia, che sta riguadagnando terreno come soluzione per porre fine alle ostilità. La neutralità di Kiev impedirebbe l’ingresso nella NATO e la creazione di un arsenale nucleare. Un tale status non impedirebbe, invece, all’Ucraina di unirsi all’Unione Europea. Tutto questo a patto di mantenere l’integrità territoriale del paese.

di Fabio Calì

Abbiamo cercato, in questi mesi, con onestà intellettuale e dal basso, di fornire degli strumenti per comprendere al meglio il punto di vista degli attori sul campo, e l’importanza di un’Ucraina indipendente, fu uno dei più importanti obiettivi occidentali dello scenario strategico post guerra fredda. L’indipendenza di Kiev del 1991, fu accolta con entusiasmo e soddisfazione dai policy maker americani. Alla luce delle incertezze della democrazia russa dell’epoca, essa rappresentava la migliore garanzia contro una restaurazione imperiale dal punto di vista dei paesi dell’Europa centro-orientale.

L’Ucraina contesa

Alla fine del XX secolo, si pensava che l’incorporazione dell’Ucraina nella Comunità di Stati Indipendenti (CSI) avrebbe trasformato nettamente l’equazione geostrategica in Europa. L’Occidente doveva necessariamente opporsi agli sforzi russi di re-incorporare l’Ucraina; se ciò risultava non attuabile la politica estera di Kiev doveva essere indirizzata verso un nazionalismo anti-russo di basso profilo. Inoltre, l’Unione Europea, in primis, doveva incoraggiare la sua “europeizzazione”, il suo sviluppo in un contesto cooperativo centro-europeo e la sua integrazione in raggruppamenti paneuropei o regionali, riducendo così le prospettive del riemergere di nazionalismi intra-slavi, con il conseguente rischio di instaurazione di un regime xenofobo che avrebbe potuto minacciare i suoi vicini.

In sintesi, già un quarto di secolo fa, si stagliavano all’orizzonte le problematiche che l’indipendenza di Kiev avrebbe portato sullo scenario continentale ed è proprio quello che vuole attuare la leadership del Cremlino. L’Ucraina – come sottolineato più volte da Mosca – ha una potenziale nucleare che potrebbe volgere da qui a poco – sempre secondo il Cremlino – alla creazione di una minaccia nucleare a diretto contatto con i propri confini. Kiev aveva già da tempo smantellato il suo dispositivo di deterrenza nucleare – restituendo a Mosca nel 1994 tutte le testate presenti sul proprio territorio – all’indomani dell’ indipendenza, dispositivo che deteneva in quanto fronte ovest di quella che era la Russia sovietica. Ciò nonostante, la principale fonte energetica è ancora il nucleare; infatti, sul suo territorio operano ben cinque centrali che soddisfano in gran parte il fabbisogno civile. Secondo Mosca, però, Kiev ha gli strumenti e il know how per realizzare in tempi “brevi” un arsenale atomico. Il tentativo che ne è seguito di incorporare Kiev ed il suo potenziale in una cornice europea è stato brutalmente interrotto dall’invasione russa.

Da qui sorge un altro controverso quesito: possono le potenze mondiali (Stati Uniti e Russia in primis) permettere l’esistenza di un potenziale nucleare non integrato in alcuna struttura né politica né militare, e quindi essere libero di intraprendere percorsi che la porterebbero verso una forma di società fortemente intrisa di nazionalismo? Cosa che del resto sta accadendo proprio in queste settimane; sì perché, di una cosa molti analisti sono certi: l’Ucraina di questo mese è diventata il campo di addestramento non solo di un nazionalismo ideologico, ma soprattutto armato, e capace di saper combattere; tutto ciò inevitabilmente condizionerà le relazioni tra i Paesi confinanti e non solo. Temiamo che la proiezione nazionalista arriverà sino al cuore dell’Unione Europea.

Le vie d’uscita dalla crisi

La situazione sul campo sembra essere di stallo, l’ipotetica invasione dell’intera Ucraina non sembra più fattibile così come previsto dai piani del Cremlino. Da una recente dichiarazione di Putin, l’obiettivo principale di questa campagna novecentesca è stato quasi raggiunto: ovvero la conquista dell’intero Donbass. E’ possibile giungere ad un cessate il fuco, ad una tregua, ad un armistizio o infine, ad una pace? Quali scenari possono essere previsti?

La Russia, può decidere di intraprendere una guerra di logoramento, assediando le più importanti città ucraine, bombardandole, impedendo l’arrivo di aiuti umanitari, sconfiggendo la resistenza per fame, per sete e per stenti. Sarebbe una soluzione da un punto di vista bellico ed economico estremamente onerosa per Mosca, e che favorirebbe soprattutto gli Sati Uniti, in una logica di confronto globale. Oppure, il Cremlino può decidere di fermarsi al Donbass e giocarsi la carta dell’indipendenza di quella regione al tavolo dei negoziati per la pace. Potrebbe, addirittura, aprire un confronto bellico in un’altra area di crisi per smorzare l’attenzione sull’Ucraina.

Nel caso in cui Putin dichiarasse che con l’indipendenza del Donbass si porrebbe fine all’attività bellica, come dovrebbe rispondere il governo ucraino? Come potrebbe Zelensky far accettare ai propri ranghi militari che le terre per cui hanno combattuto e per cui sono morti migliaia di commilitoni e di civili saranno perse, nonostante tutto, per sempre? Le gerarchie militari accetterebbero una tale decisione? Secondo alcuni analisti, i militari ucraini non solo non accetterebbero un decisione del genere, ma punterebbero direttamente al Governo di Kiev, con il rischio di instaurare una dittatura militare, estremamente nazionalistica, dopo anni di combattimenti sul campo.

Un golpe militare a Kiev, si configurerebbe come un’ulteriore spada di Damocle sul futuro di pace nel vecchio continente. L’esercito ha già ricevuto – e riceverà – miliardi di euro in armi, facendo sì che un arsenale di tale portata e con un esercito altamente specializzato non si andrebbe a rinchiudere nelle caserme pacificamente. Anzi, riteniamo ma non auspichiamo, che i Generali di Kiev vorrebbero saldare i conti, prima di tutto, con la Bielorussia di Lukashenko (non solo ha supportato l’invasione russa, ma rifiuta pure l’ingresso sul proprio territorio dei profughi provenienti dall’Ucraina), che verrebbe attaccata all’indomani delle cessazioni delle attività militari in Ucraina. Sul tavolo delle trattative la leadership di Kiev ha messo sul piatto la propria neutralità e la propria denuclearizzazione, ma nulla che abbia a che vedere con l’integrità dell’Ucraina, così come richiesto da Mosca.

Il corridoio di Suwalki

A questo punto, è giusto chiedersi se in uno scenario europeo così modificato da un punto di vista geostrategico, sia opportuno attendere la prossima mossa del Cremlino oppure cercare di anticiparla. L’attenzione degli analisti è di vigile attesa su quella porzione di territorio lunga 104 e larga 65 km chiamata il Corridoio di Suwalki, che è un tratto di confine tra Polonia e Lituania e che potrebbe connettere velocemente la Bielorussia con l’enclave russa di Kaliningrad sul Mar Baltico. Questi chilometri non sono strategici solo per i russi, ma anche per l’Unione Europea, visto che è l’unica via d’accesso verso le tre Repubbliche Baltiche. Su questo corridoio è verosimile si svilupperà il prossimo confronto tra Occidente e Russia, a prescindere dall’esistenza di Putin o meno. Speriamo solo che le cancellerie occidentali non si facciano sorprendere e che applichino tramite il multilateralismo diplomatico tutte le pressioni possibili, onde evitare che Suwalki venga calpestato dallo scarpone russo.

L’invasione dell’Ucraina, ha innescato non solo una corsa agli armamenti e una più pericolosa verso la proliferazione nucleare, ma soprattutto ha dato il via alla creazione di un nuovo ordine mondiale: quanto tempo passerà sino a quando Berlino e Ankara chiederanno il loro ingresso nel club delle potenze atomiche?

E’ affascinante, ma soprattutto utile, seguire l’arco della storia: ciò che ha avuto inizio a Sarajevo nel 1914 ha trovato una sua conclusione nel 1996 in Bosnia Erzegovina, quello che ha avuto inizio a Yalta (Crimea) nel 1945 sta vedendo la sua fine in Ucraina nel 2022. A questo punto è lecito chiedersi, cosa resisterà di quell’ordine mondiale che ha avuto il suo epicentro nell’Organizzazione delle Nazioni Unite?

Immagine in evidenza: AFP

Cartine tratte da: www.nododigordio.org, www.alamy.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.