STORIA DELLA MANIPOLAZIONE MEDIATICA – Lungo il percorso di senso – IV parte

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Abbiamo cercato di risalire alle cause della malformazione del sistema mediatico, nella società italiana, rileggendo gli eventi che a questa malformazione hanno dato vita, nell’immediato dopoguerra, con la nascita della Repubblica Italiana. Così, abbiamo studiato i quotidiani dell’epoca e pezzi della pubblicistica dedicata, poiché è sostanziale comprendere oggi il motivo per cui l’opinione pubblica sia soggetta all’erogazione dei falsi storici, da parte della stampa, in linea con il punto di vista dei governi. Il ponte che unise il passato prossimo al presente ci racconta del processo che ha snaturato e che snatura il concetto stesso di senso. L’era delle fake news, che circolano nel web, in realtà, è l’era della Post-verità, dove il falso storico parte dal legame tra i sistemi politici e i media, e non dalle bufale che girano in rete, che sono semplicemente il prodotto della nostra epoca…Per questo è necessario ricostruire il senso della storia di un paese o di un evento, partendo dall’urgenza di ridare alle fonti giornalistiche il ruolo cardine di ogni conoscenza, del presente come del passato prossimo.

di Marco Marano

Il controllo dei media

Possiamo suddividere lo sviluppo della stampa italiana, nel suo rapporto con il sistema politico, in quattro grandi fasi, rappresentati da altrettanti punti di svolta mediatici: lo scandalo Montesi, il caso Solo, il caso Moro, il processo Cusani.

Per ciò che concerne il modello italiano possiamo parlare di osmosi tra il sistema mediatico e quello politico. Una convincente ricostruzione storica la ritroviamo nel testo di Paolo Murialdi, “La stampa italiana dalla liberazione alla crisi di fine secolo“, ricostruzione che può aiutarci a comprendere il tema del dopoguerra, poiché è in quel momento che questo legame si manifesta con i tratti tipici della cultura politica e giornalistica italiana che ritroviamo oggi: l’imprinting, insomma…

Già da quell’epoca il mercato editoriale era strutturato per sfere d’influenza. Giornali piccoli, medi, grandi, giornali storici, giornali di rappresentanza erano tutti sotto l’influenza politica di questo o quel partito o addirittura di questo o quel singolo uomo politico. Si pensi all’esperienza del Messaggero, giornale compromesso con il regime fascista, di cui il Cln ottenne la chiusura dopo l’8 settembre, per poi. nell’immediato dopoguerra, diventare filo degasperiano.

Subito dopo la guerra, nascevano e chiudevano quotidiani con una velocità impressionante, con la gara dei partiti a metterli sotto il loro ombrello. Ma vediamo come Murialdi fotografa quella fase: “Quasi nessuno è un editore puro, cioè esercita soltanto il mestiere dell’editore; sono nella stragrande maggioranza legati ad altri maggiori interssi, che prevalgono su quelli dell’impresa editoriale (…) Quando i loro quotidiani non sono attivi, ne subiscono le passività perché sono compensate da vantaggi politici ed economici in altri settori. Così mirano ad integrarsi nel gioco dei potenti, sollecitano provvidenze governative…“

Il momento topico

Ma c’è un momento topico, da cui, almeno simbolicamente, possiamo far partire il controllo dei media italiani da parte del sistema politico, quando il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi interviene, a Palermo, nell’ottobre del 1947, al primo congresso nazionale della Federazione della Stampa. E’ la fase in cui la Costituente sta affrontando il tema della libertà di stampa. In quella occasione il leader democristiano invoca “la collaborazione patriottica dei giornalisti ai compiti del governo, del Parlamento e dagli altri organi previsti dalla Costituzione repubblicana“(Murialdi). Naturalmente gli editori lo seguirono…

I giornali erano praticamente uno strumento della battaglia politica, si pensi che Attilio Piccioni ne fondò uno nel 1953 proprio per combattere l’avanzata dei fanfaniani: “Il Centro“. Mediante questa pubblicazione, nel pieno della crisi del governo Pella, Piccioni prese di mira Fanfani come fosse stato il nemico di un altro partito. Lo accusò pubblicamente di aver determinato la crisi del governo per non perdere il proprio feudo legato agli enti di riforma agraria, funzionali a finanziare la sua corrente, Iniziativa democratica, cosa, tra l’altro veritiera.

La nascita di un giornale era motivata, fondamentalmente, dalla difesa di interessi politico-economici. Quello del Giorno di Milano creato da Enrico Mattei, Presidente dell’Eni, è un esempio significativo, perché unico a differenziarsi dalle sfere d’influenza. Anzi quella storia la dice lunga, poiché Mattei aveva proprio la necessità di difendersi dagli attacchi di tanti giornali che rappresentavano la Confindustria, sua principale nemica, e quindi l’intreccio di potere con il sistema democristiano: un piede tra le istanze anticomuniste e l’altro nella gestione delle risorse economiche per la ricostruzione.

Lo scandalo Montesi

In questo contesto storico, formalizzato dalla storiografia o meno, i giornali si posizionavano sotto le sfere d’influenza. Bisogna sempre ricordare che la stampa era il principale sistema mediatico. Erano i giornali gli strumenti di formazione dell’opinione pubblica. Lo scandalo Montesi, fu uno tra i più enigmatici della storia dei misteri d’Italia, il primo vero caso mediatico di uno scandalo a sfondo politico.

ll figlio di Attilio Piccioni, Piero, musicista e protagonista della dolce vita romana, era stato infatti coinvolto nella morte della giovane Wilma Montesi, trovata cadavere a Tor Vaianica. La vicenda si svilupperà in tre fasi. La prima immediatamente dopo il ritrovamento del cadavere, nell’aprile del ’53, fino al mese successivo. In questa fase gli attacchi al ministro Piccioni erano larvati, le notizie filtravano dagli ambienti parlamentari vicini a Fanfani e promossi in modo aggressivo principalmente dai giornali della destra e dai monarchici, che con il Roma di Napoli, il cui editore era Achille Lauro, attaccò quasi frontalmente.

I monarchici, per questa azione, guadagnarono il posizionamento che cercavano dentro il futuro governo Pella, garante degli interessi imprenditoriali dell’armatore. E le accuse finirono. Poi c’era Vie Nuove, una pubblicazione comunista, diretta da Marco Cesarini Sforza, che venne querelato e disconosciuto dal partito di appartenenza, e per questo ritrattò le accuse al figlio del ministro.

La seconda fase ha in realtà due passaggi: il primo parte dal momento che uno sconosciuto, giovane e belloccio giornalista il 6 ottobre del ’53 fa uscire un articolo in cui, senza fare i nomi, come direbbero alcuni agenti della Cia, butta merda dal ventilatore, shit from the fan,

colpendo potenti e prole. L’aspetto misterioso è che questa storia non viene accolta da nessun altro giornale e la cosa passa nel dimenticatoio. Muto però viene inquisito dalla magistratura per notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico. Ma nei mesi seguenti, prima del processo al giornalista, nel gennaio del ’54, avvengono movimenti misteriosi che riguardano Fanfani, i carabinieri, un memoriale fantomatico, e due testimoni che pian piano escono fuori. Tutto questo nel silenzio dei media.

Il periodo che va dal gennaio al settembre del 1954, rappresenta il secondo passaggio, quello più decisivo perché porterà alle dimissioni e alla scomparsa dalla scena politica di Attilio Piccioni. I quotidiani batterono questa storia giorno per giorno, con i primi grandi dibattiti nei bar italiani tra colpevolisti e innocentisti. La battaglia politica, senza esclusione di colpi, per la prima volta vede i giornali, sotto le sfere d’influenza, avere un ruolo da protagonisti.

Fu il momento della crisi del governo Pella e della guerra tra Fanfani e Piccioni per il posto di primo ministro. Un informatore di Fanfani, ministro dell’Interno nel governo Pella, che aveva dato mandato ai carabinieri di indagare di nascosto, faceva circolare le notizie di un misterioso memoriale dove veniva smascerata la corruzione e l’illegalità diffusa praticata dall’élite romana legata ai demagnetizzatori. Pietro Ingrao, allora direttore de l’Unità, in una intervista recente connotava l’informatore affibiandogli la denominazione di talpa…Queste notizie arrivavano direttamente ai giornali di sinistra che montarono una campagna contro la corruzione del sistema di potere democristiano. E questo passaggio ha proprio inizio con la nascita del governo Scelba.

La terza fase si concluderà con il processo a Piccioni, al faccendiere Ugo Montagna, a diversi altri inquisiti soprattutto per falsa testimonianza e al questore di Roma Polito, che aveva creato la teoria del pediluvio per depistare le voci sulla morte della ragazza in seguito ad un hot party a base di droga. Secondo questa teoria la Montesi era andata sul litorale romano per fare un pediluvio, colta da un malore sveniva in acqua e moriva annegata. Al di là di questa assurda fake news, passata alla storia come una sorta di archetipo del depistaggio, vennero tutti assolti poiché il castello di accuse era assurdo tanto quanto la teoria del pediluvio.

Il caso nel caso: il giornale Attualità

Ma chi era in realtà il giornalista Silvano Muto? E cos’era quel periodico che dirigeva? Lo scandalo Montesi, rimasto relativamente irrisolto per sessant’anni, interessò, negli anni cinquanta persino Gabriel Garcia Marquez, che scrisse forse la migliore ricostruzione del caso che sia mai stata fatta, in cui fa un ritratto preciso del giornalista e di quel giornale…

“A firma del direttore, la rivista pubblicò un articolo sensazionale: “La verità sulla morte di Wilma Montesi”. Il direttore di Attualità è Silvano Muto, un audace giornalista di trent’ anni con una faccia da attore cinematografico, e, come tale, vestito, con sciarpa di seta e occhiali scuri. La sua rivista, da quel che si dice, è la meno letta d’ Italia e, di conseguenza, la più povera. Muto la scriveva dalla prima all’ ultima pagina. Lui stesso si procurava gli annunci pubblicitari e la sosteneva con le unghie e con i denti, per il puro desiderio di possedere una rivista. Ma dopo il numero di ottobre del 1953, Attualità divenne un mostro enorme“.

Silvano Muto era un giornalista solitario, non aveva una redazione alle spalle, non aveva un editore, era un tuttofare. Nella storia italiana, molti anni dopo, c’è stato un personaggio che ha richiamato un po’ il giornalista alla Muto: Mino Pecorelli, con la sua rivista OP, assassinato alla fine degli anni settanta, collegato a massoneria, servizi deviati ecc… Ma negli anni cinquanta ancora non si uccideva, per cui Muto divenne un personaggio quasi cinematografico. Esistono filmati d’archivio dell’Istituto Luce dove la stessa voce fuoricampo segnalava come il giovane giornalista si mettesse in posa per farsi fotografare, prima di entrare all’udienza del suo processo.

“Nel suo articolo, Muto sosteneva che il responsabile della morte di Wilma Montesi era un giovane musicista della radio italiana, figlio di un’ eminente personalità politica; affermava che, in seguito a pressioni politiche, l’ indagine si era svolta in modo che a poco a poco venisse sommersa dal silenzio; sottolineava il riserbo mantenuto sui risultati dell’ autopsia; accusava le autorità di non aver voluto identificare il colpevole; collegava la morte di Wilma Montesi al suo coinvolgimento nel traffico di stupefacenti; parlava anche di orge nella zona di Castel Porziano e della Capocotta, con abuso di droghe, durante una delle quali la Montesi sarebbe morta, non essendo abituata all’ uso di stupefacenti; concludeva che le persone presenti al “festino” avevano trasportato il corpo sulla vicina spiaggia di Tor Vajanica per evitare uno scandalo”.

Subito dopo le accuse, una volta che la Procura s’interessa al caso, Muto ritratta tutto e per questo viene accusato di pubblicare notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico: si va a processo. Nel frattempo spuntano un memoriale e due testimoni, gestiti da un ufficiale dei carabinieri, dietro solleitazione di Fanfani, tutto segretamente. Così, sia le testimoni che il memoriale, entrano a pieno titolo nel processo contro Muto, nel quale egli riproporrà la sua tesi, aggiungendo che le sue fonti erano le due testimoni, una delle quali però aveva precedentemente dichiarato di aver conosciuto Muto pochi giorni dopo l’uscita dell’articolo.

E’ proprio da questo momento che quello Montesi diventa uno scandalo, al di là della morte della ragazza romana. Cioè andando a processo il giornalista innesca un meccanismo di dilatazione, che grazie al memoriale, dov’è descritto nero su bianco il sistema di corruzione e illegalità del sottobosco democristiano, travolge l’opinione pubblica. E tutto questo sembra proprio un copione scritto a più mani. Il ruolo della rivista Attualità, la meno letta d’Italia, come diceva Marquez, solo apparentemente si può connotare in termini di scandalismo. Come OP di Pecorelli ,l’intento del giornale, la sua mission diciamo, non era quella di fare giornalismo ma di fare pressioni, su spinte di terzi, per ottenere un guadagno personale.


La storia raccontata dal punto di vista del partito-stato

La società italiana del dopoguerra, fino agli anni sessanta, era una società in evoluzione, dove i centri decisionali combattevano per posizionarsi all’interno di un sistema di potere magmatico, nel quale la Democrazia cristiana diventava partito-stato. Qui le istantanee potrebbero essere quattro o cinque per rappresentare il periodo… La Fiat degli Agnelli, incuneata tra gli interessi politici dei demagnetizzatori; l’Eni di Mattei, con la sfida ai poteri forti; i finanziamenti a pioggia e lo sviluppo più o meno vero, più o mene falsato dallo smistamento di queste risorse, con la Cassa per il Mezzogiorno; l’altissimo livello di scontro sociale, con un uso spesso sproporzionato della forza pubblica.

Se questa potrebbe essere la ricostruzione degli anni cinquanta di una normale trattazione storica, come abbiamo visto precedentemente, quella del dopoguerra è una storia non raccontata, perché l’anno dopo il protocollo Gladio tra il Sifar e la Cia, nel 1957 ci fu la nascita formalizzata di Cosa Nostra, presso l’Hotel delle Palme di Palermo, promossa da Lucky Luciano. Fatto che provoca un salto di qualità nella saldatura tra sistema politico e criminalità organizzata… Nella storia non raccontata c’è anche quell’Italia che si scopre essere endemicamente corrotta, uscita fuori dallo scandalo Montesi.

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