Il risveglio dell’Orso Russo

Chi controlla il passato controlla il futuro”(G. Orwell)

di Fabio Calì

28 febbraio 2022 – L’Orso si è risvegliato da un lungo letargo e adesso punta a Ovest. Così come quei marsicani che una volta risvegliati da un lungo inverno, girano liberi ed affamati per procacciarsi il cibo e per procreare su quello che considerano un territorio loro di diritto e per discendenza.

La Russia negli ultimi due secoli

1.Russia Imperiale

Se vogliamo minimamente comprendere i drammatici – e solo in apparenza repentini – sviluppi della politica estera russa in Europa, è consigliabile avere a portata di mano le cartine geografiche della Russia Imperiale, della Russia Sovietica e di quella della Russia odierna. Già le cartine, esse servono ad avere un riscontro visivo di ciò che ha in mente Putin, i suoi oligarchi e le alte gerarchie religiose di Mosca. L’impero Russo (o la Russia degli Zar), per esempio, era un territorio enorme che comprendeva anche Kiev (anzi Kiev fu la capitale di uno dei primi regni slavo/russo) estendendosi sino al Baltico, comprendendo pure la Finlandia. Oppure, guardare la cartina geografica della Russia Sovietica che da Vladivostok arrivava a Berlino e da San Pietroburgo a Skopje. Se, infine, guardiamo la Russia di oggi appare vieppiù ridimensionata rispetto al passato, con un territorio che coincide grossomodo con la Russia geografica (tranne qualche piccola eccezione come per esempio l’enclave di Kaliningrad, posta tra Polonia e Lituania)

2.Russia Sovietica e Paesi Satelliti (Patto di Varsavia)

La sindrome d’accerchiamento per i Governi russi è sempre stata la pietra miliare della politica estera di Mosca verso i suoi vicini, siano essi i paesi baltici, i paesi dell’Europa centro orientale, gli stati caucasici o gli Stati Balcanici. L’idea di una nazione non alleata ai suoi confini è una questione che qualunque governo russo non ha mai lasciato irrisolta.

3. Russia 2022

L’espansionismo della Nato

Sin dalla caduta del Muro di Berlino, certo, la pressione occidentale ad Est è stata piuttosto spregiudicata, senza aver tenuto minimamente conto del sentimento russo verso questa espansione. Anzi, proprio questa spregiudicatezza ha irrigidito e reso aggressivo il Cremlino; se ripensiamo, per esempio, agli accordi USA/Russia (Mosca 1990) all’indomani del dissolvimento dell’Urss e del Patto di Varsavia, nei quali si stabiliva che la NATO non si sarebbe espansa “di un solo centimetro verso Est” incorporando Stati ex membri del fu Patto di Varsavia, in cambio della riunificazione tedesca.

Tali accordi ebbero breve vita, visto che un decennio dopo (1999) la Polonia e a seguire Ungheria, Romania ed altri entrarono a far parte del Patto Atlantico. La Russia degli anni 90 era cosa ben diversa da quella di oggi. Uno Stato in disfacimento, corrotto e con una classe politica al soldo degli oligarchi che si arricchirono in maniera repentina e cinica, depredando le ricchezze dell’ex Unione Sovietica,

La tragica invasione dell’Ucraina è senza alcun dubbio una pericolosa avanzata verso occidente: Putin non sta attaccando solo l’Ucraina in quanto stato indipendente, bensì sta creando un sistema di contrapposizione tattico/militare, almeno per il momento, visto che Mosca minaccia di portarla a un livello strategico, verso i paesi occidentali e in particolare verso i Paesi Europei.

Di rimando gli USA stanno consolidando un sistema di assoluta dipendenza (oltre che economica, soprattutto energetica) dell’Unione Europea; un primo obiettivo è stato raggiunto con il blocco dei lavori del gasdotto North Stream 2, che dovrebbe portare il gas via mare dalla Russia direttamente in Germania (da sempre visto con diffidenza da Washington). Lasciamo, però, questo argomento che merita un approfondimento a parte.

Gli obiettivi strategici dell’invasione

Tornando, invece, all’invasione ucraina cerchiamo di comprendere, tenendo sempre d’occhio la cartina geografica, quali sono gli obiettivi di brevissimo termine di Mosca.

Un primissimo obiettivo (quello più semplice e meno costoso, almeno sulla carta) sarebbe quello di instaurare un governo amico a Kiev, che abbandoni ogni velleità filo occidentale e che ritorni a guardare Mosca come alleato naturale.

Un secondo obiettivo – a parere di qualche analista – sarebbe quello di occupare la parte centro-orientale dell’Ucraina, lungo la verticale Kiev/Odessa e con apposito accordo di pace (siglato con USA e UE) si creerebbe una nuova Ucraina (ridimensionata nel suo territorio e forse anche con un nome diverso) che coinciderebbe con la parte occidentale del paese con capitale Leopoli, demilitarizzata e con funzione di cuscinetto tra Russia e Nato. Per la gioia dei negoziatori occidentali che ne uscirebbero “vincitori”, poiché hanno messo fine alle ostilità (sich!)

Il terzo – e ultimo – obiettivo, ma anche quello meno praticabile in termini di sforzo militare ed economico,: occupare l’intera Ucraina dando vita così a un paese satellite, ma che rischierebbe di trasformarsi in un pantano ceceno.

La strategia del Cremlino, prevede il controllo di Kiev, che se non cadrà nei primi giorni dell’invasione sarà sottoposta ad un vero e proprio assedio, tagliando ogni via di comunicazione stradale minando i point sul fiume Dnepr. Ma questo non gioverà affatto alla strategia russa, poiché creerà non una nuova Stalingrado (come tutti i commentatori si affrettano a dichiarare), ma una nuova Sarajevo…

Ai tempi della guerra civile in Bosnia, eravamo impegnati nella Missione OSCE di peacekeping, e ci ritorna in mente il commento del nostro interprete: Se i Serbi avessero lasciato una via di fuga ai civili, invece di assediare totalmente Sarajevo, avrebbero occupato la capitale bosniaca e probabilmente vinto la guerra; invece, non ci hanno lasciato altra alternativa se vivere o morire combattendo, beh, alla fine siamo vivi”.

Un file rouge, lega i tre obiettivi russi sopra citati – così come magistralmente spiegato da Francesca Mannocchi – quello cioè di sgretolare l’unità dell’Unione Europea sfruttando i flussi migratori degli ucraini (l’UNHCR ne prevede diverse centinaia di migliaia nelle prossime settimane) verso Polonia Ungheria, Slovacchia e Romania: in pratica, il gruppo di Visegrad. “I campioni” di questo gruppo (il polacco Mateusz Morawiecki, l’ungherese Viktor Orbán, il ceco Petr Fiala) che guardavano con ammirazione Putin per come gestiva l’immigrazione, la difesa delle frontiere, la non tutela dei diritti umani e delle minoranze, oggi sono molto preoccupati che i loro paesi possano subire attacchi così come successo all’Ucraina. Verrebbe da ridergli in faccia a questi Campioni, se non fosse che la situazione è estremamente preoccupante.

Questi paesi, si presume che, in cambio dello sforzo di accogliere e assistere i rifugiati, pretenderanno, l’allentamento delle restrizioni e delle sanzioni di Bruxelles per la mancata attuazione dello stato di diritto nei loro sistemi legislativi. E se vien meno tutto questo, su quali basi potrà reggersi in futuro l’Unione, considerando che lo stato di diritto, tra l’altro, e ciò che più accomuna e lega Roma con Berlino o Parigi con Atene?

I nazionalisti ortodossi (così come segnalato in un nostro precedente articolo del 2016 sulla Crisi Europea e l’enigma Centro-Orientale), i più grandi sostenitori di Putin, considerano Russia “lì dove sono seppellite ossa russe” . Proprio su questo aspetto del territorio, inteso come “terra ancestrale”, coincidono la visione Politica di Putin e la visione di una Grande Russia propria delle gerarchie religiose ortodosse.

Ne segue che tutti i paesi confinanti con la Russia corrono il grande rischio di subire la sorte dell’Ucraina se, come sembra, Mosca sarà lasciata libera di fare. Il riferimento è ai paesi Baltici (Lituania, Lettonia ed Estonia), soprattutto a quest’ultima in cui la comunità russa è molto numerosa. L’Estonia però fa parte della NATO e qui i calcoli di Putin si complicano, e allora sarà necessario aspettare, l’Orso non ha fretta non è impaziente.

Attenderà che succeda qualcosa la di là dell’Atlantico o del Pacifico tra un paio d’anni, nel 2024, con le prossime elezioni negli Stati Uniti. Il presidente russo sa benissimo che un cambio di presidenza, magari repubblicana – e perché no – magari sarà di nuovo Trump, renderà la politica estera USA meno interventista. Trump, ha dichiarato più volte di non vedere con grande simpatia la NATO, un baraccone molto costoso e pure inutile dal suo punto di vista geopolitico, visto che il nemico di Trump è la Cina, mica l’amico “intelligente” Vladimir.

Le aree di crisi, potenziali o meno, oltre all’Europa centro-orientale, comprendono il Baltico, il Caucaso e in particolar modo la Georgia, il Kazhakistan in Asia Centrale, il Mar Nero che il Cremlino vorrebbe come il laghetto di casa e che Erdogan potrebbe cedere per avare mano libera nel mediterraneo orientale (e non solo) al fine d’implementare la dottrina turca di una Patria Blu (Mavi Vatan)

Il ruolo dell’Ocse

Al momento le minacce militari verso Svezia e Finlandia, sembrano poco più di una boutade: la Finlandia ha sempre fatto della sua neutralità un’arma diplomatica vincente. Ricordo ai più che a Helsinki si avviarono i colloqui per il disarmo in Europa e proprio a Helsinki furono firmati i trattati Start Strategic Arms Reduction Treaty sul disarmo nuclearetra Sovietici e Americani. Da lì venne creata una Conferenza permanente per la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE), che poi fu istituzionalizzata nella creazione di un organismo sovranazionale e multilaterale l’OSCE (Organizzazione per Sicurezza e la Cooperazione in Europa) di cui sia USA che Russia fanno parte.

Ed è proprio nel multilateralismo diplomatico che si può trovare una composizione delle nuove tensioni est ovest, così come fu fatto 40 anni or sono. NATO, UE e ONU non hanno per le loro caratteristiche e per la loro natura i connotati dei “giusti negoziatori”, poiché visti come “altri” dal Cremlino (sebbene Mosca goda del seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza a New York).

Di contro, invece, in seno all’OSCE esistono già i meccanismi negoziali senza dover ricorrere ai vertici one to one – i pantomimici e grotteschi incontri di Lavrov con ciascun Ministro degli Esteri di USA, Germania, Francia, UK, Italia – quando invece la soluzione auspicabile è nel multilateralismo.

Infine, giusto per non farsi mancare nulla, anche i Balcani sono in agitazione: il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina Mirolad Dodik intende secedere dalla Federazione per annettersi alla Serbia, con l’aiuto garantito di Mosca.

Mentre scriviamo, la situazione sul campo è talmente fluida che nessuno riesce a venire a capo sulle prossime mosse di Putin o sugli obiettivi di breve periodo di Mosca. Come del resto, non è facile comprendere come le sanzioni possano ostacolarne i piani.

Vengono in mente le parole del cancelliere Prussiano Otto Von Birsmarck: “I Balcani interi non valgono le ossa di un solo granatiere della Pomerania”. La storia ha poi evidenziato una certa superficialità, ma soprattutto una grande miopia visto che poi giusto dai Balcani fu accesa la miccia della Prima Guerra Mondiale.

Sembra che le potenze occidentali (soprattutto gli Stati Uniti) non siano disposte a sacrificare la vita di un loro soldato per l’Ucraina. E se questo un domani non troppo lontano dovesse valere anche per l’Europa?

La deterrenza bellica, ma soprattutto la pace continentale dei prossimi anni passano da piazza Maidan e considerando che in Europa siamo in pace da oltre 70 anni, beh già scriverlo mette i brividi.

Immagine in evidenza AFP

Credit: Zanichelli Edizioni, Courtesy of The General Libraries, The University of Texas at Austin

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