L’Europa e l’instabilità orientale

Un analisi storica dell’informazione

Nel 2016 pubblicavamo, per un altro format, questo articolo che spiegava le ragioni storico-politiche inerenti alle tensioni nell’area centro-orientale del continente europeo, prevedendo una guerra in Ucraina come processo inevitabile relativamente alle tensioni di quel momento. La lettura di quell’articolo oggi sembra ancora più attuale che nel momento in cui è stato scritto, poiché scava in fondo alle radici storiche e alle problematiche geo-politiche al punto tale da farci comprendere, in modo inequivocabile, ciò che sta accadendo oggi…

La crisi europea e l’enigma centro-orientale

di Fabio Calì

Purtroppo per guardare il futuro si tende a dimenticare il passato!

Raqia Hassan, giornalista

L’instabilità europea è una storia antica raccontata attraverso vicende più o meno lontane, dove si ripresentano motivi ricorrenti nel rapporto tra i suoi stati centrali e la parte orientale. Ripercorrere queste tracce storiche  può essere utile, oltre che suggestivo, per comprendere più in profondità le contraddizioni dell’oggi. Ci proviamo con questo breve viaggio tra passato e presente.

20 gennaio 2016 – Se con la fine della Guerra Fredda la minaccia di un conflitto mondiale scatenato da Est non è più realistico, nuove sfide e nuove minacce provengono dal sorgere di nazionalismi. L’instabilità politica provocata dal crollo e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, il mutamento di scenario in Medio Oriente, il diffondersi del fondamentalismo religioso, il pericolo di proliferazione di armi nucleari, possono costituire nuove e altrettanto pericolose minacce alla sicurezza internazionale ed in particolare a quella europea. Le minacce dirette alla stabilità ed alla sicurezza in Europa si muovono lungo due archi di crisi. Il primo è l’arco orientale: la zona di instabilità si muove lungo un’area compresa tra il confine orientale tedesco e quello occidentale russo dal Baltico fino alla Turchia, il Caucaso e l’Asia Centrale. Il secondo è l’arco meridionale che si snoda attraverso l’Africa Settentrionale ed il Mediterraneo sino al Medio Oriente e più est fino alle coste indonesiane.

I nuovi nazionalismi

Soffermandoci, in queste sede, sull’arco orientale, è possibile verificare come il collasso sovietico abbia lasciato dietro di se significative e poco bilanciate forze militari, possedute da Stati resi instabili dalle tensioni generate dai nazionalismi. Questi Stati Paesi Baltici, Estonia, Lettonia e Lituania su tutti, ma anche Bielorussia, Polonia, Ucraina, temono un ritorno del nazionalismo russo, reso evidente dalle attività di “restaurazione imperiale” da parte dell’establishment del Cremlino.

Nazionalismi storici sommersi, che dopo 40 anni sono riaffiorati; nazionalismi di nuova formazione e ancora da interpretare, come è il caso della Grande Germania riunita; separatismi che affiorano anche in Stati già saldamente inseriti in contesti di tipo sovranazionale.

Se il nazionalismo classico tendeva a forme di riunificazione e di ricomposizione “immaginiamo quello tedesco ed taliano pre-unitario”, i nuovi sono come spezzoni generati da esplosioni, che tendono a cristallizzarsi in momenti di divisione: vanno, cioè, in controtendenza rispetto alla spinta verso l’integrazione attuale. Integrazione delle economie sempre più interdipendenti, delle politiche sempre più condivise, delle culture sempre più contaminate le une dalle altre.

L’Europa di Schengen

Oggi l’Europa somiglia molto più a quella caratterizzata da un sostanziale equilibrio, tipo quello esistito tra il XIX ed il XX secolo, senza però contrapposizione ideologica e controllata dalle grandi capitali come allora, Berlino, Londra, Parigi, Mosca, solo Vienna è assente, e in suo luogo vi è Washington, che a quella esistita tra le due Guerre, ed ancor meno a quella successiva al secondo conflitto mondiale.

Un’Europa che si sta svegliando dal grande sogno unionista e federale, e che ripercorre la strada dei confini nazionali sacri ed inviolabili. Il traguardo di Schengen, cioè l’accordo siglato tra i Paesi dell’Unione Europea per il libero movimento di merci e persone all’interno dei confini dell’Unione, è oggi a rischio dissoluzione e con esso, temo, tanto altro, come per esempio i principi di libertà di movimento individuale con cui la mia generazione è cresciuta: “la generazione Erasmus”per intenderci.

I nodi irrisolti dalla conferenza di Yalta alla caduta dei muri

Mosca, però, non è più la capitale di un impero, così come nei due secoli precedenti, con gli Zar prima e con l’Unione Sovietica poi, anzi i problemi territoriali posti dal suo smembramento riguardano la parte occidentale e quella meridionale dell’ex Impero.

Sono circa una ventina i Paesi che vivono su quello che era il territorio “imperiale” e/o area d’influenza imperiale: con esso intendo i confini esterni alla Russia in quanto tale, a partire da Nord, dall’Estonia fino alla ex Repubblica Juogoslava di Macedonia a sud. Vi sono vari problemi territoriali e di confine lasciati in eredità da Yalta. Ancora oggi, nei manuali di storia la Conferenza di Yalta (1945) viene descritta come l’evento in cui i tre leader mondiali di allora, Roosevelt, Stalin e Churcill, si spartirono l’Europa in sfere d’influenza. Benché fosse già chiaro, alla fine della seconda guerra mondiale, che l’Unione Sovietica sarebbe stata la forza dominante nell’Europa Orientale e Centrale.

Un tempo il tema del territorio era alla base delle relazioni tra gli Stati, dalla caduta del muro di Berlino in poi, sembra essere una questione secondaria, data anche la natura di interdipendenza e di grande “Comunità” cui si è ispirata la diplomazia continentale della fine del XX secolo.

La conseguenza di ciò è il rischio, molto attuale, che la litigiosità nel settore centro-orientale si ripercuota sulle relazioni tra i Grandi paesi, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, ed accentui quelle rivalità che l’Unione Europea è riuscita a compattare con tanta efficacia negli ultimi decenni. 

La sindrome della “russità imperiale”

Samuel Huntington delinea un quadro dei conflitti e di tutte le tensioni che da ovest corrono verso i confini settentrionali del mondo islamico. Le tensioni religiose e nazionali tra ortodossi, cattolici e musulmani nei Balcani; le fredde relazioni tra il Governo bulgaro e la sua minoranza turcofona; il dispiegamento permanente di truppe russe a protezione dei propri interessi nel Caucaso, negli Urali, in Crimea e nel Baltico.

Tutto questo, ed in particolar modo il rafforzamento del fattore religioso o le ricerche di proprie identità etniche, risvegliano le paure di Mosca circa la sicurezza dei propri confini ed alimenta l’ossessione dell’accerchiamento che tanto ha influenzato e condizionato nella storia gli inquilini del Cremlino.

L’attuale politica estera e di sicurezza russa non si discosta di molto da quella della tradizione zarista prima e comunista poi. Vive, cioè, dell’insanabile ambivalenza originaria, che è alla base della sua creazione come Stato fondato sulla cosiddetta “russità imperiale”.

Quando si scrive di imperialismo e di nazionalismo russo dobbiamo sempre far riferimento ai principi nazional-religiosi ispiratori della tradizione slavofona – principi peraltro riscontrabili presso i “cugini” meridionali – i serbi – circa la sacralità della terra imperiale e dell’unità del popolo slavo “panslavismo”. “Nella terra ove riposano delle ossa russe, ebbene quella è Russia” hanno sempre ripetuto come un mantra le gerarchie religiose ortodosse, che in Russia detengono una notevole capacità di pressione politica.

Destano, a tal proposito, non poche preoccupazioni presso gli analisti occidentali i milioni di russi che vivono fuori dai patrii confini, in quelle che furono Repubbliche dell’ex Impero sovietico: Paesi Baltici, Ucraina, Bielorussia e le Repubbliche islamiche dell’Asia Centrale.

L’inquietudine della Terza Roma

L’idea di Mosca come Terza Roma ebbe fortuna sin dall’antica Russia zarista. Dopo pochi anni dalla conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, sovrano dell’Impero Ottomano, il 29 maggio 1453, alcuni nominarono Mosca Terza Roma o Nuova Roma. L’idea si sviluppò durante il regno di Ivan III di Russia che sposò Sofia Paleologa, nipote di Costantino XI, l’ultimo Imperatore di Costantinopoli. Ivan reclamò l’eredità storica, religiosa e imperiale di Costantinopoli, che si definiva seconda o nuova Roma (Νέα Ῥώμη) sin dalla fondazione, voluta dall’imperatore Costantino.

Nel vedere che milioni di propri figli vivevano al di là dei confini, in terre facenti parte un tempo dei possedimenti imperiali, questo avrebbe potuto produrre, se adeguatamente stimolati, dei sentimenti di frustrazione, che nel medio periodo si sarebbero concretizzati in istanze irredentistiche in quei Paesi dove forte e numerosa era la presenza di popolazioni russe.

Sembra di leggere il prologo della crisi ucraina culminata nel referendum farsa voluto, gestito e protetto da Mosca col fine di scindere la penisola di Crimea dallo stato ucraino. La Penisola di Crimea sino al 1953 apparteneva alla Russia ed in seguito ad un trattato di amicizia tra Ucraina e URSS venne annessa alla prima. Si mormora, che tale decisione fu assunta da Nikita Kruscev per compiacere una sua amante ucraina.

Ancora non è finita, se pensiamo alle province orientali confinanti con la Russia formalmente appartenenti a Kiev, ma di fatto governate da autoproclamatisi governi locali appartenenti alla minoranza russa e protetti dai Tank di Mosca.

Il caso Ucraina come chiave di lettura

Al momento la situazione in Ucraina sembra abbastanza tranquilla, ma solo perché i media ufficiali non ne danno alcuna notizia; invero la situazione sul campo è molto fluida: l’impegno militare della Russia sullo scacchiere mediorientale e il prezzo del petrolio molto basso hanno per il momento abbassato la soglia di bellicosità in quella parte d’Europa, però c’è da temere che con l’inasprimento delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita il prezzo del greggio tornerà a salire e con esso le tensioni sulle forniture di gas tra Russia ed Ucraina e da qui in tutta Europa.

Tali tensioni, se gestite, secondo il russian way of negotiate, porteranno ad ulteriore irrigidimento delle relazioni diplomatiche e ad un successivo intervento militare condotto dai “soliti cittadini volenterosi”, per dirla con Putin, che produrranno verosimilmente una ulteriore secessione dei territori ucraini a est di Kiev e successiva annessione alla Russia con un altro referendum farsa, così come è accaduto in Crimea.

Credits Reuters

Bibliografia

Asmus R.D., Kugler R.L., Larrabee F.S. “Building a new NATO” in Foreign Affairs 1993

Bonanate L. “Dal dilemma della Sicurezza al paradosso dell’instabilità” in Comunità Internazionale 1992

Donatucci D. “Centro Europa e paradosso dell’instabilità” in Relazioni Internazionali 1994

Popov A. “L’ideologia nazionalista ed i conflitti interetnici” in Relazioni Internazionali 1993

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