EPOPEA DELLE POST-DEMOCRAZIE LATINOAMERICANE – Dal golpe alla democrazia popolare boliviana

Assalto ai popoli

di Marco Marano

Nel totale caos determinato dal fiancheggiamento al golpe dell’esercito e della polizia civile, si susseguiva la girandola di voci tese a rendere la situazione ancora più incandescente. Incombeva la minaccia di quel milione di abitanti di El Alto, area strategica alle porte della capitale, che minacciavano la resistenza attiva contro il colpo di stato.

La fuga di Evo Morales in Messico, in seguito ad un mandato di cattura emesso contro di lui ed il vuoto di potere creatosi a livello costituzionale a causa delle dimissioni di tutti i possibili successori,  facevano da sfondo ai violenti scontri tra i due blocchi sociali del paese, simboleggiati dalla rivolta di El Alto, che preannunciava il rischio di una guerra civile.

Ma a poche settimane dal colpo di stato che aveva estromesso Evo Morales dalla presidenza, dopo inesistenti accuse di brogli, venivano pubblicati gli audio relativi alle conversazioni della “cupola” dentro gli apparati di sicurezza, che dimostravano come tutto era stato preparato nei minimi dettagli grazie all’addestramento a stelle e strisce.

La concatenazione degli eventi, guidati dal governo a stelle e strisce e dalle sue infrastrutture, venivano alla luce con un nuovo piano Condor per America Latina, denunciato ormai a chiare lettere dai partiti progressisti. Le ultime notizie, con intimidazioni da un lato e applicazione della prassi boliviana dall’altro, arrivavano dal Messico e dalla piccola isola caraibica Dominica.

Intanto in Cile e in Brasile venivano approvate le leggi liberticide che con la scusa di gestire la sicurezza contro la criminalità intendevano porre dei limiti autoritari alle libertà fondamentali, nel quadro del nuovo piano Condor 2.0, finalizzato al sabotaggio delle democrazie latinoamericane di tipo progressista, guidato dall’inquilino della Casa Bianca.

Ora, il sistema di potere golpista boliviano, costruito su nepotismo, corruzione e uso privato del potere, veniva messo in evidente contraddizione dagli effetti della pandemia. Si arrivava all’assurdo di un decreto che limitava persino la libertà di espressione, generando incertezza nella popolazione.

Poi, al tempo stesso, il governo de facto legittimava le correnti politiche della destra negazionista verso il coronavirus. La presidente de facto, con un’azione di forza sostenuta dall’esercito, faceva passare per decreto i “premi” di avanzamento di carriera per quei generali che avevano messo in atto il colpo di stato di novembre.

Dopo quasi un anno dal golpe veniva fissata a settembre del 2020 la data per le nuove elezioni presidenziali. Poi veniva fatta slittare al  18 ottobre. In seguito allo slittamento della tornata elettorale , le organizzazioni di base del paese condannavano la decisione anticostituzionale, minacciando mobilitazioni permanenti contro il governo golpista.

Così per dieci giorni le organizzazioni sociali fermavano  il paese, attraverso il blocco della rete viaria, mediante picchetti permanenti, per protestare contro il governo de facto, che aveva spostato in ottobre, in modo costituzionalmente arbitrario, la data delle elezioni presidenziali. Poi il Senato approvava la legge che fissava il tempo massimo per una data sulla scadenza elettorale proprio al 18 ottobre.

In seguito agli inequivocabili sondaggi che davano  il Movimento per il socialismo vincitore al primo turno alle elezioni presidenziali del 18 ottobre, i partiti che facevano riferimento al governo golpista, rimescolavano le carte, imponendo l’uscita di scena della leader di carta, al prezzo di una protezione per i suoi “malaffari” di corruzione.

A ridosso della tornata elettorale il  governo de facto continuava le sue azioni di sabotaggio sui residenti in Argentina, per impedire il successo al primo turno, del Movimento per il Socialismo. Ma il disegno non riusciva. Così ad un anno dal golpe che defenestrava Evo Morales, il suo Movimento per il Socialismo si riprendeva la presidenza al primo turno, grazie al voto popolare.

Luis Arce annunciava il programma politico e metteva anche l’accento sulle responsabilità del golpe. Come anche sui massacri di Senkata e Cochabamba compiuti dai militari.

Voci sulla fuga di Morales, ma lui è a Chimoré, tra i suoi indigeni

Il giorno 11 novembre 2019   arrivava la notizia della defenestrazione di Evo Morales, che si congedava dal suo popolo: “Torno nell’area del Tropico di Cochabamba per stare con i miei compagni. Non devo scappare, non ho rubato …”. Con queste parole il presidente dimissionario della Bolivia Evo Morales, denunciava il colpo di stato ad orologeria, orchestrato dall’opposizione di estrema destra, che già aveva organizzato le sue milizie dopo ventuno giorni di proteste.

La falsa proposta di pacificazione

L’annuncio delle dimissioni di Morales, sollecitate dall’apparato militare, per pacificare la Bolivia, dopo che la polizia civile si era unita ai golpisti, arrivava in seguito alla  relazione preliminare dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che per voce del suo presidente, Luis Alamagro, l’aveva reso nota, segnalando che il Tribunale Supremo Elettorale aveva frodato il risultato elettorale a favore del presidente. Morales, annunciava quindi nuove elezioni e il rinnovo degli organi del Tribunale. Alle dimissioni del presidente sono seguite quelle dei ministri e di molti amministratori locali.

Ma il golpe era già inarrestabile, per cui nelle strade le milizie dell’opposizione  mettevano a ferro e fuoco molte città, tra cui La Paz, operando violenze e saccheggi, alcuni dei quali fatti passare per opera del MAS, l’organizzazione politica di Morales.  Ma certo le immagini del saccheggio dall’abitazione di Morales  a Cochabamba e dell’incendio che ha distrutto l’abitazione della sorella, sono inequivocabili. Poi la presa simbolica della Tv statale, tipica di ogni golpe…

Un mandato d’arresto incomprensibile

Al comando dei saccheggi vi sono i due leader filo-americani, Luis Fernando Camacho, presidente del Comitato per Santa Cruz, e Marco Pumari, leader civico di Potosí, che adesso si contendono il potere, per portare, dicono, il paese a nuove elezioni.


Così, Camacho faceva filtrare la notizia, incomprensibile, di un ordine di cattura per il presidente dimissionario e contemporaneamente l’altra voce della sua fuga all’estero: prima in Argentina, poi in Messico, il quale si è reso disponibile ad ospitarlo come rifugiato politico.

Morales, come abbiamo visto, non solo non è fuggito, ma è andato a riparare a Chimore, in quella parte del paese a nord, abitata da quegli indigeni che in tutti questi anni ha difeso contro gli attacchi delle lobbie estratti viste.

In nome dello stato di diritto

Gli stessi indigeni, che hanno cercato di fermare le milizie dell’opposizione, nella periferia di La Paz, nell’altopiano di El Alto, roccaforte di Morales, che gli ha  dato autonomia amministrativa.

Incombe il rischio di una guerra civile 

Così, oggi,  la Federazione dei Consigli di quartiere (Fejuve) di El Alto, in una conferenza stampa ha proclamato la nascita dei Comitati di autodifesa, che già si stanno muovendo attraverso i blocchi stradali e mobilitazione permanente: “L’oligarchia ritorna per continuare a guidare e distruggere”. Ma cosa ancora più drammatica, Il presidente della Federazione dei consigli di quartiere di El Alto, Basilio Vilazante, ha dato un periodo di 48 ore ai golpisti per lasciare il dipartimento di La Paz, minacciando la resistenza attiva.

Dal suo account di Twitter Morales ha smascherato la manipolazione: “denuncio al mondo e al popolo boliviano che un ufficiale di polizia ha annunciato pubblicamente che gli è stato ordinato di eseguire un mandato di arresto illegale contro di me; allo stesso modo, gruppi violenti hanno fatto irruzione in casa mia. Il colpo di stato distrugge lo stato di diritto “.

El Alto dice no al golpe in Bolivia

La notizia che circolava ieri, 11 novembre 2019, di un mandato d’arresto nei confronti di Evo Morales, senza comprenderne il motivo se non per una resa dei conti, ha indotto l’ex presidente Morales, che si era rifugiato tra gli indios di Chimoré, ad accettare l’invito del presidente messicano ad accoglierlo in quanto rifugiato politico. Partito dalla città nord boliviana al confine con l’Argentina, ha dovuto fare scalo in Paraguay poiché il Perù non ha dato il consenso di sorvolare i propri cieli.

Il vuoto di potere lascia mano libera all’esercito

Mentre Morales, insieme a tutto il governo e ad alcuni amministratori locali si mettevano in salvo in Messico si è creato in Bolivia un vuoto di potere, poiché tutti i personaggi che ricoprivano le cariche, che secondo la Costituzione avrebbero dovuto legalmente assumere la successione, si sono dimessi. Presumibilmente sarà l’esercito a prendere in mano la situazione con un vero e proprio governo militare, almeno per un certo periodo di tempo.

Una guerra civile annunciata

Poi, nel paese, c’è una guerra civile che sta montando. Dopo quasi un mese di sommosse dei golpisti, alla fine fiancheggiati da polizia ed esercito, durante i quali si sono susseguiti saccheggi e violenze delle milizie legate alle due organizzazioni di estrema destra, i comitati civici di Santa Cruz de la Sierra guidati da Luís Camacho e la Comunidad Ciudadana di Carlos Mesa, nei confronti delle comunità indigene e degli appartenenti al Mas, l’organizzazione politica dell’ex presidente Morales, la risposta nelle strade è arrivata forte e chiara da parte dei contadini.

El Alto, città alle porte di La Paz,  è diventato il luogo dove i nativi di origine Inca si sono ritrovati ad urlare la loro rabbia contro i golpisti. Nelle strade inondate di centinaia di persone armate di bastoni, macete e armi improvvisate un solo slogan si sentiva: “Ora sì, guerra civile!”. Migliaia di persone hanno messo a ferro e fuoco la città, formato barricate tra vetture date alle fiamme e copertoni da cui si innalzavano fumi.

Nei quartieri benestanti gli abitanti si sono rinchiusi nelle loro case, invocando l’intervento della polizia, la quale spaventata chiedeva il supporto dell’esercito.  Anche nel dipartimento di Cochabamba ci sono state ore di scontri, di cui un giornale vicino ai golpisti, “Opinion”, ne fa un bilancio di 90 feriti e un morto.

Lo scontro tra i due blocchi sociali

C’era stato, nelle ore precedenti, un ultimatum della Federazione dei Consigli di quartiere (Fejuve) di El Alto, che intimavano di fermare il golpe entro 48 ore, ovviamente ignorato, ma questa situazione pone una questione che è tipica di molti paesi latinoamericani: lo scontro etnico e sociale tra gli indios, i contadini e le classi più abbienti, di cui i golpisti sono i rappresentanti.

In Bolivia, il simbolo di questo scontro, che si sta trasformando in guerra civile annunciata, è la bandiera wiphala, diventata grazie a Morales simbolo nazionale. Questo vessillo rappresenta proprio i nativi originari dei territori delle Ande. Così sul web, alcuni poliziotti golpisti hanno fatto girare un video in cui si strappavano questo vessillo dalle divise in segno di disprezzo nei confronti di più della metà della popolazione boliviana.

Addestrati negli Usa i golpisti boliviani: pubblicate le prove audio

Era il 23 novembre 2019. La tornata elettorale del 20 ottobre era già stata pianificata come la giornata del non ritorno. Si perché l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), attraverso il supporto diretto di Jair Bolsonaro, presidente del Brasile e di Iván Duque presidente colombiano, e da potenti gruppi evangelici, doveva semplicemente denunciare dei brogli, che non c’erano, e far montare la rivolta dei gruppi organizzati, finanziati dalla agenzia statunitense USAID, diversi anni prima, proprio per sovvertire il presidente indios.

La ricostruzione a bocce ferme

Così, non appena la voce dei brogli si diffondeva, uscivano dal nulla Luis Fernando Camacho, presidente del Comitato per Santa Cruz, e Marco Pumari, leader civico di Potosí. Questi, cominciavano a mettere a ferro e fuoco il paese. Morales, messo alle strette, faceva il tentativo di sospendere il Tribunale Supremo Elettorale, accusato di aver generato brogli che non ci sono stati, e indire nuove elezioni. L’OSA annunciava un Audit per spiegare l’entità dei brogli. Ma non spiegava niente, se non reiterare le accuse senza prove: già era stato tutto deciso.

La polizia scendeva nelle strade insieme ai miliziani finanziati dall’USAID, alla caccia dei dirigenti del MAS, il Movimento per il Socialismo di Morales. Il presidente democraticamente eletto, veniva consigliato dal capo dell’esercito di dimettersi per pacificare il paese. Morales accettava, ma anziché pacificare i golpisti avevano già emesso un mandato di cattura per il presidente, contemporaneamente al repulisti dei dirigenti del MAS: linciaggi, case bruciate, arresti arbitrari… Morale fuggiva in Messico… Infine, c’è da dire che già il 22 ottobre, il Center for Economic and Policy Research (CEPR), aveva segnalato l’assoluta regolarità delle elezioni boliviane, al punto che Morales in realtà aveva guadagnato più voti regolari di quelli realmente certificati…

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per ordine del nuovo vertice dello stato, insediatosi arbitrariamente, parliamo dell’autoproclamata presidente Jeanine Anez, la polizia ha licenza di uccidere per le strade, senza doverne rispondere…

I golpisti addestrati negli Usa: la School of the Americas

Dopo le rivelazioni di qualche anno fa sul piano Condor diventa difficile ormai per gli Stati Uniti, rendere segreti i programmi e le strutture organizzative per il controllo militare dell’America Latina.

Controllo che avviene all’interno delle sedi diplomatiche, i cui addetti militari, quindi alti ufficiali dell’esercito, ma anche delle forze dell’ordine, vengono inseriti in veri e propri programmi formativi, organizzati didatticamente dall’FBI, dove vengono insegnate due discipline: “Comando e stato maggiore” e “Guerra di controinsurrezione”. Il primo corso è, come dire, il fiore all’occhielo del WHINSEC, o meglio conosciuta “School of the Americas”, presso Fort Benning in Georgia.

Ora, il capo dell’esercito, il generale Williams Kalimán Romero, colui il quale consigliò a Morales di dimettersi, è stato addetto militare della Bolivia a Washington dal 2013 al 1016. Ma già, a quanto sembra, il corso per addetti militari della WHINSEC lo aveva seguito nel 2003. Il comandante della polizia, il generale Vladimir Calderón Mariscal, colui il quale per primo si è schierato con i miliziani golpisti, per il repulisti dei dirigenti MAS, è stato presidente degli addetti di polizia dell’America Latina, a Washington fino a dicembre 2018.

Il programma APALA

Ma non è finita qui. Si, perché gli apparati di polizia di dieci paesi latinoamericani sono costantemente formati dall’APALA, con sede a Washington. Mediante questo programma di sicurezza multidimensionale, vengono costruite relazioni e connessioni tra le autorità statunitensi e i funzionari di polizia dei paesi membri dell’OSA. I dieci paesi in questione sono: Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Panama, Perù, Messico e Repubblica Dominicana. E’ in questo contesto che vengono insegnate le tecniche di controinsurrezione. Questo programma, negli ultimi anni, ha generato i cambi di regime e le operazione di controinsurrezione ad Haiti e Honduras.

Ma la perla di questa storia deve ancora arrivare. Quattro dei comandanti della polizia boliviana, addestrati dall’FBI, sono stati tra i protagonisti del golpe contro Morales: il generale Remberto Siles Vasquez, il colonnello Julio César Maldonado Leoni, il colonnello Oscar Pacello Aguirre, il colonnello Teobaldo Cardozo Guevara.

Questo si potuto sapere grazie alle rivelazioni di alcuni media  come El Periodico, che hanno pubblicato vari audio in cui viene perfettamente svelato il complotto tra forze dell’ordine, militari e milizie.

Ma da questi audio viene a galla un altro nome pesante, quello dell’ex candidato alla presidenza Manfred Reyes Villa, il cui ruolo centrale nella trama del golpe lo inserisce appieno tra le menti strategiche. Anche perché Villa risulta proprio essere un ex studente della WHINSEC…

Denunce di un nuovo piano Condor: minacciato intervento militare in Messico

Oggi nessuno ha dubbi. E’ il 30 novembre 2019 ed esiste un nuovo piano Condor in America Latina: colpi di stato parlamentari, guerre giudiziarie contro l’opposizione, presidenti autoproclamati, colpi di stato militari, repressioni, carcere, omicidi e fanatismo religioso”. Con queste parole scritte in un twitt il 24 novembre, Esperanza Martinez, senatrice socialista del Fronte di Guasú in Paraguay, ha rotto il ghiaccio denunciando formalmente il precipitare della situazione in America latina.

Gli eventi concatenati

Consequenzialità e velocità degli eventi in alcuni paesi dove gli apparati militari sono controllati dagli Usa, come Bolivia, Cile, Colombia, prima e ancora Haiti, Honduras ed Ecuador, sono ineluttabili. In Brasile si è arrivati al golpe istituzionale attraverso parte del sistema giudiziario. Laddove gli apparati militari non sono sotto il controllo atlantico, attraverso la celebre School of the Americas, vedi il Venezuela o Cuba, i piani golpistici sono falliti.

Adesso la minaccia riguarda la piccola isola antilliana Dominica, il Nicaragua e soprattutto Messico, minacciato da Trump di un intervento militare, con la scusa di dichiarare i cartelli dei narcos organizzazioni terroristiche.

Le infrastrutture del Piano Condor 2.0

Nel febbraio dell’anno passato l’inquilino della Casa Bianca, in un discorso ai profughi cubani di Miami aveva dichiarato che “I giorni del socialismo e del comunismo sono contati, non solo in Venezuela ma anche in Nicaragua e a Cuba”. In realtà i piani di destabilizzazione del continente latinoamericano erano già partiti con Obama. Certo è che con quel discorso Trump ha in qualche modo ufficializzato il programma della Casa Bianca e messo in agenda quello che dopo i colpi di stato di Haiti e Bolivia e le repressioni militari in Cile e Colombia, si è palesato come il Piano Condor 2.0.

Anche perché il suo antesignano degli anni settanta ha fatto scuola al punto tale che le strutture statunitensi di addestramento come la School of the Americas, non solo ha continuato ad agire, ma a questa si è aggiunto il programma di addestramento militare per la formazione didattica di parecchi ufficiali dei paesi latinoamericani relativa alla controinsurrezione: il programma APALA.

Se il centro nevralgico delle operazioni di sabotaggio dei sistemi politici e delle opposizioni di sinistra del vecchio Piano Condor era a Panama, la sede di quello 2.0 sembra essere proprio Washington.

C’e da dire che senza il supporto dell’Organizzazione degli Stati  Americani (OSA), infrastruttura fondamentale nei sabotaggi dei governi progressisti, sarebbe stato molto più difficile riattivare un nuovo Piano Condor.

Invadere il Messico si può

La sconcertante dichiarazione di Trump sulla possibilità di un intervento militare in Messico ha lasciato basiti in molti nell’establishment del paese centroamericano. Occorre considerare che è da quando è stato eletto il nuovo presidente messicano Andréas Manuel Lopez Obrador, uomo di sinistra, tenuto in pugno da Washington sui temi migratori, che la minaccia viene rinnovata periodicamente, soprattutto dopo l’accoglienza come rifugiato a Evo Morales.

Formalmente, Trump accusa Obrador di non avere il controllo della situazione in merito ai cartelli della droga, per cui questo potrebbe rappresentare un pericolo per gli Stati Uniti. Dichiarando i cartelli come terroristi, Washington avrebbe strumenti legislativi per intervenire.

Questo significa tenere sempre di più sotto pressione il presidente messicano, che pur dovendo assecondare, sotto ricatto, le politiche liberticide sui migranti, ha promosso piani importanti contro la povertà, contro la corruzione endemica in Messico, contro le oligarchie burocratiche, che hanno tenuto nel sottosviluppo il paese per decenni, assecondati da governi neoliberisti protetti dagli Usa, che con i narcos andavano a braccetto. Non solo, ma stigmatizzare la situazione dei narcos messicani diventa quasi ridicolo, nel momento in cui l’autoproclamata presidentessa golpista della Bolivia, JeanineÁñez, ha una famiglia pienamente coinvolta nei cartelli della droga…

L’ultima minaccia: la prassi APALA della destabilizzazione in una piccola isola caraibica

L’ultima minaccia è indirizzata verso l’isola caraibica di Dominica, nelle piccole Antille. In questo caso è proprio l’OSA che sta cercando di aprire dei varchi per demolire il governo progressista del Primo Ministro  Roosevelt Skerrit. 

Le autorità dominicane hanno denunciato che il Paese è vittima di un piano di interferenza dell’Organizzazione degli Stati Americani a pochi giorni dalle elezioni generali del 6 dicembre. La situazione di questa piccola isola è interessante da osservare poiché si sta ripetendo lo stesso copione di quello boliviano, che viene insegnato nei corsi APALA tenuti dall’FBI.

Luis Almagro, presidente dell’OSA,  fin da agosto ha chiesto che sull’isola si insediasse una commissione affinché venisse revisionato il sistema elettorale. Hanno inscenato con qualche centinaio di miliziani improvvisati delle proteste per creare caos, sostenendo il candidato di destra Lennox Linton.

Il governo dell’isola è riuscito a tenere testa agli attacchi dell’OSA, anche grazie alla mobilitazione popolare. Per tale motivo verrà impedito agli osservatori di Almagro, gli stessi che hanno innescato il golpe in Bolivia, di venire a monitorare le elezioni della prossima settimana…

In America Latina approvate le leggi del Piano Condor 2.0

6 dicembre 2019 – C’è una straordinaria, quanto inquietante, contemporaneità nei processi legislativi di Cile e Brasile, per incorporare, tra le leggi dello stato, regole che alterano l’equilibrio sociale, affidando agli organi di polizia e ai militari poteri straordinari, tipici delle dittature che questi due paesi hanno subito negli anni settanta.

Il concetto di contemporaneità degli eventi è così straordinario che nel giro degli ultimi mesi l’intero continente latinoamericano è stato incendiato da golpisti di varia natura, legati all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), sotto controllo degli Stati Uniti, attraverso la fedeltà dei suoi dirigenti e il controllo delle infrastrutture militari e spionistiche.

Così, mercoledì 4 dicembre 2019, i parlamenti dei due paesi si sono allineati con “pacchetti sicurezza”, tesi a gestire nel futuro il potere con il pugno duro. E come se non bastassero le coincidenze, che sappiamo che non esistono, in ambedue i sistemi parlamentari, queste leggi sono passate grazie al voto delle opposizioni.

Pinochet ha insegnato…

In Cile le misure liberticide sono state messe a punto per frenare le manifestazioni di protesta, represse nel sangue con omicidi, arresti, stupri, violenze senza fine, che hanno causato menomazioni, soprattutto agli occhi di centinaia di persone. Il presidente Sebastian Piñera, definendo il proprio popolo come una terribile minaccia, poiché chiede giustizia sociale e una nuova costituzione, con un indice di gradimento del 10 per cento, si allinea al suo idolo di sempre Pinochet.

Le misure, approvate con 127 voti favorevoli, 7 contrari e con l’astensione dei comunisti, penalizzano con la prigione chiunque manifesti liberamente: interrompendo il lavoro dei servizi pubblici; esercitando il diritto all’autodifesa contro le aggressioni della polizia; ostruendo il traffico e la mobilità delle persone; punendo oggi forma di rivendicazione territoriale, dagli edifici ai terreni, intervento ovviamente rivolto contro i nativi.

Inoltre la legge punisce chiunque si raggruppi in sistemi organizzativi per pianificare proteste e manifestazioni, in questo caso l’azione è rivolta a interrompere l’attività di Unità Sociale, la piattaforma che riunisce cittadini e organizzazioni sociali e sindacali, circa 200, che hanno inscenato le proteste.

C’è da dire che, paradossalmente, il 12 dicembre la Camera dei Deputati cilena è chiamata ad esprimersi circa l’accusa al presidente Piñera per la violazione dei diritti umani proprio durante le manifestazioni di protesta delle ultime settimane, sull’uso indiscriminato della violenza della polizia militare, a cui la nuova legge da proprio quegli strumenti per abusare la gente.

Secondo il rapporto dell’Istituto Nazionale per i Diritti Umani (NHRI) cileno, sono state presentate 678 azioni legali, di cui 106 per violenza sessuale, 517 per tortura, trattamento crudele e omicidi.

La riforma di un golpista

E’ sempre in questo strano mercoledì 4 dicembre che la Camera dei Deputati brasiliana ha approvato il pacchetto “anti-criminalità” proposto dal ministro della giustizia Sergio Moro, ex giudice federale, inchiodato dalle intercettazioni pubblicate da Intercept, attraverso cui veniva provato l’inquietante complotto di tipo golpista contro l’ex presidente Lula.

L’ambiguo ministro, uomo di regime del clan Bolsonaro, si è impegnato in una riforma liberticida che intendeva revisionare ben 54 articoli del codice. Le opposizioni, attraverso la composizione delle commissioni che hanno elaborato il testo ne hanno fatti passare 19, mentre altri 10 sono stati modificati.

Non sono passate le due norme che principalmente definivano il pacchetto. La prima riguardava la possibilità di “licenza di uccidere” da parte della polizia militare, norma detta “esclusione di illegalità”, da applicare alle situazioni in cui i poliziotti commettono eccessi a causa di “paura, sorpresa o emozione violenta”… Poi, l’altra riguardava l’aumento da 30 a 40 anni della pena carceraria massima.

Si immagini cosa possa voler dire la licenza di uccidere consegnata ai poliziotti brasiliani, che hanno ormai da anni innescato una persecuzione ai cittadini poveri e neri delle favelas.

L’ultima tragedia è proprio di domenica scorsa con la strage nella periferia di San Paolo di nove ragazzi  morti ad una festa di quartiere mentre ballavano a suon di musica. Solo a San Paolo, tra gennaio e ottobre di quest’anno, la polizia militare ha ucciso 584 persone, con un aumento del 9,1 percento rispetto allo stesso periodo dell’anno passato, secondo i dati dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza della megalopoli.

Ma questa storia è sicuro che non finisce qua, perché mentre le opposizioni, che hanno votato questo pacchetto, gridano alla vittoria per aver impedito l’esclusione di illegalità, dall’altro lo stesso ministro Moro, a sua volta, si ritiene soddisfatto poiché questa misura cercherà di farla passare al Senato o attraverso una nuova legge…

Denunce contro il governo de facto, anche in tempo di pandemia

13 maggio 2020 – Il governo de facto boliviano, presieduto da Jeanine Áñez, all’indomani del golpe che ha defenestrato il presidente eletto Evo Morales, sta assommando una serie di denunce per vari reati.

 In particolar modo, la famiglia della presidentessa golpista, si è messa in luce per azioni tipiche di chi ha disprezzo del bene pubblico. A ciò si aggiungano le denuncia dell’Asociación Nacional de la Prensa de Bolivia che si è detta preoccupata per il decreto 4231 sulle restrizioni della libertà di espressione, e per il rischio della salute pubblica relativamente alle correnti politiche della destra, vicini al governo, che negano il rischio pandemia.

Un fitto sistema corruttivo

Sono passati sei mesi dal Golpe che ha defenestrato il presidente regolarmente eletto della Bolivia Evo Morales, ed il governo de facto di Jeanine Áñez ha incasellato una serie di denuncie che vanno dal reato di corruzione a quello dell’uso improprio delle risorse pubbliche.

succedersi delle dimissioni, inspiegabili, dentro il governo de facto, una in effetti sembra la chiave di lettura di questo nuovo sistema golpista. Si tratta di Rafael Quispe, ex direttore del Fondo di sviluppo indigeno, dimessosi dal suo incarico la scorsa settimana poiché dalla Procura è indagato per crimini contro la salute pubblica. Ha praticamente violato il decreto 4200 che stabilisce la quarantena totale nel paese.

Il potere come mezzo privato

Come contraltare alle dimissioni di Quispe vi è l’impresa eccezionale della figlia della presidentessa de facto, Carolina Ribera Áñez, capo dell’unità di gestione sociale della Presidenza. Costei organizzava il 30 aprile a La Paz un evento pubblico in piena pandemia, non contenta di ciò, metteva a disposizione della deputata Ginna Torrez e di suo figlio Mauricio Raña un Aereo dell’aeronautica boliviana (FAB) per farli viaggiare da Tarija a La Paz.

Così, l’avvocato Temer Medina ha presentato una denuncia alla magistratura per uso improprio di proprietà statali e l’uso improprio di influenze, sanzionata nell’articolo 26 della Legge di Santa Cruz Marcelo Quiroga per combattere la corruzione. La denuncia veniva presentata più volte, ma la Procura l’ha sempre rigettata con la scusa di avere sospeso le attività giudiziarie per la pandemia. Oggi è stata acquisita.

Libertà di espressione e negazionismo

L’Asociación Nacional de la Prensa de Bolivia è l’espressione della maggior parte degli organi d’informazione del paese. Un paio di giorni or sono ha formalizzato un documento dove si esprime preoccupazione per il decreto 4231, che, per la sua gravità democratica, è il caso di riportare interamente…

“Le persone che incitano al mancato rispetto del presente decreto supremo o divulgano informazioni di qualsiasi tipo, sia in forma scritta, stampata, artistica e/o mediante qualsiasi altra procedura che metta in pericolo o incida sulla salute pubblica, generando incertezza nella popolazione, saranno soggetti a reclami per la commissione di reati stabiliti nel codice penale“.

Ma se da un lato il governo de facto restringe la libertà di espressione, impensabile in qualsiasi situazione di un paese democratico, allo stesso tempo legittima azioni e affermazioni di quelle correnti politiche negazioniste, cioè che negano il rischio del coronavirus, vicine al sistema di potere  della signora presidentessa de facto.

Il governo golpista esautora le funzioni del Senato per premiare i generali

Il governo de facto boliviano, supportato dagli Usa, dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), e dall’Unione europea, costituitosi in seguito al golpe sostenuto dai militari, dopo la minaccia di gruppi dell’esercito entrati, facendo irruzione in Senato, nella giornata di ieri,15 luglio 2020,  ha imposto, visto che era prerogativa del Senato, gli avanzamenti di carriera di una pletora di militari, dando seguito all’esautoramento della divisione dei poteri.

I poteri dello Stato esautorati dai golpisti

E’ l’articolo 160 della Costituzione boliviana che stabilisce le prerogative del Senato per le ratifiche degli avanzamenti di carriera dei ranghi militari. Questo articolo è stato messo in discussione con un’azione di forza dell’esercito, quando il 21 maggio irrompeva dentro il Senato per imporre l’approvazione del decreto governativo. Le immagini sono state diffuse dai social media, ma non sembra che abbiano colpito granché le organizzazioni internazionali democratiche che stanno sostenendo un governo golpista in Bolivia.

C’e da dire che la partnership tra golpisti e militari, avviata nel novembre scorso, sotto l’egida dell’OSA, che ha orchestrato il colpo di stato, si rinnova in questa occasione, come premio al comportamento dei militari per la cacciata del presidente regolarmente eletto Evo Morales.

Il Senato aveva respinto la “promozione” di 27 generali, dato che per fare questo tipo di azioni occorre una legge ad hoc, che ovviamente non c’è. Ma non basta, perché queste promozioni sono state avallate senza uno straccio di documentazione, che formalmente deve essere inviata prima alla Commissione di sicurezza dello Stato e poi congiuntamente alle forze armate, alla polizia e all’organo legislativo per le valutazioni. Niente di tutto questo.

L’obiettivo è la definitiva ascesa dell’apparato militare

Il governo de facto della presidente de facto Jeanine Áñez, che ricordiamo è, secondo la Costituzione aggirata per l’occasione, capo delle forze armate, con quest’azione di forza intende rafforzare il ruolo dell’esercito in modo sostanziale negli equilibri di potere del paese, per garantirsi e garantire le oligarchie dietro le quali si nasconde lei stessa.

Così, le linee d’azione del golpe vengono rafforzate, nel silenzio della comunità internazionale. Evo Morales ha mestamente commentato: “Il governo de facto ha spogliato della sua funzione costituzionale l’Assemblea legislativa, attaccando, con le istituzioni militari, la Costituzione. Solo le dittature si comportano così… “

I movimenti sociali boliviani sul piede di guerra: ‘vogliono manipolare le elezioni’

Si sarebbero dovute tenere il 6 settembre le elezioni presidenziali in Bolivia, questo secondo le leggi dello Stato 1297 e 1304 che determinano i termini per lo svolgimento delle elezioni. La decisione è arrivata ieri, 23 luglio 2020, annunciata dal presidente del Tribunal Supremo Electoral (TSE), Salvador Romero. Ma la risposta dei coordinamenti delle organizzazioni di base non si è fatta attenre, con una dichiarazione congiunta, che ribadisce di sospendere questa decisione illegale, minacciando, viceversa, uno stato di agitazione permanente.

Per impedire la vittoria della sinistra

La motivazione, strumentale, viene fatta ricondurre al perdurare della crisi sanitaria legata al covid 19. In realtà la richiesta è direttamente partita dalle organizzazioni politiche di destra che appoggiano il governo golpista de facto, affinché la repressione contro i movimenti sociali, vada ad erodere il margine di vantaggio che ha nei sondaggi Luis Arce, il candidato del Movimento per il socialismo (MAS).

Un atto incostituzionale, stigmatizzato da Evo Morales, il presidente regolarmente eletto, defenestrato dai golpisti, sorretti dai militari, nel novembre dello scorso anno. Incostituzionale perché l’unica entità che può rinviare le elezioni è l’Assemblea legislativa plurinazionale, attraverso l’approvazione di una legge ad hoc.

Guadagnare tempo con l’illegalità

Così, l’ex presidente ha spiegato in un twitt la strategia del governo golpista, guidato da Jeanine Áñez:”Un rinvio delle elezioni danneggerebbe la gente a causa dell’ingovernabilità che è possibile osservare proprio sulla mancanza di controlli della pandemia e della crisi economica (…) Vuole guadagnare più tempo per continuare la persecuzione contro i leader sociali e contro i candidati MAS-Ipsp”…

Pronti con le mobilitazioni nazionali

Il coordinamento delle sei federazioni del Tropico di Cochabamba, ha concesso 72 ore per ritirare questo atto arbitrario: “In caso di mancato rispetto delle leggi e del rispetto per il popolo boliviano, avvieremo mobilitazioni indefinite su tutto il territorio nazionale (…)

L’Assemblea legislativa boliviana deve sottoporre all’esame la nuova data proposta e, nel caso, approvare una nuova legge per estendere le elezioni”. A questa linea si è affiancato anche il Coordinamento popolare per la difesa della democrazia e della vita, di Cochabamba, rifiutando il tentativo di truccare le carte in corsa.

Un paese bloccato dallo scontro sociale

 Stanno cercando di reprimere con la violenza i blocchi stradali che da dieci giorni hanno lasciato il paese in condizioni estreme di instabilità. L’accusa contro il governo de facto, è quella di aver spostato la data delle elezioni presidenziali, fissate per il 6 settembre al 18 ottobre. Questo per erodere il vantaggio, stando ai sondaggi, del candidato del Movimento dei lavoratori. Così, adesso le organizzazioni sociali chiedono le dimissioni della presidente de facto Jeanine Áñez.

Il sobillatore Morales

Le denunce sono di lunedì scorso, 10 agosto 2020, e riguardano l’uso della violenza delle forze dell’ordine in molte città come El Alto, Cochabamba e La Paz. Una reazione ovvia da parte di un governo che è andato al potere nel novembre dello scorso anno, defenestrando il presidente legalmente eletto Evo Morale. Naturalmente, dopo l’ennesimo mandato di cattura contro lui, la nuova accusa nei suoi confronti è quella di aver sobillato il paese ed aver organizzato le proteste in questione: neanche Mandrake…

La chiesa cattolica preoccupata

Certo è che la situazione sociale del paese, nel pieno dell’esplosione della pandemia, è sempre più drammatica. L’unica voce che si è sentita è quella della chiesa cattolica, che chiede ai protestatari di cessare i blocchi ed al potere di sposare le armi della democrazia…

Scarseggiano i beni di prima necessità

I veicoli di trasporto pesanti sono fermi da giorni sulle strade. Comincia ad esserci carenza di cibo in molte città. Ancora più drammatica è la condizione delle strutture ospedaliere che aspettano le forniture mediche che non arrivano. C’è in questo momento il dramma della carenza di ossigeno, che però sembra che in molte città viene lasciato passare. E poi ci sono le speculazioni economiche su tutto quello che scarseggia, venduto praticamente di contrabbando a prezzi maggiorati.

La guerra degli ultimatum

La Confederazione Nazionale dei Cooperativisti della Bolivia ha dato 48 ore di tempo per revocare tutti i blocchi stradali. La risposta non si è fatta attendere da parte della Federazione dipartimentale delle cooperative minerarie di La Paz (Fedecomin), la quale a sua volta ha concesso 72 ore al governo de facto di rimettere tutto all’Assemblea legislativa, che dovrebbe essere l’organo costituzionalmente deputato sulle decisioni elettorali, viceversa i blocchi si estenderanno ancora di più…

Dopo i blocchi stradali il Senato approva la legge sulla data elettorale

13 agosto 2020 – Le elezioni presidenziali in Bolivia, il governo de facto le aveva già indette tre volte, tutte rinviate con la motivazione della pandemia in corso: il 3 maggio, la prima settimana di agosto, il 18 ottobre. In realtà i motivi di questi slittamenti sono direttamente proporzionali alla paura da parte del sistema di potere, uscito fuori all’indomani del golpe di novembre, di perderle queste elezioni, dato che il candidato della sinistra MAS (Movimento per il Socialismo),  Luis Arce, è in testa nei sondaggi… Ecco perché da quasi due settimane il sistema viario della Bolivia è stato fermato per i blocchi stradali organizzati dalle organizzazioni sociali per protestare contro i rinvii.

La legge approvata dal Senato

La richiesta da parte di tutti quei movimenti sociali che hanno bloccato il paese era quella di investire il parlamento, organo deputato alla decisione, di fissare una volta per tutte una data per legge, in tempi rapidi. E così è stato. Ieri il Senato si è espresso a favore di una legge che fissa al 18 ottobre il limite massimo entro il quale il TSE (Tribunale Supremo Elettorale, organo di emanazione governativa) deve fissare la data delle elezioni.

L’iter istituzionale con al centro il paese reale

L’iter istituzionale adesso impone che ci sia il voto della Camera, per ratificare la legge in tempi brevissimi. C’è da dire che entrambi i rami del parlamento sono a maggioranza MAS, il partito dell’ex presidente legalmente eletto Evo Morales, defenestrato dal golpe. Questa situazione la dice lunga sui rapporti di forze tra il sistema di potere golpista ed il paese reale. Il paese reale, dopo dieci giorni di blocco, è riuscito ad avere una certezza istituzionale che il governo de facto ha messo in discussione per paura di perdere…

In Bolivia la destra allo sbando: esce di scena la presidente Áñez

Le prime avvisaglie sulla situazione critica del governo golpista boliviano sono uscite fuori mercoledì, 16 settembre 2020, in seguito alla dichiarazione di uno dei leader del cartello politico della destra che sostiene la presidente de facto Jeanine Áñez.

Un candidato più credibile?

Enrique Siles, del partido Unidad Nacional (UN), per il dipartimento di Cochabamba, aveva ritirato il sostegno al cartello politico Alianza Juntos, che sosteneva la candidatura alle presidenziali del duo Jeanine Áñez, presidente, e Samuel Doria Medina, vice. A loro è stato chiesto formalmente di rinunciare a correre alla tornata elettorale. Questo perché, a pochi giorni dalle elezioni, ormai la presidente de facto è fuori gioco, e anche se i sondaggi sono impietosi per la destra golpista boliviana, meglio convergere le forze su Carlos Mesa, il candidato di Comunidad Ciudadana (CC).

Lo stesso Siles ha indicato il cambio di strategia, ammettendo che il cartello Alianza Juntos “non ha più la possibilità di sconfiggere il Movimento per il Socialismo”, cioè il partito di Evo Morales, presidente legalmente eletto e defenestrato nel novembre scorso dal golpe. Così il MAS si accinge a riprendersi il potere in Bolivia, grazie alla volontà popolare che sta spingendo il candidato socialista Luis Arce al 40,7 per cento, rispetto al 26,2 di Carlos Mesa, che è il contendente più a ridosso del potenziale vincitore.

La paura della destra golpista

Così Siles chiede l’unità di quella che già da adesso sarà l’opposizione di destra, cioè coloro che hanno compiuto il golpe insieme all’esercito. La paura è che questa destra golpista, appoggiata dai militari, dagli Stati Uniti e dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), non accetti il verdetto popolare, e con l’appoggio della comunità internazionale, possa fare un’altro colpo di mano…

Ieri, dunque, è arrivato l’annuncio di Jeanine Áñez: “Mi faccio da parte per il bene superiore, per evitare che il Movimento per il socialismo vinca le elezioni”. La Áñez aveva annunciato per prima, in gennaio, la l’intenzione di correre alle elezioni presidenziali. Attorno a lei si era formato appunto il cartello Alianza Juntos, che ha unito una serie di forze locali con la centralità del partito Unidad Nacional.

Tra rinuncia e accuse di corruzione

Una decisione obbligata quella della presidente de facto, anche perché su di lei pendono accuse a vari livelli, anche familiare, di attività corruttive di cui si è resa protagonista durante la sua presidenza de facto. In tal senso possibilmente la signora avrà chiesto garanzie di non essere lasciata sola…

Cruciale per i golpisti sabotare il voto all’estero

Le elezioni presidenziali in Bolivia che si svolgeranno dopodomani, domenica 18 ottobre, tra il candidato del Movimento per il socialismo (MAS), Luis Arce, in testa a tutti i sondaggi, contro lo sfidante della destra golpista Carlos Mesa, hanno prodotto una campagna elettorale sui generis.Il massiccio successo nei sondaggi del MAS, a cui il colpo di stato dello scorso anno ha sottratto la presidenza, defenestrando Evo Morales, ha indotto il governo golpista de facto, a sabotare il voto elettorale dei boliviani residenti in Argentina.

Strategia di sabotaggio

La strategica assenza di informazioni sui seggi dove poter votare, denunciata dai residenti boliviani in Argentina, come il mancato aggiornamento del sito dedicato http://www.yoparticipo.oep.org.bo, hanno indotto gli stessi a rivolgersi al Tribunale Supremo Elettorale, l’organo istituzionale controllato dal governo de facto, per denunciare i problemi relativi all’esercizio di un diritto costituzionale.

Per impedire la vittoria al primo turno

Ma perché è così importante il voto dei boliviani in Argentina? Secondo il censimento del 2010, la comunità boliviana in Argentina è composta da 345.272 residenti, costituendo il due per cento delle liste elettorali, la cui forbice tra il 70 ed il 90 per cento rappresenta l’elettorato del MAS. Con questi numeri, secondo le proiezioni, Louis Acre vincerebbe al primo turno, raggiungendo il 49 per cento dei consensi.

Il governo de facto è disposto a generare il caos sociale

Ademar Valda, ex console in Argentina, che denuncia il sabotaggio anche per le comunità rurali del paese, ha rappresentato in una intervista, la situazione della campagna elettorale, da un lato, e di sabotaggio, dall’altro, segnalando come, il governo de facto, con il golpe, abbia istituzionalizzato il sabotaggio…

“Per tutto questo, il colpo di stato – ha sottolineato Valda – è disperato, così cerca di evitare il voto dei boliviani all’estero, e i suoi rappresentanti sono disposti a generare un conflitto, un caos, uno sconvolgimento sociale in modo che la gente non esca per esercitare il proprio diritto alle urne” .

Luis Arce vince contro la destra golpista

Il candidato del Movimento per il Socialismo (MAS), Luis Arce, ha ottenuto una schiacciante vittoria alle elezioni presidenziali di ieri, 18 ottobre 2020, con il 52,4 per cento dei voti. Un risultato che gli consente di essere eletto al primo turno. Queste le sue prime parole: “Una volta conosciuti i risultati, vogliamo ringraziare il popolo boliviano (…) ringraziamo tutta la nostra militanza, abbiamo fatto passi importanti, abbiamo ritrovato democrazia e speranza”.

Le paure della vigilia

Sono stati 7,3 milioni gli elettori. L’altro competitor della destra moderata, appoggiato dai golpisti, era l’ex presidente centrista Carlos Mesa. La campagna elettorale è stata caratterizzata dai continui tentativi di sabotaggio del governo de facto, attraverso il caos generato dall’assenza di informazioni sul voto all’estero e nelle zone rurali. A ciò si è aggiunto il dispiegamento di 23000 poliziotti sulle strade, come minaccia psicologica preventiva.

Gli osservatori Onu

Per fortuna, il governo de facto, che prese il potere in seguito al golpe dello scorso anno, defenestrando il presidente legalmente eletto Evo Morales, fondatore del Movimento per il Socialismo, non ha avuto grandi margini per modificare il verdetto, data la massiccia presenza degli osservatori Onu…

“Ringrazio gli osservatori – ha detto il nuovo presidente della Bolivia – che sono stati così gentili da venire a casa nostra e ascoltare le nostre preoccupazioni…”

Quando un popolo si riprende il proprio destino

Questa schiacciante vittoria del Movimento per il Socialismo può avere varie interpretazioni. Un fatto è che il popolo boliviano ha dimostrato d’essere più forte degli interessi della destra golpista, che ormai da alcuni anni è all’arrembaggio dei governi progressisti, per impedire di riconsegnare ai popoli territoriali i loro diritti e le loro risorse…

“Recupereremo l’economia – ha detto Luis Arce – e reindirizzeremo il nostro programma senza odio (…) Il nostro impegno è lavorare, portare avanti il nostro programma. Governeremo per tutti i boliviani. Costruiremo l’unità del nostro paese”.

Il presidente: le risorse naturali nelle mani dello Stato

Il 22 ottobre 2020 scopriamo che in una lunga intervista al quotidianoPágina 12Luis Arce, si toglie più di un sassolino dalla scarpa. Dice chiaramente che i capi dell’esercito che hanno prodotto il golpe verranno rimossi. Poi fa luce sul disastro economico determinato da undici mesi di governo golpista de facto, che la pandemia ha solo amplificato. Segnala che la gestione della risorse naturali, compreso il litio, la cui privatizzazione era uno dei passaggi fondamentali dei golpisti, resterà nelle mani dello Stato boliviano. Si allinea al presidente messicano Obrador nel chiedere le dimissioni di Luis Almagro, il presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), responsabile di aver innescato il golpe dello scorso anno.

Una nuova fase per l’America Latina?

Luis Arce, ex ministro dell’Economia del governo Morales, ha vinto le elezioni presidenziali in Bolivia con un distacco siderale dal candidato della destra, cioè con il 54,5 per cento, a 25 punti dal principale rivale Carlos Mesa (29,2).

La sua vittoria è stata salutata come l’inizio di una nuova fase per il ritorno dei governi progressisti in America Latina, dopo l’Argentina ed il Messico, anche se su Obrador ci sono luci ed ombre: in Ecuador si voterà il 7 febbraio 2021. Ma la vittoria del Movimento per il Socialismo (MAS) ha anche ristabilito la verità sul golpe, con la truffa dell’OSA che ha inventato brogli che non ci sono stati, defenestrando ingiustamente Evo Morales, presidente legalmente eletto.

“Evidentemente, – sottolinea Arce – con quel risultato schiacciante è chiaro che lo scorso anno abbiamo vinto, anche se con una differenza minore, ma al di sopra dei dieci punti percentuali che la legge boliviana richiede per evitare il secondo turno. Il compagno Evo ha vinto il primo turno, in modo pulito. Questa domenica 18 ottobre non c’era dubbio che in Bolivia esiste una maggioranza che preferisce il Movimento al socialismo “.

Il disastro golpista del neoliberismo

I numeri che Arce snocciola sugli indicatori socio-economici del paese sono sconcertanti: “Abbiamo lasciato la disoccupazione al 4,2 per cento, ora è vicina al 12 per cento, tre volte di più e nel settore delle costruzioni, il 30 per cento, cifre molto grandi e negative. La recessione è al -11 per cento, quando siamo cresciuti del 4 per cento. C’è un calo della produzione di 16 punti percentuali. Inoltre, il deficit fiscale era del 6 per cento quando ero ministro dell’economia, ora è aumentato a oltre il 9 per cento. Sono peggiorati anche gli indicatori sociali: è aumentata la povertà e la concentrazione del reddito in poche mani, caratteristica del modello neoliberista, cioè l’apertura del divario tra ricchi e poveri. Abbiamo regredito nella distribuzione del reddito, ci sono molte cifre negative che sono evidenti dopo questo governo de facto”.

La centralità sociale dello Stato

Per tale ragione il neo presidente boliviano si è affrettato a chiarire che dovranno essere ristabiliti urgentemente alcuni paradigmi. Il più importante dei quali è la centralità dello Sato nella gestione delle risorse naturali, a garanzia che i proventi vadano al popolo che ha abitato quella terra per secoli. Ma c’è anche il tema della ridistribuzione dei redditi, che verrà attivata attraverso una misura ad hoc.

La ridistribuzione del reddito per – annuncia Arce – è finalizzata a generare un aumento della domanda interna e una maggiore spesa da parte della popolazione. D’altra parte, la produzione deve essere riattivata. Abbiamo fondamentalmente progetti a tre stelle: industrializzazione con sostituzione delle importazioni per piccole e medie imprese, un programma di sicurezza con sovranità alimentare e produzione di diesel ecologico … Continueremo con il nostro programma strategico di mantenere le risorse naturali nelle mani dello Stato (…) Riprenderemmo il programma che avevamo proposto nell’ottobre dello scorso anno con l’obiettivo di industrializzare il litio e generare 42 nuove industrie, che consentiranno lavoro e reddito al popolo boliviano.

Il castigo della destra

La destra golpista boliviana ha imposto una sorta di polarizzazione culturale tra classi, tra ceti sociali, distillando razzismo e classismo durante tutta la campagna elettorale. Un atteggiamento parossistico che diventa grottesco considerato che la Bolivia è uno Stato plurinazionale.

In una video intervista a Telesur, la sociologa Carla Espòsito, dell’Università di Città del Messico, ha analizzato questo tema: “Hanno istigato all’odio sociale. Hanno fatto una campagna elettorale restando dentro il loro blocco sociale, il loro elettorato. Non hanno parlato con il resto del popolo (…) Hanno condotto una campagna di odio, di divisione, di contrapposizione”.

Il sistema golpista fomentato dall’OSA

Se lo straordinario successo del MAS ha mostrato la pochezza della destra neoliberista, Arce non si è lasciato scappare l’occasione di associarsi al presidente messicano per chiedere le dimissioni del presidente dell’OSA, date le sue responsabilità durante il golpe dello scorso anno…

Si erano appena concluse le elezioni presidenziali che avevano dato una vittoria di margine ad Evo Morales. La delegazione dell’OSA, una volta insediatasi, inventò dei brogli che non c’erano stati. Questo ha dato il la all’esercito per scendere in strada, massacrando e umiliando il popolo per operare il colpo di stato. La stessa delegazione, senza il minimo ritegno, si è presentata, con le medesime persone dello scorso anno, e questa volta, osservati anch’essi dagli osservatori Onu, non hanno potuto far altro che accettare il voto, spingendosi persino a formulare i saluti al nuovo presidente…

Riconciliazione significa riconciliare il popolo non le élite filoamericane

In che termini dunque diventa possibile parlare di riconciliazione nazionale in Bolivia? Dobbiamo ricordare le decine di dirigenti, amministratori locali, membri dell’ex governo che sono in esilio dopo il golpe. Lo stesso Arce, insieme a Morales, è stato accusato di terrorismo e nefandezze varie… E’ chiaro che tutte queste accuse non hanno avuto nulla di legale ma tutto di politico, e per giunta di bassa lega, adesso si ritorceranno contro i golpisti…

Una maledizione per l’America

“La nostra politica estera – conclude il neo presidente – sarà quella di aprirci a tutti i paesi, ma a condizione che la sovranità sia rispettata, un trattamento che sia uguale e pari. Qualsiasi paese che soddisfi tale requisito, sarà il benvenuto. Se gli Stati Uniti vogliono stabilire relazioni con noi, devono sapere che questi sono i requisiti”.

A processo l’ex presidente golpista per le stragi nelle zone rurali

 E’ stata la nuova Assemblea legislativa plurinazionale, tramite la Commissione speciale inquirente, ad indire ieri, 26 ottobre 2020, un processo penale contro Jeanine Áñez, ex presidente de facto grazie al golpe del novembre 2019. Questo perché la violenza scatenata contro la popolazione civile, nelle settimane successive al colpo di stato, fu furibonda…

Un paese a ferro e fuoco

Un repulisti di massa che comportò i due massacri, mai raccontati dai media occidentali, di Sacaba (Cochabamba) e Senkata (El Alto), dove vennero trucidate 37 persone, 27 delle quali con armi da fuoco. Violenza che diffusamente venne profusa in tutto il paese, ai danni dei sostenitori del Movimento per il Socialismo, il partito di Morales, uscito vincitore assoluto alle elezioni della scorsa settimana.

Naturalmente è tutto il governo presidenziale golpista sotto accusa, ecco la lista completa dei ministri: Karen Longaric, (Affari Esteri); Yerko Núñez, (Presidenza); Arturo Murillo, (governo); Fernando López, (Difesa); Álvaro Coímbra, (Giustizia); Álvaro Rodrigo Guzmán, (Energia), e María Pinckert (Acqua e ambiente).

La licenza di uccidere assegnata all’esercito

L’istanza proposta dalla Commissione speciale sarà votata dalla seduta plenaria dell’Assemblea legislativa, che per la sua approvazione ha bisogno dei due terzi del consesso. Alla Áñez è stata imputata la responsabilità di aver firmato il Decreto Supremo 4078, che autorizzava l’esercito alle operazioni dedite a “ristabilire l’ordine pubblico”, in seguito alle proteste del popolo boliviano contro il golpe. Il punto è che in questo decreto veniva stabilito che i militari erano esonerati da qualsiasi responsabilità penale per le loro azioni: praticamente una licenza di uccidere.

Immagine in evidenza KEYSTONEEPArs GD sda-ats

Le fonti

Voci sulla fuga di Morales, ma lui è a Chimoré, tra i suoi indigeni

El Dia, Opinion, Toda Noticia, Los Tiempos, El Salto, La Jornada.

El Alto dice no al golpe in Bolivia

Toda Noticia, Agi, La Jornada, El Dia, Opinion

Addestrati negli Usa i golpisti boliviani: pubblicate le prove audio

The Gray Zone, El Periodico

Denunce di un nuovo piano Condor: minacciato intervento militare in Messico

The Gray Zone, La Jornada, Prensa Latina, Telesur

In America Latina approvate le leggi del Piano Condor 2.0

Toda Noticia, El Siglo, Telesur, Revista Forum, Pubblico

Denunce contro il governo de facto, anche in tempo di pandemia

TeleSur, Opinion

Il governo golpista esautora le funzioni del Senato per premiare i generali

TeleSur

I movimenti sociali boliviani sul piede di guerra: ‘vogliono manipolare le elezioni’

TeleSur

Un paese bloccato dallo scontro sociale

TeleSur, Opinion

Dopo i blocchi stradali il Senato approva la legge sulla data elettorale

TeleSur

In Bolivia la destra allo sbando: esce di scena la presidente Áñez

TeleSur

Cruciale per i golpisti sabotare il voto all’estero

TeleSur, Prensa Latina

Luis Arce vince contro la destra golpista

TeleSur

Il presidente: le risorse naturali nelle mani dello Stato

Pagina 12, TeleSure, Prensa Libre

A processo l’ex presidente golpista per le stragi nelle zone rurali

TeleSur

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