EPOPEA DELLE POST-DEMOCRAZIE LATINOAMERICANE – Cile, una storia di soprusi

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Assalto ai popoli

di Marco Marano

Durante il 2019 una serie di rivolte popolari in Cile hanno caratterizzato una stagione di lotte del popolo e violenza del potere presidenziale autoritario. Quelle rivolte sono in qualche modo paradigmatiche del passato e del futuro del paese. Del passato perché l’eredità della dittatura è ancora dura a morire, del futuro perché proprio quelle proteste hanno portato alla formazione di una assemblea costituente per la formulazione di una nuova Costituzione, per eliminare quella di Pinochet.

Tra passato e presente c’è da dire che le speranze della presidenza Bachelet hanno deluso le aspettative, lasciando inalterata la Costituzione di Pinochet e cercando una pacificazione senza contenuto, aprendo il campo alle forze elitarie neoliberiste, che dall’inizio del decennio hanno ripreso il massacro economico-sociale del paese.

Così vennero quelle le rivolte popolari , che furono contro il regime autoritario neo-liberista, finanziato e garantito dalle politiche liberticide degli Usa. I sommovimenti si caratterizzarono per  lo scontro tra il popolo e i garanti delle ricchezze per pochi.

La situazione cilena è paradigmatica rispetto a tutta la regione continentale, poiché il sistema di potere neoliberista, con molti degli esponenti vicini a Pinochet, ha affamato il popolo reprimendolo nel sangue e umiliandolo grazie alla Costituzione del periodo dittatoriale.

In Cile, il presidente ha usato perfettamente i metodi del dittatore degli anni settanta, attraverso arresti arbitrari, uccisioni, torture… Il bilancio dei due mesi di proteste è stato pesantissimo: le denuncie per crimini contro l’umanità sono fioccate, per l’uso delle metodologie repressive, nel silenzio della comunità internazionale. Le denuncie infatti sono principalmente arrivate dalle ONG.

E’ importante dunque ricollegare i fili della storia per contestualizzare il presente con le vicende del passato, che come un fantasma tiene obnubilate le coscienze del popolo cileno…

Nel 2021 il presidente Sebastián Piñera, artefice di questa stagione oscura del paese si scopre essere coinvolto, dall’inchiesta giornalistica, Pandora Papers, nell’esportazione di valuta attraverso conti off-shore…

di Marco Marano

L’ordine è chiaro: uccidete il Presidente del popolo!

Uccidere un Presidente del popolo significa assassinare il popolo stesso. Una storia che continua anche oggi con altri metodi. Di seguito uno schema esplicativo.

L’assassinio pianificato

Salvador Allende venne eletto Presidente del Cile il 4 settembre 1970 e rimase in carica fino all’11 settembre 1973, giorno della sua destituzione violenta, in seguito al golpe militare comandato da Pinochet, appoggiato e sostenuto dagli Stati Uniti. Quel giorno il suo assassinio era stato pianificato dallo stesso Pinochet. L’intento era quello di trasferirlo in aereo e buttarlo giù. Le cause della morte ufficiale non sono mai state chiarite, anche se formalmente si dice che si sia trattato di suicidio.

La storia dell’America Latina

La sua storia è la storia dell’America latina degli anni sessanta e settanta, quando la Cia sovvertiva i governi democratici finanziando i colpi di stato. Quando i governi democratici europei si voltavano dall’altra parte davanti alle nefandezze delle dittature fasciste.

Le oligarchie finanziarie di oggi

Oggi i tempi sono cambiati ma le dinamiche sono le stesse. Argentina e Brasile, e adesso ci stanno provando col Venezuela, sono stati sovvertiti in favore delle oligarchie finanziarie, legate alla destra internazionale.

Gli amici dittatori

In Europa avviene forse di peggio. C’è l’Italia in testa che va a braccetto con i dittatori africani e mediorientali, finanziandoli pure: Erdogan in Turchia, Al-Sisi in Egitto, Isaias Afewerki in Eritrea, Hailemariam Desalegn in Etiopia. A ciò si aggiungano gli accordi con autocrati vari che affamano e saccheggiano il loro popolo: Nigeria, Niger, Ciad, etc…

Una vicenda mai finita

Ricordare oggi Salvador Allende significa ricordarsi che quella vicenda non è finita, ma anzi continua, perché i dittatori sono l’interfaccia delle democrazie parlamentari, ieri come oggi…

Tutti gli uomini del Pano Condor

La sentenza del processo conclusosi a Roma nel gennaio del 2017, contro gli artefici dei desaparecidos latinoamericani di origine italiana, tra condanne e assoluzioni, ha riacceso l’attenzione sul supporto degli Stati Uniti alle dittature degli anni settanta

Doveva succedere proprio in Italia, il paese dalle mille trame nere, che un procedimento penale rendesse giustizia, riaccendendone anche i riflettori, ad alcune vittime dei regimi militari latino-americani degli anni settanta. Così, la Corte d’Assise di Roma ha emesso ieri la sentenza al processo Condor, che riguardava la scomparsa di 23 cittadini di origine italiana, tra il 1973 e il 1978, in vari paesi dell’ America Latina che in quegli anni erano governati da spietate dittature, le quali costituirono, attraverso l’operazione Condor, una sorta di rete trans-nazionale coordinata dalla CIA e promossa dall’amministrazione Nixon, per reprimere nel sangue le opposizioni interne. Sono state emesse 8 condanne all’ergastolo, 19 assoluzioni e 6 proscioglimenti per avvenuta morte degli imputati.

L’inchiesta giudiziaria

L’inchiesta giudiziaria sull’operazione Condor in Italia ebbe inizio nel 1999 in seguito alla denuncia dei famigliari di alcuni cittadini italiani desaparecidos. Nel febbraio 2015 prese avvio il processo nell’aula bunker di Rebibbia. In 61 udienze, sono stati chiamati un centinaio di testimoni chiave tra sindacalisti, intellettuali, politici, famigliari delle vittime che vivevano nei paesi in cui era in vigore questo scellerato patto. Una rete che collegava apparati militari e servizi di sicurezza di Cile, Argentina, Paraguay, Brasile, Uruguay, Bolivia. Le richieste della Procura di Roma, per voce dalla Pm Tiziana Cugini, sono state di 27 ergastoli per l’assassinio di 23 persone e un’assoluzione. Il principale indiziato era il capo della DINA, la polizia segreta cilena Manuel Contreras, colui il quale era il principale referente operativo  della rete Condor, uno dei deceduti.

Le condanne

Gli ergastoli, in contumacia, sono stati comminati ai peruviani Francisco Rafael Cerruti Bermudez, presidente tra il 1975 e il 1980, Pedro Richter Prada, generale di divisione, ex primo ministro, German Luis Figeroa, capo dei Servizi segreti. Ai boliviani Luis Garcia Meda Tejada, presidente dal 1980 al 1981 e Luis Arce Gomez, generale di Stato Maggiore, capo dell’intelligence e primo ministro. All’uruguaiano Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri; ai cileni Rafael Valderrama Ahumada, e  Jeronimo Hernan Ramirez Ramirez colonnelli dell’esercito.

Le assoluzioni

Tra le assoluzioni quella che spicca di più è di Jorge Nestor Troccoli, esperto in tortura, per sua stessa ammissione, per questo appunto soprannominato “il ciccione torturatore”. Troccoli è stato l’unico processato residente in Italia, in provincia di Salerno: fuggito dall’Uruguay ottenne la cittadinanza italiana.  Era stato capitano della Fusna, il “Cuerpo de Fusileros Navales”. I suoi metodi erano classici, dalle bastonate alle scosse sui genitali, ma anche di natura psicologica come quella di ripetere i nomi di chi era morto ai compagni ancora detenuti. Sembra che il “ciccione torturatore” con le sue sevizie non abbia ucciso nessuno, per questo nel processo italiano è stato assolto.

Una lettura storica

L’operazione Condor in realtà è la chiave di lettura delle vicende che riguarda la politica estera statunitense tra la fine degli anni sessanta e tutti gli anni settanta, nel continente latinoamericano, più precisamente nel cosiddetto “cono sud”. Esso nasce dall’idea d’impedire che la rivoluzione castrista possa prendere piede in altri paesi del continente, per tale ragione le amministrazioni a stelle e strisce promuovono una serie di colpi di stato fin dal 1964 con il rovesciamento del governo democratico brasiliano di João Goulart. Nel 1971 prendeva il potere in Bolivia Hugo Banzer. Nel 1973 era il turno del Cile con il drammatico assedio della Moneda, dove risiedeva il Presidente Salvador Allende, da parte dell’esercito comandato da Augusto Pinochet. E ancora la giunta militare capeggiata dal generale Jorge Rafael Videla prendeva il potere in Argentina nel 1976.

Desecretati i documenti

Quando nel 1993 sono stati desecretati i documenti che rivelavano la collaborazione tra Richard Nixon ed Henry Kissinger con il dittatore cileno Pinochet iniziavano a comprendersi in modo esplicito le caratteristiche dell’operazione Condor. Ma è l’anno prima che l’operazione viene scoperta, quando escono alla luce del sole gli archivi del terrore, all’interno di una stazione di polizia di Asunción, grazie ad una denuncia anonima tre anni dopo la caduta della dittatura paraguaiana, fatta a Martin Almada, ex attivista dei diritti umani, imprigionato e torturato. L’uomo ottenne un mandato dal giudice José Augustín Fernández, e lì i due scoprirono i documenti relativi al piano Condor.

C’erano 700.000 documenti che riguardavano le sei dittature di cui si è occupato il processo italiano, ma anche attività che riguardavano Colombia e Venezuela, relativamente a 50.000 persone assassinate, 30.000 desaparecidos, 40.000 incarcerate. Infatti se sulla carta arresti arbitrari, torture e sparizioni riguardavano i guerriglieri dei  movimenti rivoluzionari il piano Condor, in realtà, coinvolse qualsiasi tipo di opposizione sociale: studenti, docenti universitari, sindacalisti, giornalisti, attivisti di sinistra, operai, ma anche i genitori di persone scomparse.

A Panama

La struttura organizzativa messa in piedi dalla CIA aveva come base logistica Panama, da dove venivano coordinate le operazioni nei sei paesi attraverso sia lo scambio d’informazioni tra le singole intelligence che anche rispetto al transito di materiali, mezzi, denaro, forniture militari per addestrare il personale alle tecniche di rastrellamento e alle torture. Sembra proprio che  a Panama, ad esempio,  furono pianificati i voli della morte in Argentina: gli oppositori venivano fatti cadere dagli aerei in volo.

Ergastoli al processo Condor: verso una nuova stagione di giustizia

L’inchiesta avviata in Italia nel 2015, ha avuto alterne vicende con le assoluzioni in Corte d’Assise nel 2017, tramutate in ergastoli in secondo grado nel 2019, confermati il 19 luglio 2021, in Cassazione…

Non in tanti sanno che in Italia, negli ultimi decenni, hanno riparato tantissimi torturatori delle dittature militari latinoamericane degli anni settanta. Proprio quelli del Piano Condor, una mastodontica operazione progettata dalla Cia, al tempo di Nixon, in collaborazione con i servizi militari di vari paesi coinvolti in quegli anni nelle dittature, come Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Paraguay, per rapire, torturare ed eliminare gli oppositori. E’ proprio dal piano Condor che sono nata tutta le fenomenologie legate ai desaparecidos…

Il pronunciamento della Corte di Cassazione

Nel 1999 ci fu una denuncia da parte dei familiari di una quarantina di vittime di origine italiana, prevalentemente in Argentina, ma non solo, a cui seguì l’apertura dell’inchiesta nel 2015. Così, la Corte di Cassazione di Roma ha confermato gli ergastoli del secondo grado, ambito in cui fu disconosciuta la sentenza di Corte d’Assise del 2017, dove venivano comminati molti ergastoli insieme a sentenze di assoluzione.

I giudici che ieri si sono espressi hanno insomma confermato la colpevolezza: ergastoli per tutti. Compreso quel Jorge Nestor Troccoli, esperto in tortura, per sua stessa ammissione, per questo appunto soprannominato “il ciccione torturatore”. Troccoli, residente in Italia, in provincia di Salerno, fuggito dall’Uruguay ottenne la cittadinanza italiana.

Una pagina storica

La leggiamo dalle righe del giornale “il manifesto”, la dichiarazione di Giancarlo Capaldo, l’ex pubblico ministero che ha avviato l’inchiesta nel 2015: “La sentenza di oggi è un importantissimo traguardo per l’Italia, uno sforzo di civiltà giuridica che potrà essere un insegnamento per tutti gli altri Paesi. È una pagina storica per l’Italia. È stato un percorso lungo e difficile per arrivare alla sentenza pronunciata oggi, un cammino reso possibile dall’incredibile collaborazione umana che si è sviluppata tra i familiari, i sopravvissuti e gli avvocati”.

I conti aperti

Adesso, nei conti aperti con la storia e la giustizia, per non far scendere l’oblio in una delle pagine più buie del XX secolo, ci sono due nomi che la giustizia italiana dovrebbe portare alla sbarra: Carlos Luis Malatto, ex torturatore argentino, che allora aveva i gradi di tenente, e che vive in Italia da oltre dieci anni, il suo caso vide l’autorizzazione dell’ex ministro della Giustizia Bonafede, all’apertura di una inchiesta giudiziaria.

Poi c’è don Franco Reverberi, uno di quei sacerdoti che furono collaborazionisti con i regimi autoritari. Era un cappellano militare, a quel tempo, in Argentina: l’accusa nei suoi confronti è quella di aver assistito in silenzio alle torture del campo di sterminio di San Rafael. Il sacerdote ancora oggi svolge la sua opera pastorale come se nulla fosse…

La destra neoliberista sconfitta in Cile alle elezioni amministrative

Nel paese latino-americano “l’Alianza por Chile” del Presidente Sebastián Piñera (eletto alle presidenziali del 2009), nell’ottobre del 2012 venne sconfitta nelle principali città, come la capitale Santiago , oppure Providencia. La coalizione vincente fu la “Concertacion,” cioè il fronte unito di centro-sinistra nato nel 1988 per opporsi alla dittatura di Pinochet. Il livello di astensione fu del 55 per cento. Da quel momento però il potere presidenziale fu sempre di più all’assalto di un pezzo di popolo. Poi, verso la fine del decennio, si mise all’assalto del popolo, nella sua generalità, poiché per ottenere una nuova Costituzione, il popolo ha dato nuovamente il suo sangue.

Lontani dalla gente

la débâcle del sistemi di potere viene ricondotta alla lontananza da parte del sistema politico nei confronti della gente e dei loro bisogni.

In Cile, dopo la stagione delle riforme democratiche avviate dalla presidenza di Michelle Bachelet, l’imprenditore miliardario Sebastián Piñera ha promosso delle controriforme liberiste, che nel 2011 hanno scatenato le ire degli studenti con gigantesche manifestazioni e con durissimi scontri, in una delle quali ha perso la vita un ragazzo.

Un paese per ricchi

Le motivazioni delle proteste erano legate alla richiesta di un sistema scolastico equo e democratico, poiché quello cileno è uno dei più elitari e costosi del mondo. La particolarità di queste proteste, dilaganti in tutto il paese, sta nel fatto che il popolo cileno ha in qualche modo sostenuto gli studenti, senza restare a guardare, poiché quelle erano le proteste dell’intero paese contro la giovane oligarchia insediatasi al potere. Ecco spiegato il responso alle urne del 28 ottobre.

In Cile l’opposizione sociale in piazza per un’assemblea costituente

Il 21 ottobre 2019 il Cile è in pieno stato di emergenza, coprifuoco, divieto di manifestare. Proteste soffocate dalla violenta repressione dei carabineros e militari, i quali sono scesi nelle strade della capitale con i cingolati, come ai tempi di Pinochet.

Fino ad adesso si sono contati 11 morti. Secondo l’Instituto Nacional de Derechos Humanos (INDH), da giovedì 17 ottobre, quando sono iniziate le proteste, sono state segnalate 1.420 persone arrestate dalle forze dell’ordine e almeno 84 feriti da armi da fuoco. E poi ci sono i minori feriti e brutalizzati durante le detenzioni, caratterizzati dall’uso eccessivo della forza e da alcuni casi di abuso sessuale.

La collera popolare  violenta e delinquenziale per il presidente

Tutto è nato dalla lievitazione dei costi del trasporto pubblico, ma era semplicemente il meccanismo che ha innescato una collera popolare, compressa da un paio d’anni, cioè da quel 2017 quando il ricchissimo imprenditore Sebastián Piñera è stato eletto presidente, dando una spallata ai bisogni e hai diritti della maggioranza del popolo.

Le sprezzanti parole con cui il presidente ha voluto catalogare le proteste danno il segno del suo stile di governo: “Siamo in guerra contro un nemico potente, molto organizzato e implacabile, disposto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite”.

Un modello sociale neoliberista fondato sull’abuso

Se i salari bassi, il costo della vita altissimo, le pensioni più basse dell’America Latina, le diseguaglianze macroscopiche, con la solita oligarchia ricchissima che si arricchisce sempre di più e la maggioranza del popolo sottomesso e vessato, sono le caratteristiche  tipiche del Cile di oggi, quello che reclamano le organizzazioni sindacali è la lotta ad “un modello sociale fondato sull’abuso e la precarietà della vita, che considera i diritti sociali come opportunità per affari redditizi”… E poi ci sono i saccheggi delle risorse naturali attraverso l’estrattivismo nelle terre ancestrali che imprese straniere hanno sottratto ai Mapuche.

Per queste ragioni si è formando un cartello di organizzazioni sindacali e sociali all’insegna dell’Unità Sociale, dove sono rappresentate tutte le categorie dei lavoratori vessati, i quali sono i promotori di uno sciopero generale fissato per domani mercoledì 23 ottobre. L’idea di questo nuovo cartello è quella di formare in Cile un’assemblea costituente che riscriva un nuovo patto sociale.

Le principali sigle sono: Central Unitaria de Trabajadores (CUT), Colegio de Profesores, la Confederación Nacional de Federaciones de Pescadores Artesanales de Chile, Cumbre de los Pueblos, Corporación Humanas,

Sciopero generale della piattaforma ‘Unità sociale’, per un nuovo Cile

E’ inarrestabile ormai la rabbia popolare dopo la più grande manifestazione mai vista in Cile svoltasi la settimana scorsa a Santiago. Il 30 ottobre 2019 uno sciopero generale segnerà forse l’inizio della fine del presidente Sebastián Piñera, erede di Pinochet e di quella fase storica: la resa dei conti è arrivata.

Dopo 11 giorni di proteste di un popolo maltrattato e deriso dal governo, che negli ultimi anni lo ha sottomesso, e dopo la più grande manifestazione mai vista, con la partecipazione pacifica di più di un milione di persone, che hanno sfilato cantando “Bella ciao” e “el pueblo unido jamás será vencido”, oggi è la giornata della svolta storica.

Le organizzazioni sociali si mobilitano

Si, perché è stato indetto uno sciopero generale promosso da “Unità sociale”, la piattaforma che vede unite più di 70 organizzazioni sociali e sindacali, praticamente in tutti in settori della società cilena: sanità, istruzione, commercio, banche, industria. Ma anche l’Associazione nazionale dei dipendenti fiscali, la Federazione nazionale dei lavoratori portuali, gli operatori delle cure primarie, le reti ospedaliere,  il sottosegretariato della sanità, l’Ordine dei giornalisti del Cile. E poi ancora: la Confederazione degli studenti , l’Associazione dei parenti dei detenuti scomparsi e le organizzazioni di trasporto come la Confederazione dei lavoratori dell’aeroporto e la direzione Generale di aeronautica civile.

Esto no ha terminado

Non è finita qui, quindi, perché nel suo appello “Unità sociale” ha chiamato la popolazione a manifestare il proprio dissenso, contro il governo Piñera in tutte le forme possibili: assentandosi per organizzare assemblee  fuori dai posti di lavoro.

Le rivendicazioni della piattaforma si sviluppano su due livelli. Da un lato le richieste proprie ad ogni popolo libero che si rispetti, come ad esempio il salario minimo, le pensioni per tutti i lavoratori, il riconoscimento della piena libertà di associazione, il rispetto del diritto di sciopero, i servizi di base protetti e le tariffe eque per il trasporto pubblico.

Perché è proprio in seguito all’aumento delle tariffe del trasporto pubblico, nelle ore centrali della giornata, attivato per legge, che i cileni hanno detto basta. Soprattutto dopo le derisioni del ministro dell’Economia  Juan Andrés Fontaine che  invitava i cileni a svegliarsi prima per pagare il biglietto ridotto della metro di Santiago.

La resa dei conti: una nuova costituzione democratica

Sembra chiaro che queste rivendicazioni sociali non sono più rivolte a Piñera, poiché si da per scontato che le manifestazioni cesseranno quando il presidente si farà da parte.

A poco è bastato il rimpasto di governo, dei ministri più compromessi come il già citato ministro dell’economia, oppure quello dell’interno Andrés Chadwick, già uomo di Pinochet, che ha dato vita ad una spietatissima repressione, con decine di morti, centinaia di feriti, arresti deliberati, torture e stupri da parte delle forze dell’ordine…

La richiesta vera è quella di abolire finalmente la costituzione cilena scritta da Pinochet, ancora vergognosamente in vigore, che permette gli stati di emergenza, il  soffocamento nella violenza di chi si oppone alle brutalità, poiché gli viene affibbiato il marchio di terrorista, come la vicenda del popolo indigeno  Mapuche insegna.

Santiago del Cile al centro di proteste e violenze

Oggi, 7 novembre 2019 , dopo 21 giorni di violenza nelle strade, tra cittadinanza e forze dell’ordine, per protestare contro il modello neoliberista del governo di Sebastian Pinera, a Santiago del Cile vi è stata una nuova giornata di tensione, anche nei quartieri agiati come Providencia e Las Condes.

I diversi approcci della polizia

C’è stato il saccheggio dei negozi a Santiago del Cile, come anche la distruzione della sede del partito di governo Unione Democratica Indipendente di destra (UDI) Sottolinea il quotidiano Prensa Latina: “Secondo molti, l’azione debole del corpo dei Carabineros colpisce di fronte al vandalismo, mentre affronta con violenza sproporzionata le manifestazioni pacifiche che richiedono profondi cambiamenti per risolvere le profonde disuguaglianze subite dalla società cilena”.

La mano pesante delle istituzioni

Quando centinaia di manifestanti si sono ritrovati davanti ad un centro commerciale della capitale la polizia ha usato mezzi di contrasto assoluti: carri d’acqua e bombe a gas lacrimogeni e gas al pepe.

Al calar della notte Providencia, i viali Nueva Providencia e Apoquindo, tra gli altri, erano completamente deserti con la sola presenza delle forze di polizia e mostravano la distruzione e i resti di barricate montate e bruciate in vari punti. Come al solito, migliaia di persone hanno iniziato a radunarsi pacificamente in piazza Baquedano, il centro nevralgico delle proteste, ma hanno rapidamente iniziato a essere repressi e allontanati dalle forze di polizia”.

E’ rivolta nei quartieri periferici di Santiago del Cile

La giornata di oggi , 26 novembre 2019, è stata caratterizzata dall’ennesimo sciopero generale in tutto il paese contro il governo liberista di Sebastián Piñera, indetto dai movimenti che si rifanno alla piattaforma Unità Sociale. Dai quartieri più disagiati della capitale sono partite azioni che hanno portato a barricare gli accessi autostradali. La repressione poliziesca non si è fatta attendere.

Sono passati quasi due mesi dall’inizio delle rivolte popolari in Cile, iniziate per l’aumento dei trasporti pubblici, e finite per chiedere giustizia sociale e una nuova costituzione. A niente sono serviti i tentativi del presidente di cinturare la riscrittura della nuova costituzione: le opposizioni l’hanno rigettata. Come a niente sono servite le minacce di attuare le misure eccezionali dello stato di emergenza per le manifestazioni in atto nel paese.

Un regime autoritario che protegge gli interessi di pochi

Le manifestazioni represse duramente, nel silenzio complice della comunità internazionale, sono state caratterizzate da omicidi mirati, violenze, torture e stupri, in perfetto stile Pinochet, fase da cui provengono molti esponenti dell’attuale governo.

Soprattutto le donne stanno pagando un duro prezzo. In  tal senso le icone della rivolta sono diventate le due donne uccise barbaramente: Daniela Carrasco, detta El Mimo e la fotografa Albertina Martínez Burgos. Sono settanta le accuse a pubblici ufficiali, per crimini contro i diritti umani, come dai rapporti di Amnesty International.

Le rivendicazioni dal basso e la nuova lotta di classe

Oggi, nell’ennesimo sciopero generale, in corso mentre scriviamo, le prime notizie che arrivano sono quelle della capitale Santiago. L’articolazione dei movimenti sociali che si riconoscono in Unità Sociale è molto ampia e riguarda praticamente tutte le categorie di lavoratori.

A convocare il proprio popolo è stato il Movimento Ukamau, che da anni si batte per dare alloggi dignitosi a tutte le famiglie sfrattate. Sono state convocate le periferie al fine di bloccare i passaggi autostradali.

Le rivendicazioni sono chiare e descrivono un paese insopportabilmente oligarchico, partendo proprio da abitazioni dignitose per tutti, che risponde alla necessità di creare un piano casa inclusivo e non liberticida. E poi salario minimo a 510mila pesos, pensioni livellate allo stipendio base, garanzie di accesso per tutti ai servizi pubblici, che siano però efficienti e funzionanti: sanità, istruzione, elettricità di base, acqua, servizi di trasporto per tutti.

Le barricate sugli accessi autostradali

Sono partiti quest’oggi dalle periferie, i convocati del movimento Ukamau, e si sono diretti verso gli accessi autostradali per erigere delle barricate. Le due più rilevanti sono state quelle dell’autostrada del Sol, che collega Santiago a Valparaíso, e quella Pedro Aguirre. Nel primo caso circa 500 manifestanti sono stati evacuati dalle forze speciali, che attraverso getti d’acqua e spray al peperoncino hanno fatto si che la gente si dileguasse. Stessa cosa nell’altro punto, all’altezza della stazione della metropolitana Cerrillos.

I moti popolari non si fermeranno finché non ci sarà dignità per tutti

Nolberto Díaz è il segretario generale del Centro unitario dei lavoratori (CUT), in una nota ha messo in chiaro che i moti popolari non si fermano davanti ai tentativi di Piñera di manipolare la realtà del paese: “Lo sciopero segnala che, nonostante gli annunci del governo, non vi è stato alcun dialogo con i movimenti sociali (…) Le misure adottate dall’esecutivo di Sebastián Piñera garantiscono, a questo  modello economico, di rimanere intatto, senza intaccare i privilegi dei più ricchi, mentre tutti i cileni devono finanziarli con le loro tasse (…) È anche necessario che questo martedì il movimento sindacale si esprima in manifestazioni pacifiche, estranee alla violenza e al saccheggio, per rivendicare dignità per tutti e invitare il governo a riconsiderare le sue posizioni…”

I proclami di Piñera sulla grande repressione

Dopo 40 giorni di ribellione popolare, dopo la repressione del governo, dopo che Piñera ha preso di mira Human Rights Watch e Amnesty International per la violazioni dei diritti umani, in una conferenza tenutasi a La Moneda, il 28 novembre 2019 , il presidente ha stigmatizzato la “violenza criminale” dei cittadini che si sono riversati sulle strade. Così ha annunciato di rafforzare le forze dell’ordine, sia polizia investigativa che carabineros, con l’ingaggio di nuovi ufficiali di polizia per rinvigorire la repressione.

Queste le sue parole: “La polizia e la polizia investigativa hanno bisogno del nostro più ampio sostegno per adempiere al mandato costituzionale “.

Le leggi liberticide

Poi ci sono le leggi da fare approvare al Congresso: le leggi anti-saccheggio, anti-incappucciate, anti-barricate, per la proteggere le “infrastrutture sensibili. Sembrano i proclami di un autocrate lontano dai bisogni della gente, che mira a rafforzare il proprio potere a qualunque costo. Mentre in Procura, contro le forze dell’ordine, ci sono oltre 2.670 inchieste per violazioni dei diritti umani, Piñera fa annunci straordinari su come ornazizzerà la sua repressione: “A partire da lunedì prossimo avremo 2.505 poliziotti e forze di polizia che si uniranno per l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica e nei prossimi 60 giorni avremo 4.534 poliziotti e poliziotti aggiuntivi”.

La forbice delle ingiustizie

Da Izquierda Diario: “Ciò che il governo cerca di fare è nascondere e garantire la dura repressione con cui ha risposto alle richieste di mobilitazione sociale, che hanno scosso le strade che chiedono di migliorare le condizioni di vita e protestano contro le disuguaglianze che hanno determinato il precariato sociale di centinaia di persone e migliaia di famiglie da oltre 30 anni. La risposta alle mobilitazioni di massa sono stati omicidi, percosse pesanti, torture, abusi sessuali, migliaia di feriti e oltre 200 perdite persone che hanno perso la vista”.

Il popolo cileno invoca una nuova Costituzione

Il 19 dicembre 2019 la richiesta è chiara da parte del popolo: una nuova Costituzione inclusiva, oltre alle dimissioni di Sebastián Piñera presidente in Cile, che ha represso con la violenza le richieste sociali per una vita migliore, e alle sue politiche liberticide che favoriscono le classi più abbienti.

La distanza dal popolo

Dopo due mesi di proteste, iniziate il 18 ottobre scorso, da parte degli studenti a causa dell’aumento dei prezzi della metropolitana, la distanza dal potere quasi autocratico ed il popolo è sempre più marcata. Oltre alle migliaia di denuncie e soprusi operati dalla polizia nei confronti della popolazione, fermata, picchiata, abusata, al di fuori della legge.

“Il governo non capisce ancora cosa chiedono i manifestanti, ci dà vincoli e briciole per attutire le proteste”, ha detto la studentessa universitaria Francisca Videla a Telesur.

I dati della repressione

Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto nazionale per i diritti umani del Cile, fino al 6 dicembre scorso sono state registrate 3.449 persone ferite; circa 352 con lesioni agli occhi, di cui 331 con trauma e 21 con scoppio o perdita; così come 1.983 sono stati sparati. Di questi, 1.554 con piombini, 198 con oggetti non identificati, 180 con palline e 51 di proiettili. 

Ci vogliono uccidere!

Perseguitato in Cile e in Argentina, 1.000.000 nel primo, 500.000 nel secondo, il popolo Mapuche rivendica la salvaguardia della propria terra contro le speculazioni delle holding occidentali. Ma il 2017 si apriva in modo cruento, poiché fin dai primi giorni di gennaio venivano picchiati, trascinati per i capelli, minacciati, soggetti al fuoco ravvicinato delle forze dell’ordine…

Una violenza inaudita

Intorno a mezzogiorno di mercoledì 11 gennaio, nella comunità cilena di Trapilwe Mawidache, presso la zona di Makewe, nel Comune di Freire, a sud di Temuco, un’area letteralmente militarizzata, in seguito ad un controllo d’identità dei carabineros, tre donne, di cui una minorenne, sono state fermate, minacciate con le armi in pugno e picchiate, per poi essere caricate su un veicolo delle forze dell’ordine, dove le sevizie sono continuate.

Come riferisce a Radio Villa Franca l’avvocatessa delle tre sventurate, Manuela Royo, le violenze sono continuate soprattutto nei confronti di una di loro poiché in segno di protesta ha incrociato le braccia. Le donne, che si chiamano Maria Quidel, Llancao Maritza e la figlia di 15 anni di cui sono state fornite le iniziali R.S., sono state trattenute senza motivo fino alla mattina seguente, con l’accusa di “disordine pubblico”. L’avvocatessa Royo ha annunciato che farà un’azione legale per tortura.

La resistenza contro le speculazioni di Benetton

Il giorno prima, martedì 10, nella parte argentina della Patagonia a Pu Lof en Resistencia, afferente al Dipartimento di Cushamen, nella provincia di Chubut,la gendarmeria provinciale, dietro l’ordinanza di un giudice federale, ha caricato gli attivisti di “Resistencia Ancestral Mapuche” (RAM) che da marzo 2015 occupavano un pezzo di ferrovia della Tronchida, nel nord-ovest di Chubut, poiché quella terra, che rivendicano come ancestrale, cioè appartenente ai nativi in quanto tali, è stata acquistata dall’azienda italiana Benetton, che nella Patagonia argentina possiede un milione di ettari.

Le violenze hanno coinvolto donne e bambini e gli attivisti hanno dovuto desistere dai loro propositi, dopo un presidio durato una decina di mesi. Come ritorsione la gendarmeria, il giorno dopo, entrava nella comunità, senza nessun ordinanza del tribunale, al solo scopo di esercitare violenza sulle persone, picchiando indiscriminatamente e sparando ad altezza d’uomo. Il bilancio è stato di sette arresti, e di due persone ricoverate in gravi condizioni.

Le multinazionali all’assalto

Gli interessi delle multinazionali occidentali sulla Patagonia cilena e argentina, su cui ricadono le terre dei nativi Mapuche, che ne rivendicano i diritti ancestrali, sono legati allo sfruttamento delle risorse idriche e naturali come il legno. In Cile le loro rivendicazioni sono state da sempre represse in modo violento a prescindere dal tipo di regime in essere. Se le loro lotte contro le multinazionali che saccheggiano il territorio sono state sempre non violente, con qualche frangia più estrema, che prende di mira i camionisti con incendi, blocchi stradali e scontri con i carabineros, c’è da dire che la violentissima repressione nei loro confronti si fonda sull’utilizzo della legge antiterrorismo creata da Pinochet e mai abolita del tutto.

I cittadini terroristi

Ecco perché in modo mistificatorio i cittadini nativi vengono considerati terroristi e repressi brutalmente, così i carabineros possono entrare indisturbati nei territori, che sono come detto militarizzati, con blindati, camionette, idranti, armi antisommossa. Così persecuzioni, maltrattamenti, arresti arbitrari coinvolgono donne incinte, anziani e bambini, i quali vengono fatti assistere alle violenze inflitte ai loro cari come forma di punizione. Tutto questo nel democratico Cile della socialista Michelle Bachelet.

Come sventrare l’ambiente

A ciò si aggiunga il cinismo delle multinazionali che costruiscono centrali idroelettriche senza preoccuparsi delle emissioni di CO2, nella generale assenza di sostenibilità ambientale, come ad esempio nel caso della società austriaca Rp Global presso Tranguil,  una località cordillerana del comune di Panguipulli. O ancora come il progetto della centrale idroelettrica del lago Neltume per opera di Enel-Endesa, fortunatamente ritirato in seguito alle proteste.

I prigionieri mapuche sono da due mesi in sciopero della fame per protestare contro le disposizioni carcerarie nei loro riguardi: non hanno usufruito dei benefici per la pandemia destinati a tutti i detenuti. Così, dopo settanta giorni che non mangia, il leader Celestino Códova rinnova la lotta e invita tutti a non mollare fino a quando le terre ancestrali non vengano restituite. Era il 13 luglio 2020.

Il territorio ancestrale

Celestino Códova è Consigliere spirituale del popolo Mapuche, quel popolo che in Cile ha avuto sottratto il proprio territorio ancestrale, da un sistema endemico di corruzione statale, che negli anni ha permesso di svendere quelle terre, con l’imbroglio, a grandi imprenditori, tra cui Benetton.

Le lotte di rivendicazione ai soprusi sono lotte di resistenza, con azioni di disturbo soprattutto lungo le strade di collegamento. Ma sono anche storie di morti giustiziati dalle forze dell’ordine… Così quello Stato che ha tolto le terre ancestrali ai mapuche, in seguito alla resistenza, li considera terroristi.

Lo sciopero della fame per resistere

Durante la pandemia tutti i prigionieri mapuche non hanno potuto godere dei benefici come la detenzione domiciliare, riservata agli altri detenuti, per cui da questo ne è nato un grande sciopero della fame nelle carceri cilene. Il leader di questo movimento è proprio lui, Celestino Códova, che da settanta giorni non mangia… Se continuasse così la fine sarebbe vicina…

Celestino non si ferma insieme ai suoi compagni  

Ma Celestino non si ferma, e lancia un grande appello al suo popolo dal carcere: “in caso di una morte possibile […] non abbassare la guardia e combattere fino a quando lo stato cileno restituisca il territorio ancestrale dei mapuche”.

Un movimento carcerario dei prigionieri mapuche che non si arrende, ecco perché la portavoce della protesta, Cristina Romo, ha lanciato la mobilitazione intra-carceraria su vasta scala. I prigionieri mapuche sembrano essere intenzionati a morire per la propria causa…

Naturalmente la Procura cilena non ha battuto ciglio davanti a questa situazione, mostrando tutta l’intenzione di non cedere e lasciarli morire…

Immagine in evidenza Prensa Latina

Fonti

In Cile l’opposizione sociale in piazza per un’assemblea costituente

Prensa Latina

Sciopero generale della piattaforma ‘Unità sociale’, per un nuovo Cile

Prensa Latina

Santiago del Cile al centro di proteste e violenze

Prensa Latina

E’ rivolta nei quartieri periferici di Santiago del Cile

Prensa Latina

I proclami di Piñera sulla grande repressione

La Izquierda Diario

Il popolo cileno invoca una nuova Costituzione

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Ci vogliono uccidere!

El Pais, Radio Villa Francia, ecomapuche.com

Lo sciopero della fame dei prigionieri mapuche verso il tragico epilogo

TeleSur

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