LA STORIA DELLA CITTA’ COPERTA: Quello strano reticolo di appartenenze e affiliazioni – III puntata

il

di Marco Marano

“Catania e i suoi governi, i suoi affari sommersi, i legami parentali e occulti che si sono tramandati di generazione in generazione e che hanno costrituito un reticolo intrinsecamente legato al territorio. Una città rigidamente coperta dagli interessi dei ceti salottieri riuniti in logge, che hanno tessuto le loro sporrcizie invertendo i principi costitutivi della società civile, attraverso l’illegalità che negli anni si è eretta a ordine costituito.”

E’ questo uno straordinario affresco della Città Coperta, trateggiato dal prof. Giuseppe D’Urso, lucido intellettuale catanese, che ha spiegato come il sistema di potere etneo sia stato edificato su leggi occulte proprie alla tradizione massonica. Legami, appartenenze, fratellanze sono gli elementi su cui si è tramandato il potere, per questo diventato dominio.

E’ la storia di una città martoriata, dove il Bene collettivo è stato avvilito da gruppi di famiglie, e questo con metodicità gattopardesca. Vere e proprie affiliazioni parentali prima che alleanze trasversali hanno fatto da substrato alla tragedia sociale che ha accompagnato questa città.

Catania come laboratorio politico, perché se ha potuto essere Città Coperta lo si deve a tutta una serie di eventi che l’hanno trasformata proprio in laboratorio di sperimentazione istituzionale. D’Urso: “La Catania di oggi è diventata tale per il modo in cui si fondò la ricostruzione politica, economica e sociale nel secondo dopoguerra, quando le truppe alleate delinearono gli assetti della città. Da quel momento Catania sarà sempre il laboratorio di tutte le politiche che hanno come ispirazione l’ideologia massomafiosa.” Catania fu il più grosso centro urbano liberato dagli alleati, con ancora in corso il secondo conflitto mondiale.

La Sicilia, come tutti sanno, fu suddivisa in due grandi aree di competenza. La direttrice palermitana, lungo il quale si spinse il generale Patton, era in mano agli americani, il cui comandante si chiamava Charles Poletti, capo dell’Amgot e amico di Lucky Luciano… L’aera etnea, cioe la parte orientale della Sicilia, percorsa dagli anglosassoni, in una gara contro il tempo, per arrivare a Palermo, prima degli americani, era controllata dagli inglesi, appunto.

L’ufficio politico dell’Alto comando militare faceva riferimento proprio al “Rito scozzese” della massoneria anglossassone, comandata dal famigerato colonnello French. Il progetto di ricostruzione iniziava proprio con la sindacatura a nomina inglese d’un vecchiio massone, un cosiddetto “33”, cioè un Gran Maestro. Era il marchese Antonino Paternò Carcaci Castello di San Giuliano. Cosa strana, il marchese era stato l’ultimo podestà fascista, nomina naturalmente anche questa di matrice massonica: primo cittadino dentro un regime che aveva represso la massoneria, ma che però…

“Il marchese – aggiunge il prof. D’Urso – fu nominato quindici giorni prima del fatidico 5 agosto del 1943, quando le truppe inglesi entrarono in città. Il fatto che il marchese fosse stato anche l’ultimo podestà fascista non deve stupire perché fu proprio la massoneria a metterlo in quella carica, ricordiamo che il nobiluomo non rientrava affatto nelle gerarchie del regime. Stiamo parlando della stessa massoneria che decretò la fine di Mussolini al Gran Consiglio del fascismo”.

Il marchese apparteneva ad una delle più antiche famiglie nobiliari e massoniche della città. Generazione di defunti dei Paternò Castello si trovano sepolti nella chiesa della Madonna del Carmine, tradizionale sede della loggia dei “Muratori, a quanto ci segnala il professor D’Urso”.

“Una chiesa che in realtà ha tutte le sembianze di una sorta di città franca nella quale potè trascorrere serenamente la sua esistenza un omicida condannato all’ergastolo, fattosi prelato al fine di sfuggire alla condanna. Come prestigiosi parrocchiani, c’è la famiglia del Cavalire dell’apocalisse mafiosa Carmelo Costanzo: proprio lì si svolsero i suoi funerali”.

Nel settembre del 1944 veniva innaugurata a Catania dal colonnello French il Palazzo della Borsa. Al suo fianco, in rappresentanza della città non c’era il sindaco San Giuliano, ma l’editore del Corriere di Sicilia Carlo Ardizzoni, massone antifascista. Cosa questa che può essere spiegata l’anno dopo, quando French lo insedierà nella carica di primo cittadino.

La sindacatura Ardizzoni assume una importanza fondamentale nel progetto di riorganizzazione del sistema di potere cittadino. Con lui fu nominata una giunta composta dai rappresentanti del CLN che esprimevano tutte le obbedienze massoniche che avevano fatto l’antifascismo. Gli unici esclusi furono gli indipendentisti. Questi impugnando l’ordinanza del governo Badoglio per il reclutamento delle classi ’25 e ’26, da mandare a combattere contro i nazifascisti della repubblica sociale, organizzarono una rivolta popolare contro il potere locale. Fu così che il Palazzo del Municipio fu dato alle fiamme dai dimostranti. Sei anni più tardi, un indipendentista, della dinastia dei Gallo Poggi, diventerà sindaco della Città Coperta.

L’organigramma del nascituro sistema di potere si stava insomma delineando su due direttrici. Da un lato quella dei “massolaici”, gravitanti attorno ai “demolaburisti”, i cui principali esponenti erano Nicolò Pitteri e Giovanni Perni. Furono loro i due sindaci che gestirono la ricostruzione dal ’47 al ’50. Poi c’erano i “vaticanisti”, cioè gli sturziani del vecchio partito popolare, che avevano i loro leader in Domenico D’Urso, padre del nostro prof con cui stiamo interloquendo, e Luigi La Ferlita.

D’Urso stette ai vertici del potere locale per tutti gli anni quaranta, inizio anni cinquanta, prima come vicesindaco e poi come presidente del nascituro “Istituto Autonomo Case Popolari” (IACP). La Ferlita, invece sarà colui che traghetterà il potere locale, insieme alla Democrazia cristiana, dalla tradizione sturziana al nuovo che avanza. Fu sindaco per tutti gli anni cinquanta, a partire dal ’53. Fu quello sotto cui, il gruppo di potere dominante degli anni sessanta, i “giovani turchi”, muoverà i primi passi con uno dei più grandi saccheggi della storia europea: lo sventramento di San Berillo.

Quartiere antico, dalle straordinarie vocazioni artigianali, subì la più grande deportazione di massa da una zona della città ad un’altra. Per questo scandalo La Ferlita fu l’unico che subì un processo e una condanna, a morte sopraggiunta. Al tempo dell’occupazione alleata era in voga in città, tra il costituendo establishment locale, l’usanza di svolgere le riunioni politiche a villa Carcaci, l’antica residenza del Podestà-Sindaco. In quella sede, gli organismi di intelligence guidati dal colonnello French, pianificavano la costruzione dell’apparato burocratico.

“Villa Carcaci, – sostiene D’Urso – venne regalata dai marchesi all’imprenditore Carmelo Costanzo, il quale anni dopo la fece demolire, e per questo inquisito nel famoso processo Succi” (a sfondo urbanistico ndr).

E’ dall’alleanza tra i vaticanisti sturziani e i demolaburisti che prende avvio il primo processo di ricostruzione del sistema istituzionale della Città Coperta. Ed è da quel momento che l’uso spregiudicato degli strumenti urbanistici saranno l’inesauribile fonte di ricchezza e potere di una oligarchia che consolida il potere di controllo sul territorio.

“Con la sindacatura Pittari – osserva il prof. Giuseppe D’Urso – entra di scena nel gruppo degli sturziani un uomo il cui ruolo sarà centrale per gli accadimenti futuri. E’ Domenico Magrì, iscritto al partito nazionale fascista, sponsorizzato dalla famiglia Segni, cosa che gli permetterà d’impadronirsi del partito nel giro di due anni”.

Dapprima si lega al carro del vicesindaco Domenico D’Urso, per iniziare la sua scalata breve quanto efficace. Con Pittari è subito assessore ai Lavori Pubblici. Due anni dopo con Perni è già burattinaio. Aprile 1949. Perni nomina la Commissione di aggiornamento del piano regolatore. All’ordine del giorno c’è il risanamento del quartiere di San Berillo. Magrì spinge affinché l’appalto sia affidato alla Società Generale Immobiliare Vaticana. Sull’operazione c’è uno strano consenso generale, anche da parte dei comunisti…

L’unico ad opporsi è Domenico D’Urso, Presidente dell’IACP. Egli preme affinché ad occuparsi di San Berillo sia la struttura pubblica da lui guidata e non un ente privato… Magrì la spunta, redarguendo il vecchio maestro in una drammatica riunione di Giunta svoltasi in casa D’Urso. Nel novembre del ’50, dalla Immobiliare Vaticana nasceva l’Istica, Istituto Immobiliare catanese, per gestire l’appalto di San Berillo. A presiederlo è l’onorevole Claudio Maiorana, mentre Carlo D’Amico, presidente della provincia era un importante sponsor dell’operazione. Poi c’erano il Banco di Sicilia, la Cassa di Risparmio e la Camera di commercio.

Con gli anni cinquanta inizia la fase di assestamento dentro il sistema di potere cittadino. Magrì, leader indiscusso del partito ha lasciato la sindacatura ad uno dei maestri sturziani: La Ferlita. Ma egli sa ben poco di strumenti urbanistici, così fa entrare all’interno della sindacatura il giovane e macchiavellico ingegnere Nino Drago, che con i suoi “giovani turchi”, un gruppo di colleghi dell’università, si accingevano a pianificare lo sfruttamento delle risorse fondiarie. Un gruppo di vitelloni, compagni di classe della 3 C del liceo Cutelli, anno 1941.

Figli della ricca borghesia cittadina, frequentatori di bordelli, in pochi anni s’impadronirono del partito con l’operazione, oggi studiata nei testi di scienza della politica, di compravendita delle tessere. Il capitale, per questa operazione, sarà offerto dagli imprenditori Mario Rendo e Carmelo Costanzo. Saranno loro tra i protagonisti di quella che poi un decennio dopo diventerà il mito della “Milano del sud”. Quell’operosità presto si sarebbe capito che era speculazione edilizia allo stato puro. La truffa della Milano del sud si trasformerà nei decenni successivi in tragedia…

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