Stati Uniti

Chiude il Village Voice, quel giornale antagonista all’American Way of Life

Dopo trentatre anni chiude una delle testate americane che rappresenta un pezzo di storia del XX secolo, poiché in piena caccia alle streghe diede una chiave di lettura dell’essere americano legata ai movimenti avanguardistici dell’epoca.

di Marco Marano

Dopo sessantatre anni chiude una delle testate americane che rappresenta un pezzo di storia del XX secolo, poiché in piena caccia alle streghe diede una chiave di lettura dell’essere americano legata ai movimenti avanguardistici dell’epoca. Di seguito proponiamo vari approfondimenti per chi volesse saperne di più…

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Bologna – Un’altra leggendaria storia di dissenso civile, editoriale, giornalistico si è chiusa: il “Village Voice” non esiste più. Fondato nel 1955 da Norman Mailer, insieme ai suoi “compagni di ventura” Dan Wolf ed Ed Fancher, il settimanale newyorkese, aveva l’intento di ergersi a barriera culturale rispetto a quello che stava accadendo negli Stati Uniti. Erano gli anni della Caccia alle Streghe del senatore McCarty, attraverso la quale venne falcidiata una generazione di autori cinematografici con l’accusa di essere dei comunisti.

Una voce dal Villaggio

i286260064319633368._szw1280h1280_L’urlo che quindi proveniva da Greenwich Village voleva aprire uno squarcio antagonista sulla cultura dominante di quell’America. Così, il Generale Marijuana, questo era lo pseudonimo di Norman Mailer tra le colonne del giornale, promosse e diffuse il programma di lotta del movimento denominato “Hipster”, che proprio in quel momento vedeva la luce…

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Tre premi Pulitzer ha annoverato nella sua storia il “Village Voice”, tra cui c’è il meraviglioso reportage di Mailer sulla grande marcia al Pentagono del ’67, contro la guerra nel Vietnam: “Le armate della notte”.

Quella morte annunciata

Dopo la stagione delle inchieste locali, e delle cronache legate agli eventi artistici, negli ultimi anni il Village ha arrancato la sua sopravvivenza attraverso le inserzioni a pagamento: dalle prostitute agli affitti. Il nuovo editore, che prese il giornale nel 2015, Peter Barbey, mosso dall’intenzione di far rinascere il giornale, riportandolo agli antichi fasti, data l’importanza storica della testata, è stato travolto dalla crisi dell’editoria che sta falcidiano i giornali americani, se si considera che lo stesso Washington Post è stato comprato da Amazon.

In un primo momento Barbey ha tentato di lasciare la versione on line, ma anche a questo tentativo si è dovuto arrendere. L’unica consolazione è che ha dato mandato ad un piccolo nucleo di giornalisti di archiviare on line tutta la storia del giornale

 

Norman_Mailer_1948-554x431La dura verità è che sono prigioniero di una intuizione che non troverà pace se non provocando una rivoluzione nelle coscienze del nostro tempo. E’ dunque ovvio che, a torto o a ragione, io mi spinga a pensare che l’influenza del mio lavoro presente e futuro sarà profonda…

Il Generale Marijuana

 

La Voce di un’America antagonista

i286260064319636264._szw1280h1280_Quando nel 1955 Norman Mailer fondò “The Village Voice” il suo intento era quello di proporre una visione dell’America antagonista rispetto a quella che l’establishment di allora proponeva con forza, attraverso il dispiegamento dei media di massa, cioè giornali e televisioni.

Madison Avenue era la strada newyorchese dove erano concentrate le principali testate statunitensi, ed il magnate Hanry Luce, editore di Time, Life e Fortune, in quel momento, rappresentava il grande manovratore del sistema culturale, cioè l’America way of life.

i286260064319636381._rsw480h360_szw480h360_Un sistema dove veniva promosso il benessere per tutti, data l’espansione dei redditi della classe media, sviluppatasi all’indomani della seconda guerra mondiale. Un sistema edulcorato, costruito sul perbenismo e soprattutto sull’anticomunismo, che però aveva come risvolto della medaglia lo spauracchio della bomba atomica, tema dominante, che diventava in qualche modo lo strumento per difendere quel benessere. Per cui la paura di un attacco atomico era il prezzo da pagare per garantire la “felicità collettiva”.

La lotta al comunismo fu dunque il principale meccanismo sociale che esternamente legittimava il primo conflitto bellico dopo la guerra mondiale: la Corea. L’altra, storicamente più connotativa, condotta internamente viene ricordata come la “caccia alle streghe”, il cui “condottiero” fu un senatore grigio e insignificante: Joseph McCarty.

i286260064319636445._szw1280h1280_Il maccartismo può essere considerata una delle pagine più nere della storia contemporanea americana. Prese principalmente di mira gli artisti e gli intellettuali del tempo, che provenivano dalla storia degli anni trenta, intrisa di socialismo e keynesismo subito dopo la grande depressione. Una storia che il presidente Roosevelt, per alcuni versi, fece propria.

La persecuzione di questa classe intellettuale decimò la cultura di sinistra americana, creando una sorta di big bang antropologico. Le carriere dell’intellighentia di matrice marxista furono falcidiate, messe alla berlina da un vero e proprio processo penale, attraverso cui le accuse, assolutamente infondate, di tradimento alla costituzione, mascheravano in realtà una vera e propria controffensiva politica del partito repubblicano che negli ultimi vent’anni era rimasto all’opposizione.

Dicevamo di Madison Avenue. Si perché senza l’appoggio dei grandi mezzi di comunicazione e soprattutto di Hanry Luce, il partito repubblicano non sarebbe mai potuto ritornare al potere. Cosa che fece nel ’53 con il generale Eisenhower, uno degli eroi della seconda guerra mondiale.

Lo slogan “I Like Ike”, sempliciotto e banale, almeno agli occhi di oggi, era diventato un tormentone così potente, che perfino il primo scandaletto di spionaggio e tangenti che coinvolse il suo vice Richard Nixon, venne sedimentato dal popolo americano, che comunque da quel momento gli affibbiò un soprannome che gli resterà per sempre: “Tricky Dick”, Richard il truffaldino.

i286260064319636653._rsw480h360_szw480h360_Quella del ’53 può essere considerata la prima vera campagna elettorale mediatica, dove le regole del marketing politico iniziavano a prendere forma. In quel periodo di grandi trasformazioni tecnologiche, il cinema iniziava ad essere riformulato in funzione della televisione, dallo star system si passava rapidamente al personality system, i media di massa erano appunto nelle mani di pochi grandi editori conservatori, che avevano tutto l’interesse a creare una osmosi con il sistema politico.

Ma già dagli anni sessanta in poi le cose andranno a cambiare, poiché il potere dei media si slegherà dal sistema politico facendone da contrappeso, e l’emblema di questo sarà sempre Tricky Dick, spodestato dalla carica di presidente dalle inchieste del Washington Post prima e dalla copertura della CBS dopo.

i286260064319636394._rsw480h360_szw480h360_Negli anni cinquanta si legano i nodi del sistema capitalistico come oggi noi li conosciamo. Il ricorso alle armi nucleari era il deterrente, in quel momento storico, di una guerra fredda contro il blocco sovietico, dove l’espansione economica di tipo liberista si poneva come obiettivo di quello che allora da alcuni veniva definito “governo mondiale”, realizzatosi compiutamente con la caduta dei muri grazie alla globalizzazione.

Era la dottrina della “guerra perpetua” che iniziava a nascere, sotto forma di guerra preventiva, formalmente contro i valori della democrazia occidentale, sostanzialmente contro l’accentramento della ricchezza nelle mani delle corporations. Cosa che determinerà il postulato stesso della società di oggi: le risorse in mano a pochi e gli effetti delle crisi sulle vite di tanti. Una guerra perpetua che ovviamente non si è fermata con la fine dell’Unione Sovietica, ma che ha trovato nuovi nemici da combattere, prevalentemente nel sud del mondo.

Ma torniamo a Norman Mailer, il quale rappresenta, con la sua invenzione del movimento Hipster, un po’ in continuità ma anche in po’ in antitesi con la Beat Generation di Kerouac e compagni, poiché ritenuti troppo ascetici, il nuovo dissenso politico al sistema di potere dominante, in sostituzione di quella tradizione marxista degli anni trenta che il maccartismo aveva annientato.

i286260064319636156._szw1280h1280_Il suo grido alla ribellione, anche violenta se necessario, era l’espressione di una rivolta morale che attraverso il giornalismo e la narrativa, raccontava tutta la sua rabbia. Forse, in quel momento di grande assuefazione culturale ai valori dominanti, Mailer è la punta più alta di un dissenso, un po’ avanguardistico. Una punta di diamante che avrà il pregio di anticipare i grandi movimenti di massa degli anni sessanta.

Come pochi, egli si scagliava contro il sistema capitalistico americano, prima di tutto deridendolo, infatti lo pseudonimo che scelse, “Il Generale Marjuana”, è estremamente significativo in tal senso, poiché si considerava un “condottiero culturale” senza armata. Dichiarare guerra ad un sistema culturale di massa non è cosa da poco, se cerchi di abbattere innanzitutto gli schemi entro cui agiscono le categorie del bene e del male, nei recinti del comune pensare…

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Un tanfo di paura

New York, 1955 – Un tanfo di paura è scaturito da ogni poro della vita americana, e noi soffriamo di un esaurimento nervoso collettivo. L’unico coraggio, con rare eccezioni, di cui siamo stati testimoni, è stato il coraggio isolato di persone isolate (…) Sono uomini che conoscono la nostra condizione collettiva, cioè quella di vivere sotto la minaccia atomica che è minaccia di morte, una morte che può essere più o meno veloce, se si tratta di una guerra. Oppure una morte più o meno lenta se si tratta di conformismo, quando viene soffocato ogni istinto di creazione e di rivolta… Comunque sempre una morte ad opera dello Stato. Se il destino dell’uomo del ventesimo secolo è di vivere con la morte dall’adolescenza fino alla vecchiaia prematura, bene allora l’unica risposta vitale è quella di accettare i termini della morte, vivere con la morte come pericolo immediato, divorziare dalla società, esistere senza radici, imbarcarsi in un viaggio sconosciuto negli imperativi ribelli del proprio essere…

Il Generale Marijuana

 

Una metodologia per difendersi dal  Potere totalizzante: ieri come oggi

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La scrivania rivolta verso il parco dell’est village, durante i giorni di sole, esponeva la mia macchina da scrivere, la mitica underwood, ai raggi che penetravano la redazione, posta al primo piano di una palazzina liberty.

Ma al Generale Marijuana non importava più di tanto, il sole gli piaceva. Del resto la mia colonna, sempre in apertura del giornale, era come quella luce, accecante, violenta, arrogante, disperata…

Anzi no, di più, era come un urlo che dal Villaggio arrivava forte per scuotere le coscienze e fustigare quella società di corrotti che, attraverso i suoi “benpensanti”, mascheravano la legalità con la corruzione dei fini, di cui si erano resi portatori.

I temi erano tanti: conformismo, privilegi, cannibalismo sociale, ipocrisia ecco i mali da denunciare. Avevo dichiarato guerra alla società dell’opulenza, da solo, come un eroe antico che sfida il mondo antropomorfo. E solo ero rimasto in quella redazione, perché subito avevo litigato con i miei due soci co-fondatori…

Da solo ho mandato avanti quel giornale per quasi quindici anni. Quella redazione era il mio rifugio, del resto era lì che scrivevo i miei romanzi. Era da lì che avevo dichiarato guerra alle oligarchie, in qualche modo era il mio quartier generale, dove potermi riparare dopo ogni attacco subito, e dove poter lanciare i miei missili di parole e sfuggire alle contraeree del senso…

E’ lì che scrissi il reportage sulla marcia di Washington che mi valse il premio Pulitzer, santificandomi come l’antieroe per eccellenza, oltre ad avere rivoluzionato il concetto di reportage giornalistico…

Un Generale senza armata, dissero di me, solo come tutti i visionari che vorrebbero cambiare il mondo, sapendo che mai ci riusciranno… Era il Generale Marijuana…

Era un modo per denunciava la corruzione morale, promuoveva una metodologia su come difendersi dalla violenza totalitaria del Potere, che sia esso democratico, autoritario o oligarchico…

Occorre il Coraggio. Il coraggio di vivere la propria vita senza negarsi i desideri, la voglia di creare, i sogni d’amore, la possibilità di scegliere. Il vero coraggio è nel mondo delle donne e degli uomini neri, perché da quel mondo vengono gli insegnamenti di rinascita individuale.

Come fu il jazz agli inizi, quando l’isolamento veniva combattuto con la musica. I popoli neri lo sanno cosa significa l’isolamento, anche a causa degli stessi uomini che li governano, ma soprattutto a causa di un sistema delle merci manovrato dalle società dell’opulenza, che costringono questi popoli alla fuga e poi quando si presentano alle loro frontiere, per salvarsi la vita, gli sparano addosso…

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