Le guerre mediorientali in Europa, tra rabbia, tristezza e inquietudine

di Marco Marano

Il racconto uscito fuori dopo la strage di Parigi, da parte dei media italiani, è stato avvolto dallo smarrimento semantico incentrato sulla fobia della guerra di civiltà, spingendo l’opinione pubblica dentro un labirinto dei segni. Non è stata spesa una parola sugli attentati di Beirut e sulla sconfitta dell’Isis a Sinjar da parte del popolo kurdo, a distanza di poche ore dagli accadimenti francesi, come se tra questi eventi non ci fosse nessuna relazione.

Bologna – La rabbia, la tristezza e l’inquietudine che hanno assalito il mondo occidentale a causa della strage di Parigi, con il suo tragico resoconto di morti, tra cui moltissimi giovani di varie nazionalità, presenti ad un concerto o seduti nei ristoranti oppure nei bistrot, si sono miscelate, almeno in Italia, alle analisi politico-mediatiche, alle volte davvero sconcertanti, di pseudo giornalisti o politici smaniosi di apparizioni televisive.

Sono stati sottolineati concetti spesso fuori dalla realtà, fuorvianti, tipici dei labirinti dei segni, cioè delle parole intrappolate in costruzioni violente, ossessive, apocalittiche, che creano smarrimento, ritornando sempre su un punto: “l’Europa è in guerra, e la guerra è di civiltà…”

Sono mesi che cerchiamo di raccogliere le notizie che provengono dal Medio Oriente, contestualizzarle, verificarle attraverso analisti esperti, metterle in fila rispetto al principio cardine: comprendere il mondo. E ci siamo resi conto come i labirinti dei segni giochino su una sponda opposta a questo postulato: innescare il caos. A che serva tutto questo, ognuno se ne faccia un’idea…

Un sistema militare territoriale

In Medio Oriente il Sedicente Stato islamico (IS) o Stato islamico della Siria e del Levante (Isis) o ancora Daesch, negli ultimi due anni ha messo su un esercito, tra le 25 mila e le 30 mila unità, con lo scopo, potremmo dire delirante, d’impossessarsi dei due Stati in questione e farne un califfato. Ora, l’elemento che salta agli occhi è la differenza delle sue metodologie d’azione con l’organizzazione che l’ha preceduta, cioè Al-Qaeda, quella che ha scosso il mondo con la strage delle torri gemelle. Perchè a differenza di quest’ultima l’Isis, si caratterizza per due elementi…

Il primo riguarda l’uso dei kamikaze come strumento residuale della sua azione, poiché, a differenza di Al-Qaeda, possiede un esercito irregolare che agisce direttamente sul campo di battaglia. Il secondo concerne il suo principale bersaglio, proprio perché sta sul campo di battaglia, non è l’occidente ma gli stessi musulmani, e neanche soltanto sciiti, ma anche sunniti, vedi il cruento scontro bellico che continuano ad avere con i curdi, che sono a maggioranza sunnita, anche se le sfaccettature religiose di questo popolo sono storicamente variegate.

Il popolo kurdo, unico vincitore sul territorio nei confronti dell’Isis

E qui entriamo nel primo grande labirinto dei segni, perché la resistenza kurda è quella che, proprio sui campi di battaglia, ha messo un argine all’avanzata militare dell’Isis. Kobane, al confine tra Siria e Turchia, è stata la prima area su cui si è combattuto.

Una resistenza militare quasi tutta portata avanti dalle donne, che dopo aspri e cruenti combattimenti, che hanno praticamente raso al suolo l’80 per cento della città, è riuscita a spodestare Daesch, ristabilendo un ordine costituito all’interno del quale si sta creando un vero e proprio laboratorio politico-territoriale.

In pratica, l‘Assemblea delle donne di Kobane ha elaborato delle disposizioni di legge per il Cantone. Vengono vietati i matrimoni precoci delle bambine, organizzati dalle famiglie, e viene vietata anche la poligamia. Queste disposizioni vengono condivise sul territorio sia attraverso forme di educazione sociale che diffuse nelle assemblee di quartiere. L’intento è proprio quello di costruire una società democratica basata sulle leggi delle donne.

Dal sito internet sulla rete internazionale del Kurdistan, riportiamo una dichiarazione di Ruken Ehmet, dell’amministrazione cantonale: “Abbiamo bisogno di fornire informazioni sulle leggi nel modo più comprensibile. È solo attraverso l’educazione che possiamo cambiare una società creata attraverso 5000 anni di dominazione maschile e di mentalità patriarcale. La migrazione a causa della guerra ha colpito il nostro lavoro, ma questo non significa che sia stato interrotto. Secondo le decisioni che abbiamo assunto continueremo l’educazione in tutti gli ambiti della società. Attraverso le assemblee di quartiere stiamo raggiungendo ogni persona. Le assemblee di quartiere devono risolvere la questione delle donne. Le donne, gli eletti, e tutte le amministrazioni quindi devono prendere forza e partecipare attivamente a questo lavoro”.

E qui ci imbattiamo in un assai contorto labirinto dei segni, perché questo stesso popolo, che riesce a sconfiggere i tagliagole dell’Isis, con le sue varie sigle, viene combattuto dal sultano turco Erdogan, in quanto terrorista. Questo perché le medesime rivendicazioni di autonomia e libertà che il popolo kurdo avanza nei vari campi di battaglia mediorientali contro l’Isis, li rivendica anche in Turchia, paese alleato degli Stati Uniti e dell’Europa, con cui sta contrattando la sua entrate nell’Unione, per tenere fuori dal continente quei rifugiati che scappano soprattutto a causa della guerra dell’Isis in Siria.

E’ proprio di oggi la riunione del G20 in Turchia, dove gli Stati Uniti richiedono la sua presenza al proprio fianco contro il jihadismo. Dopo la vittoria elettorale di pochi giorni fa, Erdogan ha ripreso una repressione spietata contro il popolo curdo, e l’esempio della resistenza nella città di Silvan è esplicativa in termini assoluti.

Ma il labirinto dei segni a tal punto si fa sempre più fitto, poiché le sigle della resistenza curda, presenti tra Silvan e Kobane, sono state protagoniste della peggiore sconfitta inflitta all’Isis proprio due giorni prima dell’assalto a Parigi: HPG (Forze di Difesa del Popolo), YJA (Truppe delle donne libere), YBS (Resistenza Unita di Shengal) e YPJ (Unità di difesa delle donne).

E’ la storia della liberazione di Sinjar, Shengal in lingua kurda, città posizionata nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, quella dei peshmerga.

Rispetto alle ricostruzioni giornalistiche fatte dai media occidentali, sono stati proprio i peshmerga a liberare la città, supportati dall’aviazione statunitense che ha aperto i varchi. In realtà, andando a ricostruire i fatti attraverso l’agenzia di stampa curda ANF News, abbiamo scoperto che insieme ai peshmerga il grosso dei contingenti militari sul campo appartenevano proprio a quelle sigle, ignorate dai media occidentali, che già da mesi cercavano di sfiancare l’Isis con attacchi sporadici.

L’Operation Free Sinjar, sostenuta dall’aviazione americana, ha avuto lo scopo, di riprendere il controllo dell’autostrada 47, cioè la via di comunicazione strategica per i rifornimenti dell’Isis, tra la città irachena di Mosul e quella siriana di Raqqa. Questa arteria era fondamentale per i rifornimenti logistici dell’Isis in Siria, che adesso avrà molte difficoltà a portare avanti la sua offensiva. Nel frattempo la liberazione di Sinjar ha permesso ai curdi di liberare moltissime donne yazidi ridotte in schiavitù, 80 delle quali trovate morte in una fossa comune, dopo il massacro perpetrato nel 2014.

Le alleanze asimmetriche

liberation_2_afp

Ma ancora un altro labirinto dei segni esce fuori ad ingarbugliare la comprensione dei fatti, relativamente alla situazione in Siria, dove vari eserciti irregolari combattono contro l’Isis ma non solo.

Diciamo che la lotta è fra tribù di varie estrazioni, il popolo curdo e la resistenza al regime del dittatore Assad, e questo solo per schematizzare. Fatto sta che quando si è formata la strana alleanza asiatico-sciita pro-Assad, tra Russia, Iran e i libanesi Hezbollah, il tema era chi costoro avrebbero dovuto combattere sul campo…

Se la Francia decideva di intervenire chiaramente contro l’Isis, i bombardamneti aerei della Russia, si sono concentrati su tutte le forze in campo anti-Assad, anche quelle facenti parte del Fronte Democratico Siriano, una rete di organizzazioni sotto l’egida statunitense, dove sono presenti anche alcune sigle kurde. In tal contesto il termine “asimmetrico” è quello più utilizzato: guerra asimmetrica, alleanze asimmetriche… Perchè da un lato ci sono quelli che vogliono il dittatore Assad ancora al potere, cioè l’alleanza asiatico-sciita, e dall’altro quelli che lo vogliono defenestrare, cioè gli Stati Uniti, la Francia, il Fronte democratico, con l’intero popolo curdo.

Poi c’è l’Isis che combatte contro tutti per fare il suo califfato tra la Siria e l’Iraq, ma questa possibilità sembra ormai sfuggirgli di mano dopo le perdite di Kobane, Sinjae e dell’autostrada 47, e tra breve anche di Mosul.

Così, in questa fase discendente, iniziata da qualche mese, Daesch ha la necessità di rinsaldare le fila tra i suoi adepti e di farne dei nuovi, poiché sembra, da quello che raccontano gli analisti, che sia in perdita di circa 8000 unità. Ecco che allora decide di avviare le campagne del terrore proprio finalizzate a rinsaldare le fila. Questo lo fa nei due territori per l’Isis più agevoli: prima Beirut, poi Parigi.

Red Cross vehicles drive by as residents and Lebanese army members inspect a damaged area caused by two explosions in Beirut's southern suburbs, LebanonGiovedi pomeriggio alle ore 17, poche ore prima dalla carneficina di Parigi, presso Bourj al-Barajneh, sobborgo meridionale di Beirut, sciita, controllato da Hezbollah, due kamikaze, si sono messi in azione. Il primo a bordo di una moto-bomba si è fatto esplodere vicino un centro commerciale, a poca distanza da una moschea. Il secondo ha aspettato che la gente accorresse insieme ai primi soccorritori, facendosi esplodere in mezzo alla folla. Bilancio di 43 persone morte e il ferimento di circa altre 200.

Abbiamo scoperto quindi che non esiste una guerra di religione tra mondo musulmano e occidente, perché l’Isis si insinua in uno scontro di potere aperto tra i paesi sunniti come l’Arabia Saudita, vicini all’occidente e soprattutto agli Stati Uniti, e i paesi sciiti di cui leader indiscusso è l’Iran.

Ovviamente in questo contesto rientrano la situazione della Libia e il conflitto dimenticato dello Yemen. Sono queste le guerre asimmetriche in atto. E la strage di Parigi, come gli altri attentati che ci sono stati in Europa, e presumibilmente quelli che ci saranno, s’inseriscono nella logica di campagne mediatiche del terrore, attraverso cui fare proseliti.

La chiave di volta nella campagna del terrore: foreign fighters

La chiave di volta della strage parigina è possibile trovarla proprio nel passaporto di uno degli attentatori che si è fatto esplodere: un francese, cresciuto in una Banlieu. Ora, al di là del discorso sul fallimento delle politiche territoriali di integrazione delle seconde generazioni magrebine in Francia, che ha pure un suo perché, qui il punto è che nella capitale francese esiste la rete europea dell’Isis più strutturata. Li hanno chiamati i “foreign fighters”, cioè cittadini europei, tanto uomini quanto donne, che decidono di arrualarsi nello stato islamico per andare a combattere in Siria.

Dalla Francia, e soprattutto da Parigi, vengono organizzate le partenze per la Turchia. Le persone vengono fatte arrivare ad Istanbul e da lì trasportate ad Adana, a 200 chilometri dal confine con la Siria. E’ proprio quello lo snodo delle autostrade della jihad, percorse dai cittadini europei che vogliono affiliarsi all’Isis. Lì c’è il supporto logistico gestito da residenti turchi, dove hanno i loro appartamenti per il periodo di messa in collegamento con il comando Isis oltre confine.

Poi, dopo il periodo di reclutamento, addestramento e combattimento ritornano in Francia, allo scopo di farsi saltare in aria. L’esplosivo, a quanto spiegano gli analisti, è facile averlo poiché vengono comprati in loco, attraverso internet, gli elementi separati, per poi dopo assemblare la bomba. L’aspetto più difficile da spiegare è come, nel caso parigino, siano riusciti a procurarsi le armi da guerra; domanda che dovrebbe porsi l’intelligence francese, che sembra non essere stata molto efficiente negli ultimi tempi…

Se quindi le vere guerre in atto sono combattute in Medio Oriente, caso mai sarebbe più indicato parlare di una “traslazione” dei conflitti mediorientali in Europa. Per cui è lì che occorrerebbe intervenire per impedire le carneficine nelle città europee.

Ma forse gli interessi mediorientali in gioco sono così complessi e articolati per gli Stati occidentali, e i loro capofila, che ricorrere ai labirinti dei segni, per far credere ad una guerra di civiltà, è di più facile risoluzione…

Credits Reuters, AFP

Categorie Siria, Turchia, Unione EuropeaTag , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close