EPOPEA DELLE POST-DEMOCRAZIE LATINOAMERICANE – Il Brasile al centro del continente

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Assalto ai popoli

di Marco Marano

Il popolo brasiliano, rispetto alle dinamiche latinoamericano,  ha un’importanza storica non solo per le dimensioni del paese, ma poiché è in qualche modo la rappresentazione  di tutte le contraddizioni del continente.

Le presidenze del partito dei lavoratori dagli anni 2000 in poi hanno risvegliato il paese, grande quasi quanto un continente, dal destino scritto: un popolo soggiogato e violentato dal potere consortile, tipico delle autocrazie, dove  pochissimi hanno tanto e tantissimi hanno poco.

La realtà delle favelas ne è l’espressione più drammatica, poiché, dalle grandi metropoli al nord-est povero, esiste “un popolo oltre il popolo”. Un popolo destinato ad essere vessato, dal sistema burocratico-amministrativo, dalle forze dell’ordine, dal potere in generale. Un popolo che non ha destino, poiché territorialmente e culturalmente connesso alla devianza, alle organizzazioni criminali, alla violenza di pezzi delle forze dell’ordine che si trasformano in gruppi criminali per competere sui proventi del traffico di droga…

Lula e Dilma Rousseff hanno dato una speranza. Ma gli errori politici commessi, come quello di avviare una connessione con il sistema politico corrotto o come la pacificazione nelle favelas, che si è rivelata una immane violenza contro la popolazione povera, hanno ad un certo punto fatto prevalere le ombre sulla luce.  Ma è ineluttabilmente un fatto storico, che in quei quindici anni di presidenze mai il Brasile ha toccato un livello così alto di giustizia sociale. Il tema è che diventa impossibile sovvertire la vocazione di un sistema di potere alla corruzione.

Gli ultimi due o tre anni di presidenza Roussef sono stati caratterizzati da proteste popolari legate alla “riqualificazione” delle città in vista delle olimpiadi e dei campionati di calcio. Ambedue operazioni molto discutibili,  perché chi ha pagato il prezzo più alto sono stati, come sempre, i ceti più disagiati, creando una disaffezione nei confronti della presidentessa .

Proprio per questo la presidentessa si mise in testa di operare, ad un certo punto, delle profondissime riforme di riorganizzazione dello Stato, per eliminare alla radice la dimensione culturale della corruzione e delle diseguagliane sociali. Un pericolo troppo grande per il parlamento più corrotto di sempre.

Così, proprio dal parlamento, arrivò l’mpeachment alla presidentessa, che nulla aveva a che fare con la Costituzione brasiliana… Arrivarono anche le persecuzioni giudiziarie contro Lula, che lo portarono alla galera, smascherate qualche anno dopo, ma non in tempo per permettere l’elezione di una sorta di “orco del potere”: Jair Bolsonaro….

I giorni dell’orrore

 “Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore ha un volto e bisogna essere amici dell’orrore. L’orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici…”

Queste parole sono del colonnello Kurtz, nel celebre film di Coppola Apocalypse Now, che racconta, nella sua essenza più profonda, il senso della guerra del Vietnam: “il mio film – diceva il regista – non parla del Vietnam, il mio film è il Vietnam.” Da allora l’orrore è stata una costante nei fatti del mondo, come anche il terrore morale…

Ambedue sono nemici del nostro tempo: chi non ricorda l’ex Jugoslavia o il Ruanda, sono immagini indelebili scolpite nella memoria collettiva poiché fotografate dai media di massa. Accanto a queste ci sono orrori però che i media non “fotografano” e per questo forse non sono nemici da temere, come ad esempio gli scempi umanitari dei governi autocratici africani con cui l’occidente ha fatto affari e continua a farli, anche dopo le primavere arabe.

Nei giorni di fine novembre 2012, due orrori sono apparsi agli occhi del mondo, uno fotografato dai media globalizzati l’altro meno: Gaza e São Paulo do Brazil. Ma cosa hanno in comune questi due luoghi così diversi?

Secondo il rapporto dell’Unicef, la guerra missilistica israeliano-palestinese, dal 14 al 19 novembre, a Gaza ha provocato la morte di 18 bambini, mentre 252 sono rimasti feriti. Numerosi bambini compaiono anche tra i feriti nelle file israeliane. A Gaza gli ospedali sono senza scorte di farmaci. La chiusura del confine a karem Shalom sta per provocare l’esaurimento del carburante. Le poverissime infrastrutture palestinesi stanno per essere completamente devastate. Penuria di acqua per i danni agli acquedotti e pozzi, mancanza di energia elettrica, scuole lesionate e ovviamente chiuse. Fino ad adesso solo gli ospedali si sono salvati.

Dall’altra parte del mondo, mentre Gaza veniva devastata, l’agenzia Ansa pubblicava una notizia relativa ad un rapporto di un ente brasiliano “Avante Brasil”, il quale, incrociando i dati del ministero della Salute brasiliano e dell’ONU, rileva che in Brasile viene assassinata una persona ogni 9 minuti e 48 secondi, salendo in cima alla lista delle maggiori economie del mondo.

Il quotidiano Folha de São Paulo, pubblicava un servizio sui morti ammazzati in città: 13 persone uccise, tra cui degli adolescenti tra i 14 e i 16 anni, e 10 ferite in una sola notte, 140 uccise nelle ultime due settimane, 144 nel mese di settembre, 982 nei primi nove mesi del 2012.

In pratica a San Paolo in questo momento vi è una guerra in corso per i proventi del narcotraffico tra polizia, organizzazioni criminali e una fantomatica milizia di ex agenti di polizia, che sottraggono profitti del traffico di droga, 92 dei quali sono stati uccisi.

 “Come si dice quando gli assassini accusano altri assassini? Mentono! Loro mentono e noi dobbiamo essere clementi con coloro che mentono?! Quei nababbi… io li odio! Li odio profondamente!” Questo lo avrebbe detto il Colonnello Kurtz…

Dimensione Brasile

Da dove cominciare per raccontare il Brasile nei giorni di inizio settembre del 2013? La domanda non è affatto sibillina, poiché questo paese, grande quasi come un continente, è considerato, insieme all’India, l’economia emergente del mondo contemporaneo, però come in India, gli indici finanziari non spiegano, le condizioni socio-economiche e culturali, di tipo terzomondista, in cui versano ampie fasce di popolazione, compresi i soggetti vulnerabili come i minori.

Diciamo subito che negli ultimi dieci anni, cioè dall’insediamento di Lula al potere, il Brasile è molto cambiato e questo perché  più di venti milioni di persone, che vivevano sotto la soglia di povertà, sono riusciti a risalire su per la scala sociale, uscendo fuori dalla situazione di bisogno, mentre quasi la metà, almeno secondo l’Ocse, dei centonovanta milioni di brasiliani, oggi, appartengono alla classe media, nuovo baricentro sociale del paese.

 In Brasile esistono cinque classi sociali suddivise per lettere: A e B sono i ricchissimi, C e D rappresentano la classe media, E sono quelli al di sotto della soglia di sopravvivenza. Lula ha saputo valorizzare la produzione interna con l’aggancio a nuovi mercati, rafforzando il potere di acquisto, permettendo il passaggio dalla classe E alle classi C e D ad una fetta di popolazione. Infatti, quando la domanda estera è calata a causa della crisi internazionale il Brasile ha retto il colpo grazie alla crescente capacità di spesa interna.

Se nuovi mercati esteri e investimenti dall’estero hanno reso il Brasile una economia dinamica ed emergente, e la capacità di spesa dei brasiliani è aumentata, ma allora perché nell’estate del 2013 centinaia di migliaia di brasiliani hanno protestato per le strade delle città dove si giocava la confederation cup? Perché lo sviluppo della nazione brasiliana in realtà non è così lineare…

C’è la storia del sistema creditizio, ad esempio, che ha inguaiato migliaia di famiglie, poiché negli anni dell’espansione economica le banche hanno concesso crediti senza che queste avessero la capacità di farne fronte, ed infatti, poi, non hanno potuto corrispondere al prestito e si sono indebitate fino a raggiungere l’abisso.

Poi c’è la storia dei senza terra che va avanti da più di vent’anni, con una riforma agraria che lo stesso Lula non è riuscito a portare avanti poiché la lobby dei “fazenderos” è così potente che questa riforma, che dovrebbe ridistribuire le terre ai lavoratori, potrebbe realmente risolvere il problema della povertà assoluta in Brasile una volta per tutte. Anche perché è dagli anni settanta che dalle campagne c’è l’esodo verso le favelas delle metropoli o megalopoli brasiliane, importando forza lavoro senza nessun tipo di scolarizzazione né competenze: sono eserciti di disperati, che, come è fisiologico, vengono intercettati dalle organizzazioni criminali.

 E qui siamo al punto più dolente, forse, perché sul tema delle favelas la presidenza Lula è mancata all’appuntamento con la storia. Questo perché si è deciso di intervenire solo perché nel giro di due anni in Brasile si terranno i campionati del mondo e le olimpiadi; la necessità indotta da questi due eventi è stata quella non di fare un piano nazionale di risanamento sociale ed economico delle favelas, garantendo vita dignitosa per tutti, ma di “pacificarle”…

Questo significa che è stato creato un corpo speciale dell’esercito per affiancare la polizia, che ha “ripulito” le maggiori favelas di Rio e San Paolo dai clan di narcotrafficanti, per garantire lo svolgimento dei due mega eventi. Forse se Lula dieci anni fa avesse programmato una pacificazione legata all’ordine pubblico ma anche al risanamento socio economico delle favelas tutto sarebbe diverso. Anche perché le guerre innescate per la pacificazione sono soltanto uno dei pezzi di veri e propri conflitti urbani, in un paese in cui vi è una media di un omicidio ogni nove minuti. E che dire della pratica del turismo sessuale o dell’abuso sui minori, garantito da reti locali, tra cui anche familiari, e i nuovi conquistadores che vengono dall’Europa… 

Ma l’elemento che immobilizza di più il paese e che ha fatto scendere in piazza i brasiliani è sicuramente la corruzione pubblica.  E’ questa la dimensione più drammatica, da un certo punto di vista, poiché qualsiasi operatore di un ufficio pubblico, grazie ad un sistema burocratico ottocentesco, esercita un potere di ricatto sui cittadini, che devono subirlo inermi, poiché non hanno nessuno strumento di liberazione da questo sistema mafioso di gestione della cosa pubblica. Ecco che se un cittadino brasiliano chiede un passaporto agli uffici comunali di una qualsiasi città, dovrà attendere tempi lunghissimi ed una trafila da far paura, per ottenere quel documento, a meno che non passi una tangente dall’operatore di turno che in un attimo risolve la pratica. Per cui quando occorre rivolgersi ad un ente pubblico, il cittadino stesso mette nel conto quanto quella pratica gli costerà per ottenerla informalmente.

Ma la corruzione pubblica non riguarda solo il sistema burocratico ma anche le forze dell’ordine, che a vario livello diventano portatori di illegalità… Una delle ultime e più macroscopiche vicende è legata alla polizia di San Paolo. Nel 2012 vi è stata una recrudescenza nella guerra tra narcos e forze dell’ordine con più di mille vittime, tra cui moltissimi minorenni. L’aspetto più particolare sta nel fatto che i proventi della droga fanno gola ad una fantomatica organizzazione di ex agenti di polizia, che sottraggono profitti ai narcos, diventando parte in causa nello scontro armato.

Tutti addosso alla presidentessa

Le città brasiliane sono ormai quasi giornalmente prese d’assalto dalle proteste popolari. L’11 luglio 2013, esse diventano lo scenario dove viene rappresentato un paese che si dice economicamente in crescita, ma anche dove ci sono le favelas… C’è il grande sciopero generale: 18 città, 12 capitali statali, Rio, Pernambuco, Bahia e Espírito Santo, San Paolo, Belo Horizonte,  São Luís.

“A San Paolo – megalopoli con venti milioni di abitanti e capitale economica del paese – fin dal mattino sono state bloccate alcune autostrade, così come è successo d’altra parte nelle strade di Santos e di altre città portuali”.

“Alla ‘Giornata nazionale di lotte’ aderiscono tra gli altri il Movimento dei contadini senza terra (Mst) e le principali sigle sindacali del Brasile, dalla Centrale unica dei lavoratori (Cut) all’Unione generale dei lavoratori (Ugt). Molti dei rappresentanti delle categorie che aderiscono alla protesta sono spaccati sul sostegno da confermare al governo guidato da una presidente di sinistra, Dilma Roussef, che è anche esponente di un partito – il Pt – da sempre vicino alle lotte operaie.”

Le città sono dunque  i luoghi dove lo scontro sociale è altissimo e la Presidentessa deve riuscire a tenere testa ormai a tutte o quasi le categorie sociali, come quella dei sindaci, riuniti a Brasilia . In tremila hanno partecipato alla 16/ma Marcia in difesa delle città, organizzata dalla Confederazione Nazionale dei Comuni.

Si attendava l’intervento della Presidentessa Dilma Rousseff, la quale, dopo le contestazioni dei giorni scorsi durante la Confederation Cup, aveva annunciato delle riforme strutturali per rispondere al malcontento sociale, soprattutto sui temi legati al fenomeno diffuso della corruzione nel comparto pubblico.

La Presidentessa ha parlato di una serie di interventi in favore delle città: più risorse per la salute e l’educazione, per un importo di 3 miliardi di dollari. “Essi saranno trasferiti in due rate: una nel mese di agosto di quest’anno e la seconda nel mese di aprile 2014. Ha anche annunciato l’espansione dei finanziamenti del Programma Cure Primarie con 600 milioni di dollari l’anno” .

Il sostegno al “Sistema Unico della Salute”, una sorta di “Sistema Nazionale Sanitario” italiano, diventa uno dei punti prioritari della strategia che la Rousseff si è data per affrontare il 2014, anno dei mondiali e delle nuove elezioni presidenziali, eventi collegati visto le ondate di protesta di questa estate: in tal contesto la rielezione potrebbe essere a rischio.

Infatti ai sindaci ha annunciato una serie di cifre: cinque miliardi e mezzo di dollari per riorganizzare l’intero sistema sanitario, tre miliardi di dollari per le “Squadre della salute”, poco più di tre miliardi per i 2000 asili nido. Inoltre tutte le città sotto i cinquantamila abitanti possono accedere al programma “Minha Casa Minha Vida”.

Appena scesa dal palco la Presidentessa è stata massicciamente fischiata. Paul Ziulkoski, il Presidente della Confederazione dei Comuni, chiariva il motivo del dissenso, che riguarda l’ammontare di denaro che lo stato stanzia ogni anno per i comuni, le cui cifre vengono annunciate proprio in questo evento. Infatti esiste il cosiddetto Fondo di Partecipazione ai Comuni che raccoglie il 2 per cento delle risorse federali, mentre le cifre snocciolate dalla Rousseff revisionano il fondo stesso poiché le risorse si fermano all’1,3 per cento.

Lo scontro tra i sindaci e la Presidentessa era già cominciata l’anno prima, quando durante il medesimo evento, si aprì un contenzioso sui ricavi dei proventi dell’estrazione petrolifera, al momento un’altra questione spinosa che i sindaci rivendicano a gran voce. Già durante la cerimonia di apertura dell’evento di quest’anno gli amministratori locali manifestavano il loro dissenso nei confronti della più alta carica dello Stato per la sua assenza all’innaugurazione.

Il futuro per il Brasile è irto di ostacoli, la Presidentessa sta cercando di rispondere alla situazione esplosiva con la proposta di un’assemblea costituente per la riforma complessiva del sistema politico, dove corruzione, lotta ai privilegi e garanzie sociali vengano combattuti alla radice.

Le ombre della “pacificazione”

La denuncia parte dal Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, in questo inizio di ottobre del 2015, secondo cui esiste una correlazione tra l’altissimo numero di omicidi dei minori nella megalopoli carioca e l’azione di “pulizia” che le autorità cittadine stanno avviando per presentare Rio al mondo come “una città senza problemi”, durante le olimpiadi che si svolgeranno l’anno prossimo.

Questo tipo di denunce erano già state lanciate durante la simile azione denominata di “pacificazione” delle favelas, per i campionati di calcio svoltisi nel 2014. Sembra dunque che la prassi dello sterminio dei minori che vivono in strada abbandonati dalle famiglie, e che già in età prescolare entrano dentro le organizzazioni criminali o vivono di espedienti, sia diventata un’azione consolidata, per ricevere sul territorio eventi internazionali. A tal proposito l’ONU chiede al governo brasiliano l’adozione di leggi che impediscano la detenzione arbitraria dei minori.

E’ scattata la trappola dell’impeachment

Era il 14 ottobre 2015  quando raccontammo la vicenda di quello che aveva tutta l’aria di un golpe bianco…

Tutto è stato innescato da un fatto che mai si era verificato in Brasile, e cioè che la Corte dei Conti ha chiesto al Congresso di bocciare la legge di bilancio dello scorso anno per gravi irregolarità. Così i partiti di opposizione hanno chiesto l’impeachment per la Presidentessa.

Nelle prossime ore si attende che il Presidente della Camera Eduardo Cunha accetti o respinga la richiesta di messa in stato di accusa per la Rousseff. C’è da dire che anche Cunha ha i suoi problemi da risolvere, perché anche lui coinvolto nello scandalo che ha sconvolto il Brasile: Petrobras. Una sorta di tangetopoli alla brasiliana, dove questa compagnia petrolifera statale, guidata direttamente dalla Presidentessa sembra che abbia finanziato illecitamente il partito dei lavoratori, la cui leader è proprio la Rousseff.

Il presidente della Camera, in tal senso, è indagato dalle autorità svizzere per alcuni conti intestati a lui e alla moglie, frutto delle tangenti sugli appalti Petrobras. In questo scandalo, occorre ricordarlo, è anche coinvolto il Presidente del Senato Renan Calheiros, che chiude il cerchio, dato che tutte le maggiori cariche dello Stato brasiliano sono sotto accusa.

Il centro della vicenda riguardano quelle che vengono definite “pedalate fiscali”, cioè alterazioni contabili finalizzate a ritardare il passaggio di danaro a banche ed enti pubblici, per falsare i conti federali.

Tutto questo si svolge in un contesto sociale ed economico che ha perso la spinta propulsiva della presidenza Lula. Il paese è in recessione, la disoccupazione è raddoppiata e l’inflazione è al 10 per cento. Una crisi economica insomma che farà da sfondo ai prossimi giochi olimpici, evento internazionale gestito a suon di morti ammazzati dei ragazzini delle favelas da parte della polizia e dall’incapacità di rendere salubri luoghi dove si svolgeranno gli eventi sportivi. Anche in questo caso le olimpiadi sembrano essere la cartina di tornasole di un intero sistema economico corrotto.

Sull’orlo del baratro istituzionale

Nell’ultima settimana, in questo fine marzo del 2016, si sono intensificati gli eventi di artisti e intellettuali  che stanno dando voce ad un movimento d’opinione lungo l’intero Brasile, contro il tentativo di impeachment della presidentessa Dilma Rousseff, al centro di un conflitto istituzionale senza precedenti, che riporta alla mente la defenestrazione di  Joao Goulart, da cui prese avvio la dittatura militare.

NÃO VAI TER GOLPE è lo slogan che imperversa nelle strade del paese, questo perché le accuse rivolte alla Roussef non costituiscono un crimine secondo gli articoli 85 e 86 della Costituzione brasiliana del 1988, poiché riguarda la cosiddetta “pedalata fiscale” cioè un ritardo nel passaggio di denaro dalla contabilità dello Stato a banche e a enti pubblici responsabili delle operazioni finanziarie di alcuni programmi d’intervento sociale.


Questo movimento d’opinione che sta dilagando nelle strade e sul web, è chiamato #VemPraDemocracia e ha raccolto le adesioni oltre che del mondo delle arti, della musica e delle scienze anche alcuni partiti storici brasiliani come il Partido Socialismo e Liberdade (PSOL), il Partido dos Trabalhadores (PT), il Partido Comunista do Brasil (PCdoB) e il Partido da Causa Operária (PCO). A questi si sono unite organizzazioni studentesche, sindacati, organizzazioni per i diritti umani, media informativi alternativi…

 Quello che si sta creando in Brasile è un vero e proprio scontro tra due pezzi di società. Dall’altra parte, accusati di stare ordendo un vero e proprio colpo di stato, simile a quello del ’64, vi è la stampa mainstrem, con in testa Rete Globo, il principale network televisivo brasiliano, pezzi della magistratura, veicolati dall’opposizione parlamentare, il cui leader è il Presidente della Camera Eduardo Cunha, colui che ha espressamente chiesto l’impeachment. Ma è anche uno dei principali personaggi coinvolti nello scandalo che ha travolto il Brasile: Petrobras. Una sorta di tangetopoli alla brasiliana, dove questa compagnia petrolifera statale, guidata direttamente dalla Presidentessa, sembra che abbia finanziato illecitamente un pò tutto il sistema politico brasiliano. Il presidente della Camera, in tal senso, è indagato dalle autorità svizzere per alcuni conti intestati a lui e alla moglie, frutto delle tangenti sugli appalti Petrobras.

 Ma non solo, nel comitato di impeachment ci sono 34 indagati dalla Corte Suprema. Se approvato, il voto andrà alla Camera dei Rappresentanti, dove 271 deputati sono sotto accusa per reati che vanno dalla frode all’omicidio. Per cui lo scontro sociale è il risultato di un vero e proprio conflitto istituzionale, nel quale i cosiddetti “golpisti” stanno cercando di avviare le procedure di impeachment prima che venga processato il presidente della camera Cunha.

La paura più grande che serpeggia all’interno del movimento #VemPraDemocracia è che le conquiste sociali degli anni passati possano disperdersi per il momento di crisi economica e di sfiducia nei confronti sia della Rousself che di Lula, l’ex presidente, anch’esso ultimamente preso di mira dalla magistratura, in questa sorta di guerra interistituzionale.

 In un manifesto firmato da intellettuali e accademici si sottolinea che: “vediamo il serio rischio che la retorica contro la corruzione venga utilizzata per destabilizzare un governo democraticamente eletto, allo stesso modo con cui venne utilizzata prima della caduta dell’ex presidente Joao Goulart (1964), e che diede il via successivamente alla dittatura militare.”

Scoperchiato il tentativo di golpe dei corrotti

Nell’aprile del 2016 una inchiesta giornalistica internazionale fa luce sulla corruzione brasiliana.

I partiti che hanno promosso la procedura d’impeachment contro la presidentessa Dilma Rousseff, senza nessuna prova di reato costituzionale, sono in realtà coloro che, attraverso un dilagante sistema corruttivo, si sono impossessati di ingenti risorse, occultate dalla società panamense Mossack Fonseca, smascherata dallo scandalo Panama Papers.

Quello che sta succedendo in Brasile supera di gran lunga qualsiasi fantasiosa pellicola cinematografica di genere, tra fantapolitica e spy story. O forse è il logico percorso di un paese sudamericano che, tra dittatura e corruzione, dagli anni sessanta, ha cercato di correre ai ripari con le ultime tre presidenze, quelle di Lula e della Rousseff, concedendo il fianco a grandi contraddizioni. O ancora è il destino, in salsa latinoamericana, di quei paesi, in questo mondo neoliberista, fragili dal punto di vista sociale e istituzionale, come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia, in salsa mediterranea…

Ma partiamo dall’inizio… Dopo un quindicennio di grande speranza per il popolo brasiliano, in seguito alle presidenze del partito dei lavoratori con Lula prima e con Dilma Rousseff dopo, nel 2014 inizia una fase discendente per il paese. Un quindicennio nel quale ci sono state luci ed ombre. Due le fotografie tra il bianco ed il nero che possono essere riportate. Da un lato vi sono le 400000 persone tolte alla povertà assoluta, attraverso programmi virtuosi d’intervento sociale: il bianco. Dall’altro vi è la cosiddetta “pacificazione delle favelas”, avviata per ripulire le città in vista dei due grandi eventi sportivi planetari, i mondiali di calcio e le olimpiadi. Il punto che di pacifico questo intervento non ha avuto un bel niente, perché si è trattata di una violentissima deportazione e repressione, costata tanti morti, tra cui molti minori: il nero. Tutto questo nel contesto di un paese che in quindici anni non è riuscito a combattere la corruzione del sistema statale, dalla burocrazia, alla politica, alle forze dell’ordine, mantenendo ineguaglianze e sperequazioni. Certo è che però le conquiste sociali raggiunte dai governi del partito dei lavoratori dal 2001 fino ad oggi non hanno riscontri nella storia del Brasile.

La fase discendente dipende innanzitutto da una congiuntura economica sfavorevole che ha portato il paese in recessione, con una inflazione al 10 per cento, e un livello di disoccupazione che ha ripreso a salire vertiginosamente. Ma se questo è lo scenario socio-economico, un altro evento contraddistingue la discesa negli inferi del Brasile: Operação Lava Jato (operazione autolavaggio), il più colossale scandalo di corruzione mai saltato fuori, che riguarda la compagnia a partecipazione statale Petrobras. Cerchiamo di capire cos’è Petrobras, attraverso le asettiche definizioni di Wikipedia: “Petróleo Brasileiro S.A è una compagnia brasiliana di ricerca, estrazione, raffinazione, trasporto e vendita di petrolio con sede a Rio de Janeiro… È una delle maggiori aziende brasiliane, il principale azionista è l’Unione federale (stato brasiliano), che possiede il 32,22% (55% dei diritti di voto)… Tra le prime 15 compagnie petrolifere mondiali, dispone di una tecnologia avanzata per la perforazione in acque profonde e ultra profonde, con dei record mondiali di profondità.”

Il 17 marzo del 2014, grazie ad una operazione di polizia, innescata dalle dichiarazioni di una sorta di pentito, inizia a venire alla luce un sistema di tangenti del valore di una decina di milioni di real brasiliani, che riguarda prevalentemente senatori e deputati di un pò tutti i partiti, ma soprattutto di opposizione, tra cui appunto i due presidenti delle rispettive camere, appartenenti allo stesso partito, il PMDB. In breve i numeri: 11 senatori, una ex senatrice, 23 deputati federali, 12 ex deputati federali.

A tal punto, tutto lascerebbe supporre che le disgrazie della presidentessa Rousseff siano dipese da questo scandalo: ebbene no, perché in tutta questa storia il governo federale non c’entra proprio niente. I problemi della presidentessa sono iniziati quando nell’estate scorsa la Corte dei Conti ha chiesto di bocciare la legge di bilancio per irregolarità. La causa riguarda la cosiddetta “pedalata fiscale” cioè un ritardo nel passaggio di denaro dalla contabilità dello Stato a banche e a enti pubblici responsabili delle operazioni finanziarie di alcuni programmi d’intervento sociale. Ma questo, rispetto agli articoli della Costituzione brasiliana, non costituisce un reato contro lo Stato federale. L’opposizione invece, prendendo la palla in balzo, cerca di approfittare della situazione e decide di chiedere l’impeachment della presidentessa.

Ora, l’aula del parlamento che deve promuovere lo stato di accusa è la camera federale, e qui entriamo nel vivo della situazione, perché a presiederla è Eduardo Cunha, uno di quelli tra i più compromessi nello scandalo Lava Jato. Infatti è sotto inchiesta, in attesa di processo, per aver stornato in Svizzera, a nome della moglie, parte di quelle tangenti Petrobras. Attorno a lui si è quindi creata una fronda istituzionale trasversale, tesa chiaramente a spostare l’attenzione dal sistema corruttivo trasversale a all’impeachement presidenziale.

Negli ultimi mesi, e particolarmente nelle ultime settimane, in Brasile si è creato un movimento d’opinione che, sostenuto dal web, sta dilagando in tutte le città brasiliane: dai partiti di sinistra ai sindacati, dalle organizzazioni studentesche ai movimenti per i diritti umani, da quasi tutto il mondo delle arti, musica, teatro, cinema a quello accademico. Manifestazioni nelle strade, iniziative nei teatri, nella sale di aggregazione, dappertutto si  inneggiano slogan che ormai sono diventati tormentoni: “NÃO VAI TER GOLPE”, CUNHA FORA”, sono quelli più risonanti.

Il tema del golpe bianco è in effetti il fantasma con cui il popolo brasiliano vive costantemente, poiché una delle preoccupazioni maggiori, soprattutto tra chi ha una certa età, riguarda il colpo di stato del ’64. C’è da dire che la situazione attuale di sfiducia e crisi economica riporta alla mente la defenestrazione di Joao Goulart, da cui prese avvio la dittatura militare. C’è poi la questione aperta del ruolo che stanno giocando i mezzi d’informazione, i quali, Rete Globo in testa, stanno crocifiggendo giorno per giorno la presidentessa, occupandosi poco degli effetti dello scandalo Lava Jato.

Ecco perché sul web stanno sorgendo veri e propri media informativi che danno voce soprattutto agli artisti brasiliani, contro quella che sembra una vera e propria strategia golpista, capitanata dal presidente della camera federale, il quale ha messo in piedi una cordata legata alle oligarchie politiche e mediatiche del paese, con pezzi della magistratura.

Un altro dei fantasmi che si aggira nei raduni antigolpisti è quello sui tempi dell’impeachement, poiché sembra che si stia cercando di arrivare prima al voto parlamentare per la messa in stato di accusa, che dovrebbe essere tra pochi giorni, rispetto al processo che riguarda Eduardo Cunha, considerato che si da quasi per scontata la votazione sfavorevole alla presidentessa, dato che nel parlamento brasiliano, se il conteggio non ci inganna, dovrebbero esserci 271 parlamentari in stato d’accusa per vari reati.

Ma la storia non finisce qui… Si, perché dalle “carte di panama”, cioè lo scandalo Panama Papers che da ieri ha fatto luce sulle attività di riciclaggio del denaro evaso da parte di capi di stato, primi ministri, politici di alto rango sparsi in tutto il mondo, emerge che esponenti e famiglie di sette partiti politici brasiliani sono coinvolti nelle società off-shore fatte girare nei paradisi fiscali di mezzo mondo. Non solo, ma emerge anche che molti dei fondi derivanti dalle tangenti Petrobras sono stati gestiti dalla società panamense Mossack Fonseca. E chi c’è in testa a questa lista? Proprio lui, Eduardo Cunha, il promotore dell’impechement, insieme al suo partito PMDB…

Due i fatti segnalati dal quotidiano El Pais. Il primo riguarda direttamente Cunha. Il suo nome esce fuori in riferimento ad una società off-shore in Svizzera denominata Stingdale Holdings Inc, il cui prestanome sarebbe un certo David Muino. E poi vi sono varie vicende, appunto familiari, legate al partito di opposizione PMDB, come quella della famiglia del senatore Edison Lobão.

 Luciano, il figlio, appare nei documenti Panama Papers poiché avrebbe utilizzato una società off-shore per comprare, nel 2013, un appartamento a Miami al costo di 600.000 dollari, rivendendolo l’anno dopo un milione di dollari. La proprietaria di questa società è la moglie del rampollo di famiglia, Vanessa Fassheber Lobão. Ma Luciano Lobão appare anche come partner in una società, chiamata Hytec, appaltatrice per le opere pubbliche del Programma di Accelerazione della Crescita in Maranhão.

Un impeachment per salvare i parlamentari corrotti

16 aprile 2016  – Michel Temer ed Eduardo Cunha, rispettivamente vicepresidente e presidente della Camera dei deputati, dopo esserne stati alleati, sono i due principali inquisitori della presidentessa brasiliana, accusata di aver ritardato il passaggio di denaro dalla contabilità dello Stato a banche e enti pubblici in modo irregolare, cosa che non costituisce reato costituzionale.

I due parlamentari, a cui si aggiunge il presidente del Senato Renan Calheiros, sono tutti sotto inchiesta con l’accusa di aver ricevuto milioni di dollari dalle imprese di costruzione che forniscono servizi al gigante petrolifero Petrobras: lo scandalo “Lava Jato”, in cui sono coinvolti più di un terzo dei parlamentari brasiliani, i quali domenica si apprestano a votare l’impeachement.

Nel caso in cui il Parlamento brasiliano votasse favorevolmente lo stato d’accusa la Rousseff verrebbe sospesa ed il potere esecutivo passerebbe nelle mani dei parlamentari che aspettano di essere processati. Ma è convincimento di metà della popolazione brasiliana, che ormai da mesi scende in piazza a gridare contro il tentativo di golpe istituzionale, che questo stato di cose fermerebbe i processi attivati dal fragile sistema giudiziario, in un paese dove l’1% della popolazione controlla il 58 % dell’economia. Sembra che il programma sia quello di privatizzare il petrolio e idroelettriche…

Il cartello legato alla destra neoliberista, portatrice delle storiche diseguaglianze in Brasile, in questa occasione si è rinsaldato. Uno dei luoghi simbolici dove questi interessi si coagulano è l’Istituto Millennium, meglio noto come “IMIL”, con sede a Rio de Janeiro. Una sorta di istituto di ricerca, teso a diffondere una visione del mondo incentrata sul liberalismo economico della destra moderna.

E’ finanziato da grandi gruppi imprenditoriali, attraverso la partecipazione dei singoli alti dirigenti, come João Roberto Marinho, vicepresidente del Grupo Globo, l’editrice di Rete Globo, il più grande network televisivo brasiliano, e Judith Brito, dirigente di Grupo Folha, che controlla moltissimi media, tra cui il più imporatnte è il quotidiano Folha de S.Paulo.


Secondo l’Observatório da Imprensa l’obiettivo dell’IMIL è quello di influenzare la società brasiliana attraverso la diffusione delle idee dei suoi rappresentanti, esperti e giornalisti… Ecco spiegato il motivo della crociata anti-Rousseff da parte di questi due mezzi d’informazione, apertamente schierati…

La clessidra delle ingiustizie: dalla corruzione dei parlamentari, agli interessi di imprese e media

La “clessidra delle ingiustizie” è quella dimensione mediante la quale, in un tempo definito, tutto quello che togli a chi non ha niente, ritorna, in termini di ricchezza, nelle mani di pochi gruppi sociali riuniti in consorterie, lobbies, comitati d’affari… In Brasile essa misura il 58 per cento delle risorse economiche gestite dall’1 per cento della popolazione…

Michel Temer ed Eduardo Cunha, rispettivamente vicepresidente e presidente della Camera dei deputati, dopo esserne stati alleati, sono i due principali inquisitori della presidentessa brasiliana, accusata di aver ritardato il passaggio di denaro dalla contabilità dello Stato a banche e enti pubblici in modo irregolare, cosa che non costituisce reato costituzionale.

I due parlamentari, a cui si aggiunge il presidente del Senato Renan Calheiros, sono tutti sotto inchiesta con l’accusa di aver ricevuto milioni di dollari dalle imprese di costruzione che forniscono servizi al gigante petrolifero Petrobras: lo scandalo “Lava Jato”, in cui sono coinvolti più di un terzo dei parlamentari brasiliani, i quali domenica si apprestano a votare l’impeachement. Dai documenti del caso “Panama Papers” è emerso che Cunha, insieme ad altri politici brasiliani, hanno dirottato parte degli introiti delle tangenti Petrobras proprio alla società Mossack Fonseca di Panama, usando i familiari come prestanome.

Nel caso in cui il Parlamento brasiliano votasse favorevolmente lo stato d’accusa la Rousseff verrebbe sospesa ed il potere esecutivo passerebbe nelle mani dei parlamentari che aspettano di essere processati. Ma è convincimento di metà della popolazione brasiliana, che ormai da mesi scende in piazza a gridare contro il tentativo di golpe istituzionale, che questo stato di cose fermerebbe i processi attivati dal fragile sistema giudiziario.

Il cartello legato alla destra neoliberista, portatrice delle storiche diseguaglianze in Brasile, in questa occasione si è rinsaldato. Uno dei luoghi simbolici dove questi interessi si coagulano è l’Istituto Millennium, meglio noto come “IMIL”, con sede a Rio de Janeiro. Una sorta di istituto di ricerca, teso a diffondere una visione del mondo incentrata sul liberalismo economico della destra moderna.

E’ finanziato da grandi gruppi imprenditoriali, attraverso la partecipazione dei singoli alti dirigenti, come João Roberto Marinho, vicepresidente del Grupo Globo, l’editrice di Rete Globo, il più grande network televisivo brasiliano, e Judith Brito, dirigente di Grupo Folha, che controlla moltissimi media, tra cui il più imporatnte è il quotidiano Folha de S.Paulo.

Secondo l’Observatório da Imprensa l’obiettivo dell’IMIL è quello di influenzare la società brasiliana attraverso la diffusione delle idee dei suoi rappresentanti, esperti e giornalisti… Ecco spiegato il motivo della crociata anti-Rousseff da parte di questi due mezzi d’informazione, apertamente schierati…

Le tradizionali politiche neoliberiste hanno prodotto un paese dove l’1% della popolazione controlla il 58 % dell’economia. I programmi sociali del quindicennio Lula-Rousseff hanno invece tolto 400.000 persone dalla povertà assoluta. Ma i governi del partito dei lavoratori hanno mostrato in questo quindicennio anch’essi alcune falle. Prima di tutto non hanno saputo arginare la corruzione nell’apparato burocratico pubblico, che ha coninvolto anche alcuni suoi esponenti sono stati coinvolgere.

La tragica pacificazione delle favelas, fatta per “ripulire” le città in vista dei mondiali di calcio e delle olimpiadi continua a mietere deportazioni e morti ingiustificate, non tra i trafficanti ma tra i civili. Infine essersi piegati alla prassi dei trucchi nei conti pubblici, utilizzata da tutti i governi precedenti alla Rousseff e a Lula, è stato un errore, che paradossalmente ha costituito la scusa usata da uno dei parlamenti più corrotti della storia del Brasile, per eliminare un presidente democraticamente eletto…

Con la presa del potere da parte di Cunha e Temer il programma di governo, se il partito dei lavoratori non riuscirà a portare il paese a nuove elezioni, è quello di privatizzare il petrolio e le aziende idroelettriche. Così sempre con più forza di prima quella sorta di “clessidra delle ingiustizie”, mediante la quale, in un tempo definito, tutto quello che togli a chi non ha niente, ritorna in termini di ricchezza nelle mani di pochi gruppi sociali, riuniti in consorterie, lobbies, comitati d’affari, riprenderà ad azionarsi più veloce che mai…

Dilma Rousseff non è più presidente: andato a segno il golpe istituzionale

Nel maggio del 2016, costituito da 8 politici indagati per corruzione, compreso il nuovo presidente Michel Tremer, si insediava il nuovo governo brasiliano, dopo che il Senato votava l’impeachement  alla presidentessa Rousseff, basato sull’accusa di due infrazioni amministrative sui conti dello stato, che per la costituzione non costituiscono “crimine di responsabilità”.

Con 55 voti contro 22 è stato votato dal Senato l’impeachment a Dilma Rousseff, che da ieri non è più presidente del Brasile. L’accusa, costruita ad arte, si basa su infrazioni relative ai conti dello stato, soprannominate “pedalata fiscale”, cioè il governo avrebbe nascosto l’entità del deficit di bilancio coprendolo con un prestito anticipato da parte della banca nazionale. Si tratta di una pratica amministrativa che tutti i suoi predecessori hanno utilizzato in passato senza subire uno stato d’accusa, anche perché, secondo la costituzione brasiliana, questo non costituisce “crimine di responsabilità”, cioè non è concepito come reato costituzionale. L’aspetto più paradossale è che durante la seduta del Senato, di cui il 58 per cento dei membri è inquisito per vari reati tra cui prevale la corruzione, questo tema non è nemmeno stato toccato.

E allora perché l’impeachment? La risposta è condensata nella formazione del nuovo esecutivo strutturato dal potentissimo partito PMDB. Un governo promosso da banchieri e uomini di finanza che della corruzione hanno fatto sistema in Brasile. A partire dal nuovo presidente, Michel Tremer, anch’egli teoricamente a rischio di impeachment poiché inquisito per gravi reati di corruzione, questa volta previsti dalla Costituzione, altri 7 dei 21 ministri sono anch’essi inquisiti all’interno dello scandalo, denominato Lava Jato, che ha riguardato l’industria petrolifera statale Petrobras, il quale ha scoperchiato la vera natura criminogena dell’intero sistema parlamentare brasiliano. Tutte le questioni giudiziarie di questi ministri adesso passano dalla magistratura che non può più indagare alla Corte Suprema.

Geddel Vieira Lima (PMDB-BA) assume la Segreteria di Governo, sotto accusa di aver preso tangenti; Romero Juca (PMDB) sotto accusa per corruzione; Henrique Eduardo Alves (PMDB) un suo appartamento è sotto sequestro perché acquistato con le tangenti Lava Jato; José Serra (PSDB-SP), Ministero degli Affari Esteri, oltre ad essere sotto inchiesta per Lava Jato, è inquisito per illeciti amministrativi quando era sindaco di San Paolo; Gilberto Kassab (PSD-SP) Scienza, Tecnologia e Comunicazione, indagato Lava Jato; Bruno Araújo occuperà il Ministero delle Città, indagato Lava Jato; Ricardo Barros (PP), Ministero della Salute, ha preso tangenti Lava Jato.

A questi vanno aggiunti vari incarichi di sottogoverno a personaggi di questo calibro, senza dimenticare l’ispiratore del golpe parlamentare Eduardo Cunha, quando ricopriva la funzione di Presidente della Camera, adesso sospeso, il quale ha innescato il meccanismo di impeachement per salvarsi dal carcere, visti i gravissimi reati che ha commesso nell’esportare valuta in Svizzera, trovato insieme ad altri parlamentari brasiliani, nelle liste di Panama Papers.

Mentre il nuovo presidente recitava il suo discorso sulla pacificazione del popolo brasiliano e la richiesta d’appoggio di questo al suo governo, in varie città esplodevano le proteste, significative quelle di Brasilia proprio davanti al Parlamento e per le strade di Porto Alegre, nelle quali la polizia usava lacrimogeni e manganelli per disperdere la gente. Chiave di lettura della dittatura bianca che si prospetta in Brasile nel segno delle privatizzazioni selvagge, delle sperequazioni ai danni della maggioranza del paese, inghiottita dalla forbice delle disparità che in Brasile è destinata ad aumentare: l’1 per cento della popolazione controlla il 58 per cento dell’economia…

I gangster al potere

Mentre nelle città brasiliane dilagano le proteste contro il colpo di stato istituzionale, mediante l’impeachment di Dilma Rousseff, condite dalle repressioni violente da parte delle forze dell’ordine, il “Parlamento dei corrotti” approva una legge-beffa che mette a riparo il nuovo Presidente golpista, dalla “Pedalata fiscale”, l’accusa pretestuosa con cui la Presidentessa è stata defenestrata. Papa Bergoglio decide di non andare in Brasile…


 6 settembre 2016 – Davvero paradossale. Dilma Rousseff è stata “eliminata” dalla carica di Presidente del Brasile, per avere attuato la “pedalata fiscale”, grazie alla votazione di quei due terzi del Parlamento inquisiti per corruzione, frode, omicidio. Sono questi i più rilevanti capi d’accusa, che vedono protagonisti anche il nuovo presidente Temer come il Presidente del Senato Renan Calheiros. Questo meccanismo consiste nell’essersi fatta anticipare i soldi dalla banche per coprire il bilancio, senza autorizzazione del Parlamento, una pratica usuale a tutte le presidenze del Brasile, non prevista dalla Costituzione come reato contro lo Stato. Il Parlamento lo ha rubricato come “crimine di responsabilità fiscale”, costruendoci su un falso impeachment.

Adesso, il Presidente Temer, per mettersi al riparo da eventuali problemi, ha fatto approvare una legge che non rende perseguibile la prassi della “pedalata fiscale”, la quale anche quest’anno verrà applicata dal nuovo governo. Paradossale, proprio così, perché è stata la scusa per eliminare dal potere la Presidentessa che rappresenta quel partito del lavoratori, che, tra mille errori, ha comunque in tredici anni cercato di abbassare il dislivello delle ingiustizie, in un paese dove l’1 per cento della popolazione controlla quasi il sessanta per cento dell’economia. 

Uno scandalo che ha fatto luce sulla stratificazione della corruzione dei parlamentari, i quali per salvaguardarsi dalle inchieste, hanno generato il falso impeachment contro la Rousseff, annullando i progressi raggiunti in tema di diritti e ingiustizie dai governi del partito dei lavoratori, questo attraverso leggi che vanno a colpire i più deboli e la ripresa delle privatizzazioni per rendere sempre più dinamico il sistema oligarchico.


Centinaia di migliaia di persone stanno ogni giorno manifestando per chiedere nuove elezioni, manifestanti spesso repressi dalla violenza della polizia. Persino Papa Francesco ha chiesto di pregare per gli ultimi, per proteggerli dagli sfruttatori di ogni tipo, salvando il popolo con la giustizia sociale. Ecco perché probabilmente non si recherà in Brasile come promesso nel 2013…

L’orrore: in trentatre stuprano una ragazzina e poi se ne vantano sul web

In un Brasile, dove un golpe bianco a messo in ginocchio il sistema istituzionale, in un Brasile dove le differenze di classe, razziali e di genere sono sempre più marcate, in un Brasile dove il 58 per cento dell’economia è nelle mani dell’uno per cento della popolazione, l’orrore arriva dal web.

28 maggio 2016 . Periferia ovest di Rio de Janeiro. Lei, adolescente di 16 anni, in quel maledetto pomeriggio si era recata dal suo fidanzato, uno importante, una promessa del calcio brasiliano: Luquinhas lo hanno soprannominato, ma il suo vero nome è Lucas Perdomo Duarte Santos. Ha 20 anni e gioca in serie A, in una delle squadre più importanti del calcio brasiliano, il Boavista. Probabilmente per lei stare con quel ragazzo era pure una sorta di riscatto sociale, ma quel pomeriggio i suoi sogni si sono infranti nel più bestiale atto di violenza. Si perché evidentemente per quella promessa del calcio lei non era proprio una ragazza da volere bene, ma piuttosto un oggetto da condividere, in modo animalesco, con altri trenta animali come lui.

In trentatre a turno hanno abusato di lei. Ridendo e scherzando, come se fosse una festa, così per far passare la noia… ‘‘Siamo di fronte a un crimine barbaro che deve mobilitare tutti per la gravità della situazione – denuncia alle reti televisive Arlansa Rebello, coordinatrice della difesa civica – Un crimine che riflette il conservatorismo che permane nella nostra società, ancora patriarcale”. E noi aggiungiamo anche un po’ fascista… Già, proprio così, perché è questo uno dei risvolti del Brasile: una nazione federale grande quasi come un continente dove razzismo, classismo, maschilismo sono l’altra faccia della medaglia di un paese profondamente corrotto…

Un paese che proprio in questi mesi ha visto la presidentessa Dilma Rousseff sospesa dall’incarico grazie ad una macchinazione di quasi due terzi di parlamentari inquisiti per vari reati, tra cui c’è pure l’omicidio, con l’appoggio di pezzi della magistratura, esercito, media e potere industriale…

Ma l’abominio, per quella ragazza della periferia di Rio, perpetrato il 20 maggio, ma uscito fuori all’attenzione del mondo due giorni fa, non finisce con lo stupro collettivo, perché uno dei suoi aguzzini ha postato il video della violenza sui social network, rivelando retroscena ancora più agghiaccianti. Sembra che si chiami Michel e, consapevole di commettere un reato, ha commentato con frasi sconcertanti l’accaduto: “hanno fatto un tunnel nella ragazzina, in più di 30″…

Al di là dei commenti sul web, ancora più atroci, che francamente evitiamo ben volentieri di segnalare, c’è da dire che lo stupro in Brasile non è un modo di fare saltuario ma assai frequente, anche questo, risvolto di una medaglia che riguarda un altro fenomeno triste: il turismo sessuale.

Comunque tutti questi “gentiluomini”, tranne quattro, si sono resi latitanti, compresa la stella nascente del calcio, nella speranza che da adesso possa limitarsi a giocare le partite tra carcerati e secondini.
L’unico elemento che fa da conforto a questa orrenda vicenda è la mobilitazione delle tantissime donne brasiliane che stanno urlando la propria rabbia nelle piazze al grido di “Quando dico no e no!”.
 

Il peggioramento delle classi meno abbienti

Già nel novembre del 2016  è vivo nel paese il ritorno indietro… I passi indietro dopo il golpe istituzionale producevano forti tensioni sociali rappresentate da un velocissimo peggioramento delle classi meno abbienti

Sembrano passati anni luce dal tempo in cui durante i due mandati del Presidente Lula il Brasile sembrava rialzarsi dopo quarant’anni di buio sociale, tra dittatura e corruzione. Con il golpe parlamentare che quest’anno ha defenestrato la presidentessa Rousseff, che pure errori macroscopici ne aveva fatto, soprattutto nella gestione  delle olimpiadi e dei mondiali di calcio, il Brasile è sprofondato in una situazione forse anche peggiore di quella precedente alla dittatura militare del 1964, durata 21 anni.

Il gruppo di potere che è tornato ai vertici dello Stato, cartello legato alla destra neoliberista, portatrice delle storiche diseguaglianze e promosso da grandi gruppi imprenditoriali, capace di influenzare la società brasiliana attraverso la diffusione delle idee dei suoi rappresentanti, con esperti e giornalisti, sta facendo sprofondare il paese in una tragedia senza fine.

Se l’operazione di presa del potere è stata possibile grazie al parlamento più corrotto di sempre, i due terzi sono inquisiti per corruzione, frode, omicidio, questi hanno pensato bene di mettersi al riparo dallo scandalo Lava Jato, riguardante le tangenti dell’industria petrolifera statale Petrobras, in cui è anche coinvolto l’attuale presidente Temer, inscenando un impeachment inesistente.

Adesso questo gruppo di potere sta restaurando l’ordine precedente alle riforme di Lula con l’introduzione di fortissimi vincoli alla spesa pubblica per i prossimi vent’anni, una generazione insomma. Ciò si traduce nei tagli indifferenziati ai programmi sociali nell’ambito della sussistenza, della salute, dell’educazione. Questi tagli, attivati sia a livello federale che nello Stato di Rio de Janeiro, con la motivazione di fare fronte al buco provocato dalle olimpiadi, riporta appunto la lancetta dell’orologio indietro di vent’anni, a quel tipo di società che vede l’1 per cento della popolazione controllare il 60 per cento delle risorse economiche. Anche perché il governo statale di Rio, che ha  un deficit previsto per il 2016 di 5.400 milioni di dollari, ad esempio, ha ridotto le tasse alle grandi imprese che sfornano ricchezza privata per alzare le tariffe dei servizi pubblici.

La tensione sociale è altissima, manifestazioni e scontri si stanno sviluppando in tutto il paese con l’intervento della polizia che è sempre più violento. Ma la violenza ormai fa parte della dimensione ambientale naturale di questo paese. Sono uscite delle statistiche che fanno un quadro della situazione da vero e proprio campo di guerra, fornite dal Fórum Brasileiro de Segurança Pública . 

Gennaio 2011/dicembre 2015 – Sono stati uccisi intenzionalmente 279.592 cittadini.

2015 – 58.492 persone assassinate o morte in seguito a rapine a mano armata o interventi della polizia.

2015 – 3.345 vittime di azioni della polizia.

2015 – 45.460 stupri registrati.

Dal 2011 –  I poliziotti morti sono 2572.

I poliziotti brasiliani muoiono 3 volte di più fuori dall’orario di servizio che mentre sono al lavoro. Questo perché pezzi della polizia formano delle vere e proprie milizie armate che competono nel traffico di droga con i cartelli dei narcos.

I morti sono sempre i giovani neri delle periferie. Il 54% delle morti violenti avviene fra giovani di 15-24 anni.

125 persone vengono stuprate ogni giorno in Brasile.

Marco Marano

Immagine in evidenza Edson Palheta

Fonti

I giorni dell’orrore

Folha de S. Paulo

Unicef

Dimensione Brasile

Tutti addosso alla presidentessa

Scoperchiato il tentativo di golpe dei corrotti

Un impeachment per salvare i parlamentari corrotti

Tutti addosso alla presidentessa

Folha de S. Paulo

Le ombre della “pacificazione”

La trappola dell’impeachment è scattata

Revista Forum

Una nazione sull’orlo del baratro istituzionale

Pós Tv, Agência Brasil, Pensa Brasil
Scoperchiato il tentativo di golpe dei corrotti

Pós Tv, Agência Brasil, Pensa Brasil, El Pais

Un impeachment per salvare i parlamentari corrotti

Forbes

La clessidra delle ingiustizie: dalla corruzione dei parlamentari, agli interessi di imprese e media

Dilma Rousseff non è più presidente: andato a segno il golpe istituzionale

I gangster al potere

Credits Edson Palheta

https://radiocentomondi.blogspot.com/2016/05/orrore-rio-de-janeiro-in-trentatre.html

L’orrore: in trentatre stuprano una ragazzina e poi se ne vantano sul web

Ribs

Il peggioramento delle classi meno abbienti

LA PRESSE, Fórum Brasileiro de Segurança Pública,

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