Bologna

E se ci fosse stato il reato di depistaggio fin dal 1980?

di Marco Marano

La ricorrenza del 2 agosto quest’anno ha messo in evidenza la richiesta dei cittadini bolognesi di avere la verità sui mandanti, esorcizzando i continui tentativi di depistaggio azionati ancora oggi.

Bologna, 5 agosto 2019 –Quest’ultimo anniversario della strage di Bologna, che ebbe un bilancio di 85 morti e oltre 200 feriti, a causa di un ordigno esplosivo, è stato caratterizzato da due significativi elementi… Da un lato la partecipazione di massa del popolo bolognese alle iniziative della giornata per chiedere la verità sui mandanti, dall’altra la segnalazione che ancora oggi esistono tentativi di depistaggio, come quella grottesca della pista palestinese.

Un reato poco applicato

Tre anni fa, nell’estate del 2016, proprio pochi giorni prima dell’anniversario, veniva inaugurata, dal parlamento italiano, una nuova legge sul “reato di depistaggio”. Questo perché, come sappiamo, oltre ad essere stata la strage più grave della storia repubblicana, l’ultima frutto della strategia della tensione, quello che successe a Bologna il 2 agosto del 1980 è sicuramente l’evento che è stato soggetto a più depistaggi nelle vicende delle trame nere e occulte degli anni settanta. E non è un caso che questa legge, due anni fa, sia stata voluta e proposta proprio dall’Associazione vittime della strage di Bologna, di cui il Presidente Paolo Bolognesi ne è stato artefice.

I depistaggi diffusi

Il reato è punito da tre a otto anni, dodici in caso di strage, pene che riguardano sia i pubblici ufficiali che qualunque cittadino. Questo delitto punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, allo scopo di ostacolare o impedire indagini o processi, “modifica” il corpo del reato o la scena del crimine oppure mente o è reticente. Ma non solo, perché per chiunque distrugga, occulti o alteri prove oppure crei false piste la pena aumenta da un terzo alla metà.

Ora, la storia di questa strage è stracolma di uomini politici che hanno “sponsorizzato” false piste e che continuano a farlo, come una sorta di gioco di società… Se così stanno le cose, facciamolo noi un gioco narrativo. Immaginiamo che il reato di depistaggio fosse stato già in vigore dal quel 2 agosto del 1980. Le domande sono: chi in questi anni sarebbe andato in galera per aver creato “false piste”? E ancora: quanti anni di carcere sarebbero stati comminati agli esponenti della classe politica italiana…? Ma prima riassumiamo brevemente i fatti a contorno dei più famosi depistaggi…

Da subito le indagini si indirizzano verso la pista neo-fascista e nel 1995 la sentenza finale condanna Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna» e per aver «fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato», cioè i NAR. Nel 2007 si aggiunge anche la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti.

I mandanti di questa strage però non sono stai mai individuati, mentre gli unici ad essere condannati, nel 1988, per aver depistato le indagini furono Licio Gelli, maestro venerabile della loggia P2, Pietro Musumeci, generale del SISMI e piduista, Giuseppe Belmonte, colonnello dei Carabinieri e ufficiale del SISMI, Francesco Pazienza, faccendiere e consulente del SISMI.

Il loro depistaggio consistette nell’aver piazzato sul treno Milano–Taranto, nel 1981, una valigia con lo stesso tipo di esplosivo della strage di Bologna, insieme ad una serie di oggetti personali di due fascisti, uno francese e l’altro tedesco, riconducibili al fondatore di Avanguardia Nazionale Stefano delle Chiaie. Questo al fine di celare la strategia della tensione facendo ricadere la responsabilità su gruppi di spontaneismo armato.

Le false piste storiche

Il primo tentativo di depistaggio, relativamente al concetto di “falsa pista” viene prodotto dal governo stesso, presieduto da Francesco Cossiga, nelle ore immediatamente successive all’attentato: esplosione di una vecchia caldaia nel sotterraneo della stazione… Questo, come disse Libero Mancuso, diede la possibilità agli esecutori di dileguarsi indisturbati… Qui, ci sarebbero i primi “dodici anni di carcere, circa per Cossiga”…

Poi ci sono i depistaggi con le quattro piste diciamo così “istituzionali”, che in qualche modo, almeno per due di esse, vedono al centro sempre Cossiga. Le prime due sono quelle portate in parlamento il 4 agosto ‘80. Da un lato c’è Giovanni Spadolini, l’allora leader dei repubblicani e futuro Presidente del Consiglio: era sua la pista libica. La strage era stata commessa da agenti segreti libici insieme al gruppo del terrorista filo-palestinese Carlos, pupillo di Gheddafi, per punire l’Italia in seguito al trattato di mutuo aiuto con Malta in caso di aggressione libica. “Dodici anni di carcere anche per Spadolini”…

Sempre nella stessa seduta parlamentare, dopo la sciocchezza della caldaia esplosa, Cossiga affibbiò la responsabilità al fascismo internazionale, francese e tedesco, al soldo di Stefano delle Chiaie, membri delle falangi libanesi, con la manovalanza dei giovani NAR. La particolarità di questo depistaggio è che i mandanti venivano individuati nella Loggia P2 di Gelli, il quale a sua volta  depisterà l’anno seguente proprio su quella pista: “altri dodici anni di carcere per Cossiga”…

Ma il depistaggio più interessante che vede artefice l’ex Capo dello Stato, insieme ai membri della commissione Mitrokhin, il cui presidente era Paolo Guzzanti, è quello che fa ricondurre la strage alla pista palestinese… Il movente attiene alla violazione da parte dell’Italia del lodo Moro, cioè quell’accordo segreto siglato con l’Olp, informalmente, dallo statista democristiano, in qualità di ministro degli esteri del governo Rumor, che garantiva piena libertà di movimento in Italia ai palestinesi in cambio di non effettuare attentati sul suolo nazionale. Violazione avvenuta a causa dell’arresto di un membro della frazione marxista dell’Olp PFLP,Abu Anzeh Saleh, trovato in possesso di un missile. Questa è la versione del 2005 data al Corriere della Sera.

Ma poco prima di morire Cossiga variava la sua spiegazione dicendo che quell’ordigno, in mano a qualche terrorista palestinese di passaggio a Bologna, esplodeva accidentalmente, cosa palesemente impossibile per una bomba azionata da un detonatore… “Ancora dodici anni di carcere per Cossiga e altrettanti per Guzzanti”…

 

VIDEO – I DEPISTAGGI DI COSSIGA

 

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