Raqqa Siria

L’avanzata dei marines su Raqqa ferma la campagna militare turca

Tratto da Blasting News

di Marco Marano

Nel nord della Siria si prepara il supporto americano alle forze kurde per chiudere lo scontro con l’Isis e riaprire le sorti del dopoguerra.

Bologna, 10 marzo 2017 – Sembra dirimersi il caos della guerra per procura nel nord della #Siria, con l’annuncio ufficiale relativo al sostegno degli Stati Uniti alle Forze Democratiche Siriane (#SDF), la federazione militare composte da diverse etnie guidata dalle YPG kurde, dove sono presenti arabi, turkomeni e circassi. Se ufficialmente il supporto annunciato dal Pentagono riguarda quello di fornire assistenza e supervisione all’avanzata dei kurdi verso Raqqa, in pratica gli Stati Uniti escono allo scoperto nel “contenzioso” tra la Turchia, che considera come terroristi le YPG, e il popolo kurdo. Sono cinquecento i marines già all’opera con l’artiglieria pesante direzionata su #raqqa, mentre un altro migliaio si accinge a raggiungere il Kuwait in attesa di intervenire.

Concentrarsi su un unico obiettivo

In realtà già con il dispiegamento delle truppe d’élite americane alle porte della città di Manbij era abbastanza chiaro il nuovo orizzonte dell’amministrazione Trump. La città liberata l’estate scorsa dalle SDF era in procinto di essere attaccata dall’esercito turco, questo perché secondo i piani militari di Ankara la guerra nel nord della Siria è funzionale prima di tutto a fermare il radicamento dei kurdi in quell’area. La Turchia, sia durante l’amministrazione Obama che adesso con Trump, ha voluto stimolare l’alleato Nato a non supportare i kurdi nella guerra contro l’Isis. Ecco il perché della proposta di sostenere l’Esercito Siriano Libero, gruppo anti-Assad e pro Turchia, verso Raqqa. Ma l’esperienza dell’accerchiamento di al-Bab, a nord di Aleppo, che a visto la coalizione anti Isis contrapporsi da un lato con la Turchia e ESL e dall’altro con la Russia e i fedeli ad Assad, ha convinto l’amministrazione americana ad uscire dalla situazione di stand-by.

La necessità di velocizzare l’esito del conflitto

La motivazione data dalla Casa Bianca a questa nuova strategia è legata alla volontà di chiudere in fretta la partita contro l’Isis, punto forte del programma elettorale di Trump, che annunciò la sconfitta dei jihadisti in trenta giorni. Adesso occorre concentrarsi su questo unico obiettivo, migliorando il coordinamento tra gli alleati. In tal senso le vittorie militari sul campo da parte delle SDF sono una garanzia per velocizzare l’andamento del conflitto. Anche perché c’è da dire che le forze dell’Isis si sono ridotte notevolmente: da diecimila uomini a poco più di duemila. Se a ciò si aggiunge che secondo fonti della Cia il califfo al-Bagdadi, dopo essere fuggito da Mosul, non sembra che sia riuscito a raggiungere Raqqa, ma stazioni in un’area desertica tra Iraq e Siria, questo certifica il modo in cui il sedicente Stato islamico sia in via di dissolvimento. Tra l’altro, rispetto alle ipotesi iniziali, anche la presa definitiva di Mosul, dove gli Stati Uniti hanno creato strutture di supporto per l’esercito iracheno, sembra velocizzarsi notevolmente, dopo la creazione dei corridoi umanitari per i civili verso i campi profughi.

La gestione del dopoguerra

Ma c’è ancora un altro elemento di novità che riguarda il futuro della Siria. A segnalarlo è stato il generale Joseph Votel, capo del comando centrale degli Stati Uniti, il quale ha presentando in una commissione senatoriale la nuova strategia parlando dell’importanza di una presenza americana determinante in Siria per garantire una transizione pacifica. Nel dopo guerra sarà infatti fondamentale la gestione degli aiuti umanitari e gli investimenti per rimettere in piedi la città di Raqqa…

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