Bologna Dal 77 al 17 Italia

“Bologna oh cara…”: dalla rabbia e dal coraggio… può nascere la gioia

 dal ’77 al ‘17

Il quarantennale del movimento ’77 e dell’uccisione di Francesco Lorusso, propone una lettura del passato che, partendo dal concetto di ‘resistenza’, aggira il presente…

di Renato Amata e Marco Marano

Bologna, 9 marzo 2017 – Scriveva Bertrand Russel: “Il presente, come il punto, non è un entità quantificabile. Essendo inconsistente è un’ astratta unità del pensiero. Il passato è il nostro maestro, il futuro il nostro esaminatore. Chi vive del presente fonda la sua esistenza su di un’illusione”. In questo quarantennale del movimento ’77, il senso del passato diventa irrimediabilmente, se non una via maestra, per dirla alla Russel, una opportunità per ragionare sulla dimensione dello scontro sociale oggi come ieri. Se il presente è un’illusione sarà il futuro, insomma, a giudicare ciò che succede nell’attuale tempo storico?

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Ritorno al futuro

Al di là delle speculazioni filosofiche, mentre scriviamo, intercettiamo in diretta su Facebook le immagini di uno sfratto nella città di Bologna, inviato dal “Comitato Inquilini Resistenti con Social Log”. E’ una vicenda dell’oggi, che pone l’accento, almeno dal punto di vista semantico, su un concetto: “resistenza”. La storia è presto detta. Ayele è un ex imprenditore caduto in disgrazia in seguito alla crisi economica. A suo carico c’è una moglie e un figlio. Cerca di sopravvivere facendo le pulizie in stazione, ma la cooperativa lo licenzia per tagli economici. A quel punto ha due scelte da fare: pagare l’affitto o sfamare i propri cari… Ovviamente decide per la seconda opzione. Così diventa moroso e per il sistema sociale si trasforma in una sorta di delinquente, che rende la vita impossibile al proprietario, il quale non riesce a sfrattarlo, per la semplice volontà di non pagare… E’ questa infatti l’interpretazione della realtà riportata il 28 febbraio dal “Resto del Carlino”. In verità quella di Ayele si connota in termini di “morosità incolpevole”, che è un fenomeno ormai conclamato in tutte le città italiane.

E qui entriamo nel primo grande tema sociale del nostro tempo: la dimensione economica privata ha la supremazia sulle vittime della crisi sociale. In termini di modello questo è puro “neoliberismo”. Di questo il sindaco di Bologna Virginio Merola è il primo responsabile, poiché ha lasciato che il fenomeno del disagio abitativo si trasformasse in criminalizzazione del disagiato, in assenza di una visione della città che accogliesse un nuovo modello di socialità sostenibile. Ma poi c’è l’altro tema cioè quello della resistenza, ecco come ce lo spiega proprio il Social Log: “Ribadiamo ancora una volta che la resistenza agli sfratti è l’unica pratica che consente oggi a centinaia di famiglie di non finire in strada, di mantenere inalterato il punteggio per accedere alla casa popolare e di superare così la situazione di emergenzialità”.

E’ questa una delle fotografie che connotano lo scontro sociale dell’oggi. Se volessimo fare un viaggio sul genere “Ritorno al futuro”, cercando di immaginare lo scenario delle città italiane fra dieci anni verrebbe da pensare che la gestione neoliberista dei territori è destinata ad aumentare la frattura tra la supremazia dell’economia privata e chi resiste per sopravvivere. Fisiologicamente però la “resistenza” potrebbe andare via via a trasformarsi nell’uso della forza per difendersi dalle ingiustizie. Negli anni a venire si può ragionevolmente pensare che essa potrebbe diventare prassi comune. Ecco che lo scontro sociale ritornerebbe ad una recrudescenza funzionale all’uso della forza come risposta al sistema di potere vessatorio. Proprio pochi giorni fa, Toni Negri, il fondatore di Potere Operaio, in un convegno a Genova osservava: “Oggi il nostro problema è ricominciare a identificare una classe sociale di sfruttati, ma è evidente che la ricostruzione di un movimento passerà necessariamente attraverso fasi di lotta dura”.

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L’illusione del presente

A Bologna l’11 marzo è un giorno di commemorazione. Quest’anno, che ricorre il quarantennale del movimento ’77, lo sarà in modo particolare, nel giorno in cui si ricorda l’uccisione del militante di Lotta continua Francesco Lorusso. Si perché paradossalmente “l’illusione del presente”, mette l’accento sul fatto che le istituzioni comunali, decidono di commemorare anch’esse quell’omicidio di quarant’anni fa. Purtroppo però queste istituzioni sono responsabili nell’oggi delle ingiustizie neoliberiste, come quelle nei confronti di Ayele e della sua famiglia…. O come quelle che hanno portato due studenti ad essere accusati di associazione a delinquere in seguito alle manifestazioni universitarie delle ultime settimane a Bologna, derivanti dalla costruzione dei tornelli in una biblioteca. Sempre di più “sicurezza” ed “emergenza” sono i due nuovi paradigmi delle amministrazioni neoliberiste dell’oggi.

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Il Collettivo Universitario Autonomo, che ha organizzato una tre giorni di eventi per ricordare Francesco Lorusso, iniziative che si collegano alle lotte di oggi dei suoi militanti, sottolineando che nascono “dalla rabbia e dal coraggio” della loro azione politica. In un acceso comunicato hanno annunciato: “Quanto avvenuto negli scorsi giorni con lo sgombero violento della biblioteca di discipline umanistiche in via Zamboni 36 ordinato dall’Alma Mater, eseguito dal questore Coccia e dal Settimo Reparto della celere, e sostenuto con l’entusiasmo di un bullo da quattro soldi del sindaco Merola e dalla giunta comunale ci spinge a ritenere inammissibile e a considerare grave provocazione politica la presenza di rappresentanti istituzionali nei pressi della lapide a memoria dell’omicidio di stato di Francesco Lorusso per l’intera giornata”.

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Le azioni del Collettivo Universitario Autonomo hanno fatto discutere tanto, soprattutto i media mainstream, i quali hanno dipinto questi ragazzi come sparuti delinquenti isolati dalla città. Poi loro, in varie occasioni, hanno dimostrato di non esserlo affatto, rispetto al seguito di migliaia di persone nelle assemblee e nei cortei. E qui entriamo nel tema caldo che riguarda anche il ’77: il racconto del movimento. L’isolamento della città nel suo insieme, ad esempio, era un tema centrale anche in quegli anni, portato avanti sia dai media che dall’establishment cittadino.

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L’uso della forza per resistere

Il movimento ‘77 é sempre stato raccontato quasi esclusivamente come la nutrice dei gruppi che hanno alimentato la cosiddetta “lotta armata”. Questo perché si è voluto dimenticare tutti gli altri aspetti che lo hanno contraddistinto. Il luogo simbolico dove il racconto diverge, rispetto alla pratica quotidiana di quegli anni, è lo scontro fisico. Da un lato c’è la narrazione istituzionalizzata dove la parola chiave è “violenza, come sinonimo di lotta armata”. Dall’altro c’è la prassi quotidiana di quegli anni, che nella lotta armata vedeva semplicemente un “minoritarismo dell’azione politica”, rivolta principalmente ad altre forme di attivismo. Qui le parole chiave sono: “uso della forza”.

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Ma occorre fare un salto indietro in questa storia per capire cosa significa uso della forza… Fino ai primi anni ‘70 la lotta di classe si identificava totalmente con il suo conducente, cioè la classe operaia, organizzata seguendo l’evoluzione dello scontro storico tra borghesia e proletariato, che in Italia aveva nel PCI il punto di riferimento ideologico e la sua direzione strategica. Nell’arco di trent’anni il partito comunista era passato dalla fugace tentazione di una presa del potere tramite le armi dei partigiani al continuo fronteggiarsi con la Democrazia Cristiana, rappresentante della borghesia al potere, in ossequio al quadro internazionale e agli sviluppi della guerra fredda. In tal senso le forme di lotta operaia dovevano essere contenute nei margini della rappresentanza sindacale.

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Il 68 aveva introdotto su quella scena altre figure: gli studenti e gli impiegati. Nuovi elementi che in qualche modo stravolsero la sinistra mondiale e, in parte, quella italiana. Da quel momento l’uso della forza, di cui è parte integrante il suo rovesciamento nella versione pacifista del “sit-in”, divenne l’elemento qualificante delle modalità di lotta espresse dai vari movimenti, a volte come prioritario, spesso “unica possibilità di resistenza”.

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Ritroviamo, nel nostro racconto, l’uso della forza per resistere, come pratica di sopravvivenza sociale. Solo che a quel tempo, a differenza di oggi, la protesta popolare trovava nell’azione delle piazze il momento di rottura. Di conseguenza oggi è più facile la criminalizzazione attraverso il racconto, poiché i corpi sociali costretti a resistere sono “slacciati” gli uni dagli altri: viene a mancare il momento di rottura.

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In ogni caso sino alle ultime fiammate operaie, nella metà degli anni settanta, l’uso della forza era competenza di due fronti opposti: le organizzazioni operaie sindacali e le forze dello stato. Il Servizio D’Ordine (SDO) era formato dagli uomini più forti fisicamente ma anche più docili ideologicamente o più convinti, quindi più fedeli e rassicuranti. Si muoveva sul modello bolscevico del responsabile militare seguito da un responsabile politico.

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I gruppi della sinistra extra parlamentare si adeguarono al modello SDO, anche per garantire la sicurezza negli spezzoni di corteo durante le grandi manifestazioni che, spesso, dovevano guardarsi dalle provocazioni poliziesche o dagli agguati dei militanti fascisti. Non lontani gli anni di Reggio Emilia e i suoi morti, delle battaglie di piazza contro il governo Scelba, delle ultime cariche di cavalleria contro gli operai, si procedeva verso l’innalzamento dello scontro.

Un nuovo mood di aggregazione

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Tra il 1976 ed il ’78, principalmente a Bologna, avvenne quel cambiamento che in realtà connota il movimento ’77 nel suo complesso e lo rende originale rispetto al prima e al dopo… Le battaglie per le autoriduzioni prima di bollette luce, gas, telefono e poi di cinema e ristoranti e concerti, avevano prodotto un nuovo scenario, cioè la nascita di piccoli e svariati gruppi con una dimensione organizzativa anche autonoma, che si ritrovavano insieme in assemblea, per condividere le istanze politiche e organizzative del movimento. L’elaborazione teorica aveva individuato un nuovo soggetto sociale prodotto dalla feroce crisi di quegli anni: il movimento dei non garantiti. Era composto da studenti senza prospettiva di lavoro, operai, disoccupati, femministe, senza casa e proletariato giovanile prodotto in periferia dall’urbanizzazione selvaggia del periodo.

Uno degli elementi  di questo processo di trasformazione risiede nella battaglia contro il cosiddetto “leaderismo”, che vide soprattutto il movimento femminista condurre una intensa lotta politica, subito ripresa dal movimento. Così, i gruppi organizzati o i singoli che facevano riferimento alle varie sigle si arresero immediatamente di fronte all’evidente autonomia del movimento stesso: non più verticismi di tipo “bolscevico”. L’assemblea diventava la sede effettiva delle decisioni. Non restò loro che liquefarsi nel nuovo mood di aggregazione: i collettivi universitari o operai diventarono presto collettivi di amici, di abitanti dello stesso palazzo, della via, rione, quartiere…  E’ altresì vero che questo significò arricchimento della capacità teorico-organizzativa del movimento, a cui fornirono infatti un grande apporto in termini di esperienza e capacità tattica nella gestione dei momenti di massima tensione e scontro.

Le nuove forme di lotta politica

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Gruppi informali o di interesse culturale diventarono presto prevalenti rispetto alle classiche organizzazioni della sinistra extra parlamentare, ormai in prognosi riservata. Finirono per organizzarsi in modo autonomo ma con il massimo rispetto per le decisioni della maggioranza in assemblee numerosissime. Potevano ritrovarsi prima per una riunione di una rivista e poi nello stesso cordone di corteo. In definitiva era finito il tempo degli specialisti.

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Due nuovi elementi entravano a far parte della lotta politica: l’uso della tecnologia e le tecniche di sabotaggio. Sul primo versante l’esperienza di Radio Alice dà il senso del racconto di chi in quegli anni si discostava dal minoritarismo della lotta armata per inseguire un modello di comunicazione di massa dal basso. A ciò si aggiunga il senso di una comunità finalmente connessa e riconoscibile nel linguaggio. Dall’altro lato le tecniche del sabotaggio passavano da azione tipica della “catena di montaggio” a pratica di sopravvivenza. Gli obiettivi erano: centraline del gas, luce, semafori, telefoni, cabine telefoniche svuotate, biglietti di viaggio falsificati.

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In realtà c’è una terza forma di lotta che lega Bologna con il movimento di quegli anni, relativamente all’uso delle performances teatrali. Introdotta con l’ormai mitico drago del Dams nei giorni di carnevale, divenne pratica di rovesciamento del terreno di scontro.  Nei giorni successivi all’uccisione di Francesco Lorusso era assolutamente “proibitivo”, qualsiasi tipo di assembramento in strade o piazze, poiché la polizia prima di fermare qualcuno passava immediatamente alle maniere forti… Siamo immediatamente dopo a quelli che possiamo definire “i tre giorni dell’ira”, quando il ministro dell’interno Cossiga mandò i cingolati per le strade di Bologna al fine di fronteggiare la guerriglia urbana che dilagò spontanea alla notizia dell’omicidio.

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Fu così che dentro il movimento bolognese, spesso seguendo l’iniziativa degli studenti del Dams e dei gruppi neo dadaisti, l’improvvisazione teatrale fu utilizzata come risposta di contrattacco alla repressione. Ci sono, in tal senso, degli esempi storici davvero emblematici: dalla biciclettata contro informazione nei quartieri, alle sfilate con i cartelli in fila indiana, alla banda che spezza il clima di tensione avviando, rompendone il divieto, i cortei a volte notturni o totalmente improvvisati.

Il tamburo degli echi risonanti

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Se la sorgente disoccupazione qualificata di massa faceva da sfondo ai temi dell’epoca, l’Italia degli anni settanta era un paese profondamente corrotto, in mano alle “consorterie nere”: Cosa nostra, P2, servizi deviati… Erano gli anni della strategia della tensione, dove il potere dello stato, e le conseguenti rendite di posizione che esso comportava, erano contesi attraverso le bombe nei treni, nelle piazze, nelle stazioni.

In quei giorni del marzo ‘77 Radio Alice diventava una sorta di “tamburo degli echi risonanti”che informava i militanti sul territorio sui luoghi dove la polizia poteva intrappolarli. Poi venne chiusa, con quella straordinaria diretta che è possibile ascoltare su Youtube. Dalle analisi dei commentatori di quei giorni si evince che l’uccisione di Francesco Lorusso era comunque funzionale all’inasprimento della tensione nel paese, su tre piani… Innanzitutto per distrarre l’attenzione sul tema della corruzione del sistema democristiano, in particolare riferimento al caso Lockheed. Per distruggere poi la forza organizzata degli studenti, impedendo che arrivasse a prendere una connotazione politica insieme alla classe operaia, sostituendosi in qualche modo al partito comunista… Infine per aumentare la possibilità di mobilitazione delle forze dell’ordine finalizzate alla repressione.

 

Credits: Marco Marano, Enrico Scuro, Pippo Cannistrà

VISSI D’ARTE VISSI D’AMORE – VIDEO           

NOTE

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Il titolo “Bologna oh cara…” è stato estrapolato dalla prima pagina del quotidiano “Lotta continua” del 23 settembre 1977, quando sotto le due torri si tenne il convegno internazionale contro la repressione.

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