Italia

Impossibile chiedere aiuto dopo gli stupri in Libia

di Marco Marano

A migrant cries as she is comforted at a detention center in Tripoli

Un’indagine di Human Rigths Watch rivela l’inadeguatezza al supporto delle vittime di violenza sessuale nei centri di accoglienza per rifugiati in Veneto e Lombardia.

Bologna 6 luglio 2017 – Hillary Margolis è una ricercatrice della ONG per la salvaguardia dei diritti umani Human Rights Watch. E’ lei a raccontare i risultati di una indagine condotta in alcuni centri di accoglienza per rifugiati in Veneto e Lombardia. Il tema su cui si è concentrata la ricercatrice ha riguardato la gestione socio-sanitaria di una particolare categoria detta vulnerabile: le donne che in Libia hanno subito violenze sessuali.

 

Uno scenario mortificante

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Dall’analisi svolta esce fuori uno scenario davvero mortificante, poiché nessuna delle strutture visitate è praticamente fornita di personale e strumenti adeguati per approcciarsi a questo tipo di vulnerabilità. A partire dalle cose più semplici, mancano i presupposti fondamentali.

Non esistono interpreti nelle lingue dei paesi d’origine, non parliamo di mediatori interculturali, ma semplicemente interpreti. Non esiste personale specializzato dal medico di base allo psicologo che sappia come interagire con una donna, eritrea, somala, nigeriana, per farsi raccontare lo stupro subito. Non esistono professioniste donne con cui i racconti delle violenze possano essere efficaci. A dire il vero negli accompagnamenti sanitari non esistono medici che neanche pongano la domanda “hai subito violenze?”

Rimangono solo i loro racconti

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Non c’è aiuto né supporto per queste donne. Ci sono solo i loro racconti… Hillary Margolis: “Amira, una ventiduenne eritrea in un centro nella periferia di Milano, mi ha detto di essere stata violentata da trafficanti in Libia quando era al quinto mese di gravidanza. Ha raccontato che gli uomoni la tenevano prigioniera in una stanza con circa altre venti donne e ragazze, picchinadole e chiendendo denaro. Gli uomini selezionavano donne e ragazze da portare fuori per violentarle. “Le sceglievano ogni sera,” ricorda. “Scelsero anche me. Gli dissi che ero incinta. Non gli importava. Pensavo si sarebbero fermati, ma non fu così. Mi violentarono”.

 

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