Popoli nativi Stati Uniti

L’ultima battaglia del popolo Sioux: scontro sull’oleodotto Dakota

Tratto da Blasting News

di Marco Marano

Con un ordine esecutivo Trump riapre il progetto ‘Dakota Access Pipeline’ per la costruzione di un oleodotto che minaccia la terra dei nativi.

Bologna, 25 gennaio 2017 –  «Niente potrà impedirci di continuare la nostra lotta per l’acqua potabile. Sapremo intraprendere un’azione legale, e condurre questa battaglia a testa alta. Esortiamo tutti a combattere con noi… Abbiamo bisogno del vostro sostegno perché il gasdotto comporta vari rischi ambientali. Vi preghiamo di chiamare i vostri rappresentanti al Congresso per fargli sapere che la gente non accetterà questa decisione. Se staremo insieme nessuno riuscirà a farci cadere». Queste parole apparivano ieri pomeriggio sulla pagina facebook “#Standing Rock Sioux Tribe”, la riserva dei nativi americani, diventata campo di protesta per la costruzione del “#Dakota Access Pipeline”, l’oleodotto di circa duemila chilometri che dal North Dakota si dovrebbe spingere fino al Texas.

La più grande alleanza tribale

Il progetto era stato bloccato da Obama nel novembre dello scorso anno in seguito alle proteste di 200 tribù di nativi americani, guidati dai Sioux, a cui si sono aggiunti cittadini, gruppi ambientalisti e artisti, che hanno trasformato Standing Rock in un movimento popolare. Ieri il presidente Trump ha firmato un “ordine esecutivo”, che ha messo in moto il procedimento amministrativo per la concessione dei permessi di scavo.

Il popolo Sioux torna “sul piede di guerra” dunque, poiché da un lato denuncia che nel caso di incidenti l’oleodotto rischia di inquinare le falde acquifere del fiume Missouri, il quale scorre proprio sotto la riserva. A ciò si aggiunga che questa iniziativa viene ritenuta illegale, dato che la “Standing Rock Sioux Tribe” veniva costituita in seguito alla legge del 2 marzo 1889 approvata dal Congresso americano, la quale assicurava la competenza ai nativi dei diritti di passaggio e dei corsi d’acqua.

Il grande business

Il “DAPL” è una opera da quasi 4 miliardi di dollari, per poter trasportare 70.000 barili al giorno, cioè circa la metà della produzione di greggio giornaliero di Bakken, il giacimento del bacino al confine col Canada. Così sarebbe possibile l’accesso a più mercati, compresi il Midwest, la costa orientale, la costa del Golfo, tramite l’impianto terminale di petrolio greggio di Nederland, in Texas, presso la Sunoco Logistics, società controllata dal capofila del progetto, la “Energy Transfer Partners” di Dallas. Gli altri attori di questo cartello di aziende sono la “Phillips 66”, multinazionale dell’energia con sede a Huston in Texas, attiva in 65 paesi. Poi c’è la “Enbridge Inc”, società di fornitura di energia con sede a Calgary in Canada, ed infine la “Marathon Petroleum Corporation”, società di raffinazione del petrolio dell’Ohio.

Dollari per la campagna elettorale

L’iniziativa del nuovo inquilino della Casa Bianca rientra nel suo programma annunciato ieri all’interno del nuovo piano energetico per gli Stati Uniti: “An America first energy plan”, esso si basa sull’uso delle risorse nazionali e la riscoperta del carbone. Ma la storia non finisce qui, poiché l’edizione di “The Guardian” di oggi ha in realtà svelato il retroscena di questa vicenda, che riguarda i finanziamenti alla campagna elettorale di Trump da parte del cartello di imprese che dovrà costruire l’oleodotto. Nello specifico il quotidiano inglese, attraverso i documenti depositati presso la Commissione elettorale federale, si sofferma sull’Amministratore delegato della Energy Transfer Partners, Kelcy Warren, il quale ha donato in prima persona 103.000 dollari alla campagna di Trump e 66.800 dollari a Comitato Nazionale Repubblicano…

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