Il genocidio e la schiavitù yazida in Iraq

di Marco Marano

Nei campi profughi dell’Iraq settentrionale si ritrovano i sopravvissuti del popolo yazida che hanno subito un vero e proprio genocidio da parte dell’Isis durante i tre anni di occupazione delle loro terre sulle pendici del Sinjar.

Bologna, 7 novembre 2017 – La minoranza kurda yazida abita le pendici del monte Sinjar. L’occupazione da parte del sedicente Stato islamico o Daesh, la denominazione araba, avvenne nell’agosto del 2014. Pochi riuscirono a fuggire prima che i sanguinari jiadisti perpetrassero uno tra i peggiori scempi umani compiuti negli anni di guerra. Quando l’Isis occupò le terre yazide, nel disinteresse dei peshmerga kurdi iracheni, che nulla fecero per difenderli, avviò una vera e propria pulizia etnica. Secondo stime dell’Onu, tremila persone vennero trucidate e seppellite per lo più in fosse comuni. Seimila invece vennero rapiti, in prevalenza donne, soggiogate come schiave sessuali. Molte di loro furono vendute al mercato di Mosul e portate a Raqqa. La capitale Shengal venne liberata l’anno dopo, nel 2015, da quei peshmerga che li avevano abbandonati, ma c’era anche il PKK, il partito dei lavoratori kurdi di Abdullah Öcalan, che in quella zona aveva le sue migliori colonne. E furono proprio i soldati del PKK ad addestrare molte donne yazide che decisero di imbracciare le armi per liberare le loro sorelle ancora sotto il giogo dell’Isis: era nato il  “Komalên Jinên Kurdistan”, Comunità delle donne del Kurdistan.

La tragedia di un popolo soggiogato

I want to take revenge for my daughters_ Wahda said_Samira Shackle_Al Jazeera

Un gruppo etnico, quello yazida, che prima dell’invasione dell’Isis contava circa 400 mila unità. Oggi c’è qualcuno di loro che accusa gli arabi sunniti, vicini di casa, che li vendettero ai jihadisti. Chi aveva cercato di fuggire, donne, anziani, bambini erano stati trucidati. Poi le prigioni, dove le donne erano state rinchiuse e stuprate a turno. I militanti di Daesh usavano fare assistere alle altre donne mentre le loro sorelle venivano violentate. Picchiate regolarmente e costrette a convertirsi all’Islam. Chi riusciva a scappare sul monte Sijar, doveva percorrere strade dove capitava di calpestare i cadaveri.

Questa vicenda ha richiamato l’attenzione internazionale al punto che alcuni paesi come  Francia, Germania, Canada e Australia si sono offerti di concedere loro asilo, mentre alcune ONG, come sottolinea Al-Jazeera, hanno cercato di sostenere migliaia di sfollati. E qui vi è un’altra accusa che esce fuori dai campi profughi: “Quando abbiamo raccontato le nostre storie non ci hanno creduto. Non abbiamo ricevuto nessun supporto psicologico per quello che abbiamo dovuto subire”.

Quelle macerie che non sono solo materiali

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Adesso che il terrore è passato le macerie più profonde sono quelle identitarie, dal punto di vista sociale, morale e religioso. Il governo iracheno è tornato a disinteressarsi del popolo yazida. Gli sfollati sono lasciati in balia di se stessi, in pochi ancora riescono a rientrare nelle proprie case, e le macerie materiali fanno da sfondo a tutto il Sinjar, senza nessun intento verso una riconciliazione nazionale. L’unica risposta è quella del popolo stesso attraverso uno spirito di solidarietà e di auto-aiuto l’uno con l’altro.

Considerato che ogni famiglia ha uno o più lutti che pesano nella ricostruzione identitaria prima che fisica, c’è da dire che chi non si trova nei campi profughi o è morto o è ancora alla macchia. Poi ci sono i tantissimi cadaveri che non hanno ricevuto sepoltura, per cui i loro cari non hanno neanche un luogo dove poterli piangere. Infine,  ci sono ancora parecchie donne di cui non si sa niente, praticamente disperse. Ecco perché molte di quelle combattenti che si sono armate per difendersi dall’Isis, formando le YJS, Unità delle Donne di Sinjar, epigoni delle YBS cioè le Unità di Resistenza del Sinjar, non hanno deposto le armi ma continuano la loro lotta fin quando tutte le loro sorelle verranno liberate.

Credits Reuters

Categorie Iraq

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