Italia Rimini

Un tentato omicidio nella città dei benpensanti

di Marco Marano

Il contesto sociale nel quale è maturato l’atto criminale contro un migrante a Rimini, racconta di una città anestetizzata.

Bologna, 24 marzo 2017 – Emmanuel, giovane nigeriano di 25 anni, era solito passare le sue giornate in quel supermercato a Marina centro, nella zona più turistica di Rimini. Come tanti ragazzi che non hanno di che campare, cercava di sbarcare il lunario con le monetine dei carrelli, sempre in modo educato e con uno sguardo di chi le sofferenze della vita sa cosa sono. Del resto è arrivato da un inferno chiamato Nigeria, dove la vita vale meno che niente. Chissà cosa ha pensato Emmanuel quando nel tardo pomeriggio di mercoledì 22 marzo quell’uomo di 30 anni, Valerio Amato, romano residente a Rimini, ha iniziato ad inveire contro di lui: “Negro di merda tornatene nel tuo paese!” Poi non contento lo ha accoltellato più volte, ma il ragazzo è riuscito a scappare, per cui il razzista lo ha inseguito e lo ha messo sotto con l’auto. Adesso Emmanuel è ricoverato in gravissime condizioni.  Amato è stato arrestato grazie alla segnalazione della sua auto da parte di alcuni testimoni. Tra l’altro, a quello che sembra, dentro la vettura c’era pure il padre di Amato, cosa che fa ancora più rabbrividire…

Il contesto nel quale matura il crimine

Ma questa cronaca ignobile, alla fin fine, oltre che lasciare sgomenti, non sorprende affatto chi conosce un po’ la città di Rimini… Innanzitutto alla base c’è un quesito così semplice da porsi che sembra quasi banale: ma se Emmanuel era un richiedente asilo com’è possibile che per campare doveva vivere delle monetine lasciate ai carrelli di un supermercato? Domanda retorica poiché, come in tante altre città italiane, l’accoglienza ai migranti a Rimini è soggetta all’affarismo delle cooperative, che anziché erogare servizi si intascano il denaro. Ora, non conosciamo a fondo la situazione specifica di Emmanuel, ma certo è che in un contesto come questo ci sta che un richiedente asilo vada a mendicare. Anche perché quando le istituzioni locali sono impegnate a gestire i loro “affari” con le consorterie compiacenti, succede che esperienze di accoglienza cosiddetta degna come “Casa Andrea Gallo”, sostenuta da attivisti volontari che “non fanno girare la grana” verso le consorterie compiacenti, vengono perseguitate, attaccate per fatte chiudere.

Gli egoismi della borghesia riminese

Si, perché un tentato omicidio a sfondo razziale, non può nascere se nel tessuto cittadino non covi un humus dove il concetto di bene pubblico venga esautorato dagli egoismi di una borghesia che si gira dall’altra parte nei confronti delle ingiustizie perpetrati ai danni dei senza dimora o di chi viene sfrattato o ancora di chi vive uno stato di disagio sociale sistemico, il quale, in un modo o nell’altro, conviene sempre a qualcuno. Certo, fa piacere sapere che la targa dell’auto di Valerio Amato sia stata segnalata da chi era presente sulla scena dell’accoltellamento, i benpensanti riminesi non sono scesi così in basso dal voltarsi dall’altra parte davanti ad un crimine efferato. Però, al di là di certa propaganda mainstream razzista, vomitevole dal punto di vista della cultura civile, che circola, televisivamente parlando, sulle reti Mediaset,  il cinismo della cultura neoliberista che vive una città come Rimini rappresenta il “giusto corollario”  su cui si colloca questo crimine. E che dire dello stretto legame tra organi di polizia e gruppi neofascisti a Rimini che conducono insieme battaglie per la chiusura dei luoghi di accoglienza al disagio di tipo solidale come “Casa Madiba”…? La loro motivazione è che sono luoghi per sbandati e clandestini, cioè persone socialmente pericolose. Quando al contrariosopperiscono alle lacune delle istituzioni che fanno cassa sul disagio sociale e lo fanno in modo volontario…

Naturalmente adesso quello di Valerio Amato verrà derubricato da caso sociale a psichiatrico, così i benpensanti riminesi avranno la coscienza apposto. Però un pensiero utopico da antirazzisti ci sovviene: anziché la galera perché non “spedire” Valerio Amato in Nigeria, senza possibilità di ritorno…?

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